Red Rocket, la recensione: bye bye bye California

9 mesi fa

6 minuti

Simon Rex e Suzanna Son

Non è mai facile, un ritorno non è mai impresa da niente. Specialmente quando è puramente un’illusione. La solita vecchia storia, sapete? Siamo cambiati noi e, dunque, è cambiato tutto. Forse è cambiato Mikey, sicuramente vuole continuare a cambiare Sean Baker, il più grande tra le fila degli autori indie americani, che non si fa problemi a mostrare ad ogni inquadratura il malessere del suo protagonista nel suo rivivere quelli che un tempo erano i suoi luoghi. Troppo figo per lavorare, troppo cool per abbassarsi alla classe media dei facinorosi operai della raffineria della città. Antieroe dell’America del Presidente coi capelli biondi, al centro di un’altra versione del fallimento del Sogno Americano. Capita anche a chi cade sempre in piedi di ritrovarsi fanalino di coda e Baker non si è mai tirato indietro quando ha dovuto raccontare le storie di rinascita degli emarginati. Anche quelli scomodi, soprattutto quelli scomodi.

Nella recensione di Red Rocket vi parliamo della prima pellicola del regista del New Jersey in concorso a Cannes, il precedente Un sogno chiamato Florida fu presentato nel 2017 “solo” alla Quinzaine. Una variazione, come quello che lo ha portato nel nostro Paese, non più il Torino Film Festival, ma l’ultima Festa del Cinema di Roma, la 16esima edizione per l’esattezza.

Non è il Baker che in Tangerine riprende l’azione con tre iPhone, ma non è neanche quello dell’uso del digitale, stavolta si affida al 16mm, sintomo di un autore in movimento, che cerca di continuare ad esplorare le tematiche che sempre gli sono state a cuore, ma anche la forma a cui affidarsi.

E come linguaggio stavolta sceglie la commedia, avvalendosi di una leggerezza che a volte è mancata nella narrazione film e azzeccando Simon Rex come protagonista, che con il mondo del porno qualcosina ha avuto a che fare, ma correndo il rischio di una banalizzazione.

Una strada costellata di pericoli, quella per la costruzione del suo antieroe ideale.

Dai set cinematografici alle strade di periferia

Siamo nell’estate pre-elezione trumpiana negli Stati Uniti, coordinate temporali del ritorno di Mikey “Saber” Davis (Rex) a Texas City, luogo dove è nato e cresciuto prima di partire per la California e diventare un attore e produttore di successo nell’industria del cinema hard. Un successo che, come nel più classico dei casi, si è sciolto come neve al sole a causa proprio dello stesso Mikey, progressivamente inghiottito da uno stile di vita notevolmente impegnativo, sia dal punto di vista fisico che finanziario.

Una serie di scelte sbagliate che lo hanno ricondotto nel luogo da cui si era così felicemente allontanato.

E quindi eccolo lì, sulla soglia della porta di casa dove la sua ex moglie e partner in crime Lexi (Bree Elrod) vive con la madre, una adorabile coppia che passa le proprie giornate tra una fumata di crack e qualche insulto al Partito Democratico in televisione, pregandole di essere di nuovo accolto. Magari per un paio di settimane, poi si vedrà. Le due non sembrano essere in realtà molto inclini ad accogliere un tale scavezzacollo (detto da loro è tutto dire), ma Mikey è e rimane un attore, dunque riesce infine a trovare un modo per rientrare in casa.

Red Rocket

Qui inizia la nuova vita dell’ex giovane, che tanto nuova non è, costantemente portata avanti sul filo dello sfratto, mentre finge di essere un uomo con la voglia di rimettere la testa a posto, mentre si aggira in bicicletta tra le strade della città spacciando l’ebra che con grande fatica è riuscito a farsi affidare dalla gang locale, anch’essa tutta quanta rappresentata da donne.

Le donne sono croce e delizia di Mikey, il quale, al netto di una amicizia assolutamente sincera con il vicino di casa, si avvicina a Strawberry (Suzanna Son), la bellissima Lolita dai capelli rossi commessa del negozio di ciambelle dove usano andare a rifocillarsi gli operai delle raffinerie che caratterizzano probabilmente l’esistenza di un centro urbano altrimenti sperduto nel mezzo di una fatiscente paesaggio rurale (it’s the Baker’s way).

Bellissima e letale?

