Il nuovo film di Hellboy è arrivato nelle sale, spaccone ed arrogante come solo il semi demone rosso sa essere. In un tripudio di scazzottate e creature mostruose di ogni genere, la Mano destra del Destino corre verso il proprio fato. Ma siamo sicuro che sia veramente un bene?

Hellboy è uno dei miei fumetti preferiti di sempre. Ve l’ho ripetuto molte volte e credo che la cosa emerga anche nell’intervista che ho realizzato allo stesso Mike.

 

 

Un Mike Mignola peraltro entusiasta, che ad ogni minuto ci ha ricordato quanto questo nuovo film sia una sua creatura, dato che ha contribuito attivamente alla scrittura, con un rinnovato ruolo dopo le semplici consulenze e il ruolo di concept artist dei precedenti due film di Guillermo Del Toro.

Un entusiasmo che, anche in virtù della mia passione per le opere del fumettista americano, mi ha subito contagiato, mettendomi addosso un considerevole hype. E poi non possiamo dimenticare l’eredità, forte, ancora attuale, dei due film di Del Toro con protagonista Ron Perlman.

Ansia da prestazione, dite? Giusto un po’.

Eccoci quindi al momento fatidico, quello in cui ogni fan di un’opera si trova di fronte alla sua trasposizione e non riesce a separare le due sensazioni contrastanti che albergano in lui: da un lato l’entusiasmo, sfrenato per poter apprezzare ogni citazione e tribute e il rispetto verso l’opera originale, dall’altro il timore di veder “rovinato” qualcosa che abita nel proprio cuore e che in qualche modo si adotta, magari per sempre.

Hellboy di Neil Marshall è un film che ha sbagliato epoca. Se fosse uscito 20 anni fa, o forse anche qualcosina in più, certe cose magari sarebbero state digerite meglio, anche se non tutto è negativo, anzi.
Questo reboot di Hellboy abbandona quasi del tutto le atmosfere sognanti ed incantate del fantasy di Del Toro, con le proprie delicatezze e codici narrativi, per abbracciare le atmosfere splatter (più che horror vere e proprie) in una sorta di Die Hard contemporaneo dal ritmo forsennato e dal carattere spaccone, arrogante, guascone.

Questo reboot di Hellboy abbandona quasi del tutto le atmosfere sognanti ed incantate del fantasy di Del Toro, con le proprie delicatezze e codici narrativi, per abbracciare le atmosfere splatter (più che horror vere e proprie) in una sorta di Die Hard contemporaneo dal ritmo forsennato e dal carattere spaccone, arrogante, guascone.

Non è per forza un male: in fin dei conti per tutto il ciclo di Mignola, Hellboy è un essere che combatte sempre, incassa, sanguina, cade a terra, salvo poi rialzarsi per farlo ancora e ancora, ostinatamente in opposizione al suo fato che lo vorrebbe Re degli Inferi e conquistatore del mondo.

Eppure la prima sensazione che si ha quasi fin dall’inizio è quella di una perdita, importante.

 

 

 

 

Nonostante abbondino i mostri (in maniera quasi eccessiva), i luoghi spiritati, i poteri magici e paranormali e si narrino diverse leggende, il tono, il ritmo e l’impatto visivo fanno perdere quel fascino gotico e oscuro, decadente a tratti, squisitamente lovecraftiano e a volte dantesco o miltoniano, di tutto il folklore presente nei fumetti di Hellboy.

Uno dei problemi principali di questo film sta nel ritmo della narrazione.

Avete presente quando al ristorante vi lamentate perché passa troppo tempo tra una portata e l’altra e sembra non finire più? Ecco, in Hellboy è tutto il contrario, siete in un All You Can Eat di citazioni e fan service rapidissimo, quasi estenuante.

Ad un certo speravo veramente che arrivasse la pausa tra i due tempi per riprendere fiato.

Con un tono volutamente canzonatorio, immotivatamente sboccato, si parte con la leggenda di Re Artù, Mago Merlino, Excalibur e Nimue, la Regina di Sangue e da li comincia un giro sulle montagne russe che presenterà agli spettatori quintali e quintali di riferimenti.

