Il libro di Stephen Witt ripercorre la parabola dell’mp3. Facendo luce sui protagonisti di un’epoca che ha cambiato per sempre il mondo della musica.

Estate 1999. La compagnia una sera si raduna nel salotto di un amico, quello con casa più grande e genitori meno fastidiosi, c’è chi prova Don’t look back in anger e Song 2 alla chitarra, chi beve vodka liscia per darsi un tono e divertirsi di più, chi discute sul divano se i Nirvana siano stati l’ultimo grande gruppo della musica moderna, chi trova gli ultimi Korn troppo ‘commerciali’ – qualunque cosa significhi l’aggettivo – e tecnicamente non all’altezza rispetto ai Rage Against The Machine, chi cerca un angolo per rimorchiare.

Avevamo 16 anni, gli ormoni impazziti, in discoteca al bancone si ordinava “angelo azzurro” o “orgasmo” (imbevibili), dividevamo il mondo, e con esso, la musica, in buoni e cattivi, credevamo un po’ tutti in qualcosa, le sale giochi non erano ancora fallite, in riviera cominciavano gli happy hour, esistevano band in grado di segnare una generazione.

A un certo punto le casse riproducono in sequenza Narcotic dei Liquido, My Favourite Game dei Cardigans e Save Tonight di Eagle Eye Cherry. Il tutto senza dover cambiare CD e, soprattutto, senza aver pagato un euro per i dischi originali. L’autore del prodigio, tra lo stupore dei presenti, se ne esce con un “Fico no? Le ho scaricate da Napster e ho fatto un cd di mp3”. Silenzio in sala. Poi, l’ovvia replica: “Eh?”

Stephen Witt - Free

All’epoca nessuno aveva sentito parlare di quella roba lì. Eppure, a quasi vent’anni di distanza, Apple, Spotify, Amazon, Google, Deezer e quanti altri stringono ora le redini del mercato della musica dovrebbero fare un monumento all’ormai dimenticato Napster, pioniere della diffusione su scala planetaria degli mp3.

“Nel giugno 1999 un diciottenne che aveva appena abbandonato la Northwestern University – scrive Stephen Witt, in Free: La fine dell’industria discografica. L’inizio del nuovo mondo musicale – lanciò un nuovo software che aveva sviluppato.

Da ragazzo, Shawn Fanning era impazzito per i computer ma una cosa dell’ecosistema mp3 lo aveva sempre infastidito: non c’era un modo facile per scovare i file.

Ora, dalla sua stanza in dormitorio aveva trovato una soluzione ingegnosa: un servizio di condivisione di file ‘peer-to-peer’, che collegava gli utenti a un server centralizzato sul quale potevano scambiarsi file mp3.

La pirateria musicale, fino ad allora appannaggio esclusivo di una ridotta sfera di universitari tecnicamente esperti, si apriva così a tutti gli altri”.

 

 

Shawn Fanning
Risultato: nell’estate del 2000 furono scambiati in media 14000 mp3 al minuto.

Napster era distribuito gratuitamente, anche una scimmia poteva imparare ad usarlo e, praticamente da un giorno all’altro, divenne uno dei programmi più scaricati nella storia dell’informatica, rovesciando addosso ai produttori e alle autorità americane il problema delle violazioni di copyright.

Fanning non era di certo la mente dietro gli mp3, ma aveva sferrato il primo, violentissimo, calcio negli stinchi, a un’industria che all’epoca macinava milioni: nel biennio 1999-2000 si comprava più musica che in qualunque momento del passato o del futuro, l’americano medio era disposto a spendere oltre 70 dollari all’anno in cd, ossia, in soldoni, più di cinquanta euro per poche decine di canzoni.

Oggi un abbonamento a Spotify o Apple Music, che permette di ascoltare, anche in macchina o mentre si corre, buona parte della musica mai registrata sul pianeta, costa una manciata di euro.

La storia di Free non comincia da Napster.

Ma la storia di Free non comincia da Napster. Il lavoro di Witt documenta ricerche condotte a partire dagli anni ’80 e risponde ad una serie di interrogativi su cui noialtri, impegnati a intasare di musica computer e iPod, preferivamo, pilatescamente, sorvolare. Primo: come si è arrivati al formato di compressione mp3, chi ne sia l’inventore e perché il suo nome non se lo ricorda nessuno, a differenza, per dire, di un Mark Zuckerberg.

Secondo: com’è possibile che per anni si sia potuto scaricare qualsiasi disco, anche settimane prima del giorno dell’uscita; insomma qualcuno si sarà pur preso la briga di convertire gli album e renderli disponibili online.

Terzo: per quale ragione giganti del calibro di Universal, Emi, BMG, Time-Warner, che dominavano il mondo della distribuzione fisica della musica, abbiano sottovalutato per anni l’avvento del mercato digitale e si siano fatti prendere in contropiede dal fenomeno mp3, lasciandosi sfuggire dalle mani il controllo di un impero così ricco di profitti.

Per rispondere ai quesiti Witt intreccia con maestria tre filoni.

Il primo, riguarda le fatiche di un gruppo di ingegneri tedeschi che già alla fine degli anni ’80 era riuscito a mettere a punto la tecnologia poi battezzata mp3.

Il racconto si sofferma sui fallimenti collezionati del team di cervelloni per convincere Moving Picture Experts Group (MPEG), il comitato degli standard, che tutt’oggi decide quali tecnologie possono raggiungere il mercato consumer e quali no, ad adottare il formato mp3. Morale: un fiasco dietro l’altro, il formato mp2, di gran lunga peggiore, su cui, però, lavorava Philips, sembrava aver vinto la partita.

Fino, appunto, al 1999, anno in cui il team dietro all’mp3 si era trovato all’improvviso a difendere una posizione complicata. Argomenta Witt “Nessuno al mondo, neppure Shawn Fanning, aveva guadagnato quanto l’inventore dell’mp3 dal successo di Napster.

Solo una violazione di copyright collettiva e su scala globale aveva potuto portargli tutti quei soldi. Eppure ora concludeva ogni intervista con un monito secco e teutonico:

La musica non si ruba.

L’ironia di tutto ciò era qualcosa di cui nella squadra di ingegneri non si parlava. L’atteggiamento ‘occhio non vede, cuore non duole’ si estendeva anche agli altri ricercatori del gruppo,”

In parallelo Free descrive le prodezze di Dell Glover e Tony Dockery, ultimi anelli della gerarchia dei lavoratori di una fabbrica di compact disc del North Carolina, prima appartenuta a PolyGram e poi a Universal.

Sgobbavano come muli per dodici ore al giorno e quando rientravano a casa si piazzavano davanti alle prime chat per allacciare contatti con il nascente sottobosco delle comunità di pirati.

Glover, in particolare, motivato da nobili istinti – fare quattrini sufficienti a montare sull’automobile fari allo xeno e cerchioni più grossi – già verso la fine degli anni ‘90 aveva perfezionato i rudimenti di un sistema per trafugare i dischi dalla catena di produzione e fornirli via web ai più rilevanti gruppi di pirati del pianeta.

“Il suo piú grande successo”, racconta Witt, “venne nel maggio 2002, quando fece finire nella rete The Eminem Show con venticinque giorni di anticipo rispetto alla data di uscita ufficiale (c.d. leak). Anche se sarebbe comunque diventato l’album piú venduto dell’anno, il rapper fu costretto a spostare le date del tour”.

Disco dopo disco, leak dopo leak, Glover era diventato l’avanguardia della pirateria mondiale.
Ipod

 

In contrapposizione alla diffusione degli mp3, il libro racconta l’ascesa e il declino di Doug Morris.

In contrapposizione alla diffusione degli mp3, il libro racconta l’ascesa e il declino di Doug Morris, bianco, sessantenne, talentscout alla guida di Interscope e Universal, re del mercato della musica nera, che aveva infilato, a cavallo del millennio, un successo dietro l’altro con i contratti dei più importanti rapper degli Stati Uniti, macchine fabbricasoldi come Eminem, Ludacris, Dr. Dre, 50 Cent, Jay Z.

Ironia della sorte, proprio negli anni in cui il file sharing e il successo di iPod – dall’entrata in commercio del dispositivo il valore delle azioni Apple era settuplicato: quella piccola azienda tecnologica di Cupertino era diventata piú grossa della Universal – celebravano davanti ai suoi occhi le esequie del sistema, Morris era diventato l’uomo più piú pagato dell’intero settore.

Scrive Witt: “Guadagnava sei volte piú di qualunque altro dirigente, incluso l’amministratore delegato che in teoria era il suo capo. Ogni giorno Doug Morris guadagnava 50.000 dollari, la stessa cifra che un onesto addetto al termoretrattore come Glover o Dockery poteva portare a casa in un anno”.

Tower recordsA settant’anni suonati, lo squalo Morris assesta il colpo finale: fonda VEVO, un servizio online di distribuzione di videoclip infarciti di spot pubblicitari della durata di pochi secondi, mirato a massimizzare i guadagni degli artisti sotto contratto.

Free, insomma, è la storia delle persone che hanno ribaltato nel giro di qualche lustro, il mondo della musica. Il libro si legge d’un fiato e colpisce nel profondo in particolare una generazione, quella di chi oggi ha trenta-quarant’anni, cresciuta comprando dischi e guardando MTV e che agli albori degli anni 2000 ha deciso di staccare la spina al moribondo mercato discografico, ingozzandosi a sbafo al banchetto del download a costo zero e spazzando via, oltre ai Tower Records, ai Blockbuster e ai Virgin Megastore, anche il negozietto di dischi sotto casa.

 

 

 

 

Il dubbio.

Quando milioni di persone pagavano decine di euro per qualche brano impresso in un formato, il compact disc, ormai obsoleto, alimentando un sistema di distribuzione, quello fisico, pieno di inefficienze e storture, quando MTV non trasmetteva solo immagini di quindicenni incinte, gente come i Pearl Jam o i Chemical Brothers, ma anche, per dire, i Marlene Kuntz o i Subsonica, di fatto potevano insinuarsi, timidamente, tra Christina Aguilera e i Boyzone e mantenere, più o meno stabilmente, le prime posizioni nelle classifiche.

Oggi che ha raggiunto la maturità la prima generazione di ragazzi che non hanno mai pagato per un cd e considerano il file sharing o lo streaming gratuito una cosa naturale, ora che chiunque può incidere un rutto e diffonderlo sul web, oggi che gli artisti guadagnano più dai biglietti dei tour che dalle vendite della loro musica, ci cucchiamo Alvaro Soler, Rovazzi e quando va bene, i The Kolors.

Tutti i gusti son gusti, disse quel gatto che si leccava l’orifizio. Ma, seriamente, siamo sicuri di aver fatto un affare?