COOLSTORYBRO

Aspettando l’ultimo round – 8

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29 Settembre 2014

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Non esiste onore senza una coscienza immacolata, bisogna essere belli, alti, svegli e sempre coraggiosi. In un certo senso, il mondo ti fotte.

Feci il giro della chiesa ed arrivai spompato in Via Ugo Bassi dove un 19 beneducato mi chiese se volevo un passaggio: sorrisi in maniera frettolosa e saltai su mentre l’ansia dilaniava le mie gambe stanche ed abbandonate a se stesse. Due fermate e salutai senza guardare, poi una nuova corsa a piedi mi portò sudato a destinazione. Suonai il citofono. Suonai ancora.
Mi attaccai disperatamente a quel dannato campanello, ma Chiara non venne a rispondere. Guardai dalla finestra, la luce era accesa. Quarto piano, non potevo arrampicarmi. Scorsi la lista dei cognomi attaccati al citofono e scoprii in quell’istante che la signora Pancaldi Luisa abitava proprio al quarto piano. Non la conoscevo affatto, ma il suo terrazzo confinava con quello di Chiara. Citofonai così alla signora Pancaldi Luisa. Una voce anziana e sospettosa si fece avanti con un:

“Chi è?”
“Scusi il disturbo signora, – risposi con l’innocenza di un boyscout – ma la mia ragazza, la signorina Chiara Borsi, non risponde al citofono e in casa c’è la luce accesa. Credo si sia sentita male, mi farebbe il favore di farmi scavalcare dal suo balcone così posso entrare?”
“Eh? Scavalcare? Balcone?”
“Signora, potrebbe essere un’emergenza, la prego!”

Forse la signora aveva visto anche lei Arancia Meccanica ma per un motivo o per un altro era decisa a non aprirmi. Sospettosi, amabili emiliani. Decisi di giocare d’astuzia.
“Signora Pancaldi, dico sul serio, ero andato un minuto dal ferramenta a comprare un pezzo di ricambio per la stufa; forse c’è stata una fuga di gas, potrebbe esplodere l’intero palazzo. E lei è al quarto piano, proprio accanto a…”

BZZZ. Il portone si aprì e iniziai a percorrere le scale sei alla volta. La signora Pancaldi mi aspettava con il rosario in mano, sul pianerottolo incriminato. Quando mi vide in faccia tumefatto e stordito cercò di farfugliare qualcosa nascondendosi sotto ai baffi, e non per modo di dire, ma io entrai di fretta senza chiedere permesso. Mi lanciai contro la finestra aprendola di slancio, scavalcai il balcone in pochi attimi scordandomi delle vertigini e sbirciai dentro la finestra di Chiara. Tutto in perfetto ordine, luce accesa. Ruppi una finestra vicino alla maniglia e la aprii. Uno “Scusami tesoro…” mi uscì di bocca senza preavviso.
Nessun segno di colluttazione, nessun vaso rotto, nessun oggetto fuori posto. Chiara non era in casa e aveva il cellulare spento. C’era una sola spiegazione plausibile: l’avevano presa.

Dopo il primo istante di smarrimento rassicurai la signora Pancaldi e le dissi che poteva dormire tranquilla, non c’era stata nessuna fuga di gas, Chiara era sotto la doccia. Mi misi in cammino per tornare da Frate Simone, feci tutta la strada senza correre, riflettendo, cercando di scacciar via la paura e pensando a come risolvere quel disastro di situazione che io per primo stentavo a capire.
Arrivai in Piazza San Francesco e cercai la voglia di rivolgere una preghiera alla croce sul tetto della chiesa ma lasciai perdere quasi subito indirizzandomi diffidente, ateo ed angosciato in sagrestia.

