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Le micronazioni: quando il desiderio di libertà è più grande di te

3 anni fa

14 minuti

Se esiste un valore che nella società attuale assume un’importanza fondamentale, sicuramente tale valore è quello della libertà. Il perseguimento di questa condizione personale e/o collettiva è oggetto di disquisizioni filosofiche nonché di interesse a fini concreti, sin dall’affermazione dell’Illuminismo.

Eventi imponenti come per esempio le rivoluzioni francese e americana (e perché no, anche le guerre d’indipendenza italiana) ne testimoniano la valenza. Ma cosa succede quando a pretendere l’indipendenza è una nazione composta da un numero di persone che si può contare sulle dita delle proprie mani?

 

 

Il fenomeno delle micronazioni

A partire dal XX secolo sono state etichettate con questa dicitura una moltitudine di “entità di carattere statale” auto affermatesi in tale periodo. Le caratteristiche che accomunano tali “nazioni” sono spesso la bassa popolazione che le compone, i territori molto minuti su cui vengono rivendicati diritti e, purtroppo per loro, l’indifferenza con cui vengono trattate da parte degli Stati “veri”.

Queste stesse caratteristiche non definiscono in assoluto una micronazione, dato che il fenomeno è altamente complesso: esistono micronazioni che non hanno rivendicazioni territoriali, altre che sulla carta presentano un numero importante di cittadini che spesso non risiedono nel territorio, ma sono in possesso di una semplice cittadinanza acquisita telematicamente, altre che nascono per scopi puramente goliardici o come critica alla società moderna.

Il numero di micronazioni presente attualmente nel mondo è davvero rilevante. Vediamo quali sono le più importanti e particolari!

 

 

 

Il Principato di Sealand

Fra l’innumerevole quantità di micronazioni esistenti, la più famosa è probabilmente il Principato di Sealand. Esso si trova a sud della Gran Bretagna, su un’ex piattaforma marittima militare, l’HM Fort Rough.

 

La bandiera del Principato di Sealand

 

La creazione e l’uso originario della piattaforma

Nel 1942, durante la Seconda Guerra Mondiale, l’HM Fort Rough venne costruito in Inghilterra come una delle Fortezze marittime Maunsell.

Esso era costituito da una grande zattera galleggiante con una sovrastruttura di due torri unite da un ponte.

La zattera venne trainata fino al banco di sabbia Rough Sands dove venne intenzionalmente allagata, in modo che lo scafo affondasse e si appoggiasse sul fondo. Le colonne, rimaste emerse, e la piattaforma superiore costituiscono la sovrastruttura del vascello rimasta in vista.

La struttura venne occupata da poche centinaia di membri della Royal Navy durante la Seconda guerra mondiale; la funzione della base era quella di difesa antiaerea. Dopo la guerra tutto il personale venne evacuato e l’HM Fort Rough abbandonato.

 

La piattaforma costituente il Principato di Sealand

 

 

La trasformazione in “stato indipendente”

Nel 1966, il forte venne occupato da Paddy Roy Bates, un cittadino britannico che aveva avuto problemi legali a causa di una stazione radio, “Radio Essex“. Dopo aver discusso coi suoi avvocati su come fare per mantenere la sua radio attiva decise di proclamare la piattaforma uno stato indipendente.

 

Paddy Roy Bates e consorte

 

Nel 1978, mentre Roy Bates era assente, il “primo ministro” che egli aveva incaricato, il professor Alexander Achenbach, e diversi cittadini dei Paesi Bassi organizzarono la cattura di Roughs Tower, trattenendo Michael, figlio di Bates, come ostaggio, prima di rilasciarlo diversi giorni dopo nei Paesi Bassi.

Bates arruolò dei mercenari e con un elicottero d’assalto riprese la fortezza.

Tenne quindi prigionieri gli invasori reclamandoli come prigionieri di guerra.

I cittadini dei Paesi Bassi partecipanti all’invasione furono rimpatriati alla cessazione della “guerra”; invece Achenbach, di cittadinanza tedesca, venne accusato di “tradimento contro Sealand” e imprigionato indefinitamente.

I governi dei Paesi Bassi e della Germania avanzarono una petizione al governo britannico per il suo rilascio, ma la Gran Bretagna disconobbe ogni responsabilità, affermando di non avere alcuna giurisdizione poiché l’incidente era avvenuto al di fuori delle acque territoriali inglesi.

L’affermazione che Sealand sia uno Stato indipendente e sovrano si basa su un’interpretazione di una decisione, di magistratura inglese, risalente al 1968, in cui è stato dichiarato che Roughs Tower si trovasse in acque internazionali  (ovvero oltre le 12 miglia marittime di distanza dalla costa di uno Stato, che è la fascia riconosciuta di competenza della relativa entità statale) e quindi al di fuori della giurisdizione dei tribunali nazionali.

