M. Night Shyamalan: una vita da autore da Praying with Anger a Glass

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6 mesi fa

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M. Night Shyamalan

Reduce dal compimento della sua personalissima trilogia di stampo supereroistico, M. Night Shyamalan torna dopo due anni nelle sale di tutto il mondo con Old, disponibile dal 21 luglio nei cinema nostrani con Universal Pictures. La pellicola è tratta dalla graphic novel Castello di Sabbia (titolo originale: Sandcastle), scritto da Pierre Oscar Lévy con i disegni di Frederik Peeters.

Uno dei titoli di punta della stagione estiva italiana, che segna il possibile ritorno del cineasta ai fasti che furono dei titoli della sua prima parte di carriera, quelli che lo hanno reso uno degli autori più divisivi, ma anche più dotati e fedeli a se stessi, degli anni duemila.

In occasione dell’uscita del nuovo film ripercorriamo la sua carriera, vissuta tra alti e bassi di critica e pubblico, citazioni a Hitchcock e riferimenti a De Palma, ma sempre votata alla costruzione di un immaginario coerente, in grado di spaziare tra i generi, per parlare della nostra realtà, della natura umana e della ricerca di un Dio, non escludendo il fatto che potrebbe essere anche dentro di noi.

America e India

M. Night Shyamalan

Nato in India come Manoj Nelliyattu Shyamalan, nonostante i genitori, entrambi medici, abitassero già da diverso tempo in America, per volere proprio della madre, che desiderava la vicinanza della sua famiglia per ultimi mesi di gravidanza. Una vicenda che racconta un dualismo, leitmotiv che seguirà l’autore nel corso della sua adolescenza e che, in un certo senso, ne segnerà l’immaginario artistico, specialmente nei primissimi lavori.

Infatti, appena trasferitosi nei sobborghi di Filadelfia (la Filadelfia spesso presente nei suoi film), Shyamalan si forma in scuole cattoliche, pur mantenendo vivo quel senso spirituale legato alle sue origini, per poi spostarsi a Manhattan, dove si laurea alla Tisch School of Arts (TSOA) dell’Università di New York, coronamento di una passione mai messa in discussione. La leggenda vuole siano addirittura 45 i filmini girati dal 17enne Shyamalan, che cominciò la sua personalissima produzione cinematografica all’età di 8 anni, ovvero appena presa in mano la sua Super8.

Il primo lungometraggio risale al 1992 e s’intitola Praying with Anger (completamente autoprodotto) e, come da costume, dicevamo, del regista, ha un forte sapore autobiografico, concentrato specialmente nello svisceramento del sentimento di divisione tra America e India.

In questo caso poi la storia è incentrata proprio su un ragazzo di origine indiana che torna al suo Paese e, in più, ad interpretarlo è l’autore stesso. Fate voi.

Ad ogni modo, il film riesce ad uscire in qualche sala e arriva addirittura al Toronto Film Festival di quell’anno. C’è molto poco del lato tecnico che ha reso celebre il cinema di Shyamalan, ma sono presenti invece la sua predilezione per la spiritualità, un interesse nei racconti di formazione e per la riscoperta dei rapporti primordiali. Tutti elementi che mantiene anche nel suo secondo film, Ad occhi aperti, anno 1997.

Josh è un bambino di 10 anni, famiglia credente, che affronta il lutto della perdita del nonno cominciando ad interrogarsi sull’esistenza di Dio o di “un” Dio. Il tutto è raccontato nel corso di un anno scolastico, durante il quale il protagonista ha modo di confrontarsi con i suoi punti di riferimento, sia esterni che interni la dimensione casalinga, alla ricerca di una vicinanza con il parente scomparso. Ancora forte l’elemento autobiografico, la volontà di raccontare l’infanzia, filtrata attraverso gli occhi di un autore fortemente attratto dai grandi interrogativi. Elementi che lo rendono un candidato credibile per collaborare alla stesura della sceneggiatura di Stuart Little – Un topolino in gamba, lavoro che gli permette di arrivare al suo primo successo, il film che lo ha lanciato nel gota del cinema mondiale, ovvero Il Sesto Senso, uno dei maggiori incassi della storia e il secondo “horror” di più grande successo al botteghino.