“Padre…“
“CHI C’È?? Ah, sei tu. Dov’è lei?”
Gli bastò guardarmi meglio.
“Oh no. No no no! Questo non doveva succedere. È arrivato il momento di chiamare la Polizia” disse, e sollevò la cornetta del telefono grigio modello Sip anni ’80.
“Aspetti padre. Aspetti. Se chiamiamo la polizia adesso Chiara è praticamente spacciata. Mi faccia parlare con Paolo, dobbiamo intervenire noi. E subito”
“Non è possibile…”
“Padre! La mia…. ragazza…. cioè, Chiara è stata rapita da quei due bastardi, uno dei quali ora parla in falsetto grazie a me e ad un crocifisso di legno. Voglio sapere dov’è quella villa e voglio andarci subito, con o senza di lei!”
“Ti ripeto che non è possibile, almeno fino a domani. Io e Paolo ci vediamo ogni mattina
qui in chiesa, viene a confessarsi e ad aggiornarmi sulla situazione. Stanotte resterai qui, domani
penseremo a cosa fare. Cerca di riposare adesso”

Non mi fidavo. Non mi fidavo più di nessuno. Come potevo lasciare Chiara una notte intera nelle mani dei miei stessi aguzzini? Non smettevo di pensare a cosa le avrebbero potuto fare, figurarsi se potevo dormire. Quel frate era un pazzo se pensava di tenermi a bada così facilmente.

“No padre, bisogna agire subito. Forza, andiamo. Prenda questi due crocifissi, alle volte tornano utili sa? e se spezzassi le gambe della sedia ne potremmo ricavare dei bastoni. E poi…”

Sentii una leggera pressione tra la il collo e la spalla, e capii da chi aveva imparato Paolo. Un tocco leggermente diverso, più dolce e durevole. Caddi giù senza far rumore, silenziosamente. Perfetto nella mia espressione ebete, mentre fissavo il nulla.

Una notte senza sogni e senza tempo mi cullò con ingloriosa dolcezza mentre aspettavo il giorno: voci, parole, immagini e suoni erano lontani anni luce, mentre mi trovavo sospeso in un limbo di sussurri tesi e di nero pesto. Mi risvegliai alle seconde o forse alle terze luci del mattino mentre intorno a me qualcuno discorreva animosamente. Erano Frate Simone e Paolo che parlavano di un pacco a me quasi certamente noto. In verità il primo urlava facendo ampi gesti con le mani, si abbandonava a pacate imprecazioni con un’aria nervosa e determinata mentre armeggiava con carte e documenti bollati, e il secondo taceva a capo chino come se avesse fatto una marachella.

Mi sollevai dal divano dove ero stato adagiato e guardando il frate, dissi:

“Non ho ancora capito se siete i buoni o i cattivi. Statemi bene a sentire, in ogni caso: a me non importa niente del vostro plico, del Vaticano e degli O.G.M.; a me importa di Chiara. Adesso vado in quella villa per salvarla – per tentare di salvarla – con o senza di voi. E un’altra cosa: non intendo più essere stordito da nessuno, d’ora in avanti. Intesi?”
I due annuirono un po’ meravigliati. Chiesi loro, freddamente:
“Dov’è quella maledetta villa?”
“Si trova ad un quarto d’ora di strada da qui” mi rispose Paolo.
Sentivo per la prima volta la sua voce dall’inizio di tutta la faccenda e capii in quell’attimo chi era stato a telefonarmi e a darmi l’appuntamento al cimitero, due giorni prima. C’era ancora qualche punto poco chiaro ma ormai si trattava di dettagli rarefatti. Ehm. Più o meno.
“Bene, andiamo allora”
“È una follia – sbottò il frate – non vi lascerò andare. Bisogna chiamare qualcuno, la polizia, bisogna pensare a cosa fare… è pericoloso, tu non li conosci, non sai di cosa sono capaci..”
Il frate mi guardava in attesa di un segno di cedimento. Che non arrivò. No, non quel giorno.
“Non puoi farcela, davvero. Lascia che io chiami la polizia, non essere stupido…metteremo tutto a posto, credimi!”
“Padre – feci una pausa ad occhi spenti, fissando il pavimento – è una vita che mi dicono
“non puoi farcela”. Forse è vero. Forse sono solo un pazzo, forse l’avermi stordito così tante volte in appena due giorni mi ha fatto fuori un sacco di neuroni ed ora sragiono; forse fino ad oggi non ho mai combinato nulla di buono ed è tardi per cominciare adesso. Ma Chiara è lì, dentro quella villa, insieme a Pietro e a quel vecchio bastardo… e io, padre… io devo andare a riprenderla”
“Figliolo, l’Arcivescovo Vladimiro Petri è un losco individuo originario di San Marino. Ci ho già avuto a che fare in passato, con certa gente non si scherza. Sai a cosa vai incontro, l’hai già visto, farai bene a stare ben attento…” aggiunse il frate vedendomi tremare di sdegno. Stava per aggiungere qualcosa come “Dio vi protegga” quando gli voltai le spalle e tirando un grosso sospiro ricominciai a pensare.

