COOLSTORYBRO

A Normally Tragical Noir Story

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29 Novembre 2014

Città pioggia

La stanza del motel dove alloggiavo puzzava di marcio, i muri erano incrostati di sporco e l’odore di muffa misto sigaretta penetrava in profondità nei miei polmoni

 

Motel

Tossii una volta, poi due. La salute non accennava a migliorare, non che m’importasse.

“Prendi queste pillole, Jack.” “Non fanno miracoli ma alleviano il dolore!”

Ricordai le parole di Nicolai con un mezzo sorriso, che io stesso non avrei voluto vedere.

Il solito cicchetto di Whisky mi aiutò a mandarne giù due prima di alzarmi dalla sedia per avvicinarmi alla finestra.

Pioveva a dirotto.

Guardare il buio fuori mi metteva una strana sensazione di vomito, ma il ricordo di tutto l’alcol che avevo ingerito prese il sopravvento sulla causa del mio malessere.

Mi sciacquai la faccia sperando di recuperare un po’ di lucidità, da lì a poco ne avrei avuto bisogno.

Senza pensarci due volte afferrai la giacca e la sacca da viaggio e mi lasciai alle spalle l’appartamento. Al piano di sotto saldai il conto con l’usciere.

I 20$ che diedi per l’affitto di quella topaia erano tra gli ultimi spiccioli che mi rimanevano.

Uscii fuori.

 

 

Il vicolo

Il quartiere in cui era situato il motel non era tra i più frequentati dalla gente per bene.

L’illuminazione era scarsa e per lo più malfunzionante. Strane ombre venivano proiettate sui muri e la mia instabilità mentale alimentava ancor di più le allucinazioni.

I principali abitanti della zona erano per lo più immigrati, criminali, barboni e prostitute che a ogni angolo cercavano di fermarti offrendoti “notti che non avresti mai dimenticato”, ma i buchi sul braccio e i denti marci la dicevano lunga su cosa non avrei dimenticato.

All’improvviso la vidi!

Fu un attimo di abbaglio.

“No Jack è frutto della tua mente. Lo sai che non può essere.”

La figura immaginaria scomparì dietro il vicolo quasi come fosse un invito a seguirlo. Fu per questo forse che non ascoltai il mio ultimo briciolo di buonsenso e scomparii nel buio.

Non fu una buona idea ma mi sentivo come rinato all’idea di riavere un suo abbaglio.

All’improvviso sentii una stretta gelida al collo che mi fece rinsavire da quel sogno ad occhi aperti.

“Non provare a resistere! Dammi il portafoglio!”

disse una voce rauca e malandata.

I miei muscoli si mossero da soli.

Con il gomito sinistro ruppi una costola del mio assalitore che perse il vantaggio su di me.

In un instante strappai di mano l’arma che impugnava, accorgendomi solo dopo il violento crack! sul suo zigomo sinistro, che era un semplice tubo da idraulico.

Il mio aggressore giaceva per terra, in una pozza del suo stesso sangue, senza conoscenza.

Si sarebbe risvegliato, forse, parecchio tempo dopo.

Ripresi la borsa e dimenticai l’allucinazione.

 

 

Joe’s pub

Continuai a camminare per dieci minuti sotto la pioggia incessante, tossendo almeno quaranta volte.

Poco dopo ero arrivato.

Joe’s Pub, il covo malavitoso del quartiere.

L’aspetto esterno (non che quello interno fosse diverso!) rispecchiava esattamente l’ambiente che circondava quella tana.

Presi un bel respiro ed entrai.

Il panorama che mi si mostrò era il solito ma questa sera non sarebbe rimasto così per la chiusura.

Guardai l’orologio che avevo al polso ormai da parecchi anni.

02:57 AM

Nel locale apparentemente c’erano poche persone, il barista, due colossi seduti al tavolo vicino alla parete alla mia destra e un uomo dal fisico asciutto di origini latine, che giocava da solo al biliardo in mezzo alla sala.

Era armato e a giudicare da come teneva l’arma, rinfoderata nei pantaloni, non era sua intenzione nasconderlo.

Feci non più di dieci passi per arrivare al bancone dove ordinai il solito.

Venti secondi dopo avevo 3$ in meno e 20 cl di Whisky in più in pancia che mi bruciavano lo stomaco.

Non ci volle molto prima che il messicano s’interessasse a me. Nel modo meno piacevole.

Aprii la cerniera della borsa facendo finta di non sentire i passi felpati dietro di me.

Con la coda dell’occhio notai i due bestioni smettere di giocare e alzarsi dalla sedia.

Avevo pochi secondi!

Afferrai la sedia di fianco a me e la lanciai contro il ragazzo, che preso alla sprovvista, cadde per terra seguito dai frammenti di quello che gli era volato in faccia, poi con precisione chirurgica infilai senza guardare la mano nel borsone da cui estrassi la mia migliore amica.

TAURUS modello PT 99 CALIBRO 9×21 mm

Caricato bifilare da diciassette colpi. Più che sufficiente per arrivare alla fine.

BANG! BANG!

Un bestione cadde in silenzio, freddato sul colpo dal 9 mm che si era fatto spazio nella sua corteccia cerebrale.

Un urlo disperato fu lanciato dal suo compare, che per terra si lamentava del fiotto di sangue che gli usciva dal lato destro della gola.

Svenì per il dolore.

Mancava il messicano.

Fu più lesto del previsto, e mentre spostavo la mira dai due verso lui, mi era già addosso con le nocche sul mio viso.

BONK!
 

Volai dietro al bancone tirando giù diverse bottiglie.

Del barista non c’era più traccia.

D’istinto presi una bottiglia e la tirai in direzione della minaccia.

La fortuna fu dalla mia parte e, tra le immagini doppie della mia vista provocate dal pugno e dalla violenta botta alla nuca presa durante la caduta, distinsi appena la sagoma di un Revolver, puntato verso di me, volare come colpito violentemente.

“Alzati Jack!”

mi dissi, e volai dall’altra parte del bancone.

Il ragazzo fradicio di Rum e sangue ebbe la stessa forza d’animo e alzato in piedi fece esattamente la stessa cosa che cercavo di fare io.

Cercare un’arma.

Lo sguardo di entrambi cadde sul suo Revolver a non più di 2 metri da entrambi.

Il gesto di entrambi sembrò qualcosa di atleticamente perfetto. L’istinto di sopravvivenza ci trasforma.

La mente e il corpo fanno uno sforzo fuori dal comune, nell’ultima speranza di vita che rimane.

Ma siamo pur sempre fatti di carne e ossa.

 La mano che afferrò la pistola si issò seguito dal corpo e dopo un attimo infinito di totale silenzio.

BWHAAAAAAAAM!

Il boato sembrò qualcosa di diverso dallo sparo di una pistola, era come se in quella pallottola ci fosse tutta la forza di volontà e la determinazione di sopravvivere.

Il proiettile aveva reso irriconoscibile la faccia del morto. Squarciata da un’immensa forza.

Quasi paralizzato da tutto questo scivolai lentamente al suolo.

Perché io?

Perché tutto questo?

Me l’ero meritato?

O forse ero io che lo cercavo.

 

Passai i trenta secondi successivi a cercare una risposta a questi quesiti quando un suono di sirene in lontananza minacciò di fermare il mio sudato operato.

Il barista era scomparso ma non poteva scappare per sempre.

E una bella chiacchierata con lui non me l’avrebbe tolta nessuno.

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sabato 29 novembre 2014 - 16:02
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