Hellboy in Mexico e la Lucha Libre (apertura a dire il vero strepitosa, specie per i fan, con un HB che cattura fin da subito l’attenzione), i nazisti e la comparsa di Hellboy, Lobster Johnson, il Club Osiris, il B.P.R.D., la Caccia Selvaggia, i giganti, le fate, Gruagach, Baba Jaga ecc.

 

 

C’è un evidente problema di scrittura se si vuole gettare sul piatto tutte queste citazioni ai fumetti senza contestualizzarle e approfondirle in modo adeguato. Come se nell’ufficio di scrittura ci fosse una lavagna magnetica con scritti sopra tutti gli elementi da inserire e lo sforzo fosse più quello inserirne quanti più possibili, piuttosto del come inserirli. Si rischia la scorpacciata a discapito del gusto.

C’è un evidente problema di scrittura se si vuole gettare sul piatto tutte queste citazioni ai fumetti senza contestualizzarle e approfondirle in modo adeguato. Come se nell’ufficio di scrittura ci fosse una lavagna magnetica con scritti sopra tutti gli elementi da inserire e lo sforzo fosse più quello di inserirne quanti più possibili, piuttosto del come inserirli. Si rischia la scorpacciata a discapito del gusto.

E poi l’inizio, con le parolacce e il tono un po’ rock n roll, per nulla funzionale.

L’Armata delle Tenebre di Sam Raimi funzionava perché contrapponeva al tono formale, epico e cavalleresco dei personaggi del medioevo, quello sbruffone, cretino e irrispettoso di Ash. Invertire i ruoli in tal senso (o appiattirli) non è per nulla funzionale.

E Sam Raimi è un nome da tenere bene a mente in questo film.

Si vede che Neil Marshall è orgogliosamente attratto dai B-Movies horror e che tenta a più riprese, anche tramite scelte registiche e movimenti di camera ben precisi, di tributare il regista di Evil Dead se non addirittura di emularlo.

Abbondano i mostri, gli squartamenti, il grottesco e il marcescente. E anche con risultati gradevoli, specie nelle scene che riguardano Baba Jaga.

David Harbour interpreta un Hellboy convincente, un ragazzone troppo cresciuto che non riesce a svincolarsi dalla figura paterna di Trevor Bruttenholm, pur consapevole di appartenere ad un’altra razza.

Hellboy beve, stranamente non fuma (è un film Rated R negli States, quindi strano che in mezzo a tutti i tributes non si sia scelto di inserire anche la classica sigaretta del ragazzo infernale), si rattrista, mena e si rialza in modo sempre buono.

È un film assolutamente Hellboy-centrico, dove in qualche modo il rosso è sia protagonista che antagonista visto che il nemico più grande alberga dentro di lui, in quella natura demoniaca (Anung Un Rama) che tutti temono di risvegliare.

 

 

Il dramma del personaggio che rifiuta il proprio destino e che nasconde un buon cuore sotto la scorza dello spaccone ribelle sempre al centro della mischia è comunque un soggetto sempre valido e interessante che qui trova non solo un’ennesima conferma ma anche e soprattutto un ottimo interprete. Premiato quindi assolutamente.

 

Se l’Hellboy di Perlman era volutamente più “posticcio”, proprio per evidenziare il disagio del ragazzo infernale nello stare tra le persone, questo è totalmente a suo agio nel girare liberamente, petto in fuori e spalle larghe.

Se l’Hellboy di Perlman era volutamente più “posticcio”, proprio per evidenziare il disagio del ragazzo infernale nello stare tra le persone, questo è totalmente a suo agio nel girare liberamente, petto in fuori e spalle larghe.

Il make up è assolutamente azzeccato, migliorato sotto ogni punto di vista quindi. Questa parte è realizzata così bene da non far più caso che in mezzo agli esseri umani del film si aggiri un colosso rosso, con la coda e le corna.

Anche il design di Baba Jaga è molto curato ed è interessante, magari non originalissimo ma efficace anche nella scelta di renderla dinoccolata, scattosa e oltremodo perfida. Sempre ricordando un pochino certi personaggi di Raimi.

L’interpretazione della sempre bellissima Milla Jovovich è buona, il ruolo della Regina delle Streghe in cerca di vendetta le si “cucisce” addosso in modo ottimale e anche se non risultano esserci picchi di personalità (in sintesi fa tutto quello che ci si aspetterebbe dal suo personaggio) la performance è più che gradevole.

