Spiderhead, la recensione: di respirare la stessa aria di un secondino non mi va

7 giorni fa

6 minuti

Chris Hemsworth

Con la recensione di Spiderhead vi parliamo di uno degli ultimi, speriamo, paradossi temporali del mondo cinematografico, dato che l’originale Netflix ha debuttato su piattaforma mentre in sala c’era ancora il film precedente del suo regista, Joseph Kosinski, cioè (il bellissimo) Top Gun: Maverick.

Il che in realtà ci permette anche di fare una riflessione sulla logica che può muovere un autore a passare da un film del genere ad un altro completamente diverso. Si potrebbe ipotizzare per esempio che lo streamer di rosso vestito abbia trovato un accordo con l’ex architetto di Marshalltown proponendogli un progetto che prometteva essere più piccolo e personale dopo un blockbuster al servizio della storia del franchise che rappresenta.

E, di fatto, la pellicola si presenta esattamente secondo questo copione.

Un piccolo thriller sci-fi distopico tratto da un racconto breve di una grande penna come George Saunders (trattasi di Escape from Spiderhead), ambientato praticamente tutto al chiuso nello stesso luogo e con una storia intima e psicologica invece che action e spettacolare (anche se qualcosina c’è) e con dei topoi in linea con altri lavori sci-fi di Kosinski, come Oblivion e Tron: Legacy. Persino la scelta delle star da copertina ha un’apparenza molto intima, dato che al fianco Chris Hemsworth (che è anche produttore, ma di questo parliamo più avanti) c’è Miles Teller, che ha l’aria di essere ormai un afecionados di Kosinski, visto che hanno collaborato anche nell’altra pellicola citata.

I dolori arrivano quando pensiamo che ad adattare il racconto per lo schermo sono stati Rhett Reese e Paul Wernick, quelli di Deadpool, Benvenuti a Zombieland e Life. Informazione che ci ricollega direttamente a ciò che abbiamo detto poco sopra: Hemsworth produce, o meglio, il film fa parte di un contratto di collaborazione che ne prevede 4 (l’altro è già disponibile ed è Interceptor) tra l’attore e Netflix per rilanciare il cinema australiano. In pratica lui decide più o meno che parte ritagliarsi, lui e (da leggere con tono grave) l’algoritmo hanno mandato di indirizzare nomi di autori e maestranze.

Quindi, vi chiedo, quanto è ancora un film personale e intimo? Poco.

È difficile integrare un’anima autoriale e il format dello streamer? Tanto, ma non diciamo nulla di nuovo.

Meditiamo sulla natura del titolo.

Ma prima vedetelo, Spiderhead è su Netflix dal 17 giugno 2022.

Umori in provetta

In un luogo non meglio precisato, ma bellissimo (io una vacanza ce la farei tranquillamente), c’è una prigione di lusso detta Spiderhead, dove i più feroci, ribelli e screanzati avanzi di galera possono scegliere di andare piuttosto che finire di scontare le rispettive pene in situazioni piuttosto spiacevoli alla 41bis.

La struttura è a porte aperte, ci sono molte attività, cibo in abbondanza, letto caldo, camere accoglienti e chi più ne ha più ne metta. La fregatura? Per poterci soggiornare bisogna accettare di sottoporsi a vari esperimenti consistenti nella somministrazione di droghe in grado di alterare radicalmente lo stato temperamentale delle persone, terrorizzandole a morte, rendendole docilissime, particolarmente in calore e molto molto molto divertite.

Il tutto è gestito da Steve (Hemsworth), un belloccio geniale e amico dei detenuti, con i quali esulta per le cose belle e soffre per le cose brutte, tipo torturarli per colpa di qualche misterioso cattivone facente parte di un fantasmatico consiglio di amministrazione.

D’altronde il suo obiettivo è quello di salvare il mondo, mica e pizza e fichi.

Spiderhead

Bello, simpatico, nobile e intelligente, il sogno di tutte le suocere. Dov’è la fregatura? Perché la fregatura c’è sempre.

Come diceva qualcuno: “Se senti una storia troppo bella per essere vera, allora non è vera“.

Per indagare il film si affida a Mark (Teller), uno dei detenuti della struttura, che da brava cavia piena di voglia di punirsi, si affeziona ad una sua compagna si sventura, tale Lizzy (Jurnee Smollett), scoprendo qualcosa per cui ricominciare a volersi bene e, soprattutto, a volere bene agli altri.

È un bravo ragazzo dopo tutto.

Caratteristica in virtù della quale arriverà allo scontro con il suo secondino / amico degli ultimi Steve, avventurandosi verso un finale che manderà all’aria tutti i presupposti della pellicola, ivi compreso quello che la orientava ad essere un thriller psicologico e distopico per diventare un action in stile blockbuster americano.