“Suo paese”. Già. Un prete, non l’avrei mai pensato. Due fazioni ecclesiastiche, un umile francescano ed un Arcivescovo si scontravano l’uno contro l’altro in un delirio di genetica, crocifissi, giganti biblici e misteri. Era semplice, quasi immediato. Ma era pazzesco. Tutta questa storia mi aveva reso alquanto intollerante verso la ragione e la logica adesso sembrava il frutto di una passata, lontana malattia.

“Almeno lascia che si faccia buio. Andrete stanotte, sarà più sicuro. O meglio, meno folle.”
“Paolo verrà con me?”
“Stanotte sarò qui all’ora prestabilita” si limitò a rispondere Golia junior con la lentezza del chierichetto modello.
“Io partirò stasera stessa per Roma, andrò in Vaticano per consegnare la lettera. Questo plico sta diventando troppo rischioso” sentenziò il frate.
Mi accasciai nuovamente sul divano in preda ad una miriade di paurosi e fiabeschi pensieri, era passata l’ora di pranzo eppure non avevo per niente fame. Seduto su una delle panche mi interrogavo sul mio prossimo futuro, cosa sarebbe successo se non ce l’avessi fatta e come avrei affrontato l’inevitabile tortura di Pietro, che avrebbe fatto ai miei gioielli di famiglia pressappoco quello che io avevo fatto ai suoi. Erano in gioco le mie palle, in ogni senso.
Mi chiesi cosa ne sarebbe stato di Chiara se avessi fallito, e quando questo pensiero mi tagliò la mente preferii spegnere il cervello ed iniziai a piangere di paura e di vergogna per me stesso. Coraggioso non lo ero mai stato. Al liceo mi picchiavano anche quelli di due anni più piccoli di me, massaie imborghesite mi passavano puntualmente davanti perfino nella fila alla panetteria o in quella per i salumi, poco più in là.
Sapevo che non ce l’avrei mai fatta. Zero possibilità, solo un miracolo avrebbe messo a posto le cose. Attesi invano un fascio di luce che non arrivò a benedirmi, poi mi alzai dalla panca che la mia trasformazione era compiuta per metà; sentivo già la vigliaccheria scemare e dividersi le mie vene con una forza più forte, umana, migliore. Effetto placebo del blando psicofarmaco di cui facevo uso: l’amore per qualcuno che non fossi me stesso.

Dovevo stare ben attento a non farmi vedere in preda al panico. Paolo non avrebbe voluto un compagno d’armi del genere, e il frate non aspettava altro che una scusa per ricorrere alla sua beneamata Benemerita. Preparai una faccia dura e serrai le mascelle come avrebbe fatto Bruce Lee nella sua migliore interpretazione di Chen, entrai in sagrestia e m’appoggiai allo stipite della porta cercando lo sguardo del frate.
Sorrise dimesso, mentre mi guardava. Feci per dire qualcosa ma mi trattenni all’ultimo momento considerando insignificante ogni parola, e presi invece a guardare il pavimento con l’aria stanca. A quel punto lui si abbandonò sulla sedia dietro la scrivania, dove l’avevo trovato seduto e pensieroso. Rimanemmo in quella posizione per un tempo indefinito, ognuno in preda alla sua angoscia personale.
Molto più tardi l’ombra di Paolo che sbucava dalle mie spalle ruppe quella penosa situazione con la sua personcina graziosa e composta. Io e Frate Simone ci salutammo con gli occhi.

