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Seppuku, la morte onorevole

125
5 anni fa

17 minuti

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È il 15 agosto dell’anno 1945. Sono passati solo 9 giorni dal primo bombardamento con armamenti nucleari della storia. Le città di Hiroshima e Nagasaki sono ridotte in macerie radioattive, Tokyo è una città stracolma di cadaveri di civili carbonizzati, risultato di anni di bombardamenti alleati compiuti con le innovative bombe incendiarie al napalm.

L’imperatore del Giappone, Hirohito, si rivolge per la prima volta al suo popolo tramite una registrazione radiofonica.

Resa incondizionata alle forze Alleate.

La registrazione venne trasmessa intorno alle ore 12.00 del 15 agosto. Nonostante Hirohito fosse considerato una semi-divinità, per convincere il governo militare alla resa, oltre alle pressioni dell’imperatore, ci vollero due esplosioni nucleari, tre anni di bombardamenti e la dichiarazione di guerra dell’Unione Sovietica. Eppure, uno zoccolo duro capitanato dal maggiore Kenji Hatanaka tentò un colpo di stato, durante la notte tra il 14 e il 15 agosto, con l’intento di rubare le registrazioni originali custodite nel Palazzo Imperiale. Spinti dall’estremizzazione dei fondamenti del Bushidō, numerosi ufficiali giapponesi prediligevano l’idea della morte onorevole anziché della resa al diavolo invasore.

Furono stesi piani per armare l’intera popolazione civile – compresi donne e anziani – con armi bianche improvvisate, attacchi con bombe volanti lanciate dalle colline e pilotate da bambini e, infine, il suicidio dell’intera popolazione.

Come nacque un’idea tanto folle? 

 

 

 

I 47 rōnin

Tralasciando la versione cinematografica in cui John Wick affetta draghi, demoni e stuntman, atteniamoci ai primi resoconti arrivati in occidente attraverso Illustration du Japon, opera datata 1822.

Asano takumi no kami Naganori (d’ora in poi solo Asano) divenne signore del feudo Ako nel 1675, mentre era ancora un bambino, e quindi sotto tutela (che qui non siamo nel trono di katane spade). Il feudo di Ako vantava un’estensione notevole, 260 samurai e una florida rendita garantita dai fruttuosi scambi commerciali con i territori vicini.

220px-Naganori_AsanoTutti i daimyo, i grandi signori feudali come Asano, erano tuttavia obbligati a soggiornare nel palazzo reale dello shogun per gran parte dell’anno. Ovviamente la vita a corte era regolata da un’etichetta rigidissima, che i nobili come Asano – gente di campagna, dopotutto – non conoscevano appieno. Arrivato a corte, Asano e Kamei, un altro nobile proveniente da Tsuwano, vennero affidati alle cure di Kira Yoshinaka.

Suo compito doveva essere quello di istruire i due giovani nobili sulle rigide regole del palazzo reale. Ben presto Kira lasciò intendere che per i suoi servigi voleva essere pagato profumatamente. Ovviamente i due nobili samurai si rifiutarono di pagare un sottoposto per un lavoro che, dopotutto, era suo compito svolgere. E con rifiutarono intendo che volevano pulire quell’affronto con il sangue.

Tuttavia i dignitari di Kamei ci misero una pezza e pagarono di nascosto Kira. Inutile dire che il funzionario imperiale iniziò a trattare Kamei con tutti i riguardi del caso, mentre infierì su Asano per ogni sciocchezza. Il nobile samurai dimostrò un controllo ed una calma ferrea nei mesi a venire sino a quando, un giorno, Kira ordinò ad Asano di allacciargli una scarpa. Non soddisfatto del lavoro fatto, Kira insultò Asano come un rude bifolco.

Asano si lanciò su Kira con l’intento di ucciderlo.

