“Un criminale, non un giustiziere.” Così si presentava, anzi veniva presentato, Diabolik, il personaggio creato dalle sorelle Giussani, o meglio, creato da Angela, la maggiore, se proprio vogliamo essere puntigliosi, ideatrice e sola sceneggiatrice per i primi tre albi prima di essere raggiunta dalla sorella Luciana.

Erano gli inizi degli anni ’60 e il mondo del fumetto italiano non sarebbe mai stato più lo stesso, investito dal tornado edito Astorina, protagonista di un successo, probabilmente, mai così travolgente per dimensioni, eco e velocità. Le stime parlano di circa 150 milioni di copie vendute dalla sua nascita, tenendo conto di rimpasti, riorganizzazioni di uscite ed edizioni.

Eppure, nonostante questi incredibili risultati, che hanno portato ad un adattamento del famigerato ladro sul grande schermo appena 6 anni dopo, sulla scia di un fenomeno di costume ormai sulla bocca di tutti, la sua vicenda con il mondo della settima arte non è stata mai fortunata.

Almeno non nel modo in cui era lecito aspettarsi.

Entrambe le sue trasposizioni, la prima nel 1968, ad opera di un fenomeno assoluto come Mario Bava, né questa ultima, uscita al tramonto dello scorso anno, primo capitolo di una trilogia girata in back to back (già sono in corso le riprese della seconda parte), dal duo composto dai fratelli Manetti hanno infatti solo confermato una polarizzazione sta tra la critica che tra il pubblico, nella migliore delle ipotesi.

Il mancato successo almeno in termini di prima accoglienza, nella più completa controtendenza con l’alter ego su carta stampata, non è però l’unica cosa che “i due Diabolik” hanno in comune. Anche se la produzione dell’ultimo abbia cercato in ogni modo di “riparare” le accuse mosse contro l’opera del maestro del cinema di genere e far contenti sia i fan più sfegatati che i nuovi, curiosi, avventori.

Le due pellicole infatti, nonostante le premesse artistiche fossero fondamentalmente agli opposti, hanno poi delineato una traduzione accostabile per tante ragioni, che ci crediate o meno, e forse andranno incontro ad un destino altrettanto simile, ma questo lo vedremo più in là.

Diabolik ed Eva Kant

Per ora possiamo sbilanciarci sulla loro comune incapacità di sfatare il mito che un mito (ah ah) come il personaggio delle Giussani sia di impossibile trasposizione sul grande schermo. C’è da argomentare un po’, ovviamente.

Ma facciamo un po’ d’ordine prima, vi va?

Gli occhi della notte

1962, Angela Giussani, sposata con Gino Sansoni, proprietario della casa editrice Astoria (lo specifichiamo solo perché il marito ebbe un influenza non solo commerciale, ma anche artistica nella nascita e nell’evoluzione del personaggio e del fumetto in generale), crea un personaggio in grado di abbracciare tutti i criteri delle pubblicazioni popolari di facile consumo e mischiarli con quelli della cronaca nera che riempiva gli occhi e i cuori (non nel senso troppo buono) del popolo italiano. Non solo, in grado di  affrontare da un nuovo punto di vista il tema della moralità e ribaltare la prospettiva del rapporto uomo / donna, nello specifico portandolo su un livello infinitamente più avanti con i tempi rispetto a quelli della sua uscita. Il tutto rendendo il fumetto accattivante e fruibile a tutti.

Alta letteratura, originaria dai romanzi di appendice a tinte forti, soprattutto transalpini (per ovvi motivi), quindi feuilleton, in cui vige la regola dell’analessi, i perfetti sposi dell’edizione tascabile, cioè veloci e appaganti, pensati per appassionare i pendolari, i lettori dopolavoristi e, in generale, per un consumo più ampio possibile.

Diabolik

I riferimenti maggiori furono Fantômas, Lupin e Rocambole. Soprattutto il primo a dir la verità, di cui alcune sequenze furono prese esplicitamente nelle prime storie di Diabolik, probabilmente per il suo carattere che gli permetteva maggiormente di staccarsi dalla comfort zone del ladro gentiluomo per arrivare a rappresentare un mondo che rimescolava la moralità della cronaca nera, riuscendo a divenire un antieroe molto più complesso.

La rivoluzione più intuibile e più potente, forse, fu proprio il ribaltamento dello schema “protagonista buono / antagonista cattivo”.