 

La Germania inviò allora un diplomatico a Sealand per negoziare il rilascio di Achenbach e dopo diverse settimane Roy Bates cedette, affermando successivamente che, a suo dire, la visita diplomatica costituiva il riconoscimento de facto di Sealand da parte della Germania.

La Germania non ha mai confermato questa interpretazione personale di Bates.

Il Principato possiede una propria Costituzione, stampa francobolli, conia monete (di carattere puramente commemorativo), e per un certo periodo ha rilasciato anche passaporti.  Il motto di Sealand è Ex Mare Libertas (dal mare, Libertà) e possiede un proprio inno nazionale. Detiene il Guinness World Record per la più piccola area che rivendica lo status di nazione”.

Il Principato trova il proprio sostentamento dalla vendita di gadget e titoli nobiliari vari.

Sito web del Principato di Sealand: sealandgov.org

 

 

 

 

Ladonia

Ladonia è una micronazione proclamata nel 1996 dall’artista Lars Vilks. Il territorio rivendicato si estende per circa 1 km² e si trova in una riserva naturale e costituisce un’enclave al sud della Svezia.

Si auto definisce una Monarchia Costituzionale con capoluogo Wotan City, possiede una moneta propria chiamata Örtug, due inni nazionali senza nome (uno dei quali è facilmente eseguibile da chiunque gettando una pietra nell’acqua) e persino un motto nazionale: Suum cuique (A ciascuno il suo).

 

La bandiera di Ladonia: la particolarità di questa bandiera risiede nel fatto di essere costituita da “una croce verde (simile a quella della bandiera svedese) su sfondo verde” che per essere meglio identificata è contornata da un leggero bordo bianco.

 

 

La nascita della micronazione

Nel 1980, l’artista Lars Vilks iniziò la costruzione di due sculture, Nimis e Arx, nella riserva naturale del Kullaberg nel nord-ovest dello Skåne, Svezia. La posizione delle sculture è difficile da raggiungere, di conseguenza rimasero celate per due anni.

Nel momento in cui vennero scoperte, il consiglio locale dichiarò le sculture degli edifici a tutti gli effetti, la cui costruzione è vietata nella riserva naturale, e per tanto ne venne richiesta la demolizione e la rimozione. Vilks fece ricorso contro la decisione del consiglio varie volte, ma perse la causa.

Nel 1996 proclamò la micronazione della Ladonia, in segno di protesta. Nonostante la decisione delle autorità svedesi di eliminare Nimis, essa continua a rimanere in piedi ed è diventata una popolare attrazione turistica.

 

Vista dello stato di Ladonia dalla baia. In particolare si può osservare la struttura Nimis

 

 

L’organizzazione e la popolazione della micronazione

Il Presidente e il Vicepresidente sono eletti tri-annualmente, mentre la Regina, una volta incoronata, regna per tutta la vita. La regina attuale è Carolyn di Ladonia.

Lars Vilks detiene la carica di Segretario di Stato. Sono presenti ben 125 ministri possessori di ministeri per lo più di carattere ironico, nonché numerose ambasciate in tutto il mondo. Quando la micronazione fu creata aveva una popolazione pari a zero. Nel  2017 sono registrati 20.007 cittadini provenienti da oltre 50 paesi, 841 dei quali possiedono un titolo nobiliare.

La cittadinanza è richiedibile gratuitamente, i titoli nobiliari sono invece acquistabili dal sito della nazione in concomitanza con la richiesta di cittadinanza. Nessun cittadino è residente a Ladonia.

Sito web di Ladonia: ladonia.org

 

 

 

 

L’Isola delle Rose

Pur essendo una micronazione ormai scomparsa, si è deciso di inserire l’Isola delle Rose nell’elenco per la sua particolare storia legata allo Stato Italiano.

Il nome ufficiale della micronazione era Repubblica Esperantista dell’Isola delle Rose. Fu una piattaforma artificiale di 400 m² che sorgeva nel mare Adriatico al largo delle coste dell’allora provincia di Forlì, 500 metri al di fuori delle acque territoriali italiane.

Essa venne costruita dall’ingegnere bolognese Giorgio Rosa, il quale la autoproclamò stato indipendente. L’Isola delle Rose, pur dandosi una lingua ufficiale (l’esperanto), un governo, una moneta e un’emissione postale, non fu mai formalmente riconosciuta da alcun Paese del mondo come nazione indipendente.

Ne abbiamo parlato anche qui:

 

La bandiera dell’Isola delle Rose

 

Creazione della struttura e l’indipendenza

Nel 1958 Giorgio Rosa pensò di costruire un telaio di tubi in acciaio ben saldati a terra, da trasportare in galleggiamento fino al punto prescelto (fuori dalle acque territoriali italiane) ed installarlo. Istituì la SPIC (Società Sperimentale per Iniezioni di Cemento) la quale si occupò della varie fasi di progetto e realizzazione della struttura.

