Aspettando l'ultimo round - 6 #LegaNerd
di
baddiua
16

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Non esiste onore senza una coscienza immacolata, bisogna essere belli, alti, svegli e sempre coraggiosi. In un certo senso, il mondo ti fotte.

E poi, di nuovo mattina. L’ultimo round non era mai stato così lontano, una sensazione di pace e benessere rimbalzava irrefrenabile dallo stomaco alle tempie. L’ìchinen buddista, il momento in cui la vita cambia da così a così, era finalmente arrivato. O forse era solo l’ormone ancora in circolo.

Girai la testa e la accarezzai, Chiara era stesa accanto a me, dolcissima, nuda, calda. Mia. Non sapevo come sarebbe andata a finire, ma quello era un ottimo inizio; mi ero innamorato, con buona approssimazione. Avvenimento piuttosto raro, visto che avevo dei problemi con le donne da quando l’ostetrica mi aveva schiaffeggiato il sedere subito dopo il parto, condannando così la sua stirpe ad un silenzioso e reciproco isolamento affettivo.

Mentre sbadigliavo divertito, flash notturni scazzottavano le mie sinapsi regalandomi gioia compassata e distillata a gocce; Chiara era il passato, un passato che mi vedeva tornare in piedi ferito, ma con la pistola carica e un pacchetto di gigomme semipieno. Il mio dubbio savoir faire e l’atteggiamento da uomo vissuto si erano sciolti davanti alla sua ingenuità e ai suoi jeans, e la follia di quella giornata così incredibile era scivolata via passando dalla serratura e lasciandomi solo con lei. Non riuscivo a perdonarmelo, poche ore prima le avevo dato della mignotta; ora per lei avrei scalato l’Everest senza ossigeno e con dei calzini di tela al posto dei guanti.

Dopo aver aperto la bottiglia di vino la cena era proseguita tranquillamente, condita da molti discorsi e da qualche verità semplice ed assoluta nuova per entrambi. Come due anime che si ritrovano per la prima volta senza mai essersi incontrate davvero. Che tolgono la maschera e non si interessano delle conseguenze, del passato e del futuro, una volta tanto.

Dopo il dolce le nostre due bocche si erano avvicinate, apparentemente senza un perché, come spinte da una magia umana e pulsante. Niente apparecchio stavolta, solo il retrogusto del caffè e il calore dei suoi 23 anni. Nel momento in cui avevo capito che avevo fatto centro, quella bionda ninfetta mi aveva preso per mano ed accarezzando il mio viso incredulo mi aveva portato nella camera da letto. Che poi era l’unica.

Ora avevo di nuovo qualcosa in cui sperare. Forse. Attendevo il suo risveglio con l’emozione di un baro alle prime armi, malcelata, dolorosa, lenta. Ad un certo punto presi a tamburellarle il collo con le dita mentre pensavo a quanto era successo nelle ultime 24 ore. D’un tratto lei aprì gli occhi che, meravigliosamente castani, tradivano la messa in scena del biondo acceso. Dio, era davvero adorabile.

“Buongiorno..” dissi, sorridendo come un idiota.
“mmmm..” disse lei, girandosi sul fianco destro e dandomi le spalle. Neanche il tempo di restarci male, e la sua mano cercò la mia e la afferrò per posarla delicatamente sul suo seno sinistro.

A questo punto l’erezione del mattino fece la sua comparsa in smoking, ma fui ben attento ad accavallare le gambe; due dozzine di estati al mare mi avevano insegnato una serie di trucchetti per evitare certe situazioni di pubblica derisione.
Restammo così per una manciata di minuti, poi deciso l’afferrai per i fianchi e la costrinsi a guardarmi negli occhi. Un metro e sessanta di carne rosa, tra le mie mani.

“Ci vediamo nel pomeriggio?” domandai, sapendo di farla grossa. Non l’avessi mai fatto. Un cerbiatto ferito mi avrebbe guardato con meno paura; esitò un po’ e poi mi chiese, rabbuiata:
“Te ne vai via?”
“Per tornare presto. Non ho neanche lo spazzolino…non vorrei stenderti, al mattino io e