Il personaggio delle sorelle Giussani è il Re del Terrore, non un vigilantes, ma un fuorilegge cinico e spietato, un assassino non curante e molto poco conciliante, almeno fino all’arrivo di Eva Kant, un personaggio che definire spalla è sensibilmente riduttivo, dato che permise di formare quel duo che rivoluzionò ulteriormente il concetto di ambiguità di un protagonista nel mondo dei fumetti e i rapporti di potere nella coppia. Lo stesso che in un certo senso permise anche il compimento del triangolo con Ginko, il rappresentate del mondo civilizzato e l’unico che si rende realmente conto della complessità della minaccia di Diabolik.

L’uomo che teme il simbolo, che ne capisce l’enorme carica concettuale, pericolosa ben più delle sue doti criminali. E non è che quelle fossero trascurabili.

Il terzo incomodo

Dal successo enorme e senza precedenti il passaggio in un nuovo media è breve e naturale. Un’opportunità di raggiungere un nuovo pubblico e di ampliare ulteriormente consenso e conoscenza nella maniera più veloce e trendy possibile. Questo probabilmente pensarono le sorelle Giussani quando appoggiarono l’idea di un film sulla loro gallina dalle uova d’oro: un modo di legittimarla, nobilitarla anche sul grande schermo.

Una grande produzione, facente capo ad un gigante nostrano come Dino de Laurentis e una pellicola “facile” e dal successo assicurato. Un cinema commerciale, di sistema, quello che oggi sono i cinecomic del MCU, ovvero “coloro che tengono a galla l’intero indotto mondiale”. E allora perché Mario Bava? Un maestro del cinema di genere, uno dei più bravi della nostra tradizione, ma assolutamente in controtendenza con la figura dell’addetto ai lavori in grado di mettersi al servizio degli scopi produttivi di una pellicola. Incapace di mettersi da parte e di mettere da parte la proprio autorialità.

Una sfida per lui, che fu più volte recalcitrante, e un rischio enorme per De Laurentis e le Giussani.

Un terzo incomodo d’eccellenza, che poteva rovinare i piani di tutti.

Il risultato fu un film che usò più o meno un terzo della per niente trascurabile batteria da fuoco messa a disposizione del regista (Bava era fatto così, che ci volete fare), la colonna sonora curata da sua maestà Ennio Morricone ne è un esempio, e che fu distrutto dalla critica nostrana quasi all’unanimità. Discorso ben diverso per quanto riguarda l’estero, da cui arrivarono da subito diversi apprezzamenti (i Cahiers, ovviamente).

La cosa più grave però fu, come ampiamente pronosticabile e pronosticato, il malcontento tra i fan più appassionati del fumetto.

Il punto di partenza per la sceneggiatura furono tre famose storie del fumetto (Lotta disperata, Sepolto vivo e L’ombra della notte), messe insieme in maniera “leggermente” forzata, ottenendo una vicenda tagliata, ehm, montata con l’accetta, quasi come se essa in realtà fosse solo un pretesto per parlare di altro.

Quasi come se.

Diabolik

Diabolik di Bava fu un’opera provocatoria, futuristica, psichedelica, furba perché resa naïf, pur essendo assolutamente consapevole della provocazione insita nella sua natura. E non si parla della cura cromatica per l’adattamento di un personaggio in b/n o del cambio di colore del costume del protagonista, ma della volontà di sabotare un cinema addomesticato facendo un film su un personaggio che, per vocazione, è un distruttore di leggi, regole e convenzioni.

Un protagonista che ruba i soldi solamente per fare l’amore con la sua Eva coperti di banconote, un agente del caos senza intellettualizzazioni. Operazione di scrittura che fece le fortune anche della (non) logica dietro i personaggi di Arancia Meccanica di Kubrick e il cui goffo tentativo di spiegazione portò allo scioglimento molto fiacco del Joker di Nolan (non di Ledger, ma di Nolan).

Rimane il fatto che il film che svuotò completamente il senso culturale e contenutistico dell’opera da cui traeva spunto.

Ecco il motivo del perché le Giussani divennero al quanto poco permissive nel concedere delle libertà nei riadattamenti successivi. Celebre la frase “Quello non è Diabolik!“. Tutto ciò non gli impedì comunque di acquisire lo status di cult nel corso del tempo (come spesso avviene fra l’altro), premiando ancora una volta la frase profetica di Sergio Leone, e arrivando a meritare, per alcuni, la considerazione di manifesto della Pop Art.

John Phillip Law - Marisa Mell

L’altra nota positiva riconosciuta a distanza di anni furono le prove ispirate di Michel Piccoli e Marisa Mell, al contrario di quella di John Phillip Law, l’interprete principale.

