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Mahasamādhi, Il trapasso cosciente

7 anni fa

6 minuti

omkara

Tu sei me, io sono Te,
Conoscenza, Conoscitore, Conosciuto in Uno!
Quieto, perenne brivido, eterna pace sempre nuova.
Godibile oltre l’immaginato, beatitudine del samadhi!
Non un anestetico mentale
o uno stato inconscio senza voluto ritorno,
il samadhi è un’espansione della mia sfera cosciente
oltre i limiti della forma mortale,
fino ai più lontani confini dell’eternità,
dove Io, Cosmico Mare,
contemplo il piccolo ego che fluttua in Me.

 

 

Questi versi fanno parte di una poesia intitolata “Samadhi” scritta dallo yogi Paramhansa Yogananda. Nato il 5 gennaio 1893, ha deciso, volontariamente, di porre fine alla sua vita il 7 marzo 1952, durante un evento in onore dell’ambasciatore indiano Mr.Sen.

Paramahansa_Yogananda_Standard_PoseParhamansa Yogananda credeva nella Mahasamādhi ossia “grande meditazione”, l’ultima, la più importante, durante la quale il maestro lascia il suo corpo fisico per far navigare la coscienza verso l’onnipresenza, congiungendosi con l’Aum definito anche Om (La più importante sillaba induista rappresentata in figura) o Spirito Santo che è considerato il suono primordiale che ha dato origine alla creazione, la quale viene interpretata come manifestazione stessa di questo suono e rivela al devoto la verità ultima.

Yoga-font-b-om-b-font-yoga-decoration-wall-font-b-stickers-b-font-Con la meditazione si prepara la mente a non essere sopraffatta dalle forme materiali: la terra, la carne, noi stessi come persone fisiche non esistono più. Una continua ed esclusiva attenzione, finché l’anima non si immergerà in una beatitudine senza fine.

Alla meditazione, infatti, viene conferito il potere di portare il praticante in un’altra dimensione, una dimensione cosmica in cui lo yogi diventa un tutt’uno con se stesso e con il tutto (Om), come afferma Yogananda nella sua stessa poesia:

I pensieri degli uomini tutti, passati, presenti, futuri, ogni filo d’erba me stesso, l’umanità, ogni particella della polvere universale, collera avidità, bene, male, lussuria, tutti inghiottii, tutto tramutai nel vasto oceano di sangue del mio unico Essere.

 

Così, Il 7 marzo 1952 lo Yogi alza gli occhi al cielo e si accascia dolcemente a terra, conosceva in anticipo il giorno, la causa e le circostanze della sua morte perché, come ho accennato prima, è riuscito, a quanto pare, a controllare la sua mente.

Yogananda lascia in questo modo il suo corpo fisico per entrare in un’altra vita.

 

Harry T. Rowe, direttore del Cimitero dove attualmente è sepolto il corpo, inviò alla Self Realization Fellowship una lettera ufficiale della quale sono pubblicati alcuni brani:

L’assenza di qualsiasi segno visibile di decomposizione sul corpo di Paramahansa Yogananda costituisce per noi un caso eccezionale… A distanza di venti giorni dalla morte le sue spoglie non presentavano manifestazioni evidenti di decomposizione… Non apparivano segni visibili di deterioramento e di disidratazione dell’epidermide e dei tessuti del corpo.

Questo perfetto stato di conservazione è, da quanto risulta negli annali mortuari, un caso senza precedenti… Quando il corpo di Yogananda fu portato qui, il personale del cimitero si aspettava di constatare, attraverso il coperchio di vetro della bara, l’avanzamento progressivo della decomposizione.

La nostra meraviglia aumentava di giorno in giorno, perché, con il passare del tempo, non si verificava nessun cambiamento nella salma tenuta in osservazione. Il corpo di Yogananda si manteneva in un apparente stato di immutabilità straordinaria…

Il suo corpo non ha mai emanato l’odore della decomposizione… Il 27 marzo, quando il coperchio di bronzo fu abbassato sulla bara, l’aspetto fisico di Yogananda appariva identico a quello del 7 marzo. Era ancora intatto e incontaminato, esattamente come appariva la notte della morte.

Il 27 marzo non avevamo ragioni evidenti per affermare che il suo corpo avesse subito alcuna visibile forma di decomposizione.