Forse, tra i due nasce qualcosa soprattutto per le promesse del fu Saber, convinto (o forse solo convincente) di poter fare di lei la prossima nuova star del mondo del porno.

Un adorabile “Suitcase Pimp”

Non è la prima volta che Sean Baker affronta la tematiche inerenti al mondo del porno (vedi alla voce Starlet) e adesso come allora decide di approcciarcisi tangenzialmente e in maniera quasi chirurgica, in questo caso concentrandosi su un piccolissimo gruppo di talent maschi dell’industria hard, denominati “suitcase pimp”.

Trattasi di individui operanti nel mondo del porno che per sostenersi sponsorizzano delle nuove leve femminili, in qualità di scopritori (eventuali), ma soprattutto mentori. Abitanti abusivi di quel confine grigio dove legalità e illegalità, ma soprattutto moralità e deprecabilità, si incontrano.

L’espressione perfetta della mascolinità tossica e anche un po’ abusante, per capirci.

Questo vuole essere Mikey e questo vuole fare con Strawberry e intorno a questo ruota il film, che però trova una soluzione scontata e un po’ infantile che poco appartiene ad un autore troppo delicato e troppo intelligente per mortificare la vicenda ed esaurirla intorno in modo così spicciolo. Anche l’umiliazione va raccontata in un certo modo per essere funzionale.

Baker ripropone il suo invidiabile stile visivo, riuscendo a giocare anche solo con gli elementi dell’arredo delle case e, ancora di più, con il paesaggio urbano dove ambienta le sue storie suburbane per raccontare la crisi di valori di una società che si è autodistrutta dopo la perdita di una integrità prima di tutto umana che ancora oggi millanta di voler inseguire.

Stavolta decide però di ribaltare il punto di vita e di offrire una speranza, abbracciando un antieroe simpatico (o almeno venduto come tale) e opponendolo ad una comunità femminile molto forte, che lo sovrasta in ogni occasione. In questo meccanismo da uomo “nudo” e solo, che si spaccia per ciò che non è che viene picchiato da improbabile coppie campagnole (di quelle alla Elegia Americana di Howard per capirci) interviene la commedia, che però tradisce Baker alla fine dei conti. Portando ad una semplificazione dei personaggi e dello scontro che mal si sposa con la delicatezza e la profondità che è tipica dei suoi film e che solo si intravede in questa occasione. C’è una vicenda al centro commerciale veramente significativa, che denota in toto le qualità di scrittura e di regia di Baker.

Red Rocket è dunque la continuazione di un percorso autoriale brillante, originale e assolutamente necessario per il cinema americano (questa cosa non la scopriamo certo oggi) che per essere dolce rischia di divenire impalpabile. Andiamo avanti, la strada è quella giusta.

Red Rocket arriva nelle sale italiane il 3 marzo 2022.

70
Red Rocket
Recensione di Jacopo Fioretti Raponi

Red Rocket è l'ultimo lungometraggio del miglior regista indie americano, Sean Baker, presentato in Italia alla 16esima Festa del Cinema di Roma dopo il passaggio a Cannes74. Prima volta in concorso per il cineasta del New Jersey, che aveva partecipato solo al Quinzaine con il suo lavoro precedente. Si torna a parlare degli ultimi, degli emarginati della società americana contemporanea, catturati e raccontati nei luoghi suburbani dove cercano di resistere al fallimento del Sogno Americano, che ha colpito anche loro. Baker stavolta però ribalta la prospettiva, presentandoci un antieroe proveniente dal mondo del porno con il viso di Simon Rex, raccontato con un linguaggio da commedia. Una versione più leggera del modo di fare del regista, che da prova ancora una volta dell'originalità e dell'importanza del suo sguardo, stavolta orientato alla denuncia della mascolinità tossica contrapposta al nuovo "regime" femminile, ma rischia una semplificazione che ne mortifica notevolmente gli intenti.

ME GUSTA
  • L'esplorazione dei luoghi che fanno da ambientazione alla vicenda.
  • La conferma di una regia intelligente e chirurgica.
  • La delicatezza delle storie di contorno alla principale.
FAIL
  • La superficialità della risoluzione riguardante la mascolinità tossica.
  • Il modo ambiguo in cui si costruisce l'antieroe.
  • Troppo semplicistico lo scontro tra il protagonista e il mondo femminile.
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