“È ora di andare”

Serrai gli occhi involontariamente.

Li dischiusi. In me era nettamente cambiato qualcosa.

“Andiamo.”

Procedemmo a piedi verso la meta imboccando nell’ordine Via Ugo Bassi e Via Rizzoli. Via Indipendenza era troppo illuminata, inoltre gli sgherri e i punkabbestia di Via Zamboni non ci avrebbero neanche notati. Di nuovo lampioni, di nuovo persone e di nuovo il marcio della società che veniva a galla. Se esistesse un Dio certe cose non ci sarebbero, mi dicevo camminando in preda al panico più martellante: siringhe, lattine, fazzoletti usati e pieni di muco, avanzi di cibo. Cani impestati dalle zecche, barboni, disperati ed ubriachi, gatti neri, pazzi e potenziali assassini si stagliavano sullo sfondo scurissimo di quel cielo senza stelle e pieno di rimpianti e rimorsi.
Girammo a Largo Respighi ed affrontai il classico odore di melma rimescolata, là dove la terra copriva l’asfalto e i mattoni, e la feccia sgorgava dalla crema dei palazzi ottocenteschi e dai giardini principeschi adibiti a parcheggi. Ancora pochi passi e il Palazzo Bentivoglio fece la sua comparsa, cadente ed ancestrale, immutato spettacolo della mistica alleanza tra la nullità e il tutto: l’opera dell’uomo, e l’uomo stesso.
Ero maledettamente filosofico in quei frangenti perchè avrei voluto regalare al mondo almeno un pensiero corretto ed elegante prima di schiattare. Sentendo ormai prossima la fine decisi di darmi da fare, lì per strada. Ma era già tardi, un’altra svolta ci portò in Via Cento Trecento, sotto l’appartamento di Chiara e ancora oltre, a pochi passi dalla nostra destinazione finale.
Guardai l’orologio distrattamente, e fu proprio allora che Paolo si fermò, davanti ad un immodesto cancello di lamiera marrone.

“Siamo arrivati.”
Mi guardai attorno. Solo quell’enorme cancellata, e intorno a me macchine e sparuti passanti ignari.

“Ma come “siamo arrivati”…questa è Via Irnerio!” (n.d.a. nel bel mezzo del centro boognese)
“La villa è dietro questo cancello di legno. Agiremo così: tu crea un diversivo, cerca di attirare Pietro. Io e lui siamo gli unici custodi, l’Arcivescovo a quest’ora è nelle sue stanze al terzo piano. Mentre tieni a bada Pietro io andrò da Chiara e la porterò fuori, quando vedrai le luci accese in giardino allora quello sarà il segnale che devi precipitarti fuori e raggiungermi”
“Ma come scapperemo da qui?? A piedi ??”
“A quel punto io mi occuperò di Pietro, tu porterai in salvo Chiara. Come andar via da qui è affar tuo”

Che bel piano, Paolo. Mani fredde, gambe di burro. Ma ormai era il tempo di agire, misi le mani in tasca e ne tirai fuori due foglietti. Uno era il numero di telefono che mi aveva dato l’Arcivampiro: ne feci una pallottola e la tirai lontano. L’altro era l’assegno, lo strappai senza aprirlo, ripiegato com’era, e ne gettai i brandelli sull’asfalto. Qualcosa mi diceva che probabilmente non valeva più di 30 denari.

“Andiamo” ripetei.