Per questi motivi dichiariamo nuovamente che, alla luce della nostra esperienza, il caso di Paramahansa Yogananda è da considerarsi unico.

 

 

I sei sistemi della filosofia induista – Patañjali

Patañjali è stato un filosofo indiano, la sua vita è praticamente una leggenda, conosciamo solo un’opera a lui attribuita intitolata “Yoga Sutra” che consiste, in 196 aforismi (Sutra) pratici e teorici sulle discipline induiste (I 6 sistemi ortodossi dell’induismo) che inducono, in modi diversi l’una dall’altra, l’uomo ad avere la padronanza completa della mente e del corpo per raggiungere l’eterna armonia con l’universo (Mahasamādhi).

 

Statua moderna di Patañjali presso Yog Peeth, Haridwar

Statua moderna di Patañjali presso Yog Peeth, Haridwar.

 

Queste discipline sono le seguenti:

1. Mimamsa (visione ritualistica) – consiste nello studio e nell’attuazione dei rituali sacri descritti dal Veda, la letteratura sacra più antica dell’India
2. Vedanta (visione speculativo-filosofica) – Consiste nella “non dualità” per cui ogni concetto di pluralità insito nel mondo è fondato sull’illusione.
3. Nyaya (visione logica)
4. Vaisheshika (visione atomistica) – Consiste nello stabilire le differenze specifiche che esistono fra tutti gli oggetti che incontriamo nella realtà, sia in quella esterna che in quella interna.
5. Samkhya (enumerazione dei principi dell’universo) – l’intera realtà scaturisce dalla relazione fra due princìpi eterni: quello pluralistico dei puruṣa (spiriti delle individualità umane) e quello evoluzionistico della prarkti (la materia).
6. Yoga (visione sperimentale) – Distaccamento dalla realtà materiali, Pataniali nella sua opera distingue tre forme di yoga :

  • Karma Yoga (l’azione guidata dal karma, senza fini egoistici)
  • Jnana Yoga (la conoscenza e consapevolezza di sé)
  • Bhakti Yoga (cammino svolto attraverso l’amore e la devozione)

Il desiderio materiale regna sovrano nella persona che non medita. Il desiderio materiale è il re di tutte le tendenze dei sensi, perché è il desiderio che induce la discriminazione a seguire i piaceri dei sensi di pigrizia, comodità fisica e così via, invece di seguire la felicità dell’anima, che consiste nella totale pace della mente. Yogananda (Samadhi)

Il percorso yogico di cui ci parla Patañjali è caratterizzato da 8 stadi che caratterizzeranno il cammino di uno yogi:

I primi due (Yama e Niyama) contengono alcune norme morali: l’astenersi dal recare danno agli altri, dalla menzogna, dal furto in quanto l’anima deve essere pura, semplice e devota a Dio.

Lo stadio successivo consiste nella corretta postura, Asana, in quanto il corpo e la colonna vertebrale devono essere mantenuti dritti e comodi per la meditazione.

Pranayama, controllo delle correnti vitali e dei flussi di energia che fluttuano all’interno di noi stessi, Pratyahara, ritiro dei sensi dagli oggetti esterni, isolamento.

Tutte queste discipline sono volte ad eliminare la sofferenza terrena e raggiungere l’eterna beatitudine che l’uomo così com’è non può conoscere in quanto egli, come afferma il filosofo, non percepisce la Realtà ultima.

A questo punto si arriva agli ultimi tre stadi , quelli finali :
6 – Dharana (concentrazione profonda)
7 – Dhyana (meditazione,assorbimento della coscienza nel sé)
8 – Samadhi (super-coscienza)

Siamo arrivati così alla Samadhi, lo stato di super coscienza, l’ottuplice sentiero dello yoga. Il praticante arriva alla meta finale, l’assoluto.

Io stesso, in ogni cosa, entro nel Grande Me Stesso.
Svanite per sempre le incerte, vacillanti ombre delle memorie mortali.
Immacolato è il mio cielo mentale, sotto, davanti, in alto.
L’eternità e Io, un solo raggio unito.
Da minuscola bolla di risa,
son divenuto il Mare stesso della Gioia.

Yogananda (Samadhi)

 

 

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