Cinema e web hanno avuto sempre un rapporto piuttosto complicato. Talmente lontani dal punto di vista di concezione, scopi, target e soprattutto linguaggio da portare diversi fenomeni dell’internet a schiantarsi sul grande schermo a prescindere dalle indubbie qualità dei professionisti di turno. Capita molto spesso infatti che riescano a fare il salto da un mondo all’altro in altre vesti. Da noi ci sono tantissimi esempi, anche perché la nostra industria ha l’indubbia necessità di ricominciare a fare film per i nuovi adolescenti, quelli della generazione alpha, dopo aver fallito con i millennials e forse anche con gli zoomers. Magari smettendo di produrre pellicole in cui i protagonisti appartengono a classi sociali che non esistono più. Scusate. Lo so, i Me contro Te sono una “meravigliosa” eccezione, dato l’enorme successo che continuano a riscuotere, adesso forti anche del loro universo, ma su di loro bisognerebbe aprire un capitolo a parte che poco col cinema ha a che fare. Il succo è che c’è sempre bisogno di una reinvenzione o di un motivo, anche produttivo, specifico per fare il famoso salto. Banalmente, non è mai vero che un format che funzioni per un media vada bene anche per un altro.

All’estero questa regola vale, più o meno, come da noi, perché se è vero che ci sono stati casi recentissimi di un efficace passaggio da YouTube al cinema o al seriale, soprattutto se parliamo di comedians e informazione, pensate a Bo Burnham o Andrew Callaghan (anche se quest’ultimo ora non se la passa benissimo), ciò è avvenuto quasi sempre dopo un loro cambiamento, ancora meglio se fatto in maniera tale da agganciarsi a qualcosa che sullo schermo era già efficace. Ah, trovate i loro canali YouTube qui e qui. E poi c’è Marcel the Shell, che cambia completamente le carte in tavola.

Meraviglioso unicum in grado di parlare ad un pubblico specifico in un modo classico, ma allo stesso tempo caratteristico, originale e fuori dal mainstream, grazie ad una formula personale basata su due tecniche cinematografiche sempre affascinanti, come il mockumentary e, ancora di più, l’animazione in stop-motion. Un esempio incredibile di qualcosa che ha dovuto modificare praticamente nulla per avere successo al cinema, ma ha dovuto solo puntare sul potenziale della propria idea di partenza.

E poi c’è Marcel the Shell, che cambia completamente le carte in tavola.

Non a caso ha trovato tra i suoi estimatori e poi mecenati niente meno che la A24, il nuovo gigante americano tra le case di produzione, arrivando alla candidatura degli Oscar 2023 nella categoria per il miglior animazione, dove, guarda caso, trova Pinocchio di Guillermo Del Toro, un altro film in stop-motion.

Marcel the Shell arriva nelle sale italiane il 9 febbraio 2023 con Lucky Red, dopo esser stato selezionato come film di apertura ad Alice nella Città 2022, la sezione parallela l’ultima Festa del Cinema di Roma dalle coordinate temporali in cui viene scritto questo articolo, e aver fatto un’incetta di premi incredibile.

 

Fenomeno Web

Siamo nel 2010 e su YouTube appare un video di 3 minuti scarsi caricato sul canale di un certo Dean Fleischer-Camp. La breve sequenza era, praticamente, una sorta di estratto di un’intervista più grande rivolta ad una conchiglia parlante con le scarpe e alta come un pollice.

Lui, un po’ timido, ma a tratti risoluto, veniva inquadrato mentre educatamente sciorinava, con la voce di Jenny Slate, una profonda visione di sé e del mondo. Il video c’è ancora e lo trovate a questo link.

Cosa fondamentale: in quei 3 minuti scarsi si riusciva a vedere già un concept particolarissimo, sviluppato secondo un linguaggio riconoscibile e allo stesso tempo adatto per un pubblico ampio. Un’intervista montata a mockumentary ad una creaturina fantastica adorabile e con la visione del mondo di un bambino.