Paolo aprì il cancello con un passepartout ed entrando mi fece due segnali: il primo mi invitava a seguirlo, il secondo mi intimava il silenzio più assoluto. Lasciò il cancello aperto e prese a camminare sull’erba; in questo modo si faceva un giro più largo, ma si evitava di pestare la ghiaia e quindi di far rumore. Inoltre si veniva coperti dalle piante disposte intorno al giardino come di ulteriore recinzione. Queste accorte precauzioni non ci nascosero a lungo dall’olfatto dei due dobermann da guardia, ai quali bastò un fischio appena percettibile da parte di Paolo perché ci lasciassero proseguire scodinzolando.
Vedevo per la prima volta la facciata della mia ex prigione, maestosa, candida come i denti di una vergine, silenziosa, attraente e maligna allo stesso tempo. Come una vergine. Arrivammo in pochi attimi al portone principale, guardinghi e circospetti come due lepri impaurite.
Un’altra chiave, un modesto scintillio alla luce di una Luna prematura ed incompleta, e la porta si aprì cigolando. Entrammo. Immensamente buio, il salone d’ingresso ci tese la sua prima trappola: l’oscurità più assoluta. Tirai fuori il cellulare e feci un po’ di luce con lo schermo, poi il mio accompagnatore tirò su col naso richiamando così la mia attenzione. A cenni mi fece capire che si sarebbe nascosto dietro la colonna alla mia destra, e che ora spettava a me.

Spettava a me. Potevo diventare un uomo, ma temporeggiavo. Iniziai a pensare alle varie alternative, compresa quella di una fuga ingloriosa in Messico, quando Paolo mi tirò un calcetto sul polpaccio, per farmi tornare sulla terra. Presi il coraggio a due mani ed incominciai ad urlare, sfogando così un paio di decenni di frustrazioni accumulate.
Pensai al mio compagno di banco più alto di me, pensai al cemento e ai muri del cortile che avevo visto da vicino, quando facevo le medie. Pensai al professore del liceo, quello di latino e greco. Pensai alla laurea che non arrivava. Pensai a Chiara. Pensai ai nanetti da giardino.

“EHI, TESTA DI CAZZO! STO VENENDO A PRENDERTI, STUPIDO EUNUCO! ESCI FUORI DAI! PIETRO NON HA IL PISELLO! PIETRO NON HA IL PISELLO!”

Prima, silenzio. Poi tardivi e pesanti, passi sudati rivolsero ben presto i loro tonfi nella mia direzione. Era Pietro che arrivava, seriamente deciso a confinare il mio stomaco dietro la spina dorsale. Una porta si aprì rompendo la diga del terrore e lui, olivastro e vagamente storpio, avanzò verso di me indurendo i muscoli delle braccia mentre le sue sopracciglia giocavano a nascondino con le guance.
Lo lasciai avvicinare perchè dovevo dar modo a Paolo di uscire dal nascondiglio e passare alle spalle del mio avversario. Eccolo, mi dissi. Eccolo, l’ultimo round. Lo avevo aspettato costantemente scosso dal timore di non riconoscerlo al momento giusto. E invece era lì, sottoforma di una montagna di carne pronta a distruggermi, e non in senso metaforico.
Paolo si mosse con insospettata agilità e scomparve nel buio universale che ci attanagliava. Pietro era ormai a pochi passi da me. Provai con la carta dello scherno. Mossa giusta, quasi sempre.

“Ehi un attimo, non vorrai rovinare la nostra amicizia per una donna” gli dissi di getto. Non la capì, ma questo bastò a fermarlo. Potenza della parola: si bloccò come se gli avessi sparato. Ora avrebbe dovuto mettere in funzione il cervello, un vecchio modello a carbone.
“Di che diavolo stai parlando imbecille?” rispose lui, incazzato nero.

Pessimo, perchè ora quello spiazzato ero io; non sapevo se il mio antagonista era in grado di capire il significato del termine “sarcasmo”, così continuai col mio ritmo, andante con brio.

