L’Arminuta, la recensione: la bimba colorata

22
2 mesi fa

6 minuti

L'Arminuta

Cosa ha il potere di renderti una straniera nella tua stessa vita? Scomoda, inadatta, inaccettabile? Incapace di capire se sei degna di un cenno di affetto. Dove si nasconde il senso di avere due famiglie, ma nessun nome? È perché sei l’unica che sa parlare italiano senza indugiare nelle inflessioni dialettali o riconoscere un congiuntivo trapassato o un condizionale presente? Perché sei troppo complessa per passare troppo tempo in tua compagnia? O perché sei solo tu ad avere i capelli rossi e i vestiti colorati?

Nella recensione de L’Arminuta parliamo della terza opera, nonché unico film italiano nella Selezione Ufficiale alla 16esima Festival del Cinema di Roma, di Giuseppe Bonito, regista dalla sensibilità sopraffina e dalla grande capacità di raccontare storie familiari, scomode e profonde, ripulendole da ogni tipo di retorica e facili compromessi. Già Pulce non c’è, suo lungometraggio di debutto, diede il via ad un registro linguistico riconoscibile, qui recuperato e portato avanti, ma anche Figli, in cui subentrò al mai troppo compianto Mattia Torre, se pure con un approccio differente, confermò la sua pulizia registica. Indizi che rendono la scelta di adattare (liberamente) il libro omonimo del 2017 (edito Enaudi) di Donatella Di Pietrantonio (dentista pediatrica di giorno), vincitore del Premio Campiello, del Premio Napoli e del Premio Segafredo Zanetti (e già adattato per il teatro tra l’altro), più comprensibile, anche se comunque molto coraggiosa.

Il romanzo si concentra sulla storia di una bambina di 13 anni, ma narra il dramma universale della mancanza di una maternità certa, una delle violenze più grandi che si possano infliggere ad un figlio, e da lì espande il suo raggio, parlando di rapporto tra fratelli, differenze sociali tra realtà rurali e cittadine nel 1975, approfondendo (funzionalmente) l’indagine antropologica delle culture locali del territorio abbruzzese.

Bonito, coadiuvato dalla penne della scrittrice stessa e della sceneggiatrice Monica Zappelli, azzecca quasi tutto nella trasposizione sul grande schermo, traendone un racconto limpido, genuino, intimo, delicato, pieno di speranza.

Casa è…

L’Arminuta è l’espressione dialettale che corrisponde al termine “ritornata”, solo con questo appellativo conosceremo la bambina protagonista (Sofia Fiore), che incontriamo mentre sta per essere lasciata in una casa di campagna da un uomo ben vestito, ma con un diavolo per capello (che non ha, neanche uno). Un nomignolo dialettale per indicare una persona che con il dialetto non ha mai avuto praticamente nulla a che fare, rendendolo prima espressione della sua fiorente contraddizione. Un alieno dai capelli rossi, a metà tra due pianeti.

Una ragazzina non nata sotto una cattiva stella, ma in una posizione scomoda, ma anche potenzialmente molto promettente.

La casa in campagna è l’abitazione dei suoi genitori naturali, che non “vede” da quando aveva sei mesi, età in cui fu presa in affido dallo zio (alla lontana) e dalla moglie Adalgisa (Elena Lietti), donna benestante incapace di avere figli suoi e ora, apparentemente, molto malata. Questo è il motivo per cui la nostra viene rimandata nella sua dimora natale, dove (ri)trova un padre (Fabrizio Ferracane) che è in grado solo di prendersela con Dio o di parlare con le mani, una madre (bravissima Vanessa Scalera), un fratello maggiore in cerca di emancipazione (una rivelazione, Andrea Fuorto) e la sorellina Adriana (Carlotta De Leonardis), ancora troppo giovane per essere “malata di ogni male che hanno i suoi” e unica in grado di cogliere la figliol prodiga, di avvertirne l’esistenza.

Sofia Fiore e Carlotta De Leonardis

La vita dell’arminuta ricomincia da capo o forse comincia per la prima volta, senza casa e senza madre, pur avendone, di fatto, ben due, ma ripudianti, nessuna di loro in grado di amarla ed entrambe ree di averla abbandonata per motivi che sfuggono per prima proprio alla bambina stessa.

