Gli occhi di Tammy Faye, la recensione: “It’s not over ’til it’s over”

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2 mesi fa

6 minuti

Jessica Chastain

Ci si dimentica spesso dell’importanza e dell’influenza della comunità cattolica negli Stati Uniti. Il business di Dio, come lo chiamava Woody Allen. Una realtà che ha avuto modo di influenzare persino la politica, specialmente quando è sbarcata in televisione, mezzo grazie al quale riusciva a riunire ogni giorno davanti allo schermo più di 20 milioni di telespettatori, puntando su un linguaggio più pop, facendo intrattenimento con pupazzi e canzoni ed occupandosi di foraggiare la nostalgia dell’americano medio (spesso repubblicano). In cambio raccoglieva donazioni, riuscendo a racimolare cifre incredibili. C’è chi ci ha costruito un parco divertimenti in questo modo, oltre ad un complesso residenziale e una casa sull’oceano. I rivoluzionari in questo campo avevo delle facce sempre sorridenti e maniacalmente curate, due figli e un matrimonio durato più di vent’anni. Timorati di Dio, perfetti cattolici e perfetti americani. Essere al centro di uno scandalo per motivi sessuali e di frode non poteva certo mancare al curriculum. Ah, il parco si chiamava Heritage USA, è andato avanti per circa 11 anni. Ottime recensioni.

Nella recensione de Gli occhi di Tammy Faye vi parliamo del biopic diretto da Michael Showalter (comico, sceneggiatore, regista) e scritto da Abe Sylvia dedicato a questi rivoluzionari, i coniugi Bakker, caduti in disgrazia in grande stile nel 1987, a causa di quelli che gli organi di informazione dell’epoca etichettarono come evagelist-gate, riferimento al Water… eccetera eccetera.

La pellicola, presentata in anteprima al Toronto International Film Festival e scelta per aprire la sedicesima edizione della Festa del Cinema di Roma, è ispirata al documentario omonimo del 2000 di Fenton Bailey e Randy Barbato e vanta nel cast le presenze di Andrew Garfield, Vincent d’Onofrio, Cherry Jones e, soprattutto, Jessica Chastain. Bravissima e sempre riconoscibile, anche sotto i quintali di trucco, grazie agli occhi, principio e fine della pellicola, in grado di caricarsi sulle spalle un film che con lei gioisce e con lei si dispera. Vedere fino alla fine per credere.

PTL empire

Erano i “ruggenti” e un po’ kitsch anni ’50, quando la giovane Tammy (Chastain) si innamorava di Dio, guardando dalle finestre della chiesa sua madre (Jones) peccatrice che suonava il piano per grazia ricevuta nella cappella del paesino dove vivevano. In cerca di una strada per sentirsi bene con se stessa, accettata e capita (come tutti noi, d’altronde), non resistette alla prima comunione, tramite la quale l’amore che tanto andava cercando la investì in pieno. L’amore più giusto, puro e inattaccabile tra tutti.

Quello che le fece incontrare il giovane Jim Bakker (Garfield), predicatore in erba, con il gusto della parlantina e della riga da una parte, sempre sorridente, come lei, persa in un colpo di fulmine esploso tra margheritine e citazioni del Nuovo Testamento.

Il sogno americano (in salsa ultra cristiana), nato come due neosposini senza un soldo, armati solo di un pupazzetto e tanta fede, che partono per diffondere la parola di Dio e terminata come due truffatori che usano le donazione dei “partners” per comprare pellicce. Dalla versione romantica a quella conveniente. La solita storia.

Gli occhi di Tammy Faye

Con la notorietà arrivò lo scontro con i dinosauri che ancora andavano facendo sermoni in televisione, presto rovesciati dai modi entusiasti e dal carisma di una coppia di animali da palcoscenico, prima ancora che ciechi credenti. L’alba del Jim e Tammy Show, che portò alla nascita del P(raise)T(he)L(ord), 1974, il primo network completamente dedicato ai programmi approvati direttamente e inequivocabilmente da nostro Signore, di cui i due erano madre e padre.

