Rapine, Surf e Rapporti Malati: la Famiglia è un “Animal Kingdom”

4 anni fa

7 minuti

Il mondo come una giungla, la famiglia come un branco. La città come il proprio territorio di caccia, la tribù come unico credo, con tutti i suoi problemi e difetti. Questo è come si potrebbe presentare Animal Kingdom, serie creata dal network via cavo americano TNT e che stiamo vedendo su Infinity TV.

Sta per andare in onda la seconda stagione mentre in USA già è stata rinnovata per una terza.

 

 

Perché recuperarla?

Siamo in un mondo che ci propina milioni di serie tv a getto continuo, è vero.

Le serie crime, poi, non mancano di certo nel panorama nostrano, probabilmente sono tra le preferite degli italiani.

 

Titoli come Breaking Bad o Sons of Anarchy non hanno certo timore di trovare troppi rivali. Eppure, se ancora non lo avete fatto, darei una chance a Animal Kingdom.

Una perfetta serie estiva (poco importa se ormai l’estate è finita… si parla di recuperi, no?) che ha un forte taglio cinematografico e non per niente prende vita a partire da un film australiano di discreto successo.

 

 

 

 

Dal Cinema alla TV

Quel film si intitolava sempre Animal Kingdom, arrivava dall’Australia e nel 2010 sorprese più di un critico e di uno spettatore, arrivando persino a ritagliarsi un posticino nella Notte degli Oscar.

Il regista era David Michôd, ex scrittore di cinema per la rivista Inside Film e poi autore di documentari.

Molto interessante il suo “Solo”, che parla di uno degli avventurieri australiani più spericolati, Andrew McAuley, l’uomo che si è fatto Tasmania-Nuova Zelanda in kayak.

Animal Kingdom è stato il suo esordio nella forma della fiction e non si può dire che non sia stato fortunato.

Anche qui, come nel documentario, il regista-scrittore ha preso spunto dalla realtà, da fatti di cronaca piuttosto noti in patria, e ne ha creato materiale narrativo incandescente.

 

animal kingdom

 

Le famiglie criminali sono sempre stato un pilastro del cinema, basti pensare a “Il Padrino”, dove i legami di sangue sono quelli che condizionano le vite dei personaggi e quelli che determinano le scelte cruciali e le svolte di trama più radicali.

Anche senza scomodare le pietre miliari del cinema, anche nei casi in cui il materiale è più terra-terra, diciamo così, spesso vale la pena sporcarsi le mani per dipingere un affresco che parla più dell’ambiente che (de)forma e contiene i personaggi più che dei semplici ammazzamenti e delle sparatorie.

In questa direzione andava appunto nel 2010 l’esordio di Michôd, Animal Kingdom: lo spunto era la famiglia criminale dei Pettingill, realmente esistente, che salì alla ribalta delle cronache quando nel 1988 uno dei suoi componenti, Trevor, fu assolto in modo clamoroso dall’accusa di omicidio di due agenti di polizia.

 

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Il film andava a ripercorrere gli antefatti e i protagonisti di quella famigerata sparatoria avvenuta a Melbourne, gli intrecci malati dei rapporti familiari e il clima pesante di violenza e condizionamento psicologico a cui erano sottoposti più o meno tutti i componenti della crew Pettingill.

Il film, che vedeva tra i protagonisti alcuni dei migliori attori australiani come Ben Mendelsohn, Joel Edgerton e Guy Pearce, è stato salutato da subito come uno dei migliori neo-noir moderni, se non addirittura il miglior crime-movie australiano di sempre.

Il titolo, ovviamente, non era casuale: ad essere ritratto era un microcosmo di persone che non sono altro che animali feroci.

 

Un branco disfunzionale pronto a carezzarsi o sbranarsi al primo tendersi dei nervi, e come scrisse il Guardian “sembrano ripresi in un documentario, in preda a una crisi evolutiva che li può cancellare dal pianeta”.

Il ruolo cardine e importantissimo della madre-matriarca senza scrupoli è incarnato da una sublime Jacki Weaver, che ha ricevuto una nomination al premio Oscar come Miglior Attrice non Protagonista, e si è portata a casa altri importanti riconoscimenti come il Satellite Award e National Board of Review.