E niente, alla fine pure lui perse la calma, estrasse la sua wakizashi – la katana era proibita all’interno del palazzo – e si lanciò su Kira con l’intento di ucciderlo. Impacciato dagli abiti cerimoniali, studiati appositamente per impedire i movimenti veloci e scongiurare tentativi di assassinio, Asano non riuscì nel suo intento di uccidere Kira, anche se lo ferì al volto.

Immobilizzato, Asano venne confinato nella sua stanza dove, la sera stessa, ricevette l’ordine di eseguire il seppuku, il suicidio rituale dei nobili samurai. Era l’anno 1701.

Successivamente dei messaggeri vennero inviati al castello di Ako. Gli ordini dello shogun erano chiari: la casata di Ako venne dispersa, i samurai agli ordini di Asano divennero rōnin, uomini senza un padrone, e il castello ceduto agli inviati dello shogun. Una volta terminato di eseguire gli ordini, Oishi Kuranosuke – vassallo di Asano -, divenne a sua volta un rōnin.

 

Asano compie seppuku

 

La vendetta, seppure considerata proibita, era un gesto doveroso per un gruppo di samurai non più al servizio di un signore. Oishi Kuranosuke, con gli altri samurai di Ako, avrebbe dovuto vendicare immediatamente l’affronto subito dal suo padrone. Un assalto diretto, privo di ogni pianificazione ed esitazione, senza considerare minimamente l’effettiva riuscita della battaglia. Eppure così non fu. Oishi Kuranosuke divorziò dalla sua fedele moglie e si trasferì a Kyoto, a chilometri e chilometri di distanza da Edo, luogo della morte di Asano.

Oishi si diede ad una vita di dissolutezza, vagabondando ubriaco per le vie della città, di bordello in bordello. Affranti dal dolore, gli ultimi samurai rimasti al suo fianco gli comprarono i servizi di una geisha nella speranza di calmarlo. Un giorno, pesantemente sbronzo, Oishi venne aggredito da un samurai ignoto del feudo di Satsuma. Senza reagire, Oishi rimase a terra, nella polvere, mentre il nobile gli sputò addosso. Oishi aveva compiuto un gesto inconcepibilmente vile e codardo per un uomo d’arme.

 

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La notizia si diffuse presto nel paese. Oishi e i samurai disonorati di Asano dovevano aver definitivamente abbandonato ogni proposito di vendetta. Kira non era più in pericolo di vita.

Ovviamente si sbagliavano.

La verità è che Oishi capì immediatamente che l’organizzazione della vendetta nel nome del suo defunto padrone necessitava di tempo e pianificazione. Kira, dopo il tentato omicidio, era costantemente circondato da un servizio di vigilanza, senza considerare che risiedeva nel palazzo reale di Edo.

Kira era costantemente protetto.

Inoltre, la politica del governo Tokugawa rendeva volutamente difficoltose le comunicazioni e il movimento di gruppi numerosi di uomini, tutto nel tentativo di evitare la nascita di grosse alleanze che potessero sfociare in rivolte popolari a scapito del potere centrale. Il controllo territoriale era severissimo: un numero di ponti limitato e presidiato, nessun mezzo con ruote e una rete di spie che riferisse direttamente allo shogun.

Trecento samurai in assetto di guerra che tentano di assaltare il palazzo reale di Edo per uccidere un uomo protetto da scorta. Decisamente una cattiva idea.

Due anni dopo la morte di Asano, Oishi e i suoi uomini – i 47 rōnin – misero in atto la loro vendetta. Riunitisi di nascosto nei pressi di Edo si travestirono da pompieri. Per proteggersi dagli incendi, infatti, le ronde di vigili del fuoco erano autorizzate ad indossare corazze ed elmi. Un uomo, inoltre, era solito portare un’enorme mazza, l’otsuchi, per sfondare porte e pareti.

