Quando Cristoforo Colombo salpò con l’obiettivo di scovare la rotta più breve per raggiungere le Indie, mai si sarebbe aspettato di trovare una così sconfinata diversità culturale tra sé stesso, rappresentante del civile cittadino europeo, e i più famosi Amerindi, che nella loro quiete pre-coloniale non erano mai stati giudicati per i loro costumi e le loro usanze. Nei racconti al ritorno del primo viaggio, Colombo parla di tribù abili nella guerra e divoratori di carne umana: i Cannibali.

Precisamente il 23 novembre 1492 nell’occasione dell’avvistamento dell’isola di Cuba, nel rapporto del diario di bordo della Santa Maria, Colombo scrive di essere entrato in contatto con le popolazioni delle Piccole Antille, con i quali cerca da subito di instaurare un rapporto pacifico.

Questi ultimi parvero terrorizzati agli occhi del navigatore, che rimase sorpreso di sapere che la paura da loro provata non era a causa della presenza di stranieri, ma a causa di feroci guerrieri locali che usavano cibarsi di carne umana.

 

Le Canibales Islands in mappa corrispondo all’arcipelago delle Piccole Antille.

Giunto in patria, Colombo si reca al cospetto dei reali di Spagna, ai quali descrive minuziosamente il viaggio attraverso terre mai esplorate, paesaggi immutati dalla nascita e rimasti immacolati, inosservati e protetti dall’occhio europeo.

Tra queste vicende sono anche menzionati i cannibali. Ed è in quest’occasione che il loro mito prende vita anche in Europa.

 

 

Qualcuno ne volle sapere di più

Di lì a poco altri iniziarono a raccontare, anche in maniera più precisa e sentita, le vicende legate a questi uomini indiani divoratori di propri simili.

Il mercante Michele Da Cuneo in alcune lettere scrive che quando i cannibali riescono a catturare gli abitanti delle Grandi Antille – dice – lI mangiano come noi li capreti” . Inoltre, il mercante, sempre in queste lettere, fa presupporre che ormai per i cannibali, gli uomini rappresentano un anello fondamentale della loro catena alimentare e per di più egli ritiene che questa strana abitudine sia necessaria per il contenimento demografico nell’arcipelago delle Antille.

Ulteriori dettagli vengono presentati anche dalle esperienze raccontate dal vescovo di Santo Domingo, Alessandro Geraldini che nel 1522 parla delle barbarie di questi Caribi che usano cuocere i prigionieri più grassi su carboni ardenti, mentre altri vengono cucinati in enormi pentoloni, ma più interessante è scoprire le sadiche pratiche di ingozzamento dei prigionieri più magri che quindi venivano allevati come bestiame in delle celle che non erano meno che dei recinti.

Non a caso è un sacerdote a cogliere quelle che sono le sfumature spirituali dell’atto: infatti, sempre Geraldini, afferma che il cannibalismo era associato a qualche rito sacrificale non ben noto.

 

Rappresentazione di un atto cannibale in funzione religiosa.

 

 

Chi è il vero cannibale?

L’antropofago è colui che vive al di fuori del contesto civile, a prova di integrazione, propenso agli atteggiamenti più selvaggi, compreso quello di cibarsi di carne umana.

Queste esperienze portano alla ribalta vecchi termini e concetti, come quello dell’antropofagia e quindi dell’antropofago che con l’avvento dei cannibali acquisisce una nuova interpretazione figurativa e non solo: l’antropofago è colui che vive al di fuori del contesto civile, a prova di integrazione, propenso agli atteggiamenti più selvaggi, compreso quello di cibarsi di carne umana. A questo punto antropofago e cannibale sono indici che puntano nella stessa direzione.

C’è anche chi come Walter Ralegh, famoso navigatore inglese e primo governatore della colonia della Virginia, individua una interessante correlazione tra i cannibali delle indie e, nel contesto americano, i cannibali d’europa, gli spagnoli. Il navigatore Inglese parla della consuetudine da parte degli iberici nel comprare donne e bambini dei cannibali, che confermano con ulteriore atto antropofago la loro orribile natura, ovvero si privano della propria prole o anche quella altrui pur di accaparrarsi qualche ricompensa. “Ma c’è chi è più cannibale dei cannibali”  come scrive Attilio Brilli, ovvero gli Inglesi che diedero vita alla tratta di schiavi più famosa: dalle remote sponde dell’Africa fino alle colonie sparse nelle Americhe.

Evidentemente, non era più sufficiente la manodopera ricavata dalle tribù sottomesse, o dagli schiavi “legittimamente” acquistati, ma fu necessario importare “carne fresca” dalla culla del mondo. Quindi la manovalanza indigena era una risorsa a tutti gli effetti, e se nella prima fase di colonizzazione gli spagnoli ne approfittarono su tutti i rivali europei, sottomettendo un’infinità di tribù, una volta arrivato il turno degli inglesi, quasi 100 anni in ritardo, questi rimasero privi di forza lavoro locale, indi per cui la necessità dell’indegna importazione ed espropriazione di intere generazioni di uomini africani.

 

Mappa di Diego Gutiérrez del 1562 che illustra le zone di provenienza dei cannibali del Brasile.

 

A questo punto, risulta ormai indistinguibile la sottile linea di confine tra i cannibali, tale per cui la denominazione calza a pennello per entrambe le parti: Amerindi ed Europei. 

La grave situazione non passò inosservata alle menti pensanti dell’epoca come al filosofo francese Michel de Montaigne che riferendosi ai cannibali del Brasile espresse un concetto di assoluta verità: “In quel popolo non vi è nulla di barbaro e di selvaggio, se non che ognuno chiama barbarie quello che non è nei propri usi” e con immensa bellezza letteraria presentò il concetto agli europei, resi sordi e cechi dalle mille storie riciclate sui cannibali:

Penso ci sia più barbarie nel mangiare un uomo vivo che nel mangiarlo morto.

Il chiaro messaggio del filosofo era indirizzato verso gli immondi e maniacalmente avidi di potere e ricchezza sovrani spagnoli e inglesi, anche fino agli insulsi sir e hidalgo che seguitavano l’avventura oltremare per l’incetta dell’oro.

Il discriminante, borghese e istruito uomo di scienza, pieno anche di elevata sapienza spirituale, giudica senza perdono atti di cui non comprende la natura e la funzione, se non quella più banale.

Come anche nel ruolo di uomo più forte ed intelligente, l’europeo non poteva perdere questa gara all’inciviltà, appropriandosi di un aggettivo etimologicamente estraneo.

 

In testa all’articolo il dipinto di Francisco Goya che rappresenta l’atto di fagocitazióne da parte di Saturno, anche detto Crono, di uno dei propri figli, nel tentativo di scongiurare la fine del suo domino pronosticato in una profezia. L’opera prende il nome di Saturno che divora i propri figli realizzato tra il 1821 e 1823.

 

 

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