Detroit: Become Human

4 anni fa

9 minuti

Il nuovo attesissimo titolo di Quantic Dream sta per arrivare in esclusiva su PlayStation 4, scoprite come ci è sembrato con la nostra recensione.

Anno 1903, nell’area periferica di Detroit, Michigan, Henry Ford fondava la Motor Company che ancora porta il suo nome, nota per essere stata la prima azienda ad usare la catena di montaggio e il nastro trasportatore, tuttora usati nelle industrie moderne. La rivoluzione di quella semplice intuizione tecnologica ha cambiato per sempre la vita degli esseri umani, ed è per questo motivo che David Cage ha voluto ambientare proprio a Detroit la sua nuova avventura, come ci ha rivelato il lead writer del gioco nella nostra intervista.

Anno 2038, Detroit, Michigan. L’immagine del futuro che le storie all’interno del colossale nuovo titolo firmato Quantic Dream propongono al giocatore è quella che si potrebbe in modo verosimile avverare nella nostra società. Detroit: Become Human ha tratteggiato un dramma sci-fi dai contorni e dalle tematiche fortemente attuali e tangibili e, posso dirlo fin da subito, è il miglior prodotto che Cage e soci abbiano mai sfornato. Dirò di più, è anche insospettabilmente uno dei migliori videogiochi di questa generazione. Se siete curiosi di scoprire perché, non vi resta che proseguire con la lettura della nostra recensione!

 

 

 

Un futuro moralmente controverso

Si diceva di un futuro verosimile, e infatti ogni angolo delle ambientazioni in cui avranno luogo le vicende dei nostri protagonisti richiama un’estetica del tutto simile a quella che potrebbe avere una megalopoli fra vent’anni. Per quanto ci siano, spesso e volentieri, delle strizzate d’occhio a tantissimi prodotti che hanno trattato la tematica degli androidi – primo fra tutti ovviamente Blade Runner – lo stile di Detroit: Become Human è del tutto originale e riserva solo qualche legittima sruffianata ai colori e ai font dell’universo PlayStation.

Parlarvi della trama del titolo senza incorrere in spoiler non è semplice, ma partiamo con il dare un po’ di contesto: Elijah Kamski (protagonista tra l’altro del primo corto che potrete vedere qui di seguito, ambientato prima delle vicende del gioco) è il fondatore di CyberLife, la società che ha inventato degli avanzatissimi androidi che hanno permesso agli esseri umani di progredire in modo esponenziale sostituendosi a loro in tutti quelli che sono gli ambiti più rischiosi, banalmente dal lavoro in fabbrica al settore bellico. Si è creato così un vero e proprio mercato diramato nei più svariati ambiti, ci sono androidi badanti e/o baby sitter e persino night club di soli androidi, e sullo sfondo di questa struttura si intravede il marcio di una società che ha tacitamente monetizzato la schiavitù di queste macchine.

 

 

Il dilemma morale che permea la storia di Detroit: Become Human si avverte silenzioso fin dalle battute iniziali del gioco, e diventa man mano più rumoroso fino ad urlare nella testa del giocatore che c’è qualcosa di profondamente sbagliato in questa società. É una società che si rispecchia moltissimo nella nostra, in quella fatta di uomini e donne di diverse etnie che hanno lottato per secoli affinché concetti come la libertà, la dignità umana e la parità di diritti diventassero cardini imprescindibili del vivere quotidiano, qualcosa da non mettere più in discussione.

Ma qualora non si trattasse più di umani, come reagirebbe la nostra società?

David Cage prova a mostrarci uno scenario che fa dell’opportunismo e del materialismo più spinti la sua distopia, e su questo sfondo ci mette nei panni di tre diversi protagonisti le cui storie proseguono su binari inizialmente paralleli: starà a noi, tramite le scelte che faremo con ciascuno di loro, decidere se e quando far collidere il tutto, tenendo ben presente che si potrebbe anche arrivare a non incrociarle mai, o quasi.

Attraverso 32 intricati livelli, quella che ci viene raccontata è una storia che può cambiare radicalmente da un capitolo all’altro.

Attraverso 32 intricati livelli, quella che ci viene raccontata è una storia che può cambiare radicalmente da un capitolo all’altro; alla fine di ciascuna sequenza avremo modo di vedere in un diagramma tutte le scelte che abbiamo effettuato e le conseguenze a cui queste ci hanno condotti, osservando altresì quanti percorsi abbiamo invece ignorato. Qui però non ci sarà detto cosa sarebbe successo, motivo per cui se si vorrà scoprire ogni segreto della storia di Detroit: Become Human bisognerà finire il gioco ben più di una volta. Chi vi scrive ha avuto modo di vedere tre finali estremamente diversi tra loro, ma ce ne sono ancora tanti altri possibili; non temete però, non si rischia di rigiocare all’infinito certe sequenze che alla lunga potrebbero diventare monotone perché per ogni scelta determinante nell’albero dei capitoli sarà possibile partire da checkpoint intermedi ed esplorare di volta in volta le possibilità che preferiamo.

 

 

 

Vite che si intrecciano

Le scelte e i finali multipli sono sempre stati una prerogativa dei titoli Quantic Dream, ma mai come in questo gioco si ha l’impressione di poter letteralmente plasmare la storia con le nostre azioni; in un’armonia rara di gameplay interattivo la sospensione dell’incredulità è forte come nei migliori film di genere, e riesce a rendere il giocatore davvero partecipe e ad empatizzare con una storia che sfrutta gli androidi per parlare degli uomini, delle loro mille contraddizioni, paure, pregi e difetti, altruismi e crudeltà.

