Petite Maman, la recensione: uno spazio per prendersi per mano

7 mesi fa

6 minuti

Riconoscere l’importanza del confronto come necessità fondamentale del comportamento umano è una delle tematiche più affrontante dal cinema moderno. Spesso però, nelle pellicole dedicate all’argomento, si è peccato di un certo sovraccarico in termini di dialoghi, dimostrando come spesso il confronto vero e proprio non passa per le parole, anzi, dimostrando ancora di più come il non detto sia ciò che segna la differenza tra uno scambio arricchente o meno. Tali pellicole si sono moltiplicate durante l’esperienza del lockdown, declinando la discussione in varie forme, ma tutte spinte dalla ritrovata necessità di esplorazione dopo un momento che ci ha impedito una socialità reale con l’altro.

Nella recensione di Petite Maman di Céline Siamma, in concorso alla XIX edizione di Alice nella città, vi parliamo di un film creato per essere un’opportunità di dialogo, quella tra gli attori più importanti, figli e genitori, partendo (e avendo cura di mantenere sempre) dal punto di vista di chi da questa contemporaneità isolante ne ha pagato il prezzo maggiore, ovvero i bambini. Coloro che spesso si trovano già tagliati fuori dai discorsi “degli adulti” e che di recente hanno vissuto un estraniamento ancora più potente.

Al contrario del filone sopracitato però la regista francese non carica assolutamente di dialoghi la sua pellicola, ma, anzi, lavora di sottrazione, scegliendo con cura le parole e attenendosi ad una struttura molto scritta e molto lineare, con in mente un solo scopo.

Farci dono di lei e della sua infanzia per spingerci a rivivere la nostra.

Due bambine e una capanna

È un triste motivo quello che porta la piccola Nelly (Joséphine Sanz) e i suoi genitori a tornare alla casa di campagna dove sua madre Marion (Nina Meurisse) è cresciuta, infatti la nonna è da poco venuta a mancare e la famiglia è stata chiamata al doloroso cerimoniale di raccolta degli effetti della defunta. Un percorso delicato che porta ad una rievocazione di ricordi e sentimenti sospesi, che dopo il lutto possono vedere il proprio senso trasfigurato e, finanche, capovolto.

In questo caso il luogo dove hai passato la tua infanzia può diventare uno spazio vuoto, un’abitazione spoglia, di cui ti ricordi solamente le ombre che ti impaurivano le notti passate in camera tua e da cui, adesso, vuoi solo fuggire. Questo è quello che prova Marion, un mondo intimo con il quale Nelly cerca di entrare in contatto, ma dal quale viene esclusa dalla donna, inconsapevole (forse) del bisogno della figlia di vedere con i suoi occhi ciò che la vita la sta costringendo ad affrontare.

Conoscere la madre per leggere la sua esperienza dolorosa.

Petite Maman

Questo è il motivo che la porta nel bosco dietro l’abitazione, dove la madre, durante l’infanzia, costruì una capanna di cui ancora tesse le lodi. Lì, in quel posto da sempre magico nella testa della bambina, Nelly fa la conoscenza di un’altra Marion (Gabrielle Sanz), ma della sua stessa età.

Una temporanea vicina di casa che sembra abitare nella sua medesima casa, o almeno una versione molto simile, la differenza è che al suo interno c’è anche la madre di questa Marion, una signora spesso allettata e costretta a muoversi usando l’aiuto di un bastone, uguale a quello che Nelly ha conservato come ricordo della nonna, unico effetto personale preso per sé dalla casa di riposo dove la donna è mancata.

Futuro e passato

Dopo il successo di Ritratto della giovane in fiamme, la Sciamma, uno dei nomi più importanti del cinema d’autore francese contemporaneo, torna a raccontare una storia che riguarda il mondo infanzia, come fece in Tomboy ormai 10 anni fa. Questa volta però scrive una pellicola più corta, più semplice e forse anche più bella.

