Un giorno, tra qualche decina di anni, quando saremo seduti su una sedia a dondolo a cuscinetto d’aria attorniati dai nostri nipoti o seduti intorno ad un fuoco circondati dalle macerie della civiltà (ad oggi ritengo la seconda opzione molto più plausibile), raccontando dei bei tempi andati e delle vostre eroiche imprese con i videogames, vi sfuggirà detto: “Pensate, qualcuno ha fatto pure un film con il presidente Adam Sandler sui vecchi giochini elettronici!”

Già, Adam Sandler sarà Presidente del Mondo e tutti saremo tristi e scoraggiati, un po’ come lui in Pixels, che ha sempre la faccia di quello che ha timbrato il cartellino per lavorare all’ufficio del catasto, sebbene il film se lo sia pure prodotto.

Operazione meritoria, intendiamoci, quella di portare sullo schermo i grandi classici del passato videoludico in una pellicola multimilionaria. Peccato che vengano utilizzati meno del minimo sindacale. Fossi in loro, mediterei un’azione legale nei confronti della Sony.

Che non fosse da attendersi un film ultra-nerd d’azione era chiaro fin dal principio.

Che non fosse da attendersi una roba tipo I Guardiani della Galassia o un film ultra-nerd d’azione/avventura era chiaro fin dal principio, per via della presenza di Sandler e di comici di serie B come Kevin James e Josh Gad, però sono voluto rimanere fiducioso fino all’ultimo per l’utilizzo apparentemente carino dei videogiochi e per la presenza di Chris Columbus al timone, che nelle interviste appariva davvero coinvolto e convinto della bontà del lavoro.

 

 

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Registicamente Columbus è impalpabile.

Invece, registicamente Columbus è impalpabile (il film potrebbe averlo girato un mestierante di fiducia di Sandler a caso tipo Frank Coraci) e l’utilizzo degli alieni-games è a dir poco parsimonioso, lasciando da parte l’azione per concentrarsi sulla commedia sandleriana sugli sfigati di buon cuore che salvano il mondo e conquistano la ragazza, con meno sforzo possibile.

Alla fine del film ti chiedi persino “Ma dove diavolo era Space Invaders?”

Pixels è un film senza alcuna pretesa, dove l’incredulità più che sospesa deve essere uccisa fanciulla: intendiamoci, non che uno voglia realismo da un film dove Kevin James veste i panni del presidente USA, ma almeno una parvenza di coerenza e logica sì. Anche perché i toni non sono né quelli del nonsense né quelli della farsa, se mai quelli della commedia demenziale “quotidiana”.

 

 

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Di demenziale c’è poco perché il film deve piacere ai bambini.

Solo che di demenziale c’è poco perché il film deve piacere ai bambini, e si infila solo qualche parolaccia e situazione volgarotta per tenere alta l’attenzione dei bambini più grandi. Per intrattenere intrattiene, fa il suo compitino, ma la sceneggiatura di Tim Herlihy e Timothy Dowling è veramente qualcosa di poverello e a volte anche buttato via, mette giusto un punto e passa oltre.

Penso che uno dei peccati principali sia quello di sprecare una miriade di occasioni per parlare dei vecchi videogiochi e della loro magia, ma anche di contrapporli a quelli moderni. La filosofia secondo cui “In quelli vecchi dovevi imparare a memoria lo schema, in quelli nuovi devi empatizzare col protagonista e non voler morire” è ingenerosa e palesemente ignorante.

 

 

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Ok, probabilmente nel 1982 per fare milioni di punti dovi essere quasi una macchina, ma io quando giocavo a Pac-Man o Space Invaders pensavo davvero di essere l’eroe, di non voler morire e di salvare la pellaccia. Insomma, era qualcosa di romantico. Questa era la magia di pochi pixels sgranati e coloratissimi, contro la grafica ultradettagliata e senz’anima (in molti casi) di oggi. Bah.

Il problema principale è che raramente le battute vanno a segno.

Il problema principale poi è che raramente le battute vanno a segno, ed è emblematico il personaggio di Peter Dinklage che non riesce MAI a far ridere, se non con l’unica gag più o meno riuscita e reiterata di Serena Williams e Martha Stewart.

Qualche crassa risata qua e là me la sono fatta, come guilty pleasure condito da vecchie memorie ci può stare, ma il pensiero di quello che avrebbe potuto essere e quello che è, ‘sto Pixels, condiziona il godimento complessivo della pellicola.

Pixels, alla fin della fiera, rimane sotto la soglia della sufficienza.

Che siate (retro)gamers o meno: sta a voi capire quanto l’effetto nostalgia può regalare dei punti in più ad una commediola scolastica e un po’ becera che gratta la superficie senza affondare mai realmente i denti in quello che poteva essere il vero divertimento.

Se vi accontentate di vedere sullo schermo per qualche minuto delle vecchie glorie dei videogames, ve la potete godere. Se vi piace Adam Sandler, andate in pace.

Se volete un film divertente, emozionante e memorabile che unisca avventura, umorismo e azione, meglio guardare altrove.