La vicenda portante si articola su un fenomeno inaspettato che scuote la società: alcuni androidi, definiti devianti, stanno sviluppando una sorta di coscienza e si ribellano agli esseri umani, esacerbando una situazione già parecchio difficile dal momento che con l’avvento delle macchine il divario tra “ricchi e poveri” si è fatto ancor più tangibile nella società. La classe media non esiste praticamente più, i cittadini abbienti si sono arricchiti in modo esponenziale grazie agli androidi, la classe più bassa al contrario ha perso il lavoro rimpiazzata da questi e già da tempo questo malcontento serpeggia tra le strade di Detroit causando non pochi casi di bullismo e maltrattamenti nei confronti degli androidi.

Si è detto più volte che abbiamo tre protagonisti, ebbene questa informazione è del tutto sbagliata perché per ciascuno dei tre personaggi principali ci sono altrettanti comprimari le cui vicende hanno un ruolo fondamentale nel dipanarsi della storia.

Si è detto più volte che abbiamo tre protagonisti, ebbene questa informazione è del tutto sbagliata perché per ciascuno dei tre personaggi principali ci sono altrettanti comprimari le cui vicende hanno un ruolo fondamentale nel dipanarsi della storia. La stessa Detroit è in un certo senso la grande protagonista del gioco, fisicamente come città in cui muoviamo i nostri passi e metaforicamente come opinione pubblica che giudicherà le nostre azioni. Poi abbiamo Connor, l’avanzatissimo androide detective che da la caccia ai devianti (e sì, suona chiaramente come un richiamo a Blade Runner, ma vi posso assicurare che il caro Connor ha una personalità tutta sua e sarà il personaggio più profondo e sfaccettato da giocare per molti), che viene affiancato al burbero detective Hank nelle indagini che li porteranno sulle tracce della scintilla rivoltosa.

 

 

A guidare la rivolta degli androidi ci sarà invece Markus, inizialmente assistente di un vecchio artista costretto sulla sedia a rotelle che lo tratta come un figlio, in un misto di ammirazione e invidia per la perfezione degli androidi, che a differenza degli umani non invecchiano e non si indeboliscono, e che lo esporrà all’arte e alla cultura, instillando in lui la scintilla che ne risveglierà la coscienza e il libero arbitrio. Markus diventa il leader di un vero e proprio gruppo di rivoltosi e quando giocheremo nei suoi panni interagiremo in realtà con scelte che influenzano tutto il suo gruppo, dovendo mantenere in equilibrio i rapporti anche personali con importanti comprimari.

Infine abbiamo Kara, androide di servizio nella casa di un balordo di nome Todd, e Alice, la piccola figlia di quest’ultimo che dopo le ripetute violenze domestiche subite cercherà in Kara un aiuto. Insieme le due fuggiranno alla ricerca di una serenità che, alla luce di ciò che sta accadendo a Detroit, sembra sempre più un’utopia irrealizzabile. Le vicende di Kara e Alice sono quelle che più di tutte proseguono su un binario parallelo rispetto a quelle di Connor e Markus, regalando al giocatore una dimensione estremamente umana e intima, propriamente femminile, di ciò che sta accadendo: sono quasi un rifugio sicuro, come il tenero abbraccio di una mamma che prova a confortarci dalla insensata brutalità che ci circonda.

 

 

 

Immedesim(azione) di gioco

La formula in termini di gameplay ricalca in tutto e per tutto ciò che ci si aspetta visto il passato delle produzioni di Quantic Dream: abbiamo in definitiva un bigger better di quella di Heavy Rain, con fasi esplorative, la possibilità di interagire con moltissimi oggetti e con persone, sbloccando dialoghi a scelte multiple, e l’azione quasi sempre affidata ai QTE.

Questa forse l’unica grande pecca del titolo, non aver osato maggiormente sul gameplay innovando la formula ben consolidata con qualcosa in più. Risulta comunque tutto molto apprezzabile e non si rischia mai di annoiarsi, proprio perché a seconda del personaggio che useremo l’azione di gioco cambierà radicalmente: con Connor potremo investigare e ricostruire intere scene del crimine, con Markus precostituire le varie opzioni e scegliere la migliore per agire, con Kara invece saremo chiamati a fare molta attenzione ai dialoghi e alle scelte che prendiamo, perché potranno precludere intere sezioni di gioco.

Infine non possiamo non fare un applauso allo sviluppatore per la qualità visiva e sonora con cui è stato messo in scena questo titolo, la regia e il ritmo di ogni sequenza restituiscono davvero l’idea di star giocando un film interattivo, il rendering dei visi e le espressioni facciali dei personaggi sono sbalorditivi, le luci e gli effetti cromatici pure, e la colonna sonora accompagna splendidamente la storia dall’inizio alla fine. Tirando le somme, Detroit: Become Human è un gioco profondo che ci sentiamo di consigliare ad occhi chiusi a tutti gli amanti delle esperienze di stampo narrativo, ma anche a chi non ne avesse mai giocate sullo stile Quantic Dream perché si tratta davvero del miglior esponente che lo studio francese abbia finora regalato all’industria dei videogiochi; semplicemente non avrebbe fatto male un po’ più di coraggio nell’innovare lato gameplay.

90
ME GUSTA
  • Tematiche profonde affrontate molto bene
  • Visivamente meraviglioso
  • Scrittura credibile e affascinante
FAIL
  • La formula di gameplay è un "bigger better" di quanto già visto, si poteva osare di più
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