Decide di presentarla al festival di Berlino, invece che a Cannes (come è solito fare), pur essendosi tenuto nella sua versione in digitale, dopo averla girato durante il lockdown, quasi a voler sottolineare come il cinema, nella sua dimensione fortemente intimista, sia in grado di raggiungere tutti, anche nel momento di massima crisi distributiva per quanto riguarda i canali in presenza.

Impresa che la regista vince scrivendo una storia piccola, in tutti i sensi, per mettere in scena una macchina del tempo senza sensazionalismi di alcuna sorta, anticipata solamente da un giocattolo vecchio, che per usura si rompe, e mostrandosi con il volto sorridente di una bambina in cerca di un’amica a cui offrire una tazza di cioccolato caldo.

Una favola raccontata con un realismo magico che si basa sulla trovata dello specchio come distorsione del tempo, mezzo immaginifico che permette di alterare la linearità di presente e futuro. In questo allineati nel contemporaneo.

Stendersi su un prato ed immaginare di poter entrare in qualsiasi mondo, così da poter leggere la propria realtà (in questo caso segnata da un sentimento di perdita) in condivisione, nel dialogo e nel rapporto con l’altro. Immaginandosi a parlarne nelle vesti un uomo innamorato in giacca e cravatta (colorata) oppure come una madre con sempre indosso la camicia rossa, come la passione che muove le sue parole, o, più semplicemente, nei panni di una figlia non tenuta lontana dal mondo complicato degli adulti.

gabrielle e josephine sanz

La trovata è meravigliosa e le interpretazioni delle due piccole protagoniste (sorelle nella vita reale) sono splendide, sia nelle rispettive singolarità e ancora di più nella magica simbiosi che le unisce. La Sciamma non se le perde neanche per un’istante, immaginando il film scena dopo scena come un racconto dal punto di vista del bambino. Un elemento che ricorda molto, come ha confessato l’autrice stessa, il cinema d’animazione nipponico, soprattutto, permettete, Il mio vicino Totoro di Myazaki, soprattutto nelle scelte di assecondare la plausibilità di questo magico mondo. Molto meglio di quello noioso e problematico degli adulti (permettete anche questo).

Uno dei meriti del film (e sono molti) è quello però di ricordarci come le due realtà non sono mai del tutto separate, ma anzi è possibile che si intreccino e si scambino di posizione, mostrandocelo attraverso gli oggetti, gli spazi, la carta da parati e gli aperitivi improvvisati in macchina.

Comunque senza mai parlare troppo, un esercizio che nel cinema non serve quasi mai.

Un gioiello di 72 minuti circa, intimo, pudico, dolce e potentissimo, così concludiamo la recensione di Petite Maman, un film che rappresentando il dolore della perdita e della negazione creaneo un’opportunità di dialogo per chi guarda: voi cosa vorreste chiedere ai vostri genitori se aveste l’opportunità di incontrarli nella loro versione alla vostra età?

Petite Maman arriva nelle sale italiane il 21 ottobre.

83
Petite Maman
Recensione di Jacopo Fioretti Raponi

Petite Maman segna il ritorno di Céline Sciamma al mondo dell'infanzia. Presentato alla Berlinale71 e in concorso alla XIX edizione di Alice nella Città, questo piccolo gioiello della durata di 72 minuti circa mette in scena una favola basata su un realismo magico di incredibile bellezza. Una macchina del tempo in grado di azzerare le distanze tra il passato e il futuro, realizzando il sogno di poter parlare con la propria madre nella sua versione alla nostra età. Un invito al dialogo, un'opportunità di confronto per chi guarda. Manifesto di un cinema intimista in grado di arrivare sempre, andando oltre ogni tipo di modalità o barriera fruitiva.

ME GUSTA
  • Le interpretazioni delle due bambine sono favolose.
  • La scrittura è ordinata e semplice e per questo ancora più efficace.
  • La decisione di adottare un realismo magico per il racconto è azzeccata e sorprendente.
  • La potenza del film sta tutta nella creazione di un'opportunità di dialogo con lo spettatore.
FAIL
  • La durata? Egoisticamente avremmo voluto vedere di più, ma essa è un'altra chiave della riuscita del film.
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