Dieter è morto: quando il fumetto è denuncia sociale

3 anni fa

12 minuti

Bullismo, razzismo, paura ed accanimento nei confronti del “diverso”, dell’estraneo e una grande dose di superficialità ed indifferenza (quando non aperta ignoranza). Che cos’hanno in comune tutte queste cose? Che sono drammaticamente attuali.

Dieter è morto è il 4° volume della collana TIMED di Shockdom, un universo narrativo di cui abbiamo già avuto modo di parlare in modo approfondito e che presenta, in un ipotetico futuro governato da due ipernazioni, esseri umani dotati di straordinari poteri che però, allo stesso tempo, consumano la vita dei loro portatori.

In questo volume, scritto da Federico Chemello e Maurizio Furini e disegnato da Agnese Innocente, il suicidio di un brillante ragazzo di una scuola di Berlino – Dieter – sembra suscitare una tremenda indifferenza da parte di tutti. Tranne per Niklas, 18enne dotato di un particolare potere TIMED, che vuole a tutti i costi scoprire la brutta verità dietro questa terribile tragedia.

 

 

Federico e Maurizio, siete entrati nel mondo dei superpoteri dei TIMED affrontando una tematica molto spinosa, di certo attuale in modo sempre più preoccupante, ovvero il bullismo e la stigmatizzazione del “diverso”. Sui giornali purtroppo si legge fin troppo spesso di vicende legate a questi atteggiamenti e recentemente la serie 13 Reasons Why su Netflix ha suscitato l’attenzione pubblica andando a sensiblizzare anche il pubblico più generalista riguardo la cosa. Da cosa è nata l’esigenza di voler raccontare questo tema? Pensate che il vostro fumetto possa essere veramente un buon mezzo di denuncia? Che feedback state ricevendo dai vostri lettori?

Più che del bullismo in senso stretto, legato alla scuola, volevamo parlare del razzismo e in generale del modo in cui la società si relaziona agli individui identificati come “diversi”, come giustamente dicevi anche tu. Purtroppo l’ambiente scolastico si presta molto bene a sviscerare certi argomenti perché questo tipo di problematiche nasce quasi interamente dall’educazione e dall’ambiente in cui le persone crescono, e l’intolleranza inizia a manifestarsi già a partire dai giovanissimi.

C’è poi un secondo argomento importante che volevamo affrontare ma non possiamo parlarne senza rovinare troppo la lettura a chi non ha ancora preso il libro.

Crediamo che sia assolutamente possibile fare attivismo con i fumetti o con le altre forme d’arte o di intrattenimento, ma a essere sinceri non è il nostro caso. Più che denunciare qualcosa volevamo raccontare una storia con dei temi importanti e possibilmente far riflettere i lettori, ma senza dare nessun giudizio morale. Finora i lettori sembrano essere molto ricettivi e sensibili all’argomento, e la cosa ovviamente ci fa molto piacere.

Nota di Federico: Ho detestato 13 Reasons Why per tutta una serie di motivi che richiederebbero un articolo a parte per essere elencati nel dettaglio, molto brevemente posso dire che l’ho trovata una storia molto artificiale e forzata da vari punti di vista, una sorta di teen drama che utilizza linguaggi e meccanismi da “intrattenimento scemo” per raccontare qualcosa di estremamente delicato e complesso, secondo me fallendo nonostante gli intenti degli autori fossero sicuramente (posso immaginare) buoni.
Detto questo, quello che ci tenevo a dire è che quando è uscita 13 Reasons il nostro soggetto per Dieter era già stato approvato, può sembrare sciocco farne un punto di orgoglio ma mi seccherebbe tantissimo se qualcuno pensasse che abbiamo deciso di seguire la scia di qualcosa che non mi è piaciuto nemmeno un po’, è stato completamente un caso.

