Il Giappone, simbolo di pace, armonia ed equilibrio, ha dato vita ad una classe di soldati dall’intramontabile fascino, apparentemente immuni alla paura e al dolore. Essi sono oggi simbolo di tradizione, di ligio dovere e saggezza, ma quando questa terra mistica venne minacciata, i samurai caddero perendo nel turbinio della modernizzazione, perdendo la battaglia con la storia.

Puntando gli occhi verso quest’isola, che sembra essere più antica di qualunque altra, si percepisce e quasi si respira l’elusività e la riservatezza di una cultura unica creatasi ai tempi dei grandi imperi e che tuttora rimane tale.

Quello che i più ignorano è che questo segreto, questa magia, è ancora sulle nuvole del Giappone perché nel XVII secolo, Ieyasu Tokugawa e i suoi discendenti, allora in carica come Shogun, scelsero di chiudersi al mondo, regolarizzando i rapporti esteri in modo molto severo.

Lo shogun nella gerarchia del potere giapponese era al pari dell’imperatore. Egli aveva il compito di svolgere mansioni differenti da quest’ultimo, come la gestione delle forze armate.

Ma il confine tra le autorità non venne mantenuto e nel momento in cui il clan Tokugawa salì al potere l’imperatore perse ogni funzione, occupando un sedile carico di lustro, ma privo di potere esecutivo.

Ieyasu, primo shogun Tokugawa, salito al potere nel 1600 in seguito alla battaglia di Sekigahara, una volta acquisiti i pieni poteri si interessò affinché venisse congelata qualsiasi ideologia che andasse in contrasto con quanto invece formalmente da lui approvato.

Così cercò di ridurre influenze aliene come la minaccia dei Kirishitan e quindi dei missionari cattolici Spagnoli e Portoghesi che cercavano di convertire la popolazione da almeno un secolo, riuscendoci in tante occasioni, soprattutto nelle piccole isole.

Per fare questo adoperò strategie molto restringenti e limitative con conseguenze che ricaddero sullo stile di vita della popolazione, sulla normale comunicazione con il mondo esterno e su conflitti e attriti con paesi esteri.
Una delle strategie di alienazione fu l’introduzione dell’isolazionismo.

Una delle strategie di alienazione fu l’introduzione dell’isolazionismo. Questo in terra nipponica prende il nome di sakoku, esso regolamenta i commerci tramite speciali permessi concessi a pochi paesi esteri scelti come i Paesi Bassi, molto preziosi in quanto unico flusso per le notizie e i progressi del resto del mondo, la Korea e la Cina.

L’eventuale assenza di permesso portava alla pena di morte per il commerciante. Ma cosa può aver portato lo shogun a serrare le barricate verso il mondo esterno in modo così rigido e controllato e come questa mossa politico-economica ha contribuito alla dismissione di un classe di guerrieri?

Le ragioni si fondano su questioni perlopiù religiose, ma anche sul tentativo di insidiare nel frammentato territorio giapponese l’assoluto favore verso il governo.

 

Periodo Edo

Ogni han era sotto il controllo di un signore, che prendeva il nome di daimyō.

Il Giappone pur avendo più di una figura centrale in cui convergevano i diversi poteri, rimaneva una terra spezzettata in tantissimi piccoli-medio territori quasi autonomi, denominati han. Ogni han era sotto il controllo di un signore, che prendeva il nome di daimyō.

L’autonomia conferitagli era tale da richiedere e formare una propria guardia di samurai, riscuotere le tasse e gestire i commerci. La struttura del territorio è quella tipica in uso in periodo feudale ed è proprio in questo stato che il Giappone si ritrova a fluttuare per oltre 200 anni.

 

Il Giappone feudale diviso in piccoli han.

 

La strategia che rese statico, privo di mutamenti, di rivolte, sovversivi e colpi di stato un dominio lungo due secoli fu una morsa stringente attorno a tutti i daimyō del Giappone.

Ieyosu Tokugawa pensò bene di introdurre un sistema di presenza-alternata conosciuto come sankin kōtai, dove veniva richiesto ad ogni daimyō di risiedere ad anni alterni nella città di Edo, l’attuale Tokyo, e di trasferire l’intera famiglia a corte in modo permanente.

