Carne. Sangue. Corpo e spirito a nudo. Imprese estreme, provocatorie, velleitarie o folli. Mai, però, gratuite. Il mondo della performance art è uno dei più enigmatici e complessi da analizzare, e anche uno dei più capaci di colpire, scioccare e far reagire il pubblico.

Forma più estrema dell’arte, quella della performance è una pratica antica, che vede al centro dell’opera la vita e il corpo stesso dell’artista.

Una modalità d’arte spesso unica e non-replicabile, tesa a comunicare messaggi forti e spesso a dimostrare i limiti della nostra percezione.

Lo spunto per parlare di questo affascinante campo culturale ce lo fornisce l’uscita nei cinema italiani della commedia dolce/amara “La Famiglia Fang”, che vede due star Nicole Kidman e Jason Bateman (anche regista) accanto al grande vecchio Christopher Walken.

 

 

51u5XJjcmPL._SX329_BO1,204,203,200_La storia è quella di due fratelli, fin da piccoli utilizzati dai genitori nella loro attività di arte performativa, che da adulti si trovano a fronteggiare la misteriosa scomparsa del padre e la madre.

Ma come distinguere la realtà dall’ennesima, probabile, messa in scena? La pellicola è tratta da un libro, bestseller in America, che è appena entrato nella mia wishlist di letture, scritto da Kevil Wilson nel 2011.

 

 

 

 

What is Performance art?

La domanda è legittima, e le risposte nel corso del tempo sono state molteplici – con lo spettro d’azione ampliato sul campo dagli stessi artisti negli ultimi decenni.

Per cercare una definizione di questo fenomeno emerso nei primi anni del Novecento, si possono consultare i glossari dei maggiori musei d’arte (tipo la TATE) e per un’analisi approfondita del fenomeno c’è questo utile e interessante PDF dell’Irish Museum of Modern Art, che presenta in apertura poche righe con una definizione precisa:

 

La Performance Art è una forma d’arte che vede una o più persone compiere azioni in un determinato arco temporale, in uno spazio definito, per un pubblico.

Il fattore cruciale è la presenza dal vivo dell’artista e il suo svolgere azioni con il corpo, per creare una immediata ed effimera esperienza artistica per il pubblico presente.

Il mezzo principale della performance art è il corpo, considerato il materiale concettuale su cui si basa l’azione, mentre altri componenti chiave sono il tempo, lo spazio e la relazione tra l’artista e chi assiste alla performance.

 

Un concetto riassunto ed espresso molto bene dalla celebre artista Marina Abramovic, in questo breve video realizzato dal MoMa, in occasione della sua performance “The Artist is Present” del 2010

 

 

 

 

Performance Art: 10 esempi memorabili

Iniziamo da uno dei più recenti, estremi e incredibili atti di perfomance art: quello dell’artista dissidente russo Petr Pavlensky.

Nel novembre del 2013 ha deciso di rappresentare “L’apatia, l’indifferenza verso la politica e la passività della società russa” (parole sue) recandosi nella Piazza Rossa di Mosca, davanti al mausoleo di Lenin, mentre in città andavano in scena le celebrazioni per la polizia.

Lì si è spogliato e si è seduto a terra, di fronte a cittadini increduli, conficcandosi un grosso chiodo nei testicoli.
performance art

 

Prima di essere soccorso (e arrestato), per un’ora e mezza l’artista è rimasto con la testa bassa a lanciare in silenzio il suo muto messaggio simbolico ai compatrioti, amplificato dai mezzi di comunicazione di tutto il mondo.

Per questa e molte altre dolorose dimostrazioni contro il potere russo (tra cui il taglio di un orecchio) Pavlensky ha ricevuto nel 2016 il “Václav Havel Prize for Creative Dissent”, premio creato nel 2012 dalla Human Rights Foundation (HRF) di New York.

 

 

Stelle ardenti

Torniamo indietro nel tempo, nel 1974, quando proprio Marina Abramovic rischiò di lasciare le penne in una delle sue più famose azioni, dal titolo “Rhytm 5”.

Quella che doveva essere la rappresentazione di un rito di purificazione, con una grande stella a cinque punte di legno data alle fiamme dove l’artista gettava piccoli pezzi del corpo come unghie e capelli, si è quasi trasformata in un rogo funebre.

 

abramovic-art-rhythm5_0

 

La Abrmovic, entrata come ultimo atto nella stella e distesa all’interno di essa, perse conoscenza per la mancanza di ossigeno bruciato dalle fiamme e solo per un soffio qualcuno del pubblico notò tra il fumo che era rimasta senza sensi.

Sono arrabbiata con me stessa: ho capito che c’è un limite fisico alla performance. Se non sei cosciente, non sei presente, e se non sei presente non puoi considerare completa la tua performance.

 

 

Miracolo o Mistero?

L’anno seguente, uno dei più misteriosi momenti della storia dell’arte performativa: l’olandese Bas Jan Ader scomparve durante quello che aveva chiamato “In Search of the Miraculous”… e mai titolo può essere più profetico e enigmatico, a posteriori.

L’artista, come tassello di un progetto che stava portando avanti attraverso foto e immagini, salpò da Cape Cod (Massachussets) per attraversare l’Atlantico e raggiungere l’Inghilterra in una piccola imbarcazione a vela.

 

performance art

 

Il viaggio previsto sarebbe stato di due mesi e mezzo, ma dopo tre settimane il contatto radio fu perso. La barca fu ritrovata, vuota e semidistrutta, sulle coste irlandesi.

Di lui nessuna traccia. Nessuno saprà mai cosa gli è accaduto, se aveva pianificato un suicidio, ha avuto un incidente o ha trovato il miracolo che cercava.

 

 

 

 

Bang Bang I shot me down

Probabilmente il più pazzesco e gratuito “atto d’arte” della storia delle performance live è andato in scena nel 1971, quando un giovane Chris Burden si fece sparare nel braccio sinistro da un assistente con un fucile calibro .22, dalla distanza di cinque metri.

La performance si intitola, in modo piuttosto appropriato, “Shoot”.

Qui sotto il video d’epoca con il commento dell’autore:

 

https://www.youtube.com/watch?v=26R9KFdt5aY

 

Lo scopo, quello di mostrare alle persone presenti, di fronte ai loro occhi, un uomo ricevere un colpo di arma da fuoco, contro l’estetica “anestetizzante” della violenza trasmessa in tv o rappresentata sulla carta.

 

 

 

Yoko vs. Cutman

A metà degli anni Sessanta, Yoko Ono si rese protagonista di una performance molto toccante, denominata “Cut Piece”.

L’artista, che all’epoca faceva parte del noenato movimento Fluxus, si inginocchiò in mezzo al palco della Yamaichi Concert Hall di Kyoto e invitò i presenti a tagliare con un paio di forbici i vestiti che aveva indosso.

 

https://www.youtube.com/watch?v=lYJ3dPwa2tI

 

La performance mette sia chi “agisce” che chi guarda in una posizione che non può essere neutrale rispetto al corpo femminile.

Anche osservare senza avere responsabilità può essere un atto doloroso e disturbante.

 

 

 

Blood Bowl

Tra coloro che hanno fatto della provocazione e portato il concetto del “corpo come opera d’arte” alle estreme conseguenze c’è sicuramente Ron Athey, non per niente spesso etichettato come “blood artist” dalla stampa internazionale e campione della body art anni ’80-’90.

Protagonista di campagne shock sulla sensibilizzazione al tema dell’AIDS (lui stesso è positivo all’HIV), ha forse raggiunto il suo apice con l’opera-serie “Obliterate”.

Posto all’interno di un box trasparente indossando solo una parrucca bionda con all’interno una vera e propria “corona di spine”, ha fatto spillare sangue infliggendosi ripetute ferite alla testa per poi accasciarsi sul pavimento coperto di sangue.

 

performance art

 

Come un novello San Sebastiano masochista, Athey ci mette di fronte al dolore auto-inflitto e alla (possibile?) estasi di un ipotetico martirio, disgustando e attraendo al tempo stesso con un corpo trasformato in un oggetto mistico.

 

 

 

Blow me, blow you

Masturbarsi per otto ore al giorno per tre settimane è possibile? Certo, se si fa per arte.

Chiedere all’americano Vito Acconci, che nel 1972 alla Sonnabend Gallery di New York ha messo i visitatori letteralmente di fronte a loro stessi (e, per esteso, nostro ipocrita scandalizzarci di fronte alla sussualità) masturbandosi in una stanza.

Anzi, sotto una stanza, dato che se ne stava sotto la rampa di accesso mentre chi entrava sentiva l’artista sussurrare le sue fantasie più o meno oscene dagli altoparlanti posti in tutto lo spazio espositivo.

Un’interessante analisi sulle sue performance art da parte dell’artista stesso, anni dopo, in questo video:

 

 

 

 

The Iron Man

Impossibile non pensare ai capolavori del cinema underground di Shinya Tsukamoto, Tetsuo e il suo seguito, di fronte a ciò che ha messo in atto l’artista cinese Yang Zhichao.

In “Iron, Hide”, l’artista si è fatto operare a cielo aperto da medici che gli hanno impiantato all’interno del corpo prima parti di metallo e poi pezzi di “natura” (terra, erbe). Mentre questi ultimi sono stati rigettati generando infezioni e ferite, il metallo è rimasto tranquillamente dove è stato inserito.

Parte della filosofia dell’artista (anche in merito ad altre opere e alla collaborazione con Ai Weiwei) la spiega lui stesso in questo video:

 

https://www.youtube.com/watch?v=KOSfcWZlupo

 

 

 

Ci vogliono le palle. Anzi, no.

Adesso forse entriamo in un territorio un po’ minato (sensibili, siete avvertiti), nel senso che il confine tra performance art, body art e cose che con l’arte non hanno niente a che fare diventa labile.

Ma non saprei come altro etichettare l’atto di del ventiduenne illustratore e artista giapponese Mao Sugiyama che pochi anni fa ha dato vista ad un “Testicle Banquet” a base dei suoi genitali appena rimossi chirurgicamente.

La performance è stata creata, spiega il protagonista, per sensibilizzare il mondo sulle “minoranze sessuali, persone sessualmente diverse e/o asessuate”.

 

performance art

 

Fatto sta che in un vero ristorante sono state servite, assieme ad un “normale menù” a base di pesce e coccodrillo, anche le pudenda dell’artista, cucinate nella migliore tradizione nazionale.

(In giro si trovano anche le foto, qui evito di metterle per ovvi motivi – ma su Huffington post c’è addirittura una gallery).

 

 

 

Mettete fiori nelle vostre performance

Concludiamo con una performance art molto meno cruenta ma assai significativa: quella di Elvira Santamaria, artista messicana che nel 2007 decise di denunciare la violenza che regnava in Colombia.

Lo ha fatto camminando per le strade di Bogotà, completamente coperta da 48 mila garofani bianchi e uno rosso (come una ferita).

 

https://www.youtube.com/watch?v=tPKQ2pRE_fs

 

 

La Famiglia Fang arriva al cinema dal 1 settembre. Scopri curiosità e altro sul film nel nostro hub dedicato: leganerd.com/lafamigliafang