Capcom Beat ‘Em Up Bundle

3 anni fa

8 minuti

L’unico vantaggio del passato è che è passato”, amava ripetere Oscar Wilde. Ma sarà poi vero? Per i videogiochi non si direbbe. Stante la cronica penuria di nuove icone generazionali – all’orizzonte non si vede nemmeno l’ombra di mascotte della forza di un Mario o di una Lara Croft – e, soprattutto, di idee originali, da tempo i produttori hanno deciso di raschiare il fondo del barile inondando i negozi fisici e non di retroconsole, edizioni rivedute e corrette di titoli vecchi, compilation di grandi classici e così discorrendo.

Che i ricordi siano un business in grado di fruttare una montagna di quattrini, insomma, è assodato. Difficile resistere a un’alluvione di contenuti tale da sommergere ogni appassionato, nuove leve comprese, le quali – paradossalmente – si ritrovano ad aver nostalgia verso epoche che non hanno mai vissuto.

Quanti giovani di oggi hanno preordinato NES Classic Mini spinti dalla curiosità di scoprire com’erano i videogiochi di un tempo e quanti invece per conformismo, assecondando l’asfissiante revival degli anni ‘80 che pare occupare ogni interstizio esistente tra Pull and Bear e Netflix? Non è dato saperlo, fatto sta che Capcom Beat ‘Em Up Bundle si colloca a pieno titolo in questo genere di manovre e – almeno nelle intenzioni – punta ad azzannare alla giugulare chiunque fosse ragazzo sul finire degli anni ‘80 e l’inizio degli anni ‘90.

Capcom Beat ‘Em Up Bundle è disponibile per Ps4, Xbox One, PC e Switch. Scoprite come ci è sembrato con la nostra recensione, riferita alla versione per la console Nintendo.

La verità è che il mondo da tempo non ha più bisogno di picchiaduro a scorrimento e la prova sta nei fatti: nel mercato di massa il genere è praticamente estinto e oggi resta rappresentato solo da qualche esponente indie. Un peccato.

Personalmente sento la mancanza di giochi tanto cialtroni e ripetitivi quanto immediati nelle meccaniche, in grado di suscitare un divertimento primordiale, diretto allo stomaco, in genere bastano due-tre tasti, che spettacolo.

Erano titoli insopportabilmente difficili da completare, costruiti su un puzzle di curatissimi pixel, tamarri come pochi, perfetti per evocare alla mente il puzzo di sigaretta – la legge Sirchia era ancora là da venire – di una sala giochi dove un tizio con aria da duro, orecchino, maglia della salute bianca e giubbotto di jeans bestemmia picchiando i pugni sul cabinato di fronte all’ennesimo game over.

Già, le sale giochi: le potevi trovare in centro come in periferia, in riviera poi ne era pieno, spesso erano fatiscenti, sporche, dai nomi ridicoli, un profluvio di Magic Town, Jolly, Moonlight, Thunderball. In ognuna di esse si scambiavano lire per gettoni dalle due-tre scalanature incise, sotto gli occhi di una cassiera che a stento nascondeva commiserazione nei confronti di chi, come il sottoscritto, finiva per spendere diecimila cucuzze a botta.

Eppure  mia madre mi diceva sempre: “Tu lì non ci metti piede, è pieno di drogati”. Risultato: le sale giochi erano il mio sogno erotico e finivo per andarci a sua insaputa, non senza essere assalito da un fastidioso senso di colpa, che però spariva di colpo dopo aver selezionato Cody in Final Fight, di gran lunga la stella più luminosa del pacchetto di giochi confezionato da Capcom.

Questo titolo del 1989 per me rappresenta – insieme a Cadillacs & Dinosaurs sempre di Capcom e Sunsetriders di Konami – il massimo del genere: Metro City era e resterà il teatro delle scazzottate che ricorderò più volentieri, troppo bello impersonare un energumeno come Mike Haggar (il sindaco della città!) e prendere a schiaffoni loschi figuri con occhiali da sole e catenoni, improbabili punk, prostitute in metropolitana, sgherri in canotta da palestrato.

 

Final Fight

 

Giocato trent’anni dopo Final Fight riesce ancora a intrigare.

Giocato trent’anni dopo Final Fight riesce ancora a intrigare, vuoi per la grafica in pixel art, vuoi per le animazioni eccellenti, la rappresentazione del degrado urbano nella scenografia, gli sprite giganti, i boss di fine livello, che paiono buttafuori raccattati all’ingresso della peggior discoteca del quartiere.

Il gameplay è, ovviamente, decrepito: rispetto agli altri giochi della collezione, tutti più recenti, le mosse disponibili sono pochissime e il livello di difficoltà sfiora la stratosfera. Ma le strade di Metro City sono storia dei videogiochi: attraversatele, se avete il fegato.

 

Captain Commando

 

Captain Commando del 1991 è il secondo titolo del lotto più amato dal sottoscritto.

Quando uscì avevo otto anni ma ricordo ancora quanta impressione mi fecero gli smembramenti a colpi di katana del ninja Ginzu, forse un’anticipazione del treno di violenza che avrebbe investito i videogiochi nel 1992 con le fatality di Mortal Kombat e nel 1993 con la motosega di Doom.