Jackpot! Provate voi a resistere ad un esserino del genere che discute di tematiche esistenziali e filosofiche da un punto di vista che perdiamo tutti una volta cresciuti e di cui tutti, per questo, sentiamo incredibilmente la mancanza. La trovata fece di Marcel un fenomeno del web in appena tre video e oggi la conchiglietta con le scarpe è arrivata a quasi 50 milioni di visualizzazioni.

Marcel the Shell with Shoes On

Cosa fondamentale: in quei 3 minuti scarsi si riusciva a vedere già un concept particolarissimo nella sua accezione, sviluppato secondo un linguaggio riconoscibile e allo stesso tempo adatto per un pubblico ampio.

Il titolo è stato prodotto dalla Chiodo Bros. Production, che ha curato in special modo la parte riguardante l’animazione; lo stop-motion, nello specifico, è stato supervisionato da Eric Adkins, che ha lavorato anche in Mars Attacks!. La  A24 si interessa solo dopo al progetto, acquisendone i diritti per la distribuzione.

Marcel – the shell segna il debutto alla regia e alla sceneggiatura (e anche come attore si presume) in un lungometraggio per Fleischer-Camp e un ritorno alle origini per la Slate, che dal doppiaggio di Marcellino è passata ad altri per nomi importantissimi, tra cui Disney, Pixar e Netflix.  Alla scrittura della sceneggiatura hanno partecipato anche Nick Paley ed Elisabeth Holm.

Il cinema come terapia

Se tutto quello che si è detto finora ha senso, allora non sorprende che la chiave del successo di Marcell the Shell non passi solamente dalla resa visiva, comunque fondamentale (parliamo sempre di cinema), ma dalla coerenza del suo concept, dall’ideazione allo scopo finale.

Spesso si sottolinea come la forza terapeutica del cinema stia nella sua capacità di parlare con lo spettatore. Bene, parlare implica non solo trovare il giusto codice linguistico, ma anche la giusta voce, quindi il giusto interprete, e anche l’argomento adatto. In questo il film di Fleischer-Camp è straordinario perché ha l’abilità non solo di soddisfare questi elementi alla perfezione grazie all’idea del personaggio, tra l’altro già presente sin dalla sua prima comparsa in rete, ma utilizza il mockumentary per portare lo spettatore in un modo reale e l’elaborazione del lutto della separazione come modalità di crescita per tematica da sviluppare.

La storia comincia infatti con la rottura tra due ragazzi, che, come conseguenza, abbandonano entrambi la cosa dove convivevano, dividendo così anche un’altra famiglia, quella metafora del loro rapporto e dunque anche della vitalità dell’ambiente che li ospitava. La famiglia di Marcel, che, abbandonato, rimane da solo insieme alla nonna, Nana Connie (eccezionalmente doppiata da Isabella Rossellini). Un’idea straordinariamente matura per il cinema dell’infanzia, dato che riesce a riproporre un trauma violentissimo come la disgregazione del nucleo domestico mediandola con il mezzo magico.

Parlare implica non solo trovare il giusto codice linguistico, ma anche la giusta voce, quindi il giusto interprete, e anche l’argomento adatto.

Marcel the Shell with Shoes On

La casa, senza più nessuna famiglia a riempirla, diviene una di quelle abitazioni usate come B&B, in cui nonna e nipote ricominciano pian piano ad organizzarsi una vita con cura di non farsi scoprire dall’avventore di turno. Cosa che riesce loro brillantemente fino a quando nella loro vita arriva Dean (interpretato da Dean, giustamente), che, una volta conosciuti, decide di realizzare un documentario sulla vita di Marcel.

Da qui la riproposizione del fenomeno YouTube da cui è nata la pellicola, con particolare enfasi sulle potenzialità della rete quando si tratta espandere una storia, di trasmettere un messaggio, nel rendere riconoscili un modo di parlare. Unire persone, creare una rete. Che poi è esattamente ciò che ha fatto le fortune della creatura di Fleischer-Camp e Slate. L’idea stessa di riportare su schermo il racconto del dietro le quinte del fenomeno in rete è un’idea metatestuale semplice, ma molto intelligente, per sintetizzare i due linguaggi, i due mondi.