 

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Dall’Australia a sud della California

La freddezza del film, divenuta poi la sua cifra stilistica riconoscibile, si scioglie di fronte al trasferimento di setting che l’opera subisce nel remake che prende la forma di serie tv USA nel 2016.

Proprio la figura della madre diventa il primo passo con il quale gli autori decidono di posare le fondamenta dell’operazione: la prima attrice a venir chiamata è la grande Ellen Barkin, che offre una prova decisamente convincente e si afferma come pilastro narrativo irresistibile nonostante il carattere repulsivo.

 

 

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La famiglia Cody è un concentrato di tutto quello che c’è di sbagliato in una famiglia, e a questo dobbiamo aggiungere le attività illegali che la tengono in piedi…

 

Scandalo al sole, potremmo dire parafrasando una nota opera, ma sarebbe più corretto parlare di sadismo, o di mentalità criminale allo stato brado, visto che gli scandali sono quasi il pane quotidiano.

Dopo aver dato un’occhiata al forte apprezzamento del pubblico e alle perlopiù positive recensioni dei severi critici americani, mi sono convinto a guardare questa serie non mi dico affatto deluso: regia intrigante, un gruppo di buoni attori convincenti, un racconto corale e solido sulla vita criminale di una famiglia di bastardi doc.

 

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E come altro potrebbero essere questi personaggi, che arrivano da un’educazione fatta di scatti d’ira, violenza verbale, droga e narcisismo?

Se poi è la madre a spacciare e curare gli affari di famiglia facendoti passare sotto il naso la droga come fosse caramelle, il danno è fatto.

 

La boss e i suoi figli-luogotenenti sono un gruppo pericoloso e un microcosmo interessante da osservare; non ci sono troppe sorprese, ma una scrittura chirurgica che sa piazzare bene ogni tassello psicologico e action al suo posto.

Come sempre, c’è l’elemento che scatena tutte le vicende: la nostra Alice, che arriva nel paese della perdizione, è un giovane parente che era stato tenuto alla larga dalla “famigghia”.

Ma si sa, il destino è beffardo… e si ritroverà con una nonna che è tutt’altro che una nonna. A meno che scaldare eroina non si consideri al pari di sfornare lasagne.

 

 

Dunque seguiamo il viaggio di J, questo il nome del ragazzo, attraverso le malate e devianti vicende di questa famiglia che definire trasgressiva e odiosa è poco, ma dalla quale pian piano riusciamo con fatica a staccarci, perché sono brutti e cattivi, sì, ma sono descritti in modo davvero reale.

Come e cosa succederà è tutto da scoprire, ma la tensione sarà sempre alle stelle: questa è forse la cosa più interessante.

 

In questa assolata serie, dove i vicoli in penombra sono sostituiti dai quartieri ridenti e fatiscenti della provincia surfista americana, anche il silenzio tranquillo si taglia con il coltello. In attesa della prossima esplosione.

 

 

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Il tono dark e le vicende neo-noir non seguono il cliché crime: protagonisti e sangue sono in pieno sole, tra le spiagge e le piscine, con l’attitudine smargiassa di chi se ne sta perennemente in vacanza.

Da una parte il ragazzino che deve capire come (o se vuole) salvarsi, o se vuole perdersi, costretto nelle maglie di un meccanismo che non ammette esitazioni; dall’altra, le aspirazioni e le frustrazioni di un gruppo di uomini-bambini perversamente legati a una madre-padrona.

Se si riesce ad accettare il fatto che l’unico percorso di cambiamento è verso il peggio e che nessuno dei protagonisti intraprende un viaggio di redenzione – e perché dovrebbe? Mica siamo in una sceneggiatura da film per famiglie – si può salire a bordo di una giostra che va a mille allora fatta di violenza, bugie, pallottole, tensioni e tanta droga.

 

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Probabilmente è anche questo che vogliono i creatori della serie – Jonathan Lisco in primis (K-Ville, Halt and Catch Fire) in attesa di sconvolgimenti in serbo nelle prossime stagioni. La chiusura della prima stagione, infatti, rimescola pesantemente le carte in proiezione futura.

Intanto, in America la serie è già stata rinnovata per la terza stagione.

 

Segno che l’interesse di critica e pubblico è andato in crescendo e rimane costante.

Nota per le ragazze: ci sono un sacco di tizi discreti, poco vestiti, che a volte mostrano le chiappe.

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