L’Italia delle Emergenze che guarda il dopo e mai il prima

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6 anni fa

8 minuti

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Venerdì 6 febbraio 2015, ore 7 di mattina. La mia ragazza urla in camera da letto: “é pieno d’acqua fuori”. Io non capisco. “Le auto sono sotto l’acqua!”. Mi sveglio e guardo giù dal balcone. Ho il mare sotto casa, il vento tira fortissimo e le onde si infrangono sulle pareti del mio condominio. Che diavolo sta succedendo?

Intontito cerco di accendere la luce, ma la corrente elettrica ovviamente è saltata. Apriamo le finestre e cominciamo a capire davvero in che situazione ci troviamo: abitiamo a Lido di Savio, a un paio di centinaia di metri dal mare, e tutto il paese è sotto un metro d’acqua.

Noi fortunatamente siamo al primo piano: al piano terra ci sono solo negozi chiusi e siamo gli unici che abitano il condominio anche di inverno.

Siamo soli, bloccati al primo piano, senza corrente elettrica.

Mi attacco al cellulare: la linea c’è. Chiamo subito il 115, ma è occupato. Chiamo il 113, occupato. Il 112… occupato.

Calma. Tranquillizzo la mia ragazza: siamo al sicuro, l’acqua non può certo salire più di così, il riscaldamento non funziona, ma per essere febbraio fortunatamente non fa così freddo. Lei è alla finestra con gli occhi lucidi a guardare la sua macchina nuova sotto l’acqua. La mia è di fianco e non ho il coraggio di guardare.

 

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Ho con me un paio di battery bank e comincio a pensare di risparmiare le batterie dei cellulari. La linea cellulare e dati va e viene, ma riusciamo a collegarci ad internet con il tablet. Provo ad aprire i siti dei vigili del fuoco e della protezione civile, in cerca non so neanche io di cosa. Non trovo nulla di davvero utile se non una sfilza di “chi siamo, cosa facciamo” che sembra uscita dal 1996.

Richiamo i numeri di emergenza letteralmente per ore, decine di volte: sempre occupato. Alla fine mi rispondono i carabinieri: li avviso della situazione, mi dicono che sono al primo piano e che quindi non sono in pericolo, mi dicono di liberare la linea. Ha senso in effetti. Appendo, ma ancora non so bene cosa fare, cosa non fare.

È febbraio e non se ne parla di provare a “guadare” il mare che ho sotto casa… fino a dove poi? non so nulla. Non so quanto è estesa la situazione, non so dove potrei andare, non so se i soccorsi stanno arrivando, non so dove si trovano, se c’è un punto di ritrovo.

Non so niente e non posso comunicare con nessuno delle forze dell’ordine.

Avvisiamo almeno i parenti via cellulare che stiamo bene, siamo bloccati al primo piano, ma non siamo in pericolo.

Cerco di tranquillizzarmi. Il tempo passa ed è ormai mezzogiorno. La mia ragazza è di vedetta sul terrazzo con la speranza di vedere passare lungo la via principale un gommone dei pompieri. Qualcuno a cui chiedere cosa fare, dove andare, come fare ad uscire di casa. Niente. Non passa nessuno.

La prima forma di vita è un elicottero dei pompieri che sorvola la zona. La mia ragazza saluta e rientra in casa per dirmelo. Una briciola di speranza inutile.

 

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Lido di Savio, Ravenna

 

A mezzogiorno cerchiamo di tornare ad una finta normalità e ci cuciniamo un pasto frugale. Arriva la bassa marea e l’acqua scende di una decina di centimetri. Penso che possiamo anche dormire qua questa notte, che in una giornata l’acqua tornerà al normale livello. Illusione.

Ci accorgiamo che anche l’acqua corrente non funziona più: un’ovvietà che però ci fa rendere conto per davvero che è ora di abbandonare la nave.

Stiamo mangiando quando sentiamo un urlo che viene da sotto casa: il padre della mia ragazza è venuto con un amico pescatore a “salvarci”. Prendiamo quattro cose e scendiamo in fretta, lasciando il pranzo sul tavolo.

Indossiamo le tute da pescatore (quelle che ti arrivano alle ascelle) e camminiamo fino a fuori il paese, tra macerie, alberi divelti, cassonetti e automobili sommerse. Scie di carburante e detriti galleggiano attorno a noi in uno scenario da apocalisse.

 

 

Arriviamo fuori dall’acqua alta, ai confini cittadini. Le forze dell’ordine stanno bloccando il traffico e i pompieri stanno scaricando un gommone. Sono le 13.

Quando arrivo a casa dei miei genitori sono infuriato con il mondo e scrivo di getto uno sfogo su Facebook.

 

 

Milano Marittima, Ravenna

Milano Marittima, Ravenna

 

 

Quello che per me è inconcepibile è l’assenza di un qualunque sistema di prevenzione e allarme in tutta questa storia.

