Tribunale blocca l’oleodotto: vittoria per i Lakota Sioux

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4 Aprile

I Sioux vincono la loro battaglia in Nord Dakota. Dopo più di quattro anni e numerose contestazioni da parte dei nativi americani, un tribunale federale di Washington ha definitivamente bocciato il controverso oleodotto Dakota Access Pipeline.

Dopo un braccio di ferro durato mesi il tribunale federale di Washington ne ha revocato i permessi e ordinato una revisione ambientale complessiva, per la quale saranno necessari anni di lavori, come indicato dal quotidiano inglese The Guardian.

Tornando indietro nel tempo in questi anni ci sono stati diversi blocchi, uno su tutti quello de il corpo degli engineers dell’Esercito USA, praticamente il genio militare, che decise già nel 2017 di non autorizzare la costruzione di questo controverso tratto dell’opera.

L’Oleodotto DAPL doveva transitare nelle terre sacre dei nativi americani

Una notizia allora insperata soprattutto perché la posizione presa dallo stesso “genio militare”, davanti alla protesta delle tribù indiane e degli ambientalisti che bloccavano il passaggio dell’oleodotto Dakota Access sotto il letto del fiume Missouri vicino alla riserva dei Sioux della tribù di Standing Rock, fu sempre stata ferma e decisa.

Come mai ci fu questo primo cambio di rotta? Consci che la parola “vittoria” vicino alla parola Sioux è quasi un ossimoro storico, la notizia uscita fece scalpore come quest’ultima. Innanzitutto cerchiamo di chiarire i punti focali di questa “battaglia” pacifica da parte dei nativi fino ad arrivare alle ultime decisioni prese dal tribunale federale di Washington.

 

Il percorso di tutto l’oleodotto

 

Cos’è il DAPL

Il Dakota Access, con un investimento complessivo di 3.7 miliardi dollari, sarebbe servito a trasportare oltre un milione di barili al giorno di greggio estratto dai pozzi petroliferi nel giacimento di Bakken in Nord Dakota, fino alle raffinerie dell’Illinois.

La compagnia sostiene che gli oleodotti sono il mezzo più sicuro per trasportare il petrolio, e che in questo modo alleggeriranno il peso sul trasporto ferroviario che, a oggi, ha fatto aumentare i prezzi dei prodotti agricoli.

I nativi hanno manifestato a lungo, insieme a loro anche attori di Hollywood come Leonardo Di Caprio
e Jason Momoa

I lavori di costruzione sono cominciati in Nord Dakota il 25 gennaio del 2016 acquistando dai privati i terreni sul tracciato dell’oleodotto, ma consentendo agli stessi padroni delle terre di continuare a utilizzarle per usi agricoli in quanto l’oleodotto stesso sarà interrato.

L’impatto ambientale che quest’opera avrebbe avuto sulle terre sacre dei Lakota Sioux è il motivo principale per il quale gli stessi nativi si sono trovati a manifestare contro l’oleodotto, e non solo loro infatti si sono riuniti popoli da tutta America compreso Hollywood con Leonardo Di Caprio tra i più attivi.

Il campo dei manifestanti si trovava sulla sponda meridionale del Cannonball, alla confluenza col Missouri e si è cominciato a formare nell’aprile del 2016 con un picco di 8000 persone nel mese di dicembre.

Non abbandoneremo il campo di Oceti Sakowin, finchè tutto sarà definitivamente chiuso – dichiara Joe Brigs Plenty, poliziotto Lakota di Eagle Butte nella riserva di Cheyenne River – la mossa del genio militare è stata un allentamento della situazione poi tornata in auge poco dopo ed è proprio per questo motivo che continueremo a manifestare per il bene della nostra Madre Terra.

Trump è lo specchio dell’America piena di odio e razzismo. Noi abbiamo manifestato pacificamente e le risposte sono state granate stordenti, gas lacrimogeni, pallottole di gomma e spray al peperoncino, ci sono stati feriti a causa del lancio delle granate, utilizzati idranti di acqua gelida anche la notte, impediti a nostri fratelli di raggiungere il campo per rifornirci di beni primari ma questa terra in qualche modo va difesa e noi lo continueremo a fare.

Donald Trump ha annunciato più volte il suo sostegno al progetto oleodotto e proprio riguardo ciò ha ricevuto sostanziosi finanziamenti per la sua campagna elettorale da parte di Kelcy Warren (che ha donato un milione e 53 mila dollari) e Harold Hamm, miliardario proprietario della compagnia Continental Resources, che controlla buona parte dei diritti petroliferi del bacino di Bakken, e che è stato suo consulente nel settore energetico.

 

 

Tornando al 2020 e all’ultima decisione della corte, finalmente il tribunale ha decretato che il progetto attuale viola il National environmental policy act (Nepa), la legge sul diritto ambientale statunitense.

Normativa che è già stata oggetto di critiche da parte del presidente degli Stati Uniti, secondo i giudici infatti l’oleodotto, così come costruito e realizzato, presenta un impatto negativo sulla riserva di Standing Rock, situata tra il Nord e il Sud Dakota e anche i lavori di trivellazione sono stati effettivamente troppo “invasivi” deturpando buona parte del territorio su cui doveva transitare. Inoltre vìola i princìpi della Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni, tra cui il diritto alla salute, all’acqua e ai mezzi di sussistenza. Dopo aver analizzato questi punti i giudici hanno di fatto riconosciuto la riserva un luogo sacro per le pratiche culturali e tradizionali dei nativi americani.

L’oleodotto vìola la legge sul diritto ambientale statunitense e i principi della Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni

L’EIS (Environmental Impact Statement) incaricato dal tribunale sarà più approfondito nella valutazione già completata e potrebbe richiedere anni dopodiché il tribunale deciderà, in seconda battuta, se chiudere il gasdotto fino al completamento dell’EIS ma ad oggi tutto è bloccato.

“Ciò convalida tutto ciò per cui le tribù hanno sempre dichiarato sul rischio di fuoriuscite di petrolio per la gente di Standing Rock” afferma Jan Hasselman, avvocato di EarthJustice.

L’amministrazione Obama aveva ragione quando si è mossa per negare i permessi nel 2016 ma purtroppo era a fine legislazione e con l’avvento di Trump tutto si è ribaltato.

Il campo di Cherry Creek -Sud Dakota (©foto Alessio Vissani)

 

La battuta d’arresto per l’oleodotto arriva quando l’amministrazione Trump, si stava muovendo per ridurre severamente la Nepa, la legislazione del 1969 che è ampiamente considerata la pietra angolare della protezione ambientale degli Stati Uniti la quale, dalle parole dello stesso Trump, è la causa del blocco di molti progetti di combustibili fossili.

In un momento storico nel quale la Terra sta respirando (purtroppo o grazie) in concomitanza con le restrizione da Coronavirus una notizia che fa ben sperare per un futuro migliore.

Alessio Vissani

Alessio Vissani a.k.a. Alessio Vissani

Fotoreporter. Da Piccolo stavo con gli Indiani e ancora adesso il West e il mondo dei Nativi Americani è la mia più grande passione. Adoro correre, e fare trekking in montagna. Divoratore seriale di libri, giocatore da più di vent’anni di D&D e collezionista di sabbia, minerali e fossili. Nella notte speaker radiofonico della trasmissione Radio Gente Nerd
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sabato 4 aprile 2020 - 11:51
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