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Nella fredda luce lunare il travestimento funzionò a dovere. In possesso dei piani dettagliati della residenza di Kira, ottenuti dal matrimonio combinato di uno dei rōnin con la figlia dell’architetto, i 47 samurai disonorati si divisero in tre gruppi.Il primo scalò le mura della residenza, con il supporto di ganci e corde, il secondo aspettò davanti all’ingresso principale, mentre il terzo – capitanato dal 16enne Yoshikane Oishi – si posizionò all’ingresso posteriore.

Appena l’assalto ebbe inizio alcuni messaggeri partirono per avvertire le autorità, ma uno dei rōnin posizionato sul tetto si mise a gridare che si trattava di una doverosa vendetta da parte di un gruppo di samurai disonorati. Come se non bastasse, ogni rōnin portava sul proprio corpo una lettera d’intenti. Alla fine nessun uomo avvertì le autorità, leggenda vuole – anzi – che un gruppo di soldati destinati alla sicurezza di Kira si fece da parte, ignorando il tafferuglio generato dalla battaglia.

Ben presto i rōnin ebbero la meglio sugli uomini di Kira; uccisero 16 guardie, ne ferirono 22, mentre rinchiusero incolumi gli inservienti e le donne di servizio.

Di Kira nessuna traccia.

Dopo ore di ricerche Kira venne trovato all’interno di una legnaia. Arrivato su luogo, Oishi si accertò dell’identità di Kira e, rispettosamente, gli rese noto il suo nome e il motivo del suo assalto. Infine propose al nobile di compiere seppuku con la stessa lama con cui si tolse la vita Asano.

Oishi lo uccise con un gesto fulmineo.

Immobilizzato dal panico, Kira non rispose. Oishi lo uccise con un gesto fulmineo, decapitandolo. Per considerare chiuso il rituale della vendetta non restava che portare la testa di Kira sulla tomba di Asano. Avendo cura di spegnere gli incendi scatenatesi durante la battaglia, i 47 rōnin si riunirono e partirono alla volta del tempio di Sengakuji. Lungo il tragitto vennero ricoperti da manifestazioni di stima e onore. Tuttavia vennero presto fermati da un posto di blocco.

 

 

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Allarmati dall’inconveniente, rimasero sorpresi dal ricevere un invito del corpo di guardia a riposarsi e rifocillarsi prima di riprendere il cammino. Giunti al ponte di Ryogoku trovarono la strada bloccata da un samurai dello shogun. Devoti completamente al rispetto dell’autorità, un solo uomo avrebbe potuto fermarli tutti e 47. Così non fu.

L’ignoto cavaliere gli diede il suo lasciapassare e, inoltre, gli suggerì le strade da seguire per evitare ulteriori incontri. Arrivati al tempio di Sengakuji lavarono delicatamente la testa di Kira, per poi deporla sulla tomba di Asano. Una volta terminato il rituale, consegnarono la testa ai sacerdoti del tempio, in modo che potessero rimandarla ai familiari. Come ultimo gesto lasciarono tutto il denaro in donazione al tempio, sapendo bene che a loro non sarebbe più servito. Poco dopo, infatti, si consegnarono alle autorità.

Il destino dei 47 rōnin era segnato – ovviamente -, tuttavia passò del tempo prima della loro esecuzione. Argomento di discussione fu il metodo con cui avrebbero trovato la morte: giustiziati come comuni criminali o con il rito del seppuku? Lo shogun concesse infine ai 47 rōnin una morte onorevole. Decise, inoltre, che uno di loro sarebbe sopravvissuto per raccontare quanto avvenuto. Kichiemon Terasaka venne inviato al castello di Ako per comunicare che la vendetta era stata compiuta.

Lo shogun concesse loro di compiere seppuku.

Terasaka morì ad un’eta stimata tra i 78 e gli 83 anni, chiedendo che le sue ceneri venissero deposte insieme a quelle dei compagni morti. Le gesta dei 47 rōnin ristabilirono l’onore del feudo Ako, che venne restituito a Nagahiro Asano, fratello minore di Asano Naganori.

