Telecamere di videosorveglianza hackerate: la polizia italiana smantella due organizzazioni di ‘guardoni’

La polizia postale e la procura di Milano hanno smantellato due organizzazioni criminali, accusate di aver hackerato diverse telecamere di videosorveglianza private per poi venderne l’accesso online. L’operazione è stata chiamata Rear Window, nome originale del film cult di Hitchcock.

Un vero e proprio giro criminale che si estendeva in tutto il mondo. C’era chi pagava per noleggiare l’accesso alle telecamere e spiare dentro le case, mentre altri si limitavano ad acquistare i video con i momenti ‘più salienti’.

Un catalogo per tutti i gusti: dalle abitazioni agli uffici, passando per gli spogliatori di palestre e piscine, oltre che le stanza d’albergo. Il contenuto più richiesto lo potete immaginare: «L’obiettivo finale – scrive Milano Today – era infatti quello di carpire immagini che ritraessero le ignare vittime durante la consumazione di rapporti sessuali o atti di autoerotismo».

Le indagini sono partite nel 2019 grazie a due segnalazioni, una delle quali nata da un’operazione contro la pedopornografia della polizia neozelandese, che aveva portato all’identificazione di un italiano. Dopo aver sequestrato il telefono dell’italiano, la polizia postale ha scoperto anche diversi filmati provenienti da quelle che inequivocabilmente erano case private.

Poi una seconda segnalazione, questa volta da un italiano che aveva scoperto online i filmati rubati dalle telecamere di una piscina da lui frequentata. Una casualità che ha portato alla nascita di un’indagine parallela, contro un secondo racket.

I numeri dell’operazione Rear Window:

  • 50TB di materiale sequestrato
  • Undici indagati, tra cui uno svizzero e un ucraino che attualmente risultano irreperibili
  • Le vittime sono diverse migliaia. Tutte persone ignare, con l’unica colpa di aver frequentato la palestra sbagliata o non aver protetto con una password adeguata le loro telecamere di videosorveglianza

Nonostante si parli di un sopruso agghiacciante, per il momento di certo c’è soltanto l’accusa per accesso abusivo a sistemi informatici (pena massima nel nostro ordinamento: tre anni di reclusione) e associazione a delinquere, ma la procura sta verificando se ci sono i presupposti per contestare altri possibili ipotesi di reato, tra cui la detenzione di pornografia minorile.

I due gruppi criminali agivano come una piccola azienda del crimine, con ruoli e competenze ben definitive. C’erano gli hacker incaricati di scandagliare la rete a caccia del maggior numero di impianti di videosorveglianza connessi ad internet e mal protetti. Poi un secondo gruppo era incaricato di scandagliare la massa, a caccia delle case più appetibili per la clientela di vouyeristi. Alcune volte i video venivano rifiutati perché la qualità delle riprese non era soddisfacente. Infine c’era la fase di vendita, che avveniva rigorosamente su Telegram.

Le immagini venivano proposte ad un pubblico di oltre 10.000 potenziali clienti. I filmati veri e propri venivano poi caricati esclusivamente su un gruppo Telegram segreto. Il prezzo per entrare? 20 euro in criptovalute. Per ottenere l’accesso permanente alle telecamere bisognava pagarne altrettanti.

Uno dei due gruppi criminali, grazie a questo mercatino, aveva tirato su almeno 50.000 euro in criptovalute.

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