Captain Commando è un Final Fight in salsa futuristica, dove finalmente si può correre.

Il prodotto, per il resto, è un Final Fight in salsa futuristica, dove finalmente si può correre e si controlla un cast da Comiche di Villaggio e Pozzetto: tra i personaggi troviamo un poppante in pampers che guida un robottone verde e una ridicola mummia armata di pugnali.

 

The King of Dragons

 

The King of Dragons (1991) era una bomba da giocare in tre contemporaneamente davanti al cabinato: uno prende il chierico, l’altro l’elfo, un terzo il nano e via a menar fendenti in questo frullatore di botte dall’ambientazione fantasy in stile Dungeon & Dragons.

Per sconfiggere i memorabili boss di fine livello – tra cui il minotauro e il ciclope – l’alchimia tra i giocatori diventa fondamentale, occorre saper sfruttare al momento opportuno le abilità di ogni personaggio selezionato.

 

Knights of the Round

 

Knights of the Round (1992) approfondisce ulteriormente le suggestioni medievaleggianti e porta il carico di schiaffoni direttamente sulla tavola rotonda di Re Artù. Le meccaniche vengono arricchite dal sistema di parata, dalla possibilità di sfruttare i cavalli per gli assalti all’arma bianca e dall’introduzione dei livelli di esperienza in stile gioco di ruolo.

 

Warriors of Fate

 

Anche in Warriors of Fate del ‘92 le cavalcature fanno la parte del leone. Colpisce particolarmente la singolare ambientazione cinese, l’ampio roster dei personaggi disponibili e, soprattutto, il reparto macelleria: il titolo tracima di violenza, rendendo possibili mutilazioni e decapitazioni assortite.

Gli ultimi due giochi paiono inseriti apposta nel pacchetto per mandare in visibilio gli amanti degli almanacchi: non sono mai usciti su console e, pertanto, per molti giocatori – compreso il sottoscritto – costituiranno una novità.

 

Armored Warriors

 

Si tratta di produzioni più moderne e lo si nota anzitutto dalla grafica particolareggiata e dalla maggior ricchezza del sistema di combattimento. In Armored Warriors (1994) spadroneggiano improbabili robottoni dai colori scintillanti, che possono essere meglio equipaggiati raccogliendo potenziamenti, parti meccaniche e modifiche varie.

 

Battle Circuit

 

Battle Circuit è invece uscito in sordina nel 1997, quando la prima Playstation aveva già cambiato il mondo dei videogiochi a suon di poligoni. All’interno di questa collezione il titolo non passa però inosservato e vince a mani basse la palma d’oro della profondità del sistema di combattimento: il comparto di attacchi e mosse disponibili è complesso e vario al punto da rasentare i picchiaduro a incontri. Stupiscono poi le possibilità di personalizzazione dei personaggi e la stramberia fuori misura del roster di picchiatori.

 

Tecnicamente parlando gli sviluppatori di Beat ‘Em Up Bundle hanno svolto un compitino senza infamia ma soprattutto senza lode.

Tecnicamente parlando gli sviluppatori di Beat ‘Em Up Bundle hanno svolto un compitino senza infamia ma soprattutto senza lode: l’emulazione convince senza riserve nel formato 4:3 originale, ma a livello di extra si poteva fare decisamente di più.

I menu sono piatti, anonimi e dalla direzione artistica abbastanza scialba. C’è una bella galleria di artwork e bozzetti che guarderete una volta e mai più e la modalità online che permette di giocare in multigiocatore in rete. Durante le sessioni di prova tutto ha funzionato a dovere.

In conclusione raccomando l’acquisto di Beat ‘Em Up Bundle a due tipologie di giocatori: a chi ha vissuto sulla propria pelle l’epoca dei picchiaduro a scorrimento e ha speso fior di paghette in sala giochi e a tutti coloro che realmente desiderano conoscere un pezzo di storia dei videogiochi.

Per questo genere di utenza l’intrattenimento qui non manca di certo e Switch, data la sua estrema versatilità, rappresenta senz’altro la piattaforma ideale per Beat ‘Em Up Bundle.

Tutti gli altri farebbero bene a riflettere sette volte prima di spendere 20 euro per una manciata di titoli divertenti quanto vuoi, ma invecchiati decisamente male.

 

Post scriptum: per concludere questa recensione ho salvato la partita poco prima del boss finale di Final Fight. Ora carico il salvataggio e torno a darci dentro. In trent’anni non l’ho mai finito. Chissà, forse è la volta buona.

83
ME GUSTA
  • Divertimento a volontà
  • Giocato in multiplayer intrattiene a dovere
  • In mobilità su Switch è perfetto
  • Che nostalgia delle sale giochi
  • Un pezzo di storia dei videogames tutto da (ri)scoprire
FAIL
  • I picchiaduro a scorrimento sono ripetitivi
  • 20 euro per 7 giochi di vent'anni e passa fa non sono poi così pochi
  • Pochi extra
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