Per problemi tecnici e finanziari, l’impresa si bloccò varie volte; inoltre più volte le autorità italiane avevano intimato di rimuovere qualsiasi ostacolo alla navigazione (tra di esse la capitaneria di porto di Rimini, la quale chiese più volte la cessazione dei lavori privi di autorizzazione, anche in ragione del fatto che la zona era in concessione all’ENI).

Il 20 agosto 1967 l’isola venne aperta al pubblico.

Intanto sull’isola i lavori continuavano: sui pali fu gettato un piano in laterizio armato alto 8 metri sul livello del mare su cui vennero eretti dei muri che delimitavano dei vani.

S’iniziò una soprelevazione di un secondo piano, che doveva concludersi, in previsione, in cinque piani. Fu attrezzata anche l’area di sbarco dei battelli (la “Haveno Verda”, in italiano il “Porto Verde”). L’isola artificiale dichiarò unilateralmente l’indipendenza il 1º maggio 1968, con Giorgio Rosa come “Presidente“.

 

L’Isola delle Rose

 

 

Le reazioni delle autorità

La trovata di Giorgio Rosa fu resa pubblica con una conferenza stampa solo lunedì 24 giugno 1968.

La notizia creò un grande traffico marittimo dalla costa italiana verso l’Isola delle Rose e viceversa, destando crescente preoccupazione da parte delle forze dell’ordine italiane.

Le azioni di Rosa furono viste dal governo italiano come uno stratagemma per raccogliere i proventi turistici senza il pagamento delle relative tasse, dato che l’Isola delle Rose era facilmente raggiungibile dalla costa italiana.

 

Presto la Repubblica Italiana dispose un pattugliamento di motovedette della Guardia di Finanza e della Capitaneria di Porto vicino alla piattaforma, impedendo a chiunque, costruttori compresi, di attraccarvi, di fatto ottenendo un blocco navale.

Pare che la micronazione si fosse dotata di una propria piccola stazione radiofonica in onde medie, presumibilmente al fine di disporre di un mezzo d’informazione per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla propria causa e per contrastare le azioni repressive  subite del Governo Italiano.

 

Un ormai anziano ingegner Giorgio Rosa con una foto di quello che era l’Isola delle Rose a suo tempo

 

Quale che fosse il motivo reale dietro la micronazione di Rosa, il Governo italiano rispose rapidamente e con decisione: 55 giorni dopo la dichiarazione d’indipendenza, martedì 25 giugno 1968 alle 7:00 del mattino, una decina di pilotine della polizia con agenti della Polizia, dei Carabinieri e della Guardia di Finanza circondarono la piattaforma e ne presero possesso, senza alcun atto di violenza. All’isola fu vietato qualunque attracco.

Il “Governo della Repubblica Esperantista dell’Isola delle Rose” inviò un telegramma al Presidente della Repubblica Italiana Giuseppe Saragat per lamentare «la violazione della relativa sovranità e la ferita inflitta sul turismo locale dall’occupazione militare», venendo ignorato.

La questione dell’Isola delle Rose ebbe una forte rilevanza nella politica italiana di quel periodo, fra chi riteneva l’atto di Rosa lecito e da difendere e chi, come il Governo Italiano, era deciso a porre la parola fine alla vicenda. L’ingegner Rosa fece interessare alla vicenda anche autorità europee e non (si vociferò che persino l’Albania di Enver Hoxha sostenesse l’impresa).

 

 

La distruzione del’isola

Nel novembre del 1968 arrivò a Rimini un pontone della Marina Militare Italiana, che sbarcò a terra tutto quanto vi era di trasportabile dall’isola. Nel gennaio dell’anno seguente sul pontone si prepararono anche le cariche di esplosivo da collocare sull’isola per la demolizione.

L’11 febbraio 1969 sommozzatori della Marina Militare Italiana (del G.O.S. – Gruppo Operativo Subacquei), demoliti i manufatti in muratura (cementizia e laterizia), e segati i raccordi tra i pali della struttura in acciaio dell’Isola delle Rose, la minarono con 75 kg di esplosivo per palo (675 kg totali) per farla implodere e recuperare i detriti (perché pericolosi per la pesca).

Tuttavia, fatte brillare le cariche l’isola resistette alla prima esplosione, in quanto i piloni portanti erano stati costruiti a cannocchiale e con l’esplosione si creava solo un’incavatura.

Dopo 2 giorni, il 13 febbraio 1969, vennero applicati per ogni palo ulteriori 120 kg di esplosivo (ben 1.080 kg totali), ma la nuova esplosione fece solo deformare la struttura portante dell’isola, senza farla cedere.