Si succedono i giorni, i pasti, le stagioni e le marachelle senza che la nostra riesca a tornare realmente a casa, anzi, portandola ad accarezzare l’idea che casa non era neanche quella che le appariva così luminosa e intonsa nei giorni subito successivi al trasferimento e che ora invece sembra sempre più sbiadita, surreale, fantasmatica. Anche merito della latitanza di una delle due madri, che si limita a vegliare da lontano, sostituendo il danaro alle spiegazioni.

Ma l’arminuta resiste. Costruisce se stessa, rinasce, insiste nella sua indagine per crearsi una vita che non può negarle per sempre una casa.

Un anno per rinascere

Il tanto materiale del romanzo della Di Pietrantonio viene rielaborato in un racconto di formazione a dimensione bambino (il che non è assolutamente una diminutio), attraverso un lavoro di sottrazione giocato tutto nello scontro/incontro tra due mondi inconciliabili, i quali, loro malgrado e per loro fortuna, hanno nella bambina che hanno abbandonato quel qualcosa in comune in grado per farli sopravvivere una volta sfioratisi. Straordinaria la prova di Sofia Fiore, avvalorata dalla collaborazione quasi simbiotica con l’altra giovanissima, Carlotta De Leonardis (Adriana è il personaggio più solare e, per certi versi, importante della pellicola), entrambe alla prima prova su un set cinematografico.

Nella costruzione della realtà rurale della famiglia di origine, il film fa vivere anche la realtà cittadina, senza mostrare di quest’ultima quasi niente, ma avvalendosi del non detto fra gli attori, immortalati molto con l’uso di primi piani per non perdersi neanche un frammento della sofferenza (sempre misurata e mai edulcorata) del ricordo del passato e della consapevolezza della realtà presente. Scissa a metà. In questo aiuta molto il simbolismo, potentissimo mezzo che occupa un posto privilegiato nel concepimento della pellicola (pranzi e cene, specchio della situazione famigliare, il mare o una collana d’oro trafugata), in grado di donare ad ogni scambio, anche fisico, tra i personaggi un significato molto più profondo. Una storia fatta molto di non detti, di sguardi, di gesti e di prossemica.

Sofia Fiore e Vanessa Scalera

C’è anche un grande equilibrio nell’uso degli ingredienti maschili e femminili, perché, seppure questa sia una storia di madri, figlie e sorelle, quello che c’è dei padri e del fratello è funzionale e determinante nello svolgimento della storia.

Bonito parte da una divisione, un polarismo accentuato, per poi svelare piano piano allo spettatore come tutto sia fondamentalmente improntato alla riconciliazione, alla ricucitura (lo dice anche la fotografia, prima molto divisa e poi man mano, riunita sotto lo stesso concetto), alla possibilità di una rinascita anche dove tutto quanto è morte perché luogo di rifiuto per ogni tipo di sentimento di accettazione.

A far saltare il banco basta una bambina che accoglie il pianto di una neonata, prendendola in braccio per consolarla.

Concludiamo la recensione de L’Arminuta con una promozione quasi sotto ogni punto di vista, sottolineando in particolare l’attenzione ai dettagli, la delicatezza della regia e della direzione degli attori e l’intelligenza degli autori nel prendersi i propri tempi, pur andando dritti verso l’obiettivo, scampando il rischio della didascalia e riuscendo ad adattare un romanzo molto difficile e pieno di significato. Ricominciare a vivere, da un’estate all’altra.

 

L’Arminuta arriva in sala dal 21 ottobre distribuita da Lucky Red.

73
L'arminuta
Recensione di Jacopo Fioretti Raponi

L'Arminuta è la terza pellicola di Giuseppe Bonito, unico film italiano nella Selezione Ufficiale della 16esima Festa del Cinema di Roma, tratto dal bestseller omonimo di Donatella Di Pietrantonio. Una pellicola che nasce nella contrapposizione, nel dualismo costante tra due poli agli antipodi, per narrare la parabola di una aliena in grado di farli dialogare, per ricostruire e ricostruirsi. Storia di formazione formato bambino, che non pecca di discalia grazie all'attenzione per la resa visiva, le ottime prove attoriali e una sceneggiatura lavorata per sottrazione, dritta e sensibile.

ME GUSTA
  • L'uso del simbolismo è azzeccato e significativo.
  • Regia e fotografia sono ordinate, funzionali e di grande delicatezza.
  • La decisione di adattare utilizzando un linguaggio per sottrazione è azzeccata.
  • Grande prova di tutti gli attori.
FAIL
  • La scelta di prediligere l'intimismo all'analisi antropologica può scontentare chi voleva la seconda area più indagata.
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