L’enfant Prodige

Il Sesto Senso

Folgorazione di fine millennio, Il Sesto Senso non ha solo permesso al suo regista di essere avvicinato ai più grandi nomi hollywoodiani dell’epoca, ma gli ha anche dato modo di farsi conoscere per la sua poetica, che si è andata perfezionando negli anni a venire.

Shyamalan scrive e dirige un film che è diventato subito cult nel senso più puro del termine, in cui si ammira uno stile registico esemplare, che guarda Hitchcock (lapilissiano riferimento nell’uso del fuori campo) e Polanski, e una notevole capacità nel montaggio, nella costruzione della tensione e nella composizione delle inquadrature. Ancora più importante in chiave di popolarità, il grande pubblico conosce e gradisce oltre modo quel suo spirito da grande affabulatore, basato sul talento di saper giocare con il genere per ingannare e poi sorprendere. E non parlo (solo) dei suoi famosi finali, ma del focus “nascosto” su cui si concentrano le sue pellicole.

Bruce Willis, Toni Collette e Haley Joel Osment compongono un triangolo sinonimo di una terapia positiva in un rapporto familiare disfunzionale, tutti bravissimi e tutti diretti benissimo, inseriti in un “mondo mediocre” (la battuta Elijah Price in Unbreakable) che non si accorge né di chi è vivo né di chi è morto. La luce è ancora quella di un bambino, in grado di connettersi ad una spiritualità più profonda e che finisce con il trovare la propria strada “risvegliando” (come in Lady in The Water) una persona rimasta nel limbo.

In questo film ci sono tutti i prodromi di ciò che diventerà il cinema di Shyamalan, nonostante le battute di arresto in cui incapperà nel corso della sua carriera.

Pane, amore (per il cinema) e fumetti sono ciò che nutre l’autore indiano, che per la sua quarta pellicola scrive una storia di origini (la prima di tre) supereroistica e da vita ad il secondo capolavoro della sua filmografia, Unbreakable – Il predestinato. Siamo sempre a Filadelfia e, come detto poc’anzi, il mondo è ancora quello dei mediocri, in cui nessuno è più in grado di immaginare che ci possa essere qualcosa di speciale nelle altre persone, figurarsi in se stessi. Eppure la ricerca del proprio posto nel mondo è lo scopo più alto a cui ci si possa dedicare.

Nella destrutturazione del supereroe in senso cinematografico, in cui i fumetti vengono elevati ad una forma letteraria di memoria storica, Shyamalan crea la mitologia dell’emarginato; ci parla di rapporti di coppia e di rapporti genitore – figlio, di rimorsi, traumi e compromessi e vince ancora su tutta la linea con la sua sapienza in linguaggio cinematografico. Il tutto regalando alla pellicola un piano sequenza vissuto tra i sedili di un treno, solamente spezzato dal primo piano del dolce viso di una bambina. Trovano infine spazio anche i simboli, elementi che torneranno più forti nella pellicola successiva, e, per la prima vera volta, viene introdotta l’acqua nella sua poetica filmica.

La fine della favola

The Village

Arriviamo a Signs, 2002, e continua la stagione dei blockbuster del regista indiano (voglio dire, film hollywoodiano sugli alieni e i cerchi nel grano, che volete di più?), che si diverte, con sapienza e sostanza, a condirli di quella forte impronta autoriale che ne capovolge più o meno totalmente il senso, deviando lo spettatore per portarlo poi sui delle riflessioni molto più intime rispetto ai propri gemelli del cinema pop. Il film incassa più di 200 milioni di dollari, Shyamalan comincia ad essere considerato uno dei figli prediletti dell’immaginario spielberghiano e, di fatto, il citare pellicole come Incontri ravvicinati del terzo tipo, (anche se anche Invasione degli ultracorpi non sarebbe una citazione blasfema) non sembra campato in aria, anche se il riferimento principale, è, probabilmente, ancora Hitchcock.

