The Montecristo Project: 6 anni per un eBook (1a parte)

6 anni fa

7 minuti

Ingresso V del Supercollisore di Quark-Gluoni

Quando una storia scalpita dentro di te per venire alla luce, succede anche questo: che un racconto nato nel 1993 diventi un romanzo e uno script cinematografico.

 

Più che la storia di un’opera, quella che vorrei presentarvi è la storia di un’esperienza.
Perché nessuno nasce scrittore. anzi, quanti strafalcioni, quanti errori e ingenuità!
The Montecristo Project” è stato, in pratica, riscritto cinque volte.

L’idea nacque insieme a mio figlio Gabriele, oggi 4° anno di fisica a Pavia / IUSS / Collegio Ghislieri. Allora come racconto, che un autore di fantascienza e caro amico, Vittorio Catani, mi aiutò a ripulire e “mettere a punto”. Racconto che, qualche anno dopo – 2006 – fu letto da un (grande) regista italiano con il quale ebbi occasione di collaborare musicalmente.

Il progetto di trasformarlo in un film si scontrò subito con la nota allergia dei produttori italici per la fantascienza e con un problema di budget per nulla secondario.

 

Caccia orbitale "Falco" in fase di atterraggio

Caccia orbitale “Falco” in fase di atterraggio

 

Quindi “Baby” finì, un po’ mestamente, nel fondo di un cassetto.
Ma continuava a scalpitare…

A fine 2009, con un certo numero di “giri strani” riuscii a richiamare l’attenzione della dirigenza Fox Italia. Non che ci sperassi molto; e fu un bel colpo quando mi arrivò un risposta una mail che mi invitava a preparare uno script.

Anche perché neppure il più bravo sceneggiatore di Lost riuscirebbe a tirare fuori due ore di film da un racconto di 15 pagine scarse!

 

 

Nasce il team

Vi lascio immaginare il mio stato d’animo. Entusiasmo, timore, esaltazione e trepidazione in un cocktail ben agitato (non mescolato).

Così, cercai aiuto. E lo trovai in due fantastici personaggi:  lo sceneggiatore Manuel “Ash” Leale, e l’illustratore Fabio Porfidia. Che dimostrarono subito una incredibile disponibilità nel prestarsi alle follie del sottoscritto, senza alcun compenso o garanzia di riuscita. Certo adesso possiamo vantarci di avere, nel nostro piccolo, seguito le orme di giganti quali Stanley Kubrick e Arthur C. Clarke quando crearono 2001 Odissea nello Spazio, una delle principali fonti d’ispirazione del libro. Tanto per volare bassi.

Mentre continuavo a sciorinare scene e capitoli, Manuel le trasformava in sceneggiatura e Fabio nelle immagini che in parte potete ammirate in questo articolo e che sono tutte presenti nell’eBook. Sceneggiatura e immagini che a loro volta mi hanno influenzato, in una sorta di creazione corale a “effetto Larsen” – in diversi casi spingendomi a riscrivere intere parti della storia.

Ma dato che io non sono contento se non mi complico la vita, ho pensato bene di partire con la narrazione da due anni e mezzo prima del racconto e di creare ben 5 trame principali che in alcuni punti della storia si espandono a 6 o 7, con diverse sotto-trame che a loro volta si intersecano in nodi complicati. Per non parlare dei personaggi che hanno iniziato a spuntare come funghi.

Come fare a mantenere la coerenza interna e, sempre per citare Lost, non fare la fine dei suoi sceneggiatori nelle ultime stagioni?

 

 

Aiutati che la tecnologia aiuta

Inizialmente pensai di appoggiarmi a un software già pronto.

Per scrivere fino a quel momento avevo usato Apple Pages (no, non Word, tutto ma non Word) su Mac e su iPad, approfittando della comodissima funzione di sincronizzazione su iCloud. Adesso mi serviva qualcosa di più specifico, che mi aiutasse a gestire i personaggi, le location, la timeline.

Così ho acquistato StoryMill della Mariner Software, un’applicazione dedicata alla stesura di novelle e romanzi. Nel frattempo, grazie al software OmniGraffle della Omnigroup, preparavo uno schema a blocchi della storia. Eh sì.