 

 

 

 

Alice Monaghan, Ben Daimio, Trevor Bruttenholm e tutti gli altri personaggi si limitano a fare il loro compito, contraltari buoni per giustificare tutte le fasi di crescita, cambiamento ed evoluzione di Hellboy; Alice sarà come una sorellina per il Rosso, amplificando il senso di famiglia mancante, Ben Daimio diventerà un amico dopo gli iniziali contrasti andando a completare il quadretto.

 

Sulla CGI potremmo discutere molto. Credo che certi livelli non propriamente elevatissimi (i giganti, i mostriciattoli del regno occulto, la stessa Nimue fatta a pezzi e il sangue “cremoso”) siano stati mantenuti quasi di proposito forse per ricordare quei B-Movies tanto cari a Neil Marshall.

Sui dialoghi e le battute si poteva fare decisamente di più. Ad Hellboy sono riservate le battute migliori, le scene divertenti che strappano genuinamente un sorriso e il mood guascone. Tutti gli altri dialoghi tendono ad essere piuttosto preconfezionati, a volte un po’ banali, sicuramente un po’ troppo didascalici.

Un esempio? Se vediamo un personaggio sforzarsi all’estremo per combattere e poi accasciarsi al suolo privo di forze, non serve fargli pronunciare una battuta del tipo “ho usato le mie ultime risorse”, perché la cosa è già evidente dalla scena.

È questa l’attitude da B-Movie vecchio stampo di cui vi ho parlato nel corso della recensione.

Restano le grandi quantità di citazioni al fumetto. Prese singolarmente moltissime sequenze sono estremamente simili alla versione fumettistica e anche se necessariamente qualcosa è stato cambiato (la nascita di Hellboy è leggermente diversa, così come la presenza di Lobster Johnson, gli scopi del Club Osiris o la leggenda della Regina di Sangue) tutto rimane piuttosto coerente con l’opera di Mignola.

Solo che siamo un pochino oltre il citazionismo e si sfocia troppo spesso nel puro fan service.
Hellboy è un film di puro entertainment, tutto cazzotti, mostri, sparatorie e gore. Un teen movie dei tempi passati per certi versi, con un tema importante alla base (la maturazione, l’accettazione di se stessi, la forza della famiglia) che sa divertire ed intrattenere, a patto che si ricerchi proprio questo in un film.

Hellboy è un film di puro entertainment, tutto cazzotti, mostri, sparatorie e gore. Un teen movie dei tempi passati per certi versi, con un tema importante alla base (la maturazione, l’accettazione di se stessi, la forza della famiglia) che sa divertire ed intrattenere, a patto che si ricerchi proprio questo in un film.

Non è sbagliato, il personaggio di Hellboy ha queste caratteristiche in effetti, però è solo un aspetto dell’opera di Mike Mignola, che rimane uno dei migliori esempi di fumetto indipendente e opera assolutamente autoriale. Sembra che ci si sia dimenticati di tutto quel fascino maturo, gotico e oscuro che abbonda nei fumetti di Mignola e questo è un peccato perché ci si poteva aspettare molto di più.

Hellboy non sarebbe dovuto essere un cinecomic alla “Marvel” (ci sono anche i codini) e nonostante abbia anche delle buone frecce al proprio arco, anche grazie a degli attori convincenti e ad alcune buone scelte registiche, non riesce ad entrare del tutto nei nostri cuori.

Nonostante l’enorme quantità di citazioni, questo film probabilmente andrà a scontentare proprio i fan di Mignola che ricercano le atmosfere e lo spirito del fumetto, qui riproposte solo in parte, quelle più pop e di massa. La cosa mi lascia piuttosto interdetto visto il ruolo dell’autore in tutto questo.

Se andate a leggere l’analisi del trailer che ho fatto qualche settimana prima dell’uscita del film direi di averci azzeccato praticamente su tutto.

 

 

Mentre il nuovo pubblico potrà certamente divertirsi con un film che ha i suoi innegabili difetti ma che sa anche divertire e riempire lo stomaco, grazie ad un personaggio comunque super caratterizzato e funzionale quanto ad attitudine e battuta sempre pronta.

È chiaro che questo film è seriamente intenzionato ad aprire una saga.

Io posso solo augurare il meglio al Rosso, che rimane uno dei miei personaggi preferiti di sempre.

 

Hellboy è al cinema dall’11 aprile.