“Parlo di tua madre amico. Credimi, ho intenzioni serie con lei. Non dovresti ostacolarci, sarò per te il padre che non hai mai conosciuto. Ti carezzerò la testa nelle fredde domeniche d’inverno”

Tre secondi per mettere in moto i neuroni, dopodiché il ragazzone partì all’attacco digrignando i denti ed emettendo suoni gutturali, vagamente neanderthaliani. Iniziai a correre. Corridoi, stanze, finte ben eseguite e scale ripide. Ero maledettamente più piccolo e più agile, l’avrei steso sulla lunga distanza, questo era il mio piano. Già lo sentivo ansimare e perdere terreno, quando con la voce rotta dal fiato tentò una mossa di cui non lo ritenevo capace.

“…appena ti prendo ti faccio quello che ho fatto stanotte alla tua ragazza…”

Bluffava quasi certamente, ma uno stiletto acuminato non sarebbe arrivato così in profondità: freddo, una fitta nel costato, impotenza. Mi voltai inebetito dall’angoscia, e fu allora che fui raggiunto dalla prima scarica di pugni. Capii mentre cadevo che non ce l’avrei mai fatta; aveva ragione Frate Simone. Avevano ragione i miei compagni di classe del liceo. Aveva ragione la professoressa di matematica, lei e il suo tailleur grigio topo. Pietro stavolta non se la prese comoda e tenendomi in piedi contro il muro mi massacrò fin da subito, lavorandomi ai fianchi e allo stomaco. E al viso, prima di tutto. Una velocità d’esecuzione notevole, dopo 30 secondi ero già ben avviato a diventare un pezzo di carne fredda. Poi si fermò per prendere un po’ di fiato, ed io aprii gli occhi e alzai per l’ultima volta lo sguardo: l’ultimo round si era compiuto.
XIII

Finii a terra un’altra volta e da quel momento solo pochi flash, pochi ricordi immagazzinati da due occhi che si sforzavano di restare chiusi ma che troppo spesso si schiudevano terrorizzati. Calci, urla, il nome di Chiara che risuonava ingigantito dall’acustica e dalla mia mente impazzita. Tutto, perfino il buio, iniziò a girarmi attorno.
Poi di colpo, finalmente, il silenzio. Il solito divano bianco, smodatamente lungo, i due anziani al tavolo da gioco, vistosamente preoccupati. Non mi meravigliai più di tanto, quando il meno attempato mi chiese

“Che ti succede ragazzo?”
“Non lo so, non mi interessa…era…era l’ultimo round…e io ho fallito…”
L’altro, quello che dei due si chiamava Hank, si alzò dalla sedia e mi afferrò per le spalle.
“Andiamo campione. Rialzati, fai un altro round, non essere sciocco: ce n’è sempre un altro dopo l’ultimo, dovresti averlo capito ormai”
“Non ce la faccio. Non ce la faccio, è finita…”
“Ehi.. >> continuò tirandomi su il mento <>

Avanzai incurante dei suoi lamenti e dei suoi ignobili, inutili piagnistei. Lo lasciai lì, al terzo piano di un edificio infuocato e prossimo all’implosione senza il minimo rimorso. Le fiamme avrebbero disinfettato anche le ferite dell’anima di quel vecchio vampiro. Forse un giorno lo avrebbero fatto santo. Forse no, ma non era affar mio. Imboccai la scalinata che ormai si reggeva a stento su se stessa mentre un disastro di fuliggine e di fiamme avvolgeva ogni cosa, e per un attimo mi sentii perso. Strinsi Chiara tra le mani e mi misi a correre. O almeno ci provai. Terzo, secondo, primo piano.
Il rumore del trotto se la batteva con quello del mio battito cardiaco, in una perfetta, diabolica sincronia vitale.

