Anche l’attentato alla Sinagoga di Halle è stato trasmesso in streaming

2 anni fa

Ieri un ragazzo di 27 anni ha tentato di entrare in una Sinagoga armato di un fucile semi-automatico fabbricata in casa e 4Kg di esplosivo. Non riuscendoci, ha aperto il fuoco comunque uccidendo due persone. L’attacco è stato trasmesso in diretta su Twitch.

Anche in questo caso, come era successo a Christchurch, Stephan Balliet, questo il nome dell’attentatore, ha mostrato di conoscere e identificarsi nel linguaggio, nell’umorismo e nei meme cari ad alcune sottoculture del web. Ad esempio perché il terrorista si è presentato come “Anon”.

Se l’attentatore di Christchurch aveva condiviso la sparatoria su Facebook, Balliet ha preferito usare Twitch, una piattaforma prevalentemente usata dai videogiocatori.

 

Ve lo riportiamo non tanto per amore del morboso, ma perché questa commistione tra ironia del web, piattaforme social e attentati terroristici sta avendo l’effetto di plasmare le legislazioni di tutto il mondo in un modo che potrebbe cambiare per sempre il web per come lo conosciamo.

Dopo Christchurch l’Australia ha approvato una legge che impone a piattaforme come Facebook di rimuovere contenuti d’odio e di propaganda terroristica in meno di 2 ore dalla pubblicazione, una finestra temporale così ridotta che in molti si sono domandati se fosse realmente possibile.

L’attentato di Christchurch ha anche messo sul banco degli imputati l’imageboard 8Chan, a cui viene contestato l’anonimato dei commenti e una moderazione quasi assente.

Ancora più recentemente una sentenza della Corte di Giustizia Europea ha modificato in modo radicale la sezione 230 del Communication Decency Act.

La decisione non nasce da un caso legato al terrorismo, ma la conseguenza è comunque che, per la prima volta, piattaforme online come Facebook e Twitter sono pienamente responsabili delle azioni e dei contenuti dei post pubblicati dai loro utenti — allo stesso modo in cui, per fare un esempio, sarebbe responsabile Netaddiction se Lega Nerd pubblicasse un articolo diffamatorio contro qualcuno.

Ora i social non devono rimuovere esclusivamente i contenuti originali giudicati ad esempio come diffamatori, ma devono impegnarsi attivamente per rimuovere anche tutte le loro copie, elaborazioni, e alterazioni anche parziali. Un bel problema, che avrà conseguenze non banali.

All’aumentare delle responsabilità, aumentano anche i costi in termini di personale e ricerca e investimenti —ad esempio sul machine learning che fa andare gli algoritmi di moderazione— necessari per aprire e gestire una community online, con la conseguenza che stiamo andando ancora più rapidamente nella direzione di un web estremamente centralizzato, con pochi grossi player e nessuno spazio per le piccole organizzazioni. È un problema per la concorrenza (costi alti imposti dalla politica = difficoltà di accesso al mercato) e per la libertà degli stessi utenti.

 

 

 

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