No Time to Die, la recensione: licenza di dire addio

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4 settimane fa

9 minuti

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Quando lo ha visto camminare lungo un corridoio in Elizabeth, film del 1998 con Cate Blanchett nel ruolo della Regina inglese, Barbara Broccoli, produttrice del franchise di 007, ha intuito che Daniel Craig sarebbe stato un grande James Bond. Lo racconta nel documentario Being James Bond, disponibile su AppleTV+. In quella scena della pellicola in costume di Shekhar Kapur l’attore è incappucciato, gli occhi brillanti in mezzo al volto parzialmente nascosto. Quegli occhi dal colore blu acceso avrebbero segnato per sempre la versione cinematografica del personaggio creato da Ian Fleming negli anni ’50. Eppure quasi nessuno all’inizio aveva percepito l’importanza di questa scelta. Una premessa necessaria per la recensione di No Time to Die, in sala dal 30 settembre: il 25esimo film della saga di James Bond, chiamato anche “Bond 25”, è infatti un grande saluto al personaggio creato negli anni dallo stesso Daniel Craig, uno 007 completamente rivoluzionato, nel corpo e nello spirito, in quindici anni di convivenza e cinque film.

All’epoca dell’annuncio del nuovo Bond i giornalisti massacrarono Daniel Craig: troppo biondo (il primo), troppo basso, poco carismatico. Lo stesso attore allora non credeva di avere una “cool persona”, quell’aura elegante tipica dei suoi predecessori. Questa è stata la sua forza: allenandosi come fanno oggi tutti gli interpreti di supereroi, Craig ha cambiato il suo corpo, diventando massiccio, scolpito. Fin dalla scena di apertura in bianco e nero di Casinò Royale (2006) ha messo subito le cose in chiaro: il suo 007 sarebbe stato molto fisico, atletico, brutale. E comunque sempre in grado di indossare uno smoking con disinvoltura e sorseggiare un “Martini agitato non mescolato”.

Nonostante i pregiudizi iniziali, l’agente doppio zero di Daniel Craig oggi è probabilmente il più amato insieme a quello di Sean Connery:

entrambi hanno lasciato un’impronta fondamentale al personaggio. L’attore scozzese ne ha creato l’immaginario, essendo stato anche il primo interprete. Quello inglese lo ha traghettato verso il futuro. No Time to Die è proprio questo: non soltanto un cerchio che si chiude, la fine di un’era, Bond 25 è uno slancio verso un nuovo mondo, che ormai dovrà fare per sempre i conti con gli occhi di Daniel Craig.

No Time to Die è la fine di un’era

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Come i più grandi filosofi dicono da secoli e come la scienza conferma ogni giorno di più, mente e corpo sono inscindibili: l’importanza di Craig come Bond non sta soltanto nell’averci regalato un agente 007 in grado di assestare bene pugni e calci e arrampicarsi su palazzi, ma anche di aver finalmente approfondito l’uomo dietro la spia. Da sempre emblema dello status quo, icona di moda, stile e accessori (ogni orologio, ogni completo, ogni bottiglia che si vede nei film sono accuratamente selezionati da marchi che fanno a gara per poter essere indossati e mostrati dal Bond di turno),

questo James Bond biondo è andato oltre la superficie, le belle macchine e le belle donne: ci ha mostrato la sua anima.

Un’anima cupa, su cui ha sempre aleggiato un forte senso di morte: quella dei suoi genitori (come abbiamo visto in Skyfall, capolavoro “dell’era Craig” diretto da Sam Mendes), quella del suo primo vero amore, Vesper Lynd (Eva Green), quella di M (il premio Oscar Judi Dench, una delle scene più toccanti della saga, tra le preferite dello stesso Craig). Ma non solo. In questi quindici anni lo 007 biondo ha intercettato diversi cambiamenti epocali: la riflessione sulla rappresentazione delle donne e delle minoranze, il ruolo sempre meno solido della sala cinematografica. No Time to Die esce, dopo un anno e mezzo di rinvii a causa della pandemia, dopo che Amazon ha acquistato la MGM: potrebbe essere davvero l’ultimo film di James Bond appartenente al cinema come lo abbiamo sempre pensato e fruito. Nel saluto di Craig c’è dunque un insieme di addii che, più o meno consapevolmente, si sono fusi. È davvero la fine di un’era.

No Time to Die: “We have all the time in the world”

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Nei suoi 163 minuti di durata (forse non tutti spesi al meglio, soprattutto nella parte centrale, in cui il ritmo cala), No Time to Die si prende il tempo per omaggiare il percorso fatto da Daniel Craig e dagli sceneggiatori Neal Purvis e Robert Wade in questi ultimi quindici anni. Si apre con una scena ghiacciata, quasi horror, in cui, ancora una volta, scopriamo che è un trauma del passato ad aver dato origine a due delle figure centrali di questo film: Madeleine, il vero amore di Bond, la psicologa interpretata da Léa Seydoux, e Lyutsifer Safin, (uno dei) villain di questa pellicola, a cui dà volto il premio Oscar Rami Malek, che dopo aver interpretato Freddie Mercury in Bohemian Rhapsody continua a giocare con le icone britanniche nonostante sia americano. Questa genesi è fondamentale: l’antagonista e l’amore del nostro protagonista sono indissolubilmente legati. Come Eros e Thanatos, vita e morte, corpo e spirito.

Accanto alle scene d’azione spettacolari, ai combattimenti e alle esplosioni, No Time to Die si concede il lusso di costruire un cattivo insolito, controintuitivo, che da una parte è il “classico villain” con manie di grandezza e un piano folle per distruggere il mondo, dall’altra è l’esatto ritratto in negativo di Bond.

Esperto di piante, silenzioso, sfigurato (nasconde il volto dietro a una maschera tipica del teatro giapponese Nō, tanto da far pensare al Dr. No), non alza mai la voce e si insinua nella mente e (letteralmente) sotto la pelle del protagonista avvelenandogli l’esistenza. Forse non è riuscito e carismatico come ci si poteva aspettare, ma Lyutsifer Safin, come suggerisce il suo nome luciferino, è un male di vivere, un’ombra: è tutto ciò contro cui il Bond di Daniel Craig ha lottato, prima di tutto nella sua mente.

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Tra loro c’è Madeleine: la vita, la speranza, il calore. Ritroviamo lei e James a Matera, dove è sepolta Vesper. La donna insiste perché lui le dica definitivamente addio, in modo da poter salutare finalmente quel fantasma che impedisce a entrambi di costruirsi un futuro, forse anche una famiglia. Succede però qualcosa, ovviamente. Quando, in un attimo di felicità assoluta, i due sfrecciano in macchina sulla costa italiana e dicono “We have all the time in the world” (citando la canzone scritta da John Barry e suonata da Louis Armstrong, utilizzata nel film Al servizio segreto di sua maestà  del 1969), sappiamo che è l’inizio della fine.

La famiglia di James Bond e il tempo che passa

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In questi quindici anni di Bond Daniel Craig, grazie soprattutto all’impronta data da Sam Mendes, ha esplorato i traumi profondi e soprattutto le influenze esterne che hanno segnato il personaggio. Non soltanto il primo grande amore perduto, che lo ha reso più duro e diffidente, ma anche tutte quelle persone che lo hanno aiutato, apprezzato, sostenuto. Ricordavamo M, capo dell’MI6 e praticamente una figura materna di adozione; Moneypenny (Naomie Harris), segretaria di M e quasi una sorella per Bond. Poi Q (che qui ha un appuntamento con un “he”: chissà se nella traduzione italiana lo lasceranno), geniale ingegnere interpretato da Ben Whishaw, quasi un fratello minore, sicuramente quello che più ha aiutato il protagonista nelle sue missioni. In questo film vediamo inoltre la figura sempre più in crisi e in difficoltà del nuovo M di Ralph Fiennes che, come un padre all’antica, non riesce a gestire i tempi che cambiano.

Puntando sui comprimari, dando loro un vissuto e un ruolo importante, questi nuovi film di 007 hanno esaltato sempre più il protagonista: un’intuizione che, chi verrà dopo “l’era Craig”, dovrebbe tenere a mente.

Anche perché lo “scontro generazionale” qui è più evidente che mai: ci sono cattivi vecchi e nuovi, nuovi agenti 007. E la generazione che emerge scalpita per farsi sentire: Lyutsifer Safin è sempre un passo avanti a tutti, Spectre compresa. Lo stesso Bond si trova a ragionare sul tempo che passa con Blofeld (il premio Oscar Christoph Waltz, che ha poco tempo sul grande schermo ma ci regala uno dei momenti migliori del film), capo dell’associazione criminale dal simbolo di piovra.

Non più “Bond girls” ma “Bond women”

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Dopo il corpo, la mente e gli affetti, un altro segno dell’evoluzione netta rispetto al personaggio originale di Ian Fleming sono le donne del film. Non più semplici “Bond girls”, bellissimi interessi sessuali del protagonista, ma donne che hanno come primo obiettivo fare bene il proprio lavoro invece di compiacere l’agente segreto. È qui che si vede di più la scrittura di Phoebe Waller-Bridge, autrice delle serie tv Fleabag e Killing Eve, chiamata da Daniel Craig in persona a rimaneggiare la sceneggiatura. I personaggi di Paloma, agente alla sua prima missione e per questo emozionata e quasi un po’ impacciata, interpretata da Ana de Armas, e Nomi, nuovo 007 dalla determinazione e il sarcasmo inesauribili che ha il volto di Lashana Lynch, sono le new entry più interessanti di No Time to Die. Speriamo di rivederle in futuro: se non in dei film, magari anche in delle serie a loro dedicate (i personaggi ora sono di Amazon, chissà).

James Bond avrà per sempre gli occhi di Daniel Craig

Tante scene d’azione. La regia dinamica di Cary Fukunaga, che segue la via tracciata da Sam Mendes, scegliendo spesso soluzioni eleganti, giocando con la fotografia, usando controluce e lens flare. Un cattivo forse non così incisivo ma sicuramente interessante. Tanti personaggi secondari, ognuno con il proprio momento di approfondimento. E poi i gadget, i vestiti, le macchine: in No Time to Die c’è tutto quello che deve avere un film di 007.

Per Daniel Craig è una conclusione grandiosa, un monumento al suo lavoro in questi quindici anni.

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Qualcuno, soprattutto i fan della prima ora, potrà storcere il naso per alcune scelte, ma certamente questo è un finale memorabile, molto emozionante. In cinque film, l’attore inglese si è fatto vero e proprio catalizzatore del cambiamento di un personaggio che sembrava intoccabile, monolitico. Gli ha dato un cuore e una nuova consapevolezza. Difficile pensare a un altro Bond dopo di lui: chiunque raccoglierà la sfida dovrà per sempre confrontarsi con i suoi occhi. Lo 007 di Daniel Craig ha donato per sempre il proprio DNA e il proprio sguardo a una saga che ha fatto lo storia del cinema.

 

No Time to Die è al cinema dal 30 settembre con Universal Pictures.

75
No Time to Die
Recensione di Valentina Ariete

Come scritto nella recensione di No Time to Die, il 25esimo film della saga cinematografia ispirata all’opera di Ian Fleming è la fine di un’era. Salutiamo il Bond rivoluzionario di Daniel Craig, che ha cambiato 007 nel corpo, nella mente, negli affetti e ora guarda al futuro. In quindici anni e cinque film l’attore si è fatto catalizzatore di un cambiamento importante, lasciando per sempre la propria impronta sulla saga e diventando il Bond più iconico e amato insieme a Sean Connery. Chiunque raccoglierà il suo testimone dovrà fare i conti con un’eredità pesantissima. In 163 minuti (non tutti perfettamente utilizzati e con un cattivo che è interessante ma non abbastanza incisivo) si omaggia il suo percorso, arrivando a un finale molto emotivo, che farà discutere, ma che è già storia del cinema.

ME GUSTA
  • Daniel Craig: ormai un tutt'uno con il personaggio.
  • Le new entry Ana de Armas e Lashana Lynch, che speriamo di rivedere.
  • Il finale: farà discutere, ma è già storia del cinema.
FAIL
  • Il villain di Rami Malek è interessante ma non del tutto riuscito.
  • La parte centrale perde ritmo.