Il regista indiano introduce nella sua filmografia uno dei topos tipici della letteratura americana, una sorta di sindrome di accerchiamento da ciò che è diverso, altro, sconosciuto e minaccioso, ma che allo stesso ci sussurra all’orecchio che ciò che temiamo siamo sempre e solo noi (tema che tornerà molto forte in The Village). Nel più classico dei casi l’Altro è la Natura, dopotutto Moby Dick è il libro che legge Kitai Raige in After Earth, questa volta, invece, sono gli alieni (e il loro punto debole è l’acqua, per dire). Il focus, anche qui, diventa però l’equilibrio di una famiglia scossa da un lutto profondo, che ha segnato la fede di un reverendo al punto da portalo ad abbandonare l’abito talare. In questa claustrofobica casa in campagna l’invasione viene vissuta come un cappio per un collo che fa fatica a ricominciare a respirare a pieni polmoni, eppure essa è anche la spinta ad alzare gli occhi verso il cielo in cerca di una speranza, anche se chi cerca di parlare con noi non è propriamente Dio. Anche perché Lui a parlare non ci pensa proprio.

Ormai enfant prodige della hollywood più colta, Shyamalan trova facilmente modo per realizzare The Village (siamo nel 2004), la pellicola più politica della sua intera filmografia. Il regista indiano disegna un microcosmo isolato dal resto del mondo per colpa di un bosco maledetto, in cui vivono delle mostruose creature che non permettono a nessuno di attraversarlo. Ancora uno schema classico per un film horror mainstream e ancora una volta un archetipo da ribaltare. La pellicola è una metafora dell’America schiava della paura, toccata dall’11 settembre e sempre più afflitta dalla sindrome di cui sopra. Una nazione che preferisce chiudersi in se stessa, ritornare alle origini e rinunciare al progresso, anche a costo di castrare le future generazioni. Il film si interroga sull’essenza stessa di questa paura primordiale, giocando come mai prima d’ora con l’estetica, con i colori (il rosso e il giallo) e avvalendosi soprattutto di una fotografia straordinaria. La raffinatezza di Shyamalan regna ancora sovrana, anche nella scrittura, che ci regala una novella Tiresia perfettamente credibile, sola che il bosco è in grado di attraversare.

Discesa e risalita

L'ultimo dominatore dell'aria

Eppure, dopo nomination agli Oscar, critiche positive e paginoni di Repubblica, qualcosa si inizia ad incrinare proprio con The Village, che non registra il successo dei precedenti lavori. Il regista indiano decide quindi di dar vita ad una pellicola dalle origini profondamente personali e gira Lady in the water (2006), adattando per il grande schermo una favola che usava raccontare ai suoi figlioletti.

Un film molto più esplicitamente retorico rispetto ai precedenti: l’uomo è cattivo, nemico della Terra che abita e non meritevole di essere ispirato e guidato dal popolo dell’acqua (ancora l’acqua). Ci sono però delle eccezioni, come quella della storia, in cui è ancora possibile trovare un individuo in grado di connettere i due mondi. Paul Giamatti è bravissimo nel ruolo del protagonista, così come è brava Bryce Dallas Howard, alla seconda collaborazione con Shyamalan. Il cuore della pellicola sta nella riflessione sull’importanza delle storie e della scrittura, dell’ispirazione e della fede, anche se risulta molto più ingenuo e meno accattivante del solito, al netto di un lavoro tecnico sempre notevole.

Purtroppo per il regista indiano però anche questo film va male e segna l’inizio di un periodo molto buio (a dir la verità più commerciale che artistico).

La pellicola successiva è il non riuscito E venne il giorno (2008). La trovata è sempre quella di scrivere un blockbuster classico del cinema americano, in questo caso un disaster movie, e reinventarlo secondo la poetica dell’autore, trovando la soluzione nel proseguo della visione del film precedente in cui l’uomo e la Natura sono fortemente contrapposti. Quest’ultima stavolta si sente così minacciata che decide addirittura di ribellarsi all’arroganza del primo, costringendolo a collaborare per sopravvivere, cosa che non è mai stata il nostro forte. Questo è forse però il primo caso in cui la direzione degli attori è veramente fallace, forse per gli interpreti sbagliati, soprattutto nella costruzione del triangolo familiare, o forse, semplicemente, per colpa del regista. Nonostante l’ennesimo flop, Shyamalan deve ancora compiere il suo tonfo più grande a livello commerciale. Tonfo che arriva puntuale con L’ultimo dominatore dell’aria, pellicola fantasy basata sulla prima stagione della serie animata Avatar – La leggenda di Aang, pensato per essere il primo capitolo di una quadrologia, morta prima di nascere.