Che sia questo invece il punto di connessione tra le due pellicole di Kosinski?

Perché acconsentire

Facendo ordine, Spiderhead ha il cruccio di avere diverse anime da far convivere, fondamentalmente due (nulla di che, succede a tanti e a tanti di più sempre più spesso).

La prima riguarda un discorso molto interessante sulla funzione che possono assumere le emozioni quando sono manipolate (l’idea di un device a distanza che regola come il volume di un brano la quantità di un determinato umore nell’organismo è molto carina) da cui deriva il gioco psicologico che Steve costruisce per dominare i detenuti.

Sono persone che hanno qualcosa da espiare della loro vita passata e dunque sono pronte a mettere da parte loro stesse molto più facilmente, specialmente se sotto il ricatto del “siete solo voi che, acconsentendo agli esperimenti, potete evitare che in futuro si creino altri voi“.

Una frase che riassume in pieno il leitmotiv con cui il film si diverte a tenere in scacco lo spettatore (o almeno ci prova), il quale, facendo fatica ad orientarsi tra il proprio panorama emotivo, dovrebbe far fatica a leggere dentro il cattivone di turno.

Spiderhead

Discorso che si intreccia con una parte registica cara a Kosinski, che costruisce un thriller enigmatico, lento e compassato, in grado di flirtare alla perfezione con le strutture architettoniche della struttura nella quale è ambientato, uno degli aspetti filmici con cui l’autore è più bravo a comunicare.

Poi c’è la seconda anima. Ovvero una scrittura dei personaggi grossolana e una direzione attoriale praticamente nulla (e non veniteci a parlare di una recitazione volutamente estrema) al servizio di una storia così banalmente raccontata da non riuscire mai a far empatizzare lo spettatore con le vittime delle torture, anche quando soffrono o si ritrovano di fronte a scelte cruciali. Su questa criticità interviene come una detonazione la parte ironica dello script, che scorre forte nel personaggio di Hemsworth, il quale ne esce meglio degli altri solo perché gli altri sono drammaturgicamente nulli, e propone in continuazione battute, gag e simpatiche musichette che riducono i momenti drammatici in semplici siparietti scherzosi.

La cosa peggiore, come già accennato, di Spiderhead è però il finale, che dimostra come in realtà delle tematiche sci-fi proposte non importa veramente nulla a nessuno, mandando all’aria tutto quanto ciò che si era costruito e sconfessando anche il tono stesso della pellicola. L’unica cosa che concede allo spettatore con cui identificarsi è la risata isterica.

Spiderhead è disponibile su Netflix dal 17 giugno 2022.

55
Spiderhead
Recensione di Jacopo Fioretti Raponi

Spiderhead è il nuovo originale Netflix diretto da Joseph Kosinski e con protagonisti Chris Hemsworth, anche produttore, e Miles Teller. Si tratta di un thriller sci-fi distopico interamente ambientato in una struttura facente funzione di prigione di lusso dove i detenuti acconsentono a sottoporsi a degli esperimenti sulla manipolazione a distanza dei tratti temperamentali, banalmente le emozioni. Il setting, così come l'impostazione della regia, solida, lenta e pesante, e il discorso sulla manipolazione sono molto interessanti, al contrario di una parte ironica spiacevole, un lavoro sugli attori praticamente nullo e un finale che sconfessa tutto quello che è stato il film, sia per forma che per contenuto.

ME GUSTA
  • Molto interessante il discorso sulla manipolazione delle emozioni.
  • Dal punto di vista architettonico la struttura è interessante.
FAIL
  • Le prove degli attori sono problematiche.
  • L'aspetto ironico della pellicola è fuori luogo quasi sempre.
  • La storia è molto banale, nonostante le ottime premesse.
  • Il finale non è per niente in linea con la pellicola nel suo complesso.
Hustle, la recensione: non sono i chilometri, amore, sono i giocatori
Hustle, la recensione: non sono i chilometri, amore, sono i giocatori
The Adam Project, la recensione: non si ha mai abbastanza tempo
The Adam Project, la recensione: non si ha mai abbastanza tempo
Un bambino chiamato Natale, la recensione: le origini di Babbo Natale
Un bambino chiamato Natale, la recensione: le origini di Babbo Natale
Don't Look Up, la recensione: quando il "what if" si confonde con la realtà
Don't Look Up, la recensione: quando il "what if" si confonde con la realtà
Tick, Tick... Boom!, la recensione: una generazione in spartito
Tick, Tick... Boom!, la recensione: una generazione in spartito
Red Notice, la recensione: c'è del cinema in questo meta?
Red Notice, la recensione: c'è del cinema in questo meta?
Kate, la recensione del film action Netflix con Mary Elizabeth Winstead
Kate, la recensione del film action Netflix con Mary Elizabeth Winstead