 

Voi avete già diverse pubblicazioni alle spalle, tra l’altro anche in Francia e anche nel campo videoludico. Ci volete raccontare un po’ del vostro percorso e  di come siete arrivati a concepire Dieter è morto?

Ci siamo conosciuti in fumetteria quasi una decina d’anni fa, un po’ di tempo dopo abbiamo deciso di provare a sceneggiare fumetti insieme e da allora non abbiamo mai smesso di farlo.
Insieme a Riccardo Gamba e Alberto Massaggia abbiamo fondato il Dayjob Studio e negli ultimi anni abbiamo pubblicato una serie per bambini in Francia (Rosa Viola), i fumetti di alcuni videogiochi (per esempio Hotline Miami 2 ed Enter The Gungeon) e svariate autoproduzioni tra cui la graphic novel I Am Spank, la serie The Leaderboard e l’antologia Treasure Chest, un nostro tributo ad Akira Toriyama che è uscito l’anno scorso e ha coinvolto ben 31 autori.

Federico ha inoltre pubblicato la graphic novel Restiamo sdraiati qui per sempre con Shockdom, e probabilmente è anche grazie a quella che Lucio Staiano ha deciso di coinvolgerci nel progetto Timed.

 

 

 

Dove e quando è stato concepito Dieter è morto? Ogni gran progetto poi porta con sé aneddoti e situazioni particolari avvenuti durante la sua creazione e che vale la pena raccontare . Ce ne volete parlare?

Era circa l’inizio dell’anno scorso quando ci siamo messi a pensare a qualche soggetto per la storia con Agnese, di solito non facciamo fatica a trovare gli spunti di partenza e così avevamo deciso di preparare tre pitch diversi, sottoporli a Shockdom e vedere quale preferivano.
Ma alla fine ci siamo resi conto che Dieter è morto ci piaceva troppo e abbiamo deciso di proporre a Shockdom solo quella, sperando che la accettassero.
Per fortuna fin da subito sono stati molto favorevoli e così abbiamo iniziato a lavorarci, finendo per dedicare una quantità esagerata di tempo a capire come inscatolare una storia così ampia in solo 60 pagine. Per vari motivi in quel periodo il modo più comodo per trovarci era vederci il tardo pomeriggio in un centro commerciale, quindi più o meno tutto il lavoro sul soggetto l’abbiamo fatto mentre giravamo per negozi a caso, facevamo la spesa al supermercato (per ottimizzare il tempo!) o cose del genere.
Anche la sceneggiatura l’abbiamo scritta quasi tutta nello stesso centro commerciale, principalmente campeggiando per 4 o 5 ore alla volta ai tavoli del McDonald’s.
Una volta eravamo seduti lì e una delle cassiere viene verso di noi, abbiamo subito pensato “Ok, si sono stancati di averci sempre qui” e invece la ragazza voleva solo farci notare che nel tavolo all’angolo c’era anche la presa per la corrente, nel caso ci servisse per il pc.
Inutile dire che dal giorno dopo quello è stato praticamente “il nostro tavolo”.

 

Chi è Dieter? Qual è l’ispirazione che ha fatto nascere questo personaggio, la cui unica colpa è quella di essere un ragazzo troppo in gamba per la media dei suoi coetanei? E per quanto riguarda Niklas invece, il protagonista, che pare essere l’unica persona a cui veramente importi qualcosa della vita altrui in mezzo ad una moltitudine di giovani cattivi ed indifferenti?

Dieter non è nessuno in particolare, a dire la verità, ma rappresenta molto bene tutte le persone un po’ strane che vengono isolate esclusivamente a causa della loro personalità.

Per quanto riguarda Niklas invece ci sono dei modelli di riferimento molto specifici, ma rischieremmo di entrare di nuovo in un campo minato di spoiler quindi purtroppo preferiamo non dire niente.