“Se ce la faccio smetto di visitare siti porno”, mi dicevo.
“Se ce la faccio smetto di andare in biblioteca solo per guardare le tipe”, mi dicevo.
“Se ce la faccio, posso buttarmi tutto alle spalle e ricominciare daccapo”

Giunsi semi intossicato al piano terra dove tutto era nebbia, e una nube di combustione ardeva i muri ed i mobili mentre un’atmosfera infernale si insinuava tra le grandi colonne di marmo. E poi, un gran fracasso. Un fracasso ben diverso dallo scalpiccio del fuoco o dal crepitare delle braci; una colluttazione in atto, lamenti forti, urla taurine, colpi che risuonavano tra le fate morgane e il fumo. Paolo uscì di corsa da una porta e si gettò nell’atrio, ferito e vacillante si nascose dietro una colonna attendendo l’arrivo del suo nemico che, puntuale come un orologio sbucò appena in tempo per ricevere un destro in pieno volto. Bum, tutti giù per terra. Pietro e Paolo, neanche a farlo apposta.

“Presto, andiamo” dissi rivolgendomi a Paolo. Il gigante buono fu piuttosto sorpreso di vedermi ma annuì e sorrise con l’aria di chi ha accusato il colpo. Ancora una volta solo pochi passi separavano me e i miei compagni dalla libertà. Dall’armonia, dal lento incedere delle cose nell’immutevole andirivieni cosmico. Dalla normalità che avrebbe finito per uccidermi.

Ma andava bene così, avevo Chiara tra le mani e non me la sarei lasciata scappare; avrei smesso i panni dell’alternativo e mi sarei nutrito di pane più che di ideali, o almeno fifty fifty come chiunque altro, pur di averla accanto. Forza cazzo. Di colpo un rumore sordo, come quello di un blocco di neve che cade a terra da un albero, echeggiò nell’aria che respiravo quando la trave del soffitto si staccò dal suo alloggiamento. Guardai in alto e la vidi arrivare, inesorabile, assassina e giustiziera, proprio sopra il mio capo. Occhi chiusi, se non lo vedo non c’è.

Funzionò. La trave rimase sospesa a mezz’aria. Giusto il tempo di ringraziare quel qualcuno o quel qualcosa che mi aveva salvato e mi voltai in direzione del mio accompagnatore palestrato. Paolo teneva su la trave con il volto paonazzo tremando vistosamente, e non avrebbe retto a lungo.

“Uscite da qui”
“Paolo…”
“…uscite…da…qui…adesso”

Forse avrei potuto aiutarlo, se avessi poggiato Chiara sul pavimento avrei potuto dare una spinta alla trave con tutta la mia forza e sarebbe caduta alla nostra destra. Ma non c’era tempo. Incrociai il suo sguardo un’altra volta. Tutto ardeva, ma nessun fuoco può consumare la forza di un eroe. Strinsi a me Chiara e mi gettai contro la porta, infrangendone i vetri e rovinando nel giardino. Un tonfo pesante, un lamento, qualche attimo di un silenzio irreale, poi un nuovo grido.

In qualche modo Paolo aveva scansato la fine e dentro casa la lotta era ricominciata, furiosa, biblica ed eterna; il male e il bene se le davano di santa ragione mentre il mondo intero andava a rotoli. Due giganteschi novizi si stavano smembrando l’un l’altro, e quelle fiamme sembravano avvolgere l’umanità tutta in attesa del verdetto finale. Suggestiva, intrigante, demoniaca e celestiale immagine.

Le sirene dei pompieri mi destarono all’improvviso allontanandomi dal mio pensiero sciolto e sregolato. Non potevo correre in quelle condizioni, non più almeno, ma cercai comunque di tenere un passo abbastanza veloce. Un colpo di fortuna, dei cani non c’era nessuna traccia: forse erano stati spaventati dal fuoco e se l’erano data a gambe. Appoggiai Chiara sulla mia spalla abruzzese, forte, mancina e in disuso, ed affrontai l’ultimo gemito di quella notte pazzesca che non si decideva a lasciarmi andare. Da un certo punto di vista avevo vinto l’ultimo round.