Un impero riconosciuto, che raccoglieva milioni di fedeli e incuteva timore agli uomini politici, basato sulla credibilità di una coppia dalla vita intima tutt’altro che serena. Lei ingenua, un po’ superficiale, piena di buoni sentimenti, e lui un freddo calcolatore vittimista e anche piuttosto frigido (con l’eccezione di quando deve dimostrare qualcosa a se stesso). In più due figli, la costante presenza della suocera e debiti su debiti ogni anno. Uno ci prova, ma dopo un po’…

Passa anche troppo tempo prima che l’intero sistema collassi su sé stesso e le prospettive dei Grammy, le cene di gala e le case ad personam si trasformino in una condanna per frode fiscale, l’abbandono degli associati (i vecchi dinosauri) e un’accusa di stupro. Era il 1987.

Essere Tammy Faye

Gli occhi di Tammy Faye

Il biopic di Showalter si fa portavoce dell’obiettivo che fu di Barbato e Bailey, costruendo una storia che parte con il materiale d’archivio della narrazione che si fece dello scandalo all’epoca, per poi approfondire le figure dei coniugi Bakker e raccontare tutto ciò che negli studi televisivi non si poteva vedere.

Il punto di vista è quello di Tammy, ancora in linea con il documentario (stesso titolo…), sempre innamorata e quindi mai lucida. Il tipo di infatuata che non si ferma mai ad interrogarsi sul senso del sentimento e sulla natura dell’oggetto che lo riguarda. Dio come minimo comun denominatore, declinabile in successo, ricchezza, considerazione, cambiamento, madre, marito, figli (forse), chitarrista (figo), pubblico e telecamera.

Gli occhi di Faye sono quelli di chi è tutta la vita un amante, grandi e brillanti pur sotto il trucco e le ciglia finte.

Forza della coppia perché anima del marito nelle scelte difficili, forza nel suo rapporto con Dio, tanto da prostrarsi in suo nome anche se Egli le negò al fine l’ultimo peccato facendole rompere le acque, forza dello show, prima con i pupazzi, poi con le canzoni e infine con le interviste ai malati di AIDS e forza, in toto del film.

Jessica Chastain

La pellicola vive della bravura attoriale e canora della Chastain e della sua capacità di donare profondità ad un personaggio che, pur con il suo modo candido di approcciarsi alla vita, nasconde una sensibilità che l’ha portata ad assumere, negli anni ’80, una posizione moderna nella visione dell’omosessualità, pur appartenendo al mondo cattolico, e a diventare un’icona della comunità LGBT prima della sua morte.

Di resto c’è veramente poco. Il biopic è innocuo, semplice e a tratti molto banale, in grado di vivacchiare di qualche battuta comica qua e là, di ambienti colorati, arredi da far impallidire Joe Nahem, parrucche esagerate e vestiti improbabili. Nascita, salita, caduta e “redenzione”. Pochi spunti per riflettere e pochi approfondimenti anche dal punto di vista giudiziario (non sono neanche sicuro venga pronunciata la parola “stupro” nell’accusa a Jim). Per non parlare del dramma di coppia, ridotto ai pianti di un bambino troppo cresciuto e fastidioso sin dal primo fotogramma.

Concludiamo la recensione de Gli occhi di Tammy Faye spezzando una lancia a favore del film, che però lascia ancor più amaro in bocca. C’è un momento che fa intravedere l’idea dietro la costruzione del personaggio, in cui la pellicola si sintonizza con Tammy e con le doti della Chastain, arrivando a sintetizzare tutto ciò che il vissuto ha rappresentato per la donna, cosa le ha fatto battere il cuore e cosa lacrimare gli occhi.

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Gli occhi di Tammy Faye
Recensione di Jacopo Fioretti Raponi

Gli occhi di Tammy Faye, presentato in anteprima al Toronto International Film Festival e film d'apertura della 16esima Festa del Cinema di Roma, è il biopic di Michael Showalter dedicato alla parabola dei coniugi Bakker, celebri telepredicatori evangelisti caduti in disgrazia alla fine degli anni '80. Una pellicola innocua, dalla struttura classica e già vista, che approfondisce poco dei tanti temi che affronta, preferendo concentrarsi su scenografia, trucco e qualche battuta. La forza del titolo è la prova di Jessica Chastain, in grado di dare profondità al personaggio principale e artefice di una prova attoriale e canora da sottolineare.

ME GUSTA
  • L'interpretazione della Chastain è ciò che tiene a galla il film.
FAIL
  • La costruzione della struttura da biopic è prevedibile.
  • Non c'è nessuno spunto per una riflessione reale sulle tante tematiche che la storia porta con sé.
  • Andrew Garfield è in costante overacting.
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