Il Presidente Joe Biden aveva affrontato la questione della carenza di chip e semiconduttori non appena ottenute le redini degli USA, a febbraio. Ora, a distanza di neppure due mesi, le industrie tech segnalano a Washington che la situazione sia più nefasta del previsto e l’Amministrazione convoca con urgenza un secondo summit, con l’obbiettivo di trovare soluzioni immediate.

La problematica della filiera di produzione dei microcomponenti tech era stata presa molto seriamente già in occasione del primo incontro: gli Stati Uniti non solo si erano resi conto che le proprie aziende dipendevano non poco dalle fonderie asiatiche, ma anche che la guerra commerciale in atto contro la Cina potrebbe avere conseguenze significative sulle forniture future.

Biden aveva dunque annunciato un piano di investimenti da 100 miliardi di dollari con cui potenziare la produzione di chip Made in USA, piano che però richiederà parecchio tempo per essere attuato e che non soddisfa chi è deve tirare la cinghia in questi giorni, industria automobilistica in primis.

I grandi nomi dell’automotive hanno quindi bussato alla porta della Casa Bianca, segnalando come le loro fabbriche potrebbero trovarsi a dover affrontare rallentamenti e fermi per almeno altri sei mesi, con il rischio che sul mercato escano 1,28 milioni di autovetture in meno.

L’incontro è stato organizzato celermente e si terrà oggi, lunedì 12 aprile, con la presenza di 19 CEO delle ditte tech più influenti del settore, tra cui Stellantis, General Motors, Ford, Alphabet, Medtronic, Intel e Global Foundries.

Il fatto che alla riunione debba partecipare anche la Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC), la più importante produttrice di semiconduttori attualmente in circolazione, da a intendere che la strategia degli States sia quella di giocare la carta lobbystica, ovvero di avanzare proposte economiche particolarmente interessanti pur di ottenere priorità sulle richieste dei propri competitor.

 

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