Vita e morte dei grandi vichinghi: il Valhalla può attendere #LegaNerd
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Ragnar Lothbrok e Rollo Lothbrok nella serie tv Vikings Ragnar e Rollo Lothbrok nella serie tv Vikings

I vichinghi sono ovunque, in televisione, al cinema, nei libri, sulle magliette, nei videogame, ovunque. Niente male come bottino per un popolo di razziatori senza pietà non proprio noti per la loro dedizione alla cultura, all’arte e alla filosofia, diventati famosi per la loro brutalità e per l’ossessione per la morte.

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Ma chi erano i vichinghi? Da dove venivano? Come hanno fatto a tenere in scacco l’Europa (e l’America) con le loro incursioni per quasi tre secoli?

Tom Shippey, autore del saggio Vita e morte dei grandi vichinghi (Odoya Edizioni), prova a rispondere a queste domande con un approccio sociologico: parte dalla mentalità dei vichinghi, ricavata dalle testimonianze arrivate fino a noi, e traccia il profilo di un fenomeno difficile da inquadrare.

E, diciamolo subito, qualcuno in merito ai vichinghi potrebbe mettere in discussione anche l’uso del termine “civiltà”…

 

 

Chi erano i veri vichinghi?

“Vikingr” nella lingua dei vichinghi (il norreno) significava “pirata, razziatore”.

Vikingr – spiega Shippey nel saggio – nella lingua dei vichinghi (il norreno) significava “pirata, razziatore”. Semplificando al massimo si potrebbe dire che uno scandinavo che razziava e saccheggiava era un vichingo.

Drakar, le famose ed navi lunghe (fino a 30 metri) dei vichinghi sono considerate da molti la principale risorsa tecnologica che ha permesso a questi predoni di avere il successo che hanno avuto. Shippey però mette in dubbio questa spiegazione, oltre alle drakar c’era altro: la mentalità vichinga che non conosceva il concetto di resa.

La maggior parte dei vichinghi erano scandinavi, ma la maggior parte degli scandinavi non erano vichinghi. In pratica il termine indicava un’attività precisa, quella del delinquente internazionale.

Ma i vichinghi erano così brutali come siamo abituati a dipingerli noi? Sì. Alcuni studiosi si sono spinti persino a sostenere che ci fosse qualcosa di psicopatico nella loro mentalità.

Ma c’è un ma, non bisogna dimenticare il fatto che uno psicopatico del XXI secolo potrebbe essere tranquillamente un individuo ben integrato del IX secolo.

 

 

Il culto della morte

Una costante delle storie sui grandi vichinghi è il rilievo che assume la loro morte. In pratica il momento più importante di molte saghe è proprio quello in cui il protagonista tira le cuoia. Perché?

La risposta più semplice potrebbe essere perché i vichinghi non vedono l’ora di entrare nel Valhalla dove Odino raduna i migliori guerrieri per allenarli in attesa del Ragnarok.

 

Il mito del Ragnarok in un'interpretazione moderna Il mito del Ragnarok in una nota interpretazione moderna

 

Ma si sa già come andrà a finire il Ragnarok, giusto? I “buoni” perdono e muoiono, persino gli dei muoiono, in pratica muoiono tutti e l’ordine cosmico viene stravolto.

Naturalmente lo sapevano anche i vichinghi, e allora perché darsi tanta pena per combattere una guerra già persa in partenza?

Perché – sostiene Shippey – soltanto nella sconfitta definitiva si può dimostrare di che pasta si è fatti. E allora ben venga il gran finale, anzi, meglio così perché dà l’opportunità di mostrare l’ultimo, amaro sberleffo.

Già perché l’altra grande passione dei vichinghi era l’umorismo macabro, la battuta sprezzante che l’eroe di turno pronuncia prima di morire, il più delle volte una maledizione e la promessa, più o meno velata, di vendetta verso il suo carnefice. Simpatici, no?

Ragnar “calzoni villosi”, reso famoso dalla serie tv Vikings, è uno dei “grandi vichinghi” citati nel libro. Anche lui, come i suoi colleghi, muore ridendo (in una fossa di serpenti). Dice al suo assassino re Ella: “I maialini strepiterebbero se sapessero della morte del vecchio verro”. I maialini a cui si riferisce Ragnar sono i suoi due figli (Ragnarsson): Sigurd Serpente nell’Occhio e Ivar il Senza Ossa che, in effetti non presero bene il supplizio del padre/verro e misero a ferro e fuoco l’Inghilterra di re Ella (anche) per vendicarlo. Se siete tristi per la morte di Ragnar non vi preoccupate, a re Ella è andata peggio…

 

 

L’autore

Tom Shippey

Tomas Alan Shippey è professore emerito alla Saint Louis University in Missouri e ricercatore senior al Trinity College di Dublino. Ha scritto diversi saggi accademici sulle opere di J.R.R. Tolkien di cui è considerato anche uno dei massimi esperti.

Curiosamente ha anche occupato la stessa cattedra di Tolkien all’Università di Leeds. Con Harry Harrison è coautore della trilogia fantasy Le spade e l’impero nota anche come la Saga del Martello e della Croce.

 

 

Il libro

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Vita e morte dei grandi vichinghi non è un libro per studiosi e lo si capisce subito dallo stile spigliato e divertente col quale è scritto.

Sarebbe stato impossibile, oltre che crudele, proporre a lettori comuni un saggio su un argomento così impegnativo senza ricorrere a questo approccio.

Con grande intelligenza Shippey tratta la vita, ma soprattutto la morte, di alcuni dei grandi vichinghi con tono lieve, facendo spesso riferimento alla cultura pop del XXI secolo che tanto deve ai vichinghi, senza però omettere o censurare nulla di quelle che sono storie non proprio adatte a palati sensibili.

La brutalità, lo sberleffo crudele, la vendetta, in alcuni casi la follia, i vichinghi erano così, prendere o lasciare e a questo libro va dato merito di averli raccontati in maniera interessante e con la massima sincerità.

 

 

Andrea Cattaneo

Andrea Cattaneo a.k.a. Andrea Cattaneo

Il papà di Niccolò e anche un appassionato di design grafico, lingua, letteratura e cultura giapponese. Divoratore di libri e autore di romanzi e racconti.
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