 

Una parte molto importante del vostro fumetto riguarda i social network. Essi possono essere sia uno strumento molto utile che estremamente pericoloso, come vedremo tra le pagine di Dieter è morto. Qual è il vostro rapporto con essi (anche considerando che oggi molti fumettisti riescono a godere di grande popolarità prima sul web che non su carta)?

Abbiamo entrambi un rapporto abbastanza conflittuale con i social network, che come giustamente sottolinei sono sempre più importanti anche per i creativi e i fumettisti nello specifico.

Purtroppo i social tendono a premiare i contenuti che mirano alla pancia, che suscitano reazioni immediate, istintive, non controllate dalla parte razionale del nostro cervello. Questo meccanismo fa sì che progressivamente i contenuti sui social siano sempre più bassi, sempre meno approfonditi e l’aspetto forse peggiore di questo discorso è che anche i mezzi d’informazione si sono adattati a questo gioco al ribasso, puntando ai like facili e alimentando moltissimo il clima d’odio che questi strumenti favoriscono.

 

 

Ma siamo veramente tutti così cattivi e superficiali sui social? I compagni di scuola di Niklas sembrano essere davvero malvagi; verrebbe da pensare che sono frutto della fantasia degli sceneggiatori, che non ci sono persone così in giro, eppure ci vuole poco a capire che avete di fatto fotografato una situazione reale e presente.

Fortunamente non siamo tutti così, anzi, ma allo stesso tempo ci sono tantissime persone  che oltre a pensare certe cose (fatto di per sé grave e problematico) non si fanno nessun problema ad affermarle in pubblico, per esempio basta pensare ai commenti alle notizie sugli immigrati o a casi come quello di Amanda Todd (o quelli legati ad Ask.fm) in cui masse di persone arrivano a incoraggiare qualcuno a suicidarsi, qualcosa di impensabile.

 

Agnese Innocente si è fatta interprete della vostra sceneggiatura, mediante un tratto gentile, morbido, dai caldi colori pastello: effettivamente un approccio decisamente all’opposto rispetto a certe tematiche scure del vostro fumetto e soprattutto rispetto al dramma suscitato dal suicidio di Dieter. Come è nata la vostra collaborazione e quali sono le indicazioni che le avete trasmesso per disegnare il volume?

Conoscevamo Agnese e stavamo parlando di una possibile collaborazione già da un po’ quando Lucio Staiano di Shockdom ci ha proposto (in maniera completamente autonoma e scollegata) di lavorare insieme a un volume per Timed, l’abbiamo visto un po’ come un segno del destino e abbiamo accettato immediatamente.

La scelta di usare lo stile di disegno “rassicurante” e caldo di Agnese per raccontare una storia molto cupa era uno dei pochissimi punti fermi che avevamo fin dall’inizio, pensiamo infatti che questo contrasto amplifichi la portata delle scene più pesanti in maniera molto efficace, senza andare nei dettagli crediamo che alcuni passaggi della storia non sarebbero altrettanto disturbanti se tutto il fumetto fosse disegnato in maniera più sporca o realistica.

La collana TIMED, dopo il primo capitolo RIO 2031 che introduce questo universo narrativo facendo il verso al mondo supereroistico americano, ha dato priorità invece a tematiche decisamente più autoriali e verticali, quasi a farsi portavoce di un certo male della società che ci affligge già oggi. Pensate che, in quest’epoca di cinecomics e generale superficialità, la metafora dei superpoteri sia uno strumento efficace per portare a galla argomenti così importanti (e qui il pensiero non può che andare ai primissimi X-Men)?

Sì, crediamo che i superpoteri possano essere un ottimo modo per affrontare certi temi perché i personaggi con poteri strani (in un mondo generalmente popolato da umani) sono il perfetto esempio del “diverso” che ha tutta una serie di problemi a interfacciarsi con la società. Poi si potrebbero affrontare le stesse identiche tematiche senza ricorrere ai superpoteri, ovviamente, però sono argomenti a cui teniamo e si sposavano bene con l’ambientazione, così ne abbiamo approfittato.