L’ultimissimo.

Supplicai i vicoli e le strade per avere protezione, e una Bologna vuota e preoccupata mi scortò distorcendosi per potermi tenere sott’occhio per bene, finchè non fossi stato al sicuro. Via CentoTrecento era troppo vicina e non avevo le chiavi del bilocale di Chiara, e inoltre la signora Pancaldi non avrebbe gradito un’altra visita e avrei finito per attirare inutilmente l’attenzione.
Decisi di andare a casa mia, quindi proseguii in preda a conati di stanchezza fino in Via Zamboni e da lì in Via Rizzoli. Le due torri sputarono fuori un 19 sbarazzino che scodinzolando arrivò alla fermata. Quella giusta. La mia. Arrancai per i gradini sbandando come un ubriaco, ma per fortuna non ero il solo in quelle condizioni: il tasso alcolico bolognese era solito aumentare a dismisura nelle fredde serate di novembre, lugubri, solitarie e dal sapore d’arancia passita.
Una volta dentro al mio autobus preferito poggiai Chiara sul sedile accanto al mio mentre biascicava le prime parole di veglia, ancora intontita dalla droga che le avevano somministrato. Virginea, pallida e bella di un candore ammalato e sensuale.
“Questa è Chiara…” annunciai al numero 19 mentre mi toccavo il costato, sopprimendo un lamento ben poco virile.

Le luci fredde ed amabili del mio fido destriero accompagnavano il viaggio verso una nuova vita. Il 19 sbuffava di impazienza ad ogni fermata, pronto a portarmi dovunque volessi purché all’interno del suo tragitto standard. Chiara dormiva di un sonno pulito, finalmente; presto si sarebbe svegliata, e avrei dovuto spiegarle cosa era successo e soprattutto perché. Un bel problema, ma ne avevo viste di peggio nelle ultime 72 ore.
Paolo era rimasto nella casa che bruciava, probabilmente il giorno dopo avrei letto della tragedia sui giornali locali. Ma poteva anche essersela cavata.
A quell’ora l’anziano frate doveva essere già arrivato a Roma ed aveva fatto il suo dovere, ricevendo probabilmente encomi, un sacco di “grazie” sinceri e un biglietto per Bologna. Nei giorni successivi mi sarei accertato delle sue condizioni, ma senza fretta.

E io, io mi sarei occupato di me stesso, avrei ripreso a studiare. Avrei dato gli ultimi 3 esami, poi mi sarei laureato. Avrei chiesto a mio padre di trovarmi un lavoro. Avrei guadagnato abbastanza da poter pagare metà dell’affitto del bilocale di Chiara. O poco di più.
L’avrei amata con tutto me stesso, forte di una nuova energia e di un calore sanguigno che mai prima mi aveva posseduto. Già, proprio così. Ormai ero cambiato. Uhm.

La osservai per un istante prima di cedere al sonno che mi stava strozzando lo sguardo, era semplicemente bella. Bella, bella come la Luna che ci aveva salvati, dolce come liquore nero, compassata ed attenta come le lancette del mio orologio, che avevo smarrito nel delirio di qualche minuto prima.
Tutto l’opposto di me che ero un cialtrone scansafatiche. Ma in fondo meritavo anche io qualcosa di speciale, sebbene la mia testa matta fosse sempre alla ricerca di qualcosa di diverso. Non si contentava mai, ogni volta, ad ogni ultimo round. Ma cosa importava, cosa importava adesso! Lei era bella, bellissima. Praticamente perfetta. Mentre traballavo insieme al 19 verso la salvezza, sfiniti da una serie di avvenimenti a dir poco improbabili i miei occhi finirono per posarsi sulla generosa scollatura di Chiara. Che cominciai a fissare senza ritegno.

“OK campione”, mi disse una vocina.

FINE

 

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lunedì 29 settembre 2014 - 11:21
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