Coronavirus: tracce nel particolato, ma non è un mezzo di trasmissione

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1 anno fa

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Tracce di SARS-Cov-2 sono state ritrovate sul particolato atmosferico: non significa che sia un mezzo di trasmissione, ma che potrebbe aiutare a tracciare la presenza del virus.

Tracce di RNA del nuovo coronavirus SARS-Cov-2 potrebbero essere presenti non solo nelle acque di scarico, ma anche nel particolato atmosferico, in particolare in quello identificato come PM10.

È un’ipotesi formulata da un gruppo di scienziati italiani, affiliati a varie università, che fanno parte della Società italiana di medicina ambientale (Sima).

Questa prima prova apre la possibilità di testare la presenza del virus sul particolato atmosferico delle nostre città nei prossimi mesi come indicatore per rilevare precocemente la ricomparsa del coronavirus e adottare adeguate misure preventive prima dell’inizio di una nuova epidemia

anticipa il professor Alessandro Miani, presidente della Sima.

La presenza di tracce di virus nel particolato non significa che sia stata trovata una nuova via di trasmissione di COVID-19

I risultati ottenuti non dimostrano la presenza del nuovo coronavirus intatto nel particolato, ma di tracce di RNA del virus.

Pertanto il dato non implica che il virus sia attivo e abbia una carica infettiva sufficiente per contagiare.

L’evidenza emersa non significa assolutamente che sia stata trovata una nuova via di trasmissione della malattia, ma che, come affermato dai ricercatori, la presenza nel particolato potrebbe essere usata come un indicatore per rilevare precocemente la presenza del virus in un’area.

I ricercatori, che già in precedenza si erano occupati della questione, hanno divulgato questa notizia su due loro studi, uno deve ancora essere vagliato da altri ricercatori secondo il processo di revisione tipico delle pubblicazioni scientifiche, ma è in preprint su medrxiv e l’altro in una versione ancora preliminare, ma accettata per la pubblicazione, sarà pubblicato dall’International Journal of Environmental Research and Public Health.

 

 

Che cos’è il particolato atmosferico?

Con il termine di particolato atmosferico indichiamo le particelle di aerosol sospese nell’atmosfera terrestre, che possono avere origine antropica o naturale, che hanno dimensioni variabili da pochi nm fino a 100 microm.

In particolare spesso si parla di PM10 e di PM2,5: essi sono definiti come il materiale particolato avente un diametro aerodinamico medio inferiore, rispettivamente, a 10 microm e 2,5 microm.

La Environmental Protection Agency (EPA) ha definito dei parametri geometrici relativi agli strumenti di misura e dei parametri relativi ai flussi di prelievo, inoltre, sempre il sito della EPA riporta dettagli sui rischi che questo tipo di inquinante rappresenta per la salute umana e per l’ambiente.

 

 

I rischi non dipendono dalla presenza o meno di tracce del virus su di essi, ma dal fatto che tali particelle possono entrare e depositarsi nei nostri polmoni o andare addirittura nel sangue. Questo rischio aumenta più le particelle sono piccole.

Le nostre città sono già fornite di strumenti per monitorare la presenza di tali inquinanti nell’aria e si conoscono già molte cose riguardo l’andamento delle loro concentrazioni in funzione del tempo.

Il particolato ha livelli due o tre volte superiori in autunno-inverno rispetto alla primavera-estate.

Nonostante la grande variabilità a cui sono soggetti tali andamenti, è sempre identificabile un trend stagionale che si identifica con livelli di particolato due o tre volte superiore nelle stagioni autunno-inverno rispetto a primavera-estate. Questo principalmente è dovuto all’influenza dello strato limite planetario che in autunno e in inverno schiaccia gli inquinanti al suolo facendone aumentare la concentrazione. Oltre a ciò le condizioni meteorologiche hanno una grande influenza sulla dispersione degli inquinanti, ma tale influenza è di tipo casuale sia all’interno di un mese sia di anno in anno.

 

 

 

 

 

 

Lo studio scientifico

Tornando invece allo studio che riguarda la presenza di tracce di SARS-Cov-2 nel particolato, quello che hanno fatto gli autori è stato raccogliere diversi tipi di PM10 nell’aria in siti industriali della provincia di Bergamo, continuativamente per un periodo di tre settimane, dal 21 febbraio (data in cui sono apparsi i primi casi in Italia) al 13 marzo.

I campioni sono poi stati analizzati dall’Università di Trieste in collaborazione con i laboratori dell’azienda ospedaliera Giuliano Isontina che hanno verificato la presenza del virus in almeno 8 delle 22 giornate prese in esame.

I risultati positivi sono stati confermati su 12 diversi campioni per tutti e tre i marcatori molecolari, vale a dire il gene E, il gene N ed il gene RdRP, quest’ultimo altamente specifico per la presenza dell’RNA virale SARS-CoV-2.

Possiamo confermare di aver ragionevolmente dimostrato la presenza di RNA virale del SARS-CoV-2 sul particolato atmosferico rilevando la presenza di geni altamente specifici, utilizzati come marcatori molecolari del virus, in due analisi genetiche parallele.

ha spiegato Leonardo Setti, coordinatore del gruppo di ricerca insieme a Gianluigi De Gennaro e ad Alessandro Miani.

Secondo De Gennaro, “questa è la prima prova che l’RNA del SARS-CoV-2 può essere presente sul particolato in aria, suggerendo così che, in condizioni di stabilità atmosferica e alte concentrazioni di PM, le micro-goccioline infettate contenenti il coronavirus SARS-Cov-2 possano stabilizzarsi sulle particelle per creare dei cluster col particolato, aumentando la persistenza del virus nell’atmosfera come già ipotizzato sulla base di recenti ricerche internazionali.

L’individuazione del virus sulle polveri potrebbe essere anche un buon marker per verificarne la diffusione negli ambienti indoor come ospedali, uffici e locali aperti al pubblico. Le ricerche hanno ormai chiarito che le goccioline di saliva potenzialmente infette possono raggiungere distanze anche di 7 o 10 metri, imponendoci quindi di utilizzare per precauzione le mascherine facciali in tutti gli ambienti”.

Questi risultati secondo l’epidemiologo Prisco Piscitelli potrebbero anche dare una spiegazione al perché la progressione dell’epidemia Covid-19 sia più grave in quelle aree caratterizzate da livelli più elevati di particolato.

Piscitelli afferma:

Esposizioni croniche ad elevate concentrazioni di particolato atmosferico, come quelle che si registrano oramai da decenni nella Pianura Padana, hanno di per sé conseguenze negative sulla salute umana, ben rilevate e quantificate dall’Agenzia Europea per l’Ambiente, rappresentando anche un fattore predisponente a una maggiore suscettibilità degli anziani fragili alle infezioni virali e alle complicanze cardio-polmonari.

È arrivato il momento di affrontare il problema.

Un motivo in più quindi per affrontare anche il problema dell’inquinamento e non permettere a questa pandemia di farci dimenticare che il nostro pianeta ha bisogno dell’impegno di tutti e non è pensabile sospendere o rimandare le leggi ambientali.

 

Per una guida completa sulle mascherine:

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