Una campagna promozionale incredibile, un budget fuori scala e una fase di post-produzione infinita per un fantasy adolescenziale e un flop clamoroso al botteghino. L’unico riconoscimento furono ben 8 nomination ai Razzie Award, di cui la metà portati a casa.

Mettendo da parte la scrittura del soggetto di Devil, il regista indiano incappa in un momento di crisi e decide di fermarsi per poi tornare a scrivere un film su commissione 3 anni dopo. Si tratta di After Earth, sci-fi anche stavolta dal budget importante con protagonisti Will Smith e il figlio Jaden. Un film in cui c’è ben poco del suo talento e della sua poetica, se non il focus sul rapporto padre-figlio e l’idea di uomo futuro orfano della generosità della Terra perché incompatibile con la Natura. La pellicola in fin dei conti non sarà altro che un ennesimo tentativo fallito dal regista di ampliare i propri orizzonti cinematografici, tant’è che il passo dopo è un necessario ritorno alle origini. Inciso: lo stesso anno Shyamalan collabora anche alla scrittura di Proof, miniserie televisiva.

The Visit

Arriviamo così alla collaborazione con la Blumhouse, una delle case di produzioni di maggiore successo del panorama americano, grazie alla quale il regista indiano riesce a dare la luce a The Visit (2015), un’idea di cinema particolare nel linguaggio filmico, ma più semplice nell’idea che ne è alla base.

Shyamalan gira un horror duro e puro, solido, divertente e dal ritmo serrato, narrato con la tecnica del falso documentario. La trovata geniale sta nel mettere la camera in mano ai due bambini protagonisti della pellicola, che durante il loro soggiorno ospiti dei nonni sconosciuti fino a quel momento, riprendono quasi ogni momento della loro giornata. La storia giustifica la scelta, comunicando allo spettatore come la maggiore dei due voglia fare la regista da grande e che dunque stia girando una sorta di documentario sulla sua famiglia, grazie al quale vorrebbe anche dare modo alla madre di riappacificarsi con i due anziani, con i quali non si è lasciata benissimo da giovane. Molto funzionale anche la trovata di cambiare la qualità della ripresa nel momento in cui la camera passa di mano dalla sorella al fratellino, così come è decisamente azzeccata l’idea di inframezzare le riprese del quotidiano con delle interviste intime, che consentono alla pellicola di approfondire ogni personaggio.

In sostanza il cineasta indiano torna a far girare le rotelle nel verso giusto, trovando una ricetta vincente nella combinazione dell’analisi delle relazioni familiari e della natura umana con l’uso adeguato di una tipologia di film che costruisce il suo personale terreno orrorifico sull’incredulità dei protagonisti e, conseguentemente, dello spettatore. Shyamalan è tornato.

La fine di un ciclo

Split

Filadelfia? Filadelfia. Ispirandosi alla figura di Billy Milligan, un criminale statunitense noto per essere affetto da disturbo dissociativo dell’identità, M. Night Shyamalan torna a casa, rimette mano al suo immaginario fumettistico e dà vita a Split, un’altra storia di origine, stavolta di un ipotetico supercattivo, mascherata (brutto termine, scusate) da thriller psicologico. I suoi alleati sono la Blumhouse nella produzione (di nuovo) e James McAvoy e Anya Taylor-Joy sul set, bravissimi entrambi.

Il film racconta di un “rapimento accidentale”, ovvero quello che vede protagonista la sventurata Casey Cook, terza incomoda fatta prigioniera da tale Kevin Wendell Crumb perché invitata per compassione ad una festa di compleanno di una sua compagna di classe. Le tre ragazze sono destinate a divenire il pasto della fantomatica Bestia, bramosa di mangiare chi non è puro e chi non si è “risvegliato” (ancora). Per noi comuni mortali: chi ha avuto una vita senza abusi. Il film è praticamente tutto girato per interni e vanta una sapienza nella divisione spaziale veramente notevole: ogni movimento ha un senso, così come ogni posizione dei personaggi e ogni ambiente scelto, microcosmo che rappresenta la mappa mentale del protagonista. Shyamalan scrive una vicenda il cui eco si ingrandisce man mano che il tempo passa, sfruttando il disturbo del suo villain (lo stesso usato da nomi come De Palma e Hitchcock) per fare una riflessione tra realistico e fantasy sulle potenzialità dell’essere umano.