Insomma, il Diabolik del 1968 è cinema che deve essere “del sistema”, commerciale, mainstream, ma che che “si è tirato indietro”, che è andato da un’altra parte.

Come quello dei Manetti Bros. anche se nella maniera opposta.

“Non un film su Diabolik, ma un film di Diabolik.”

Dopo la serie televisiva animata di inizio millennio Diabolik: Track on the Panther, produzione nata dalla collaborazione tra Saban International, Fox Television (USA), M6 (Francia) e Mediaset (Italia), ulteriori 20 anni di silenzio, in cui il fumetto ha continuato il suo percorso di eccellenza nel panorama nostrano (con tutti i limiti del mercato, di cui non staremo di certo qui a trattare, soprattutto per manifesta incapacità).

Poi, durante l’edizione 2018 delle Giornate professionali di Sorrento, l’annuncio della realizzazione di un uovo film, prodotto da Mompracem e Rai Cinema in associazione con la casa editrice Astorina e con il sostegno delle Film Commission di Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia e Valle d’Aosta. L’idea? La folle idea più che altro. Proprio di Antonio e Marco, i Manetti Bros, grandissimi fan del personaggio.

Diabolik

Da lì è un tutto un crescendo di attesa, dal coinvolgimento di Mario Gomboli, storico curatore del fumetto nonché attuale direttore generale di Astorina, e La Neve al soggetto e alla sceneggiatura all’annuncio di un cast di eccezione guidato da Luca Marinelli (tranne che per gli occhi), Miriam Leone e Valerio Mastandrea. A contribuire anche il budget molto importante (10 milioni), l’attesa prolungata dovuta anche alla pandemia e le dichiarazioni sibilline su italianità, fedeltà al fumetto, rifacimento al noir e il solito, molto spesso controproducente a livello di marketing, velo di silenzio su qualsivoglia notizia sui lavori in corso. C’è stata l’indiscrezione della presenza dei due brani di Manuel Agnelli in colonna sonora in realtà, molto belli entrambi, anche se non adoperati nel modo migliore (scusate, mi sono lasciato andare).

Uscito il mese scorso (16 dicembre) e tuttora nei cinema, Diabolik dei Manetti vive una situazione molto simile a quello di Bava, avendo incontrato una feroce prima stroncatura della critica italiana, che lo etichetta come irricevibile; un’operazione deludente da ogni punto di vista, soprattutto per il tipo di film che doveva essere.

Basato su L’arresto di Diabolik, storia numero 3, che segna l’arrivo di Eva Kant (tra l’altro un albo fonte di numerosissime controversie all’epoca), la pellicola è confezionata per essere un noir anni ’60, dalla recitazione al montaggio, completamente dedita ad una cura filologica di altissimo livello. Al netto delle critiche, questo è da sottolineare, senza se e senza ma. Tanta Pantera Rosa di Blake Edwards (non a caso 1963), ma senza la pantera, o al limite con tanta pantera nera, anche se il fulcro vivo della narrazione stavolta è soprattutto il personaggio di Miriam Leone.

Plastico, asettico, rigido, senza humor o erotismo di sorta, arrivando a sfiorare l’innaturalezza totale e diventando una traduzione fuori dal tempo cinematografico di appartenenza.

Traduzione? Ancora cinema mainstream promesso e non mantenuto da un lavoro che si è smarcato dal ruolo per fare del pensiero autoriale il suo marchio di fabbrica. Ovvero, come nel caso del 1968, seppur con intenzioni, finalità e spiegazioni ovviamente diverse, quasi agli antipodi. Per esempio in questo caso c’è ben poco da sabotare e molto più da pensare alla credibilità dello spirito naïf.

Miriam Leone - Luca Marinelli

Non quello di cui l’Italia avrebbe bisogno, secondo alcuni (e per più di una ragione condivisibile direi) per replicare il fenomeno oltreoceano che sta rappresentando l’eccezione in un circuito che va così male da aver visto riconsiderati in positivo risultati che fino a poco tempo fa sarebbero, solamente, disastrosi.

Uscire dai canoni commerciali per rispettare, stavolta, fino all’ossessione, la coerenza culturale e contenutistica del materiale di riferimento.

La critica della seconda ora sembra già essere in realtà più tiepida nei confronti del titolo, magari diventerà veramente un cult come il suo omonimo gemello diverso, tempo al tempo.

Di certo c’è la conferma, in entrambi i casi, per motivi affini e allo stesso tempo diversissimi, dell’impossibilità di un adattamento nazionalpopolare di un fenomeno di costume, che dal pop è nato, nel pop è vissuto e con il pop ha avuto successo, come Diabolik, al cinema.

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