In pratica lo shōgun aveva in ostaggio tutte le famiglie dei signori di ogni han a cui chiedeva ingenti tasse in riso e seta.

Viaggio verso Edo per l’annuale residenza dal Daimyo.

 

Inoltre, quando si recavano a Edo per l’annuale residenza, dovevano portare a loro seguito una schiera di seguaci in proporzione alla loro ricchezza. Le spese degli spostamenti e del soggiorno erano a carico del relativo signore, precludendo così qualsiasi tentativo di arricchimento da parte dei singoli clan.

Al momento dell’investitura dello shogun le caste seguivano la struttura gerarchica del shinōkōshō: i samurai (shi), i contadini (), gli artigiani (kō) e i mercanti (shō).

Nel periodo Edo gli ostruzionismi, stratagemmi e manovre legislative modificarono gli equilibri tra queste categorie favorendo una piuttosto che l’altra, ricoprendo di ricchezze una e portando in miseria l’altra.

 

Rappresentazione delle quattro caste sociali.

 

I contadini subirono il peso della corruzione, a causa degli scarsi controlli effettuati sulle terre lontane da Edo, quindi si trovarono a rispondere ad una tassazione triplicata. La città di Edo divenne il più grande mercato del paese, grazie alle ingenti quantità di denaro che affluivano per l’elevato numero di abitanti in seguito al sankin kōtai.

I mercanti, considerati parte passiva del progresso del paese, acquisirono potere grazie alla ricchezza.

I samurai si distinguevano per l’onorevole servizio svolto per un daimyō. Chi non svolgeva tale servizio era denominato Ronin.

I Samurai, il cui termine originario significa colui che serve, costituivano una delle due sole parti dell’aristocrazia Giapponese. Essi si distinguevano in due categorie: samurai e ronin.

La differenza tra i due risiede nell’onorevole servizio svolto presso o per un daimyō, i secondi erano privi di vincoli e per questo meno rispettati, chiamati anche uomo onda.

 

La grande onda di Kanagawa

 

Durante tutto il periodo Edo i samurai persero gradualmente la loro funzione di guerrieri per perseguire la via burocratica e amministrativa, in quanto abbastanza colti per poter ricoprire tali incarichi.

Diverse leggi messe in atto dallo shogunato resero ancor più difficile e ricercata tale professione, ma inevitabilmente la si rese povera di utilità.

L’ereditarietà del titolo di samurai, la proibizione del possesso di armi lunghe per la gente comune e il divieto di combattere tra samurai, relegarono tutte le loro abilità di combattimento ad essere considerate come un’arte più che un vero strumento di guerra.

Nonostante questo la loro figura continuava a resistere, la loro posizione nella gerarchia dei poteri non era mutata, ma restava appesa ad un filo. Solo che un’inaspettata ondata di modernità interruppe questo labile equilibrio in cui la casta persisteva nella società.

 

L’apertura dei porti

Era l’8 luglio 1853 quando l’ammiraglio statunitense Matthew Calbraith Perry a seguito delle sue quattro navi nere gettò le ancore nella baia di Tokyo.

Ci furono precedenti simili durante tutto il XVIII e il XIX secolo, navi statunitensi minacciarono l’attacco qualora il Giappone non avesse aperto i porti al commercio libero, ma in ogni occasione i tentativi furono vanificati da un tempestivo allontanamento delle minacce.

Questa volta, nel 1853, la presenza militare americana risultò inaffrontabile.

Ad un anno di distanza, gli Stati Uniti ottennero quanto voluto e venne firmata la Convenzione di Kanagawa, in cui venne decretata l’apertura di alcuni porti e assicurata la protezione ai marinai americani.

A distanza di qualche mese altre nazioni come la Russia avanzarono le stesse pretese degli statunitensi e anche in questo caso la questione si risolse con un trattato: quello di Shimoda, in cui oltre alle concessioni commerciali ci fu la cessione parziale dell’isola Sachalin alla Russia.

 

Navi straniere nel porto di Yokohama

 

Le sottomissioni ai voleri degli stranieri furono percepite come una sconfitta: i grandi clan persero il rispetto dei Tokugawa e iniziarono ad allearsi, accomunati dal desiderio di rivalsa e dal malcontento generale.