Tutto al servizio della trama. McAvoy ha 23 personalità, anche se noi ne vengono mostrate molte meno, e fa un lavoro veramente spettacolare nel destreggiarsi tra tutte quante, rendendole ogni volta credibili e impreziosendo la già raffinata scrittura del suo personaggio non caricando mai troppo i cambi dall’una all’altra. Se la pecca si può trovare nelle spiegazioni della patologia di Kevin da parte della psichiatra, l’anima che non ti aspetti della pellicola sta nel rapporto tra rapito e rapitore. I malfidati penseranno ad una furba rilettura della Sindrome di Stoccolma, tutti gli altri accetteranno la spiegazione del regista: la condivisione di un destino beffardo.

Glass

La riposta al dubbio arriva con Glass, 2019, il film dei colori di Shyamalan, che fa un po’ il verso a The Village usandoli come segnaletica. Esso è la terza storia di origine che va a chiudere il ciclo supereroistico iniziato con Unbreakable.

Siamo ancora a Filadelfia, in un istituto psichiatrico giudiziario, sede della reunion dei tre protagonisti della saga: David, l’Indistruttibile, Kevin, l’Orda, e Elijah, l’Uomo di Vetro, davanti a loro la dottoressa Ellie Staple, psicologa specializzata in manie di grandezza, dietro di loro chi in loro ha sempre creduto, ovvero chi ha reso possibile la loro elevazione al di sopra della natura umana. La pellicola è ideata come una grande seduta di gruppo in cui vengono raccolti e riordinati tutti i frammenti raccontati nei due film precedenti e che nel loro insieme compongono le storie di tutti i personaggi, con lo scopo di una destrutturazione della figura del supereroe canonica. Questo in prima battuta, perché l’unica cosa che conta realmente per Shyamalan è un’indagine che ha come scopo la scoperta di un livello superiore dell’animo umano, sede della visione concettuale del supereroe del regista indiano.

I tre non solo sono collegati, ma i loro rispettivi alter ego si completano l’un l’altro, creando, insieme, un essere in grado di risvegliare dal torpore l’intero, solito, mondo mediocre.

Plot twist: successo seriale prima di Old

Servant

Prima di Old, c’è un altro titolo su cui vale la pena soffermarsi. Parlo di Servant, la serie Apple creata da Tony Basgallop, ma prodotta e diretta da M. Night Shymalan quel tanto che basta da far pesare la sua firma su entrambe le stagioni. Si, vi sento, anche se si è trattato solo di 3 episodi. La serie va in onda dal 2019 ed è già stata rinnovata per una terza parte. Si tratta di un prodotto di una importanza particolare per il regista indiano, visto che segna anche il debutto autoriale della figlia, Ishana, che oltre a collaborare alla scrittura della seconda stagione, firma anche alcune regie.

La serie è ambientata a Filladefia (guarda un po’) e comincia con l’acqua (tanto per cambiare), quella di una fitta pioggia che accoglie Leanne, una giovane tata, in casa dei coniugi Dorothy e Sean Turner. La particolarità? Dovrà occuparsi di una reborn doll, bambola iperrealistica che, nella mente del marito, dovrebbe essere d’aiuto alla moglie per accettare la tragica scomparsa del loro figlioletto. Non farete fatica a capire che la vicenda non è altro che la narrazione di una lunga elaborazione di un lutto, confezionata però in un prodotto di classe, misterioso ed elegante, in grado di mixare alla perfezione generi diversi, dalla commedia all’horror. Nella serie si possono trovare in realtà anche i vari archetipi della poetica shyamaliana, come il microcosmo isolato, la casa come metafora della mente umana e il rifiuto verso ciò che è esterno connesso all’amore per uno status quo tossico e controproducente.

Manca naturalmente Old, l’ultimo lungometraggio del cineasta indiano, che potete trovare, ricordiamo, nei cinema nostrani dal 21 luglio, distribuito da Universal Pictures.

 

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