Mercoledì 26 febbraio 1969 una burrasca fece inabissare l’Isola delle Rose. L’atto finale venne comunicato nel Bollettino dei Naviganti dell’Emilia-Romagna.

L’affondamento e il successivo smantellamento durarono circa quaranta giorni, fino a circa metà aprile 1969.

Le pretese di sovranità, indipendenza e diritti internazionali acquisiti dai proprietari della piattaforma erano infondate, in quanto i cittadini italiani, anche fuori dall’Italia, devono sottostare alle leggi statali (questo in estrema sintesi si evince dal saggio sulla Rivista di Diritto Internazionale del 1968).

 

Per ulteriori informazioni: Isola delle Rose (wikipedia.org)

 

 

 

 

Il Principato di Hutt River

Il Principato di Hutt River è una micronazione con un territorio di 75 km², occupante due piccole enclavi in Australia, 595 km a nord di Perth. Ha proclamato la propria indipendenza il 21 aprile 1970, in seguito ad una disputa sulla produzione di grano tra il proprietario terriero Leonard Casley e lo stato australiano.

 

La bandiera del Principato di Hutt River

 

 

Il riconoscimento ambiguo del Principato

Lo status internazionale del Principato di Hutt River è controverso.

Lo status internazionale del Principato di Hutt River è controverso. In passato, per un breve periodo è stato riconosciuto da Hong Kong (che ha rivisto la propria posizione dopo alcune rimostranze dall’Australia), mentre sono tuttora ambigui i rapporti con il Regno Unito: formalmente, il Principato riconosce la Regina Elisabetta II come proprio capo di Stato, e vi sarebbero stati carteggi “di cortesia” tra Londra e Nain (capitale ufficiale del principato).

Fondamento giuridico della sua sovranità è una risalente norma britannica secondo la quale un principe de facto, che giuri fedeltà alla Corona inglese, non può essere accusato di tradimento, mentre può esserlo chi gli si opponga: tale legge è andata incontro ad una formale abrogazione, di cui però la costituzione australiana esclude la retroattività, e sarebbe perciò  da ritenersi tuttora applicabile, almeno nei rapporti con Canberra.

La formale dichiarazione di “secessione”, infatti, non è stata a tutt’oggi concretamente sanzionata, né dal Segretariato generale del Commonwealth né dai governi federale e statale.

 

Cartello indicante il confine col principato

 

 

La “guerra” e la “vittoria” contro l’Australia

I contrasti con le autorità australiane non sono mai andati oltre circoscritti contenziosi fiscali (il principato non pagava le tasse allo stato australiano) e burocratici.

Essi sono però rapidamente cessati quando, nel 1977, a seguito di una formale “dichiarazione di guerra” (in realtà mai realmente combattuta), il piccolo “stato” ha ottenuto (nel 1980) dall’autorità giudiziaria australiana il ripristino del servizio postale, precedentemente sospeso, nonché il riconoscimento di valore legale, seppur solo all’interno del Principato, a monete e francobolli emessi dallo stesso; successivamente l’ATO (Australian Taxation Office) ha classificato i cittadini del principato come “non residenti in Australia”, rinunciando a qualunque pretesa fiscale sulle attività economiche svolte nella piccola enclave.

 

 

L’organizzazione statale

I cittadini di Hutt River hanno eletto un principe nel 1970, che ne ha anche proclamato l’indipendenza; l’attuale sovrano è Leonard I, al secolo Leonard Casley, al quale (secondo la legislazione del Commonwealth e il diritto internazionale) è attribuito l’appellativo di “Sua Altezza Reale“. Il titolo è ereditario.

 

Il principe Leonard I e consorte

 

Secondo la Costituzione, il Principato ripudia la guerra. Pertanto, a Nain è di stanza un piccolo contingente con funzioni prevalentemente di rappresentanza e polizia interna, mentre in varie regioni del globo un discreto numero di persone, inquadrate nei ranghi della Marina e dell’Esercito, presta servizio non armato a favore della popolazione civile in occasione di gravi calamità naturali.

 

 

I rapporti con le autorità esterne

In occasione del loro 50º anniversario di matrimonio, i monarchi di Hutt River hanno ricevuto formali messaggi di auguri da parte del Governatore del West Australia e della stessa Regina Elisabetta II d’Inghilterra.

Negli scorsi anni il Governatore dello stato americano del Kentucky è stato ricevuto a Nain, la capitale, per conferire ai reali il titolo di “Colonnello del Kentucky“, la più alta onorificenza conferita dallo stato americano. Si è inoltre registrata la visita di alcuni cardinali, non è chiaro però se a titolo privato o come rappresentanti diplomatici della Città del Vaticano.

 

Sito web del Principato di Hutt River: principality-hutt-river.com

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