L’idea stessa di riportare su schermo il racconto del dietro le quinte del fenomeno in rete è un’idea metatestuale semplice, ma molto intelligente, per sintetizzare i due linguaggi.

Le storie dei due protagonisti, Marcel e Dean, si uniscono e prendono una strada precisa, ovvero quella che mostra l’importanza di non avere fretta, non bruciare le tappe e affrontare ogni fase dello sviluppo. Così facendo il film segna un riga importante in cui dice che anche se la meta può far gola perché ha in sé la promessa di portare ad una riconciliazione, familiare o amorosa che sia, prima di tutto si deve avere la cura di passare per una crescita personale.

Non male come messaggio, no? Specialmente se si pensa che ci si è arrivati mantenendo coerenza di voce, interprete e argomento.

Il futuro nella stop-motion

La stop-motion è una tecnica di animazione che vede risalire le sue radici all’alba del cinema stesso (dopo tutto si basa anch’essa sull’illusione del movimento) quindi prima del ‘900. Anche se fu poi George Méliès ad adoperarla nei suoi lavori in modo più efficace, arrivando, grazie ad essa, ad inserire l’impossibile, il sorprendente e il magico all’interno dell’usuale. Cosa che, di fatto, a lui non è mai interessata.

Nel cinema moderno questa tecnica ha conosciuto un’esplosione vera e propria dopo il suo arrivo a Hollywood (eh sì, sono sempre loro), dove da un processo visto come lento, costoso, complesso e monocorde, relegato ad un’idea di cinema di nicchia, si è trasformato sempre più una forma di animazione in grado di ampliare il suo raggio d’azione, fino a divenire spendibile in varie accezioni e nelle pellicole più disparate.

Pensate ai suoi vari sottotipi: la claymation, l’animazione della plastilina (Wallace and Gromit), la object animation, animazione di oggetti di uso quotidiano (un esempio recente può essere Robot Chicken), la cutout animation, più vicina al collage bidimensionale (un nome a caso? South Park) fino alla classica puppet animation, che è quella usata, per capirci, da Tim Burton e Henry Selick.

Il rapporto tra spettatore e stop-motion dunque si rinsalda non solo all’interno del mondo dell’animazione inteso nei suoi confini più classici, ma anche nel momento in cui la ricerca del realismo diventa più forte, al di là del fascino intramontabile di una tecnica veramente senza tempo. E ora il mondo “post CGI”, se vi fate andare bene il termine, in cui la sensibilizzazione all’immagine è diventata lavoro quotidiano, anche grazie allo stesso web (e qui il cerchio si chiude), ha forse dato il via ad una nuova luna di miele. Il nostro occhio, assuefatto a titoli sempre più finti, plasticosi, cartonati, irreali e lontani, ricerca ancora di più l’analogico, l’artigianale e la ripresa del reale. Quest’ultima  poi è proprio chiave di volta della declinazione della tecnica adoperata in Marcel the Shell, che riesce a legarsi con il mockumentary in modo straordinariamente efficace.

Marcel the Shell with Shoes On

Il rapporto tra lo spettatore e la stop-motion dunque si rinsalda non solo all’interno di un’animazione intesa nei suoi confini più classici, ma anche nel momento in cui la ricerca del realismo diventa più forte.

Interessante come il cinema ritorni sempre alle sue radici.

Questo titolo, come Pinocchio di Guillermo Del Toro (il quale ha appena annunciato il prossimo progetto sempre utilizzando questa tecnica), ha tra i suoi mille pregi anche quello di portare avanti con forza una compagna di riunione delle varie accezioni delle settima arte sotto lo stesso tetto, rigettando le divisioni e mostrando come non ha più senso parlare di cinema di animazione.

La stop-motion può divenire un ponte fondamentale per questo intento, l’augurio è che lo sia, date le sorprese straordinarie che, a distanza di più di secolo dalla sua nascita, ha ancora in serbo per il pubblico.