Nei due giorni successivi arrivano volontari e forze dell’ordine a dare una mano a sistemare, a recuperare. Passa il sindaco a dare pacche sulle spalle ai volontari. Grazie volontari, grazie.

Ma io non riesco a non pensare che se ci avessero svegliato durante la notte avremmo potuto salvare tanto prima che l’acqua salisse fino ad allagare tutto il paese.

Non ce l’ho certo con i volontari o con i vigili del fuoco. Ce l’ho, e tanto, con i responsabili e con chi dovrebbe organizzare la prevenzione e non solo i “soccorsi” a fatto avvenuto.

 

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Come è possibile che non ci sia ancora una sirena cittadina nelle località di mare che suoni in caso di emergenza?

Come è possibile che non ci sia ancora una sirena cittadina nelle località di mare che suoni in caso di emergenza?

Ci avrebbe svegliato e avremmo potuto salvare tanto, le auto, le cose più importanti al piano terra… e invece niente. Ci siamo svegliati ignari di tutto da soli la mattina a giochi fatti.

 

Come è possibile che non ci sia ancora nel 2015 un sistema di avviso via rete cellulare?

Come è possibile che non ci sia ancora nel 2015 un sistema di avviso via rete cellulare? Tutti abbiamo un cellulare! È il sistema più stupido del mondo, già presente in tanti paesi: avvisa automaticamente tutti quelli collegati alla cella di una zona in pericolo, semplicemente, non serve altro!

 

Non devo essere io a chiamare il 115 che è ovviamente occupato vista l’emergenza. È il 115 a dover chiamare me con sistemi automatici, semplicemente perché sa che sono in quella zona, perché sono collegato a quella cella.

Bastava anche solo un SMS durante la mattinata, con scritto cosa fare, cosa non fare, com’era la situazione, dove si stavano radunando i soccorsi e come fare a raggiungerli. E invece niente. Silenzio e ignoranza.

Sono queste le cose che fanno arrabbiare di più: vedere come durante l’emergenza non ha funzionato un bel niente, stare un giorno intero a provare a telefonare io al 115 quando le soluzioni tecnologiche ci sono da una vita e basterebbe applicarle, a spese ridicole oltretutto.

 

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E poi l’organizzazione. Un giorno intero ad aspettare come un fesso nel paese più colpito della Riviera e non vedere passare nessuno. Non sapere nulla. Rimanere ad aspettare senza sapere cosa fare.

E ancora di più brucia l’indifferenza con cui si affronta il dopo in questi casi. Apparentemente sono tutti presi a congratularsi tra loro per gli sforzi fatti a risistemare le cose quando ormai la frittata è fatta, ma nessuno pensa a come fare a non rifarla quella frittata.

E l’ipocrisia delle istituzioni che vanno a congratularsi con i volontari e con le forze dell’ordine alzando le braccia di fronte ad ogni critica: perché i primi sono santi che lavorano gratis e i secondi hanno i “fondi tagliati” da anni e non possono fare di più.

In Italia sembra funzionare così: speriamo come bambini che non succeda mai nulla di grave e quando invece succede mandiamo avanti volontari e pompieri senza mezzi, esaltandone la caparbietà e l’altruismo.

 

 

 

Negli Stati Uniti sono stato svegliato ben due volte nel cuore della notte da una sirena cittadina a San Francisco.

Sul mio smartphone hanno poi cominciato a comparire messaggi di allerta speciali.

Non era in corso un terremoto. Era una semplice esercitazione.

Non era in corso un terremoto. Era una semplice esercitazione.

Ci piace tanto dire come l’Italia sia un paese a rischio, ma non facciamo un bel niente per prevenire quel rischio. Ci piace crogiolarci su come siamo bravi ad aiutarci a vicenda quando il danno è ormai stato fatto, ma non pensiamo a come evitare che quel danno si ripeta.

Come bambini che vivono nel mondo dei sogni. Sarebbe ora di svegliarsi e di cominciare a prendere sul serio la nostra situazione.

I terremoti succedono. In tutta Italia. I fiumi esondano. Il mare invade l’entroterra. Succede, è successo, succederà ancora.

Non c’è solo un dopo: c’è anche un prima e un durante e sono ben più importanti. Sveglia bambini.

 

 

Aggiornamento (8 febbraio)
Mi segnalano che a Vicenza, dopo l’ultima alluvione, hanno fatto esattamente quello che propongo in questo articolo: allarmi sonori, sensori, esercitazioni e avvisi via rete cellulare. Sarebbe ora di farlo in tutto il paese.

 

Aggiornamento 2 (9 febbraio)
Viene fuori che il muro di contenimento, costruito in un punto di fronte al mare in centro a Lido di Savio in cui non ci sono stabilimenti o altro con le loro protezioni, era in rifacimento nella notte di giovedì e ne mancavano oltre 130 metri.

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