 

Lo schema a blocchi despoilerizzato di The Montecristo Project

Lo schema a blocchi despoilerizzato di The Montecristo Project

 

A un certo punto anche StoryMill ha iniziato a starmi stretto. Lo schema imposto dai suoi creatori è ben pensato, ma limitato. Avevo bisogno di qualcosa che si adattasse alle mie esigenze man mano che tali esigenze si presentavano. Non un software, ma un ambiente di programmazione che mi permettesse di costruire un’interfaccia di scrittura flessibile, alla quale potessi aggiungere parti e funzioni alla bisogna.

Cosa meglio di un database relazionale?

 

Il flashback non può mancare

Ma torniamo un poco indietro. Io sono nato come musicista (pianista e compositore) però ho sempre avuto un pallino per l’informatica. L’arrivo in casa di un Apple //e nel 1981 mi aprì le porte dell’Apple Basic, di Visicalc e anche di un po’ di Assembler. Dopo il diploma in pianoforte, dato che sono sempre stato un tiratardi e con la sola musica vivere è dura, passato qualche anno in attività variamente fittizie ho iniziato a collaborare con la Datanord di Milano, una delle prime società italiane ad avere annusato le potenzialità della Rete applicata nel mondo aziendale.

Lì ho fatto di tutto un po’, dai progetti bizzarri come lo “studio di fattibilità per la digitalizzazione dell’archivio musicale Suvini Zerboni” (montagne di partiture orchestrali da Mozart a Malipiero e Dallapiccola) al lavoro redazionale nella rivista Virtual, dai servizi di CRM (Webmaster How per TIN, Borsa Italiana, Audinet Sinottica, Ferrari Store) ai progetti multimediali (Restauro del Perseo, CD-Rom Regione Sardegna). Insomma, per farla breve il mio più grande problema è stato sempre spiegare che cavolo di lavoro facessi!

Ora per fortuna vivo più tranquillo: sono tornato nella mi’ Livorno e insegno musica alle medie. Ma un po’ di esperienza l’ho accumulata. Un bel po’.

 

 

Il perché di un database

Il mio punto di forza, a parte la composizione al computer, negli ultimi anni è sempre stato Filemaker Pro. Un ambiente di sviluppo database molto intuitivo e potente a sufficienza per quanto mi è servito (e mi serve tuttora, anche a scuola). Con Filemaker ho creato Saga, uno “StoryMill agli steroidi” per ora a mio solo uso personale, col quale gestire non solo personaggi, location, timeline, scene, capitoli, interi libri e quant’altro. Ma anche…

 

I glifi, le scene, i personaggi, le location, le data, la navigazione… Saga!

I glifi, le scene, i personaggi, le location, le data, la navigazione… Saga!

 

… i glifi e una Wikipedia del futuro. Di che diavolo parlo?

 

 

Facciamo una pausa.

Potrebbe quasi sembrare, giunti a questo punto, che la forma, i mezzi impiegati, la struttura e gli intrecci abbiano preso il sopravvento sul contenuto, sulla sostanza, sull’emozione.
Può succedere se ci si lascia trascinare dall’entusiasmo.

Ma che la storia sia di fantascienza o fantasy o realista o epica, quel che conta è sempre e solo la storia. E le anime che la storia contiene, le relazioni fra le anime dei personaggi, del lettore e dello scrittore. Il genere, l’ambientazione, lo stile narrativo: sono importanti, come è importante un genere musicale. Ma lo sono fino a che non diventano ostacoli.

Ostacoli posti dal creatore dell’opera o dal fruitore stesso. “Io non leggo letteratura di genere”. Quante volte ho sentito questa frase. Come se qualcuno mi dicesse “Io non ascolto musica classica”. Aspetta… ho sentito anche questa.

Posso citare Caparezza?
Maaachi… Maaaaccchi… Ma chi se ne frega!

Se una storia mi piace, se una musica mi piace, la leggo, l’ascolto, me la godo, me la vivo.
E se è scritta bene, composta bene, eseguita bene, trascende. Trascende il genere, lo stile, e qualunque muro possiamo costruirci intorno. Sono convinto che la mia storia sia così? Sinceramente, lo spero. Ma sarete voi a dirlo, se la leggerete. Il più grande complimento che potreste farmi è “Evk, hai scritto una buona storia. Talmente buona che non mi ricordo neppure di che genere fosse”.

Per oggi credo di avervi tediato abbastanza… il resto nella seconda parte!

 

Seconda parte:

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