 

 

 

 

Parlando della stesura del progetto di Dieter è morto, una qualità di questo vostro lavoro è che, pur nel limite abbastanza stretto di pagine, siete riusciti ad arrivare esattamente al fulcro della tematica, coi giusti tempi narrativi senza fretta o sprechi. Quali sono state le difficoltà nell’ottenere questo risultato? Visto il tema così importante c’è mai stato un momento in cui avete pensato che forse non ce l’avreste fatta?

Il problema più grosso, come accennavamo in una delle risposte precedenti, è stato fare in modo che una storia del genere potesse funzionare con un numero di pagine piuttosto ristretto, solo 60, anche se è in formato francese e questo ci permette di avere anche 8 o 9 vignette per pagina senza perdere in leggibilità.
Abbiamo dovuto fare molti tagli, sviluppando un po’ meno del previsto alcuni aspetti che ci sarebbe piaciuto mostrare di più, per esempio il rapporto di Niklas con suo padre o la passione di Dieter per gli scacchi. In questo modo però abbiamo tenuto un ritmo che ci soddisfa nelle scene che abbiamo incluso nella storia, e nel complesso siamo molto orgogliosi del risultato.
Di solito siamo abbastanza sicuri di noi e della nostra capacità di gestire qualsiasi progetto, ma in questo caso dobbiamo ammettere che ci è capitato di chiederci se forse non fossero temi un po’ troppo delicati per affrontarli così velocemente.
Ne abbiamo discusso a lungo e alla fine abbiamo capito che valeva la pena provarci, e che finché rimanevamo onesti e il meno retorici possibile (difficile non esserlo almeno un poco) il nostro lavoro sarebbe stato difficile da attaccare.
Poi magari non è così, però ci piace crederlo.

 

La saga TIMED continuerà con l’uscita dei prossimi due volumi (“L’ultimo Tramonto” di Marco Rincione e Mattia Surroz e “365” di Palloni e Castaldi. Ma per quanto riguarda il vostro percorso autoriale? Possiamo sapere su cosa state lavorando e cosa leggeremo di vostro nel prossimo futuro?

Al momento siamo al lavoro su alcuni progetti per la Francia insieme ai disegnatori Silvia Vanni, Andrea Dotta e Lorenzo Ghignone, inoltre stiamo preparando il nuovo volume di The Leaderboard e una nuova collana di fumetti autoprodotti con il Dayjob Studio.

È la prima volta che progettiamo qualcosa di ambizioso come una vera e propria collana di fumetti invece che una singola storia, per ora la cosa ci dà moltissima soddisfazione ma non possiamo ancora svelare molto se non che è un progetto legato al mondo dei videogiochi e si chiamerà Press Start.

Possiamo però svelarti un paio di immagini in anteprima, tratte dall’albo disegnato da Alberto Massaggia per la collana:

In anteprima esclusiva le prime immagini preparatorie di Press Start.

Infine una domanda che mi piace sottoporre agli autori di opere come la vostra. Quale pensate dovrebbe essere l’atteggiamento mentale col quale approcciarsi alla vostra opera, visto anche il difficile tema trattato? Cosa consigliereste ai vostri lettori di prima della lettura?

Noi ci siamo impegnati al massimo per raccontare dei fatti invece che “esporre la nostra tesi”, allo stesso modo sarebbe ideale che chi legge il volume accantonasse i pregiudizi e aspettasse di finirlo prima di farsi un’idea su quello che ha letto e sui personaggi della storia.

È difficile, soprattutto quando si affrontano certi argomenti necessariamente politici/sociali, ma leggere le storie (tutte le storie in realtà, non solo la nostra) attraverso la lente del proprio pensiero ideologico porta spesso a giudicarle più per quanto rispecchiano le nostre aspettative che non per quello che sono.

 

 

 

 

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