CORONAVIRUS

Coronavirus, i raggi ultravioletti (UV) lo disattivano in pochi secondi

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16 Luglio

Il potere germicida della luce ultravioletta è già noto ed utilizzato in molte circostanze. Un nuovo studio in pre-print ha effettuato una misura diretta della dose di raggi UV necessaria per rendere innocuo il nuovo Coronavirus SARS-CoV-2.

Arriva una buona notizia: i raggi ultravioletti, il cui potere germicida è già noto e utilizzato in diversi campi, sono in grado di disattivare anche il nuovo Coronavirus e tra l’altro, come afferma Mara Biasin, Docente di Biologia Applicata dell’Università Statale di Milano e una degli autori del lavoro:

abbiamo trovato che è sufficiente una dose molto piccola (3.7 mJ/cm2), cioè equivalente a quella erogata per qualche secondo da una lampada UV-C posta a qualche centimetro dal bersaglio, per inattivare e inibire la riproduzione del virus di un fattore 1000, indipendentemente dalla sua concentrazione.

Il potere germicida della luce UV-C (che ha tipicamente una lunghezza d’onda di 254 nanometri, ovvero 254 miliardesimi di metro) su batteri e virus è ben noto ed è una proprietà dovuta alla sua capacità di rompere i legami molecolari di DNA e RNA distruggendo quindi i microorganismi stessi.

Diversi sistemi basati su luce UV-C sono già utilizzati per la disinfezione di ambienti e superfici in ospedali e luoghi pubblici.

Diversi sistemi basati su luce UV-C sono già utilizzati per la disinfezione di ambienti e superfici in ospedali e luoghi pubblici. Tuttavia, nonostante spesso questa tecnologia sia già stata richiamata anche pubblicamente a livello internazionale per la lotta alla diffusione della pandemia di COVID-19, non solo non era ancora stata effettuata una misura diretta della dose di raggi UV necessaria per rendere innocuo il virus, ma erano anche state considerate dosi con valori tra loro molto contraddittori, informazioni derivate da diversi lavori scientifici riguardanti precedenti esperimenti su altri virus.

In questo scenario quindi un un pool di medici e astrofisici dell’Università degli Studi di Milano, dell’Istituto nazionale di astrofisica (INAF) e dell’Istituto nazionale dei tumori ha pensato di mettere insieme le loro competenze e condurre uno studio multidisciplinare che colmasse questa lacuna e rispondesse alle domande aperte a riguardo.

I risultati sono disponibili in pre-print su medrxiv.

Sono stati fatti alcuni esperimenti sottoponendo il virus a luce UV-C emessa da particolari lampade.

La luce UV-C, emessa dal sole, non raggiunge la Terra perché schermata dall’atmosfera.

Bisogna però considerare che, sebbene questo tipo di raggi siano emessi anche dal sole in realtà non raggiungono la terra perché schermati dall’atmosfera.

I ricercatori hanno eseguito i test con tre diverse concentrazioni di virus presenti in una gocciolina che è stata messa sotto la lampada UV-C e corrispondenti rispettivamente, partendo dalla più bassa fino alla più alta, a quella che può esserci in una stanza dove è presente un positivo, oppure a quella che si può trovare in un soggetto con forma grave di COVID-19 e infine una quantità mille volte più alta rispetto a quest’ultima e quindi impossibile da trovare in un essere umano o in una qualunque situazione reale.

I raggi ultravioletti hanno disattivato in tutti e tre i casi il 99,9% della carica virale in pochi secondi.

 

 

 

Il ruolo dei raggi UV che arrivano dal sole nell’evoluzione della pandemia

SARS-CoV-2 viene inattivato anche dagli UV che arrivano sulla Terra?

Se questo risultato, da una parte, è importante per suggerire strategie rapide, che non usino disinfettanti chimici e che si basino su tecnologie già esistenti, per disinfettare ambienti (dalle scuole, agli ospedali fino agli uffici), dall’altra il risultato ottenuto è molto importante anche al fine di validare uno studio parallelo, coordinato da INAF e Università degli Studi di Milano, per comprendere come gli ultravioletti prodotti dal sole e che arrivano sulla Terra possano incidere sulla pandemia inattivando, in ambienti aperti, il virus emesso nell’aerosol dalle persone infette.

In particolare parliamo dei raggi UV-A e UV-B, due tipi di radiazioni ultraviolette la cui lunghezza d’onda è superiore a quella degli UV-C (varia tra circa 290 e 400 nanometri) e da cui, soprattutto in estate, ci dobbiamo proteggere con le creme solari perché la nostra pelle non venga danneggiata.

Anche per questo secondo lavoro è disponibile una versione in pre-print su medrxiv.

Il Corriere della Sera ha chiesto a Mario Clerici, primo firmatario dei lavori, professore ordinario di Immunologia all’Università di Milano e direttore scientifico della Fondazione Don Gnocchi, se esista una correlazione tra irraggiamento solare e diffusione del virus e il professore ha risposto che

il lavoro degli astrofisici è stato raccogliere dati sulla quantità di raggi solari in 260 Paesi, dal 15 gennaio a fine maggio. La corrispondenza con l’andamento dell’epidemia di Sars-CoV-2 è risultata quasi perfetta: minore è la quantità di UV-A e UV-B, maggiore è il numero di infezioni. Questo potrebbe spiegarci perché in Italia, ora che è estate, abbiamo pochi casi e con pochi sintomi, mentre alcuni Paesi nell’altro emisfero, come quelli del Sud America in cui è inverno, stanno affrontando ora il picco.

Ciò significa che stare spaparanzati in spiaggia al Sole cocente potrebbe in qualche modo rivelarsi una condizione COVID-free? Secondo Clerici sì in quanto

le goccioline che possono essere emesse da un eventuale soggetto positivo vengono colpite dai raggi solari e la carica virale è disattivata in pochi secondi. Il discorso potrebbe valere anche per superfici di ogni genere.

 

 

 

 

 

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giovedì 16 luglio 2020 - 8:56
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