Clubhouse si sta creando antipatie anche nel governo tailandese

2 mesi fa

tailandia

Anche in governo tailandese sta iniziando a notare l’app Clubhouse, correndo ai ripari per tenere a bada i dissidenti.

La cosa peggiore che si possa fare in Tailandia è insultare il re. Non si può neppure prendere in considerazione di criticarlo, pena memorabili guai giudiziari. Eppure, molti giovani sentono proprio la necessità di ritrattare i patti sociali, di mettere in discussione un sovrano che viene visto come simbolo di debosciata corruzione, di sfidare il crimine di lesa maestà. Non potendolo fare in pubblico, si riversano su Clubhouse.

Il Ministro dell’Economia Digitale, Buddhipongse Punnakanta, ha ben compreso cosa stia succedendo sulla Rete e ha reso pubblico il fatto che il Governo stia monitorando la situazione in tempo reale, sin dal lancio dell’app. Ha anche sottolineato che alcuni attivisti politici stiano evidentemente diffondendo “disinformazione”.

Prima di sfociare nella censura vera e propria di Clubhouse, il ministro tailandese prova a percorrere una via “diplomatica”, avvisando che gli utenti stiano rischiando pene detentive che possono raggiungere i 15 anni, se si dovessero ostinare a criticare l’establishment.

Un uso improprio dell’app per violare i diritti altrui o causare dei danni verrà considerato come un infrangimento del codice delle leggi, codice che include il Computer Crime Act. Il corpo di polizia e gli ufficiali connessi procederanno a portare avanti azioni legali contro chi compie reato [su Clubhouse], come avviene per qualsiasi altro social media,

ha riferito Punnakanta in uno statement.

Negli scorsi giorni, Clubhouse è in effetti divenuto un rifugio per la contestazione tailandese: il Paese ha iniziato a fare ampio uso dell’app da che Pavin Chachavalpongpun, oppositore politico, ha lanciato una stanza di confronto.

Da allora sono state aperte molte altre stanze omologhe, in primis quella del gruppo di monitoraggio legale iLaw e quella degli ex-leader politici di opposizione Thanathorn Juangroongruangkit e Piyabutr Saengkanokkul, banditi dal parlamento.

 

 

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