Le aperture dei porti furono concesse negli anni successivi formalmente anche a Inghilterra, Olanda e Francia. Questa forzatura creò una spaccatura senza precedenti all’interno dello stato.

Questo periodo di sussulti raggiunse il culmine nella Guerra di Boshin, guerra civile combattuta tra 1868 e il 1869, che vide coinvolte le forze del clan Tokugawa e quelle fedeli al novizio imperatore Meiji.

La causa del conflitto fu la dichiarazione imperiale di abolizione del bicentenario governo dello shogunato e l’imposizione del governo diretto della corte imperiale.

L’esito della guerra, a favore dell’imperatore Meiji, sancì la fine di un dominio storico e importante per il Giappone: finalmente lo shogunato fu abolito, l’imperatore divenne l’unica figura di comando e portava con se rivoluzionarie idee di modernizzazione occidentale.

 

È tempo di posare le armi

L’imperatore Meiji Tennō era considerato un uomo di larghe vedute e di una acuta intelligenza nell’osservare le cose. Proprio dall’osservazione degli Olandesi che da sempre erano materia di studio per i giapponesi, egli conosceva bene i paesi occidentali e il suo desiderio era quello di avvicinarsi a tali politiche, permettendo al Giappone di superare la fase feudale e modernizzarsi.

Dalla nuova amministrazione vennero introdotte importanti novità come la costituzione, il calendario gregoriano, un sistema sanitario e la creazione di un esercito moderno.

Nella nuova amministrazione non vi era spazio per l’errore e la superbia e non si fece scrupoli ad assumere consiglieri europei a sostegno della ridefinizione amministrativa del paese; di fatto vennero introdotte importanti novità come: la costituzione, il calendario gregoriano, un sistema sanitario e la creazione di un esercito moderno.

Proprio la realizzazione di un esercito imperiale diede il colpo di grazia alla casta dei samurai. Il governo impose la leva obbligatoria, costringendo i popolani ad arruolarsi; addestrando l’esercito con tecniche e pratiche prettamente europee.

In aggiunta, nel 1871, la riforma per l’abolizione del sistema han sciolse qualsiasi vincolo tra domini, daimyō e samurai ai quali non si riconosceva più il diritto e il dovere di servire, mettendo fine ufficialmente al feudalesimo.

Quando i Samurai videro i loro signori cedere le rispettive terre al governo centrale, questi guerrieri solenni deposero le loro armi senza opporre alcuna resistenza, rispettosi anche nella disfatta.

solo nel 1877, i samurai che non riuscirono ad adattarsi al cambiamento inveirono contro l’impero, nella Ribellione di Satsuma, ovviamente non riuscirono a riportare l’ordine delle cose a quello pre-restaurazione Meiji.

 

Privati delle loro armi e dei loro doveri, i samurai non avevano rendita e per questo lo stato stesso se ne occupò, elargendo un sostentamento.

Al termine delle sovvenzioni, alcuni si ritrovarono a occupare posti importanti nel governo, mentre altri caddero in uno stato di negazione e povertà assoluta nelle loro decadenti abitazioni in compagnia di vecchie armi.

Tra i fiori il ciliegio, tra gli uomini il guerriero.

Sakura

Il ciliegio fu adottato come simbolo della casta dei Samurai e nella cultura giapponese viene considerato il corrispettivo del guerriero in natura: perché nella fioritura mostra uno spettacolo di immensa bellezza nel quale il samurai vedeva riflessa la grandiosità della propria figura, ma è sufficiente un improvviso temporale perché tutti i fiori cadano a terra, proprio come per un colpo di spada il samurai può cadere in battaglia.

 

 

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Parentesi videoludica. Di titoli sul Giappone ce ne sono a bizzeffe, ma quello che mi ha colpito maggiormente per accuratezza storica e non solo: costumi e ambientazione è sicuramente Shadow Tactics.

 

La Storia in Breve è una rubrica di carattere storico che cerca di raccontare – in breve – popoli, grandi personaggi, battaglie e curiosità del mondo antico e moderno. Non dimentichiamo ciò che merita di essere conservato, ricordando salviamo il nostro passato.

 

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