La recensione dei primi due episodi di La Casa di Carta 5 potrebbe stare tutta in cinque parole: “Come prima, più di prima”.

Questa ultima (?) rimpatriata in compagnia dei banditi ormonali più famosi dello streaming conferma tutto ciò che la serie è sempre stata e rilancia in vista del (gran?) finale.

Adesso però abbiamo la Parte 1 di questa stagione 5… e La Casa di Carta non ha intenzione di modificare di una virgola la sua formula di successo, in attesa della seconda tranche conclusiva di episodi, in arrivo il 3 dicembre.

Tutto sembra un enorme deja-vu, tanto che in un primo momento chi non segue proprio con grandissima passione e memoria le gesta dei ladri di rosso vestiti potrebbe anche pensare di aver sbagliato e lanciato gli episodi della stagione precedente.

Intendiamoci, la storia prosegue: la mina vagante ex-sbirra Alicia Sierra affronta il professore nel suo covo, Lisbona-Raquel prende il comando delle operazioni nella Banca di Spagna dopo essere stata liberata, Gandìa se ne sta legato come un salame, Marsiglia deve atterrare con l’elicottero senza farsi beccare, eccetera.

Ogni cosa che però ci passa davanti agli occhi è ora più che mai la riproposizione di qualcosa già ampiamente visto, masticato e digerito.

la casa di carta 5

Gli ormai scontati flashback con il “redivivo” Berlino; le scaramucce sotto il tendone tra polizia, colonnelli, esercito, forze più o meno speciali; gli ostaggi che hanno sempre “brillanti” idee; i rapinatori che si amano poi di odiano poi si apprezzano; Arturito che… vabbè, è Arturito.

Per carità, questa è praticamente la formula che ha portato avanti la baracca in tutti questi anni e sarebbe ingeneroso aspettarsi qualcosa di differente… però c’è da ammettere che si nota un certo senso di stanchezza che potrebbe contagiare anche lo spettatore meglio disposto.

Recap: dopo un centinaio di ore ancora dentro alla Banca di Spagna, i nostri rapinatori bravissimi ad auto-sabotarsi i piani devono ancora riprendersi dal lutto per la scomparsa di Nairobi e capire che cosa fare del loro ostaggio, quel Cesar Gandìa che tutti piglieremmo volentieri a pizze in faccia.

Nel frattempo, al Professore capita probabilmente l’unica cosa che non si aspettava: quella di essere sgamato nel suo stesso rifugio, dove stavolta non faceva giochetti di seduzione con la prima ispettrice capitata sotto mano.

Stavolta la poliziotta è molto, molto, moooolto più tosta, sveglia e incazzata della precedente: Alicia Sierra è stata incastrata, scaricata e infangata dalla stessa Polizia, e sinceramente a una donna incinta e in disgrazia non va di stare al gioco dell’occhialuto Sergio Marquina.

Tutto questo mentre, tra una litigata e una coltellata alle spalle di qualcuno, sotto il tendone del circ… ehm, delle forze dell’ordine il colonnello Luis Tamajo si ricorda di essere uno a cui piacciono le cose sporche e contatta dei tizzoni d’inferno dell’esercito per mettere a fuoco e fiamme gli interni della Banca, con sprezzo della vita degli ostaggi.

Ormai s’è capito: dopo aver fatto un milione di figuracce, i “buoni” non ci stanno a fare il milionesimo e uno e preferiscono fare una guerra con una mattanza come “probabile conseguenza”.

Dovremmo preoccuparci? Sì e no, visto che comunque proseguirà in questi episodi il classico tira e molla con faccia a faccia tra gatto e topo, con dettagli che vengono notati all’ultimo e si trasformano in strategie, con distrazioni da dilettanti che si trasformano in crisi galattiche che monopolizzano interi episodi e via discorrendo.

Dopo un primo episodio più lento e compassato abbiamo un secondo decisamente più action, ma non è detto che sia necessariamente un bene: quello che ci troviamo di fronte è uno svolgimento talmente banale e ripetitivo dell’azione che a volte si rimpiangono i dialoghi tra Tokyo e Rio (ok, sto scherzando).

Nel mezzo, con ancora dei flashback che sembrano un video musicale dei defunti Thegiornalisti, le imprese criminali del passato di Tokyo con il suo Vero Amore che mai nessuno eguaglierà.

Ovvero una cosa che ci era già stata raccontata, che poteva andare benissimo così, ma la gente forse non se ne ricorda e allora dobbiamo andare di didascalico e piazzare tutto per fare minutaggio, anche se questo non aggiunge né toglie niente al personaggio e anzi, forse lo rende ancora più antipatico (non è che i due fossero proprio Coniglietta e Zucchino di Pulp Fiction)

Ciò detto, non bisogna mai essere troppo severi con questa serie: un po’ come il detective di Jack Nicholson si sentiva dire “Lascia stare, Jake, è Chinatown”, dobbiamo ricordarci di “Lasciar stare, è La Casa di Carta”.

Se guardi questa serie sai benissimo fin dal primo minuto che non devi cercare raffinatezza, logica, razionalità nei personaggi, ma lasciarti condurre in una danza tipicamente latina di passioni, tradimenti, pallottole e colpi di scena talmente sopra le righe da far sbellicare.

Se mai potremmo un po’ rimproverare a questi due episodi di sembrare un po’ “poveri” in fatto di dinamiche narrative e colpi di scena, ok che il piano del Prof sembra andato a monte, ma alla serie non sembra giovare l’adesione frontale al genere action-thriller, quando la sua forza sono più i doppi e tripli salti carpiati dei piani elaborati dal cervellone della banda.

Comunque, la presa del timone da parte di tre donne come Lisbona, Tokyo e Stoccolma è un buon pretesto per cambiare rotta e mostrare qualcosa in più, e l’ultima sequenza del secondo episodio potrebbe aprire la strada a finalmente una situazione più interessante per l’intera serie conclusiva.

La nostra recensione di La Casa di Carta Stagione 5 Parte 1 si può chiudere così: se avete seguito la serie fin qui preparatevi a un “more of the same” che in questi primi due episodi potrebbe un po’ annoiare, anche se siamo certi che i fuochi d’artificio sono in arrivo.

Se invece non avete mai visto o non vi interessa La Casa di Carta… perché mai avete letto fino in fondo una recensione della serie?

 

60
La Casa di Carta Stagione 5 Parte 1
Recensione di Giacomo Lucarini
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