 

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Il tempio di Sengakuji è tutt’oggi la dimora delle 47 lapidi dedicate ai samurai di Asano. Lo shogun, però, graziò Kichiemon Terasaka, quindi il numero dovrebbe essere errato. Giusto? Ennesima dimostrazione del codice d’onore samurai, la 47esima tomba è il monumento funebre del samurai ignoto che aggredì un’ubriaco Oishi, credendolo ormai privo di qualsiasi forma d’onore. Dopo che il racconto delle gesta dei 47 rōnin si diffuse nel paese, il samurai si recò al tempio di Sengakuji, dove a sua volta compì seppuku per riguadagnare il suo onore perduto.

I fatti, probabilmente, si mescolarono ai miti e alle leggende.

Tenendo anche conto che arrivarono in occidente al netto di probabili problemi di traduzione, da uno dei paesi più isolazionisti degli ultimi secoli. Tuttavia influenzarono pesantemente la mentalità dell’esercito nipponico, che anche durante la seconda guerra mondiale era profondamente legato ai principi di onore e coraggio in difesa della patria.

Il mito della morte onorevole venne però estremizzato dal regime militare giapponese sino a trasformarsi in qualcosa di grottesco: un terrore indicibile per la resa, che presto portò alla nascita dei temibili piloti kamikaze.

 

 

 

La guerra nel Pacifico

Mentre in Europa la guerra volgeva al termine, nelle acque dell’oceano Pacifico alcune delle battaglie più sanguinose dell’intero conflitto erano ancora in corso. I giapponesi, durante i primi anni di guerra, avevano espanso con successo il loro territorio, occupando le Filippine, varie regioni della Cina, Birmania, Thailandia, Nuova Guinea, Guam, Indie orientali olandesi, Honk Kong, più un numero elevato di isole minori.

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Con l’inizio della campagna di Guadalcanal gli alleati cominciarono a collezionare una lenta serie di vittorie che portò con il tempo ad un lento ritiro delle forze navali giapponesi.

Schiacciati dall’inesauribile macchina da guerra alleata, presto gli alti ranghi giapponesi – rimasti a corto di carburante e munizioni – si resero conto che le sorti del conflitto erano ormai chiare. Fu in quel momento che fecero leva su anni di indottrinamento che aveva inculcato nella mente di milioni di soldati e civili l’idea cavalleresca della morte onorevole.

Il 20 ottobre 1944 il primo gruppo di kamikaze venne formato scegliendo tra 24 piloti. Il 21 ottobre 1944 l’ammiraglia della Marina Reale Australiana venne colpita da un aereo suicida caricato con 200kg di esplosivo. Nei mesi successivi vennero lanciati altri 2000 attacchi da parte di piloti kamikaze. Alla fine del conflitto gli attacchi kamikaze avevano affondato 81 navi e portato alla morte 3913 piloti giapponesi.

Voi siete il tesoro della nazione; con lo stesso spirito eroico dei kamikaze, battetevi per il benessere del Giappone e per la pace nel mondo. Viceammiraglio Takijirō Ōnishi.

 

 

 

 

La carneficina di Saipan

L’isola di Saipan, nell’arcipelago delle Marianne, è quello che oggigiorno potremmo definire un piccolo paradiso in terra: sole e alberi, spiagge bianchissime e un’acqua assolutamente cristallina.

Nell’estate del 1944 era però anche un punto strategico fondamentale per la marina militare americana; da esso, infatti, sarebbero presto partiti i caccia bombardieri B-29 che, con il loro carico di bombe incendiare, avrebbero distrutto completamente la città di Tokyo. Conscio di questo valore, l’alto comando giapponese, schierò più di 30.000 uomini a difesa dell’isola. A guidare le operazioni giapponesi fu il generale Yoshitsugu Saitō.

 

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L’Operation Forager iniziò alle ore 07.00, quando 300 mezzi AMTRAC sbarcarono i primi contingenti di Marines sulla costa occidentale dell’isola. Presto i soldati alleati scoprirono che le truppe nipponiche avevano pianificato con cura la difesa dell’isola.

I Marines, una volta sbarcati, si trovarono davanti solo spiaggia senza ripari, mentre le truppe giapponesi aspettavano sulle alture adiacenti. Sotto il fuoco di cecchini, artiglieria e mitragliatrici, un altissimo numero di Marines trovò la morte.

 

È dura riuscire a scavare una fossa nel terreno fangoso, intriso d’acqua e di sangue, mentre sei sdraiato sul tuo stomaco, tentando comunque di farlo con il mento, con i gomiti, con le ginocchia e perfino con le dita dei piedi. Ma l’istinto di sopravvivenza e la voglia di vivere portano l’uomo a compiere ciò che, in condizioni normali, non sarebbe mai in grado di fare, e quel giorno scoprii che è possibile scavare una buca in quel modo apparentemente assurdo.

 

Ben presto però l’elevato numero di soldati americani, la scarsità di rifornimenti giapponesi e un continuo bombardamento da parte delle corazzate alleate piegò le sorti del conflitto a favore degli americani.

Macchiato dal disonore, il generale Saitō si suicidò con la sua katana.

I giapponesi, intuita la sconfitta, si lanciarono in un ultimo attacco banzai che provocò altre 406 perdite tra gli statunitensi a fronte del completo suicidio di 4.300 soldati nipponici. Macchiato dal disonore, il generale Saitō si suicidò con la sua katana. Nei giorni successivi più di 22.000 civili si uccisero, lanciandosi dalle scogliere o lasciandosi esplodere bombe a mano portate la petto piuttosto che arrendersi agli americani che la propaganda nipponica aveva tanto abilmente definito “diavoli, stupratori ed invasori”.

Al termine della campagna di Saipan, durata meno di un mese, il conteggio dei morti ammontava ad oltre 30.000 caduti tra le truppe giapponesi, 20.000 tra i civili, e 12.500 tra le truppe americane. Più di 60.000 morti per la difesa/conquista di una sola isola. Analogamente le battaglie per la conquista delle isole di Iwo Jima e Okinawa, considerate territorio nazionale giapponese, furono teatro di perdite immani da parte di entrambi gli schieramenti, oltre che ulteriore testimonianza dell’intenzione delle truppe giapponese di morire prima di arrendersi.
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Il colpo di stato

Costretti, o giustificati, gli americani sganciarono due bombe atomiche sul territorio giapponese con lo specifico intento di terminare il conflitto. Memore delle battaglie nel Pacifico, Truman decise di non rischiare la vita di altri milioni di persone in un’ipotetica invasione del Giappone.

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Torniamo quindi alla notte del 14 agosto 1945. Il maggiore Kenji Hatanaka, a capo del secondo reggimento della Prima Guardia Imperiale, assaltò il palazzo reale alle 21.30. Nella speranza che una dimostrazione di resistenza alla resa potesse essere la scintilla di una ribellione dell’intero esercito, Hatanaka catturò e prese in ostaggio diciotto persone, tra cui i tecnici dell’NHK inviati sul luogo per registrare la resa.

Hatanaka tentò anche, invano, di convincere il generale Mori – che stava tenendo un incontro con suo cognato – ad unirsi al colpo di stato. Appesantito dal rifiuto del generale, con la paura di una possibile chiamata alle armi della Guardia Imperiale, Hatanaka uccise Mori e il cognato dello stesso.

Contemporaneamente, le truppe di Hatanaka cercarono febbrilmente le registrazioni dell’imperatore, custodite da Sitaro Ishiwatari, Ministro della Casa Imperiale e Koichi Kido, lord del sigillo imperiale. I due, che non vennero trovati, si nascosero in un caveau sotterraneo per tutta la notte. Mentre questi eventi prendevano forma nel palazzo reale, a Yokohama un gruppo di uomini fedeli ad Hatanaka assaltò lo studio e la residenza del primo ministro Suzuki con l’intento di ucciderlo.

Preventivamente avvisato, il primo ministro era fuggito qualche minuto prima dell’arrivo degli aggressori.

Informato della situazione, e conscio che il suo colpo di stato stava per volgere al termine, Hatanaka tentò disperatamente di trasmettere un suo messaggio radio per giustificare le sue azioni. Vista sfumata anche questa possibilità, Hatanaka e Shiiazaki, un suo compagno nel fallito colpo di stato, rispettivamente a bordo di una moto e di un cavallo, corsero per la città lanciando volantini che spiegavano le azioni delle ultime ore.

Alle 08.00 di mattina il colpo di stato era stato definitivamente sventato. Alle 11.00, un’ora prima della trasmissione radio dell’imperatore, Hatanaka si tolse la vita.
Nella sua tasca fu trovato un foglio con scritto:

 

Non ho nulla di cui pentirmi ora che le nuvole oscure sono comparse nel regno dell’Imperatore.

 

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Alle 12.00 la voce dell’imperatore Hirohito venne trasmessa nell’etere, riportando queste parole:

Nonostante siano stati fatti i migliori tentativi – il valoroso combattimento delle forze navali e militari, la diligenza e assiduità dei Nostri servi dello Stato e il devoto servizio dei Nostri cento milioni di compatrioti – la situazione bellica non si è sviluppata a vantaggio del Giappone e il corso mondiale si è voltato contro i nostri interessi.

Ancor di più, il nemico ha cominciato a sviluppare una nuova e molto più disastrosa bomba, il cui potere di distruzione è, realmente, incalcolabile e in grado di togliere molte vite innocenti. Se dovessimo continuare a combattere, non ne risulterebbe che un completo collasso e una cancellazione della nazione giapponese e si condurrebbe anche alla totale estinzione della civiltà umana. Essendo tale il nostro caso, dobbiamo prima salvare i milioni di Nostri servitori o espiare le Nostre colpe fino al perdono dei Nostri Avi Imperiali? Questa è la ragione per cui Noi abbiamo ordinato di accettare le richieste della Dichiarazione Congiunta delle Potenze.

Le difficoltà e sofferenze a cui la Nostra nazione sarà soggetta di qui a poco sarà certamente grande. Siamo consapevoli dei più intimi sentimenti di tutti voi, Nostri servitori. Tuttavia, è in base allo scorrere del tempo e del fato che abbiamo deciso di aprire la strada ad una grande pace per tutte le generazioni a venire, sopportando l’insopportabile e soffrendo l’insoffribile.

 

La bassa qualità della registrazione, combinata con l’antico e ricercato giapponese usato dall’Imperatore, resero tuttavia la registrazione molto difficile da capire per la maggior parte degli ascoltatori.

Alcuni giorni dopo la resa, l’ex Primo Ministro Hideki Tōjō tentò il suicidio sparandosi al cuore. Poche ore dopo l’annuncio dell’imperatore, l’ammiraglio Matome Ugaki salì armato di spada samurai a bordo di uno dei suoi aerei con l’intento di compiere un’ultima azione suicida. Il pilota del monoposto gli chiese umilmente di poter stare con lui. I due si strinsero nella cabina di comando, dove trovarono la morte alcune ore dopo, abbattuti dalle forze americane.

 

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La notte della resa, Onishi – l’ammiraglio ideatore del corpo kamikaze – si suicidò tagliandosi il ventre con una spada. Tuttavia non morì immediatamente, anzi, successivamente – quando lo trovarono in agonia – rifiutò qualsiasi cura medica nel tentativo di soffrire più a lungo. Sul suo corpo fu trovata una lettera di scuse rivolta ai famigliari dei piloti morti sotto il suo comando.

 

 

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