La differenza tra il lavoro che compivano i cantastorie al di là degli oceani del tempo e quello degli scrittori moderni, che lavorano al pc, dove sta? Nella dispersione o meno delle fonti dietro il concepimento del loro operato? Nel mistero che aleggia intorno alle genesi delle loro ispirazioni? Nella diversità dei canali di trasmissione da una generazione all’altra? Nel fuoco dell’oblio che eleva a suo piacimento gli scritti ad uniche testimonianze del mondo di riferimento? Nella domanda: “Dove finisce la narrazione e inizia la mitologia?

Se lo chiedete ai contemporanei vi diranno che una differenza sostanziale in realtà non c’è: il mondo è oscuro, complesso e a tratti imperscrutabile anche ora, magari sono cambiati i confini o la lente di interesse, il luogo in cui si decide di scavare. A ben vedere, se è una differenza c’è è proprio nell’esistenza pregressa di un bagaglio, che se sfruttato a pieno può dare una direzione, una modalità per riflettere sulla natura stessa dell’uomo, oltre che sull’universo in cui viviamo. Questo aveva capito Neil Gaiman, forse ancora prima di scrivere Sandman: la mitologia è uno specchio in cui poter guardare a noi stessi.

In sintesi, il potere rivelatorio delle storie non invecchierà mai.

L’importanza capillare di questa serie di storie a fumetti sta, più che in qualsiasi altra cosa, infatti nello spostamento dell’impostazione narrativa, totalmente mirata a mettere i racconti al centro del proprio mondo, rielaborando tutto ciò che è stato il corpus del passato, in linea con una tradizione universale, e reinserendolo all’interno di una letteratura che nasce, cresce e si compie secondo un’ottica che è quella dell’Inghilterra di fine ‘900.

Tanto ha fatto Sandman per il fumetto moderno e tanto continua a fare. Un successo nel campo delle sperimentazioni e delle provocazioni (se mi permettete) dei progetti editoriali, laboratorio di idee riguardanti il lavoro sul testo e sulle strutture narrative canoniche, ma anche una pietra miliare per una nuova concezione pop dell’autore stesso di comics, senza contare che, in un certo senso, ha preso parte, come precursore, ad un’idea di postmodernismo sulla carta stampata parte balloon.

Questo unicum così complesso e sfaccettato che ha trovato il suo format ideale nella concezione fumettistica spiega in larga parte le difficoltà legate ad un adattamento per lo schermo che è stato finalizzato solo da Netflix circa un quarto di secolo dopo l’uscita dell’ultimo numero canonico del ciclo originale.

La storia di Sandman rimane a metà tra narrazione e leggenda, come le origini di ogni storia che si rispetti.

Direi che si piò iniziare da lì.

La storia dietro la storia

Il volume uno di Sandman debutta il 29 novembre 1988 (anche se sulla copertina del primo numero c’era la dicitura “January 1989” per motivi legati alla distribuzione), ma la storia dietro la sua concezione inizia molto prima, anche se un’unicità nell’origine non è dato saperla, visto che può variare a seconda del punto di vista.

Il che rende ancora più difficile decidere da dove sia giusto cominciare a raccontare.

Potremmo partire dicendo, per esempio, che Neil Gaiman non è mai stato un grande amante dei fumetti, troppo impegnato nel suo lavoro come giornalista e poco avvezzo ad accostarsi al mondo professionale dei comics, soprattutto per una divisione con l’America che si è protratta fino alla famosa British Invasion degli anni ’80, che portò in casa DC nomi come Grant Morrison e Jamie Delano.

La folgorazione ci fu quando si imbatté per caso in Swamp Thing nella versione di sua maestà Alan Moore (e per diverse buone ragioni, tra cui un approccio revisionista che ispirò e non poco la mente dello scrittore di Portchester), solo allora si avvicinò ad una realtà che lo portò presto ad incontrare un certo illustratore di nome Dave McKean con il quale diede vita alla graphic novel edita Dark Horse Comics, Violent Cases, ma con il quale condividerà gran parte del suo viaggio futuro. Siamo nel 1987.

A questo punto dobbiamo spostarci.

Ci trasferiamo in un vecchio edificio a Tarrytown, New York, teatro delle riunioni periodiche di editor e dirigenti DC, che spesso usavano incontrarsi in delle biblioteche fitte e impolverate, memori di un tempo in cui le idee sembravano non esaurirsi mai, fingendo che la loro presenza lì potesse in qualche modo rievocare un Dio che non abita più da quelle parti.

Feticismi a parte, è in quei sacri luoghi che, a dispetto di tutti i libri del mondo, si decise di affidarsi ad una strategia in realtà vecchia e piuttosto stantia per i momenti di magra in termini di creatività, ovvero rivitalizzare personaggi già esistenti, riproponendoli in versioni nuove e accattivanti.

Furono fatti tre nomi in quelle stanze, uno di questi fu pronunciato dalla bocca dell’editor Karen Berger, che giusto qualche tempo prima era stata a cena con la collega Jenette Kahn e con un giovane scrittore britannico che aveva proposto una sua nuova versione di un vecchio personaggio creato da Simon e Kirby, dopo aver dato prova di saper ridare vita e spolvero a glorie mai sbocciate, come nel caso di Black Orchid.

Neil Gaiman

Leggenda vuole che Neil Gaiman partorì l’idea definitiva per il suo Sandman durante la Grande Tempesta che si abbatté sull’Inghilterra proprio a ridosso dell’alba del 1988, quell’uragano (alcuni dicono) che abbatté circa 15 milioni di alberi. Un’immagine straordinaria questa, che rievocò il fumettista Paul Levitz, esempio fulgido di un fan prima ancora che un autore.

Dunque, dove inizia veramente la storia di Sandman?

Quando Gaiman lesse Moore? Quando Simon e Kirby crearono un personaggio senza futuro in quella versione? Quando la Berger si gustò una cena offerta dalla redazione in compagnia di un giovane rampollo aitante? In quel pomeriggio passato in una stanza piena di vecchi libri impolverati? Nel buio di una casa al riparo da una tempesta che spazzò via mezzo Regno Unito? Oppure nel novembre del 1988?

Dove finisce la narrazione ed inizia la mitologia?

Sogno degli Eterni

La serie originale del Sandman di Neil Gaiman è composta da 75 albi, editi fra il 1988 e il 1996, e successivamente riorganizzato in 10 volumi ai quali, oltre all’arco narrativo completo e ad una raccolta di storie brevi, si aggiungono Notti Eterne del 2004, sequel in 7 capitoli, e The Sandman: Overture, miniserie del 2013 che racconta le origini del personaggio. Un’onda di successo incredibile che nel 2018, in occasione del trentesimo anniversario dall’uscita della serie, trova un nuovo slancio con l’uscita dell’albo The Sandman Universe n. 1, scritto dallo stesso Gaiman, ovvero il preludio dell’universo fumettistico della Vertigo che ruota intorno ai personaggi creati dall’autore.

La chiave del successo del titolo sta nella peculiarità del suo personaggio principale, quanto di più distante dal protagonista canonico del mondo dei fumetti e quanto di più vicino all’anima e alla natura stessa del fenomeno al quale è posto al centro.

Morfeo, Dream, Sogno, Oneiros, L’uomo della Sabbia e chi più ne ha più ne metta, è uno dei sette Eterni, figure senza tempo e senza età dalla duplice essenza: padroni di quelle storie che raccolgono speranze, desideri, paure e consapevolezze dell’uomo (in breve: la sua natura) e allo stesso tempo testimoni asserviti agli eventi, pellegrini al di fuori della tempesta eppure ad essa così legati. Come Gaiman, secondo la leggenda.

Eterni

Una trovata esemplare che ha permesso all’autore britannico di elevarsi come nessun altro prima d’ora a padre padrone di un universo fumettistico, oggetto storicamente più legato al personaggio o alla casa editrice piuttosto che alla penna dietro il suo concepimento e alla sua evoluzione.

Gaiman divenne così importante da innalzare a suo pari solamente McKean, nella misura in cui le sue copertine sono diventate una firma sull’immaginario di Sandman, molto più di tutti i contributi dei vari illustratori che si sono succeduti sulle pagine.

Anche se su questo c’è da fare una precisazione, dal momento che nel corso del tempo si è detto molte volte come l’intera parte visiva del fumetto sia stata solamente un aspetto funzionale ad un predomino assoluto della scrittura.

Eppure la dimensione metafisica, sporca, oscura, evocativa, poco chiara e definita è ciò che ha permesso a Sandman non solo di inserirsi nell’immaginario del pubblico dell’epoca, ammaliandolo, ma anche di introdurre uno dei meccanismi fondanti della sua poetica.

Gaiman di fatto passa per un’impostazione strutturale che gioca tutta la sua idea su una fusione ossimorica che affonda le sue radici nell’horror puro, come quella dell’invasione da parte di un mondo alieno minaccioso come pochi altri, data la sua capacità di assorbire quello della Veglia, ma allo stesso tempo calderone quell’universo immaginifico inconscio che permette, di fatto, agli abitanti di qualsiasi altra dimensione di sopportare la natura stessa della propria esistenza. Importa poco che forma assumi, se la si passa tra le verdi campagne inglesi, tra i grattacieli americani o prigionieri nelle gabbie, tormentati dal fuoco eterno.

Come disse lo stesso Morfeo ai demoni durante la sua visita all’Inferno, davanti al triumvirato capeggiato dalla Stella del Mattino: “Ask yourselves, all of you… What power would Hell have if those here imprisoned were not able to dream of Heaven?

Sandman prima degli altri

Le storie raccolte in Preludi e Notturni hanno una struttura molto più canonica rispetto al resto della serie a fumetti e non poteva essere altrimenti. L’inserimento in un contesto come quello letterario dei comics di fine ‘900 doveva fare in modo di coinvolgere un tipo ti pubblico che fosse avvezzo ad una certa struttura narrativa in cui potersi orientare.

E Sandman è una storia che si occupa soprattutto e prima di tutto dell’analisi delle storie. Non poteva non rispettare ciò.

Sandman

Eppure in questo primo arco è rintracciabile già tutta quella costellazione di riferimenti, peculiarità narrative e volontà autoriali che faranno le fortune del fumetto anche nel suo prosieguo, un intero mondo guidato sempre dalla stessa domanda: “Dove finisce la narrazione e inizia la mitologia?“.

Un contratto in continua negoziazione dell’autore con se stesso, con il media, con il materiale prodotto e di riferimento e con il lettore.

Gaiman decide di adottare una rielaborazione postmoderna di tradizione cristiana e greca, folklore nordico e africano, racconti shakesperiani, fiabe e favole. L’autore inglese attinge da Dante Alighieri, da John Milton, ma anche da Washington Irving, ponendosi come obiettivo quello di ricontestualizzare tutta quella mole incredibile di memoria collettiva e cultura universale per renderla sia personale che accessibile al lettore, pur avendo cura di conservare la sua natura mitologica, ovvero affermarne l’immortalità.

L’idea del Sogno allora diventa perfettamente funzionale sia come metodo formale di narrazione sia come spunto narrativo.

Esso assume una funzione di contenitore del nostro vero essere, accompagnandoci e maturando con noi, divenendo il terreno reale in cui evolviamo noi e l’umanità tutta, confrontandosi con i propri demoni, mettendo a fuoco i propri bisogni e motivando le nostre azioni durante la veglia. Sognare un orizzonte permette di camminare e, contemporaneamente, l’aver sognato consente di lasciare una traccia di se stessi, grazie alla quale è possibile un confronto con noi e con gli altri. Un miracolo letterario, un’intuizione geniale, che ha cambiato tutto perché ha permesso un’evoluzione totale della forma di un media come quello del fumetto.

Sogno e Morte

Sandman è un’intelaiatura di storie, anche sfilacciata, anche approssimativa nel fornire delle coordinate temporali. È volutamente estraniante, alienante, nel corso del tempo sempre più distaccata dal lettore, in piena armonia con lo spirito del suo protagonista, che è un servo ed è uno spettatore delle cose del mondo e dell’uomo.

L’idea di inserire nella struttura un corpus narrativo delle vicende autoconclusive ha permesso a Gaiman un’esplorazione e uno studio sull’uomo e sulle storie, ma la genialità non sta solo in questo, quanto nella loro forma in linea con quella dimensione onirica.

Esse sono fittamente allegoriche, sconnesse, disordinate se volete, pensate per essere fruite quasi in medias res e tagliate nelle loro conclusione nella misura in cui sono praticamente non introdotte nel momento della loro genesi.

Questo è ciò che ha permesso all’autore di occuparsi di discussioni in termini puramente filosofici, speculativi, ontologici, metafisici, teatri ideali dove poter ripensare il concetto di destino, morte, desiderio (che guarda caso sono anche i nomi di alcuni degli Eterni).

La concezione visiva in sé è pensata per consentire allo spettatore di sognare quando legge Sandman, “anche se un sogno non è mai solo un sogno.“.

Un’eredità che non è mai stata raccolta

Ciò di cui è stato più accusato Neil Gaiman nel corso del tempo, sia dai lettori sia dalla critica e sia dagli addetti ai lavori, è stato un suo progressivo cervellotico isolamento intellettuale, mirato solamente ad un mitopoietismo figlio di un ego ormai talmente alto da rendersi Pianeta vivente esso stesso.

Un’idea che ha più di un fondo di verità a ben guardare il modo di porsi dell’autore sia nei confronti dei commenti in divenire da parte di fonti più o meno accreditate e accreditabili che nei confronti di quelle postume l’uscita della serie originale.

La questione non è però discutere l’arroganza di Gaiman, quanto se essa sia opportuna o meno.

Sandman

A discapito di una denunciata (in certi momenti anche auto) tendenza all’isolamento da illuminato, l’autore britannico ha sempre pensato di aver saputo parlare ad un pubblico generalista, cosa che invece non è in realtà mai realmente successa.

La genesi del fenomeno Sandman sta nella sua unicità soprattutto contingente. Prima ancora della capacità che ha avuto di cambiare la testa dei fumettisti e di dominare un certo fenomeno editoriale, il suo merito è stato quello di catturare l’immaginario di una nicchia di lettori provenienti da ben altri lidi, tutti diversi tra loro, e che in quella serie a fumetti ha trovato un eccezione comune.

Un sogno collettivo.

Questo è stata la creatura di Gaiman, che nella sua eredità ha però rivelato la sua natura fortemente antidemocratica, tant’è che l’autore stesso, nei suoi lavori successivi, tra fumetti e romanzi, ha continuato una missione personale che al giorno d’oggi non conosce ancora una fine. Allo stesso tempo ci sono stati numerosi tentativi di altri di intercettare lo stile, sia narrativo che visivo, di creare spin-off, di emulare e financo azzardare incursioni. Si è rimasti solamente a limare l’apparenza di ciò che è.

Allora forse ancora più di un sogno collettivo, si può parlare di un sogno non replicabile da nessun altro, un sogno personale talmente potente da accogliere l’inconscio altrui, ma che poi torna sempre al suo sognatore, quello originale, l’unico che ha la consapevolezza che un sogno non è mai solo un sogno e che i confini del sonno non lo possono contenere. Sognare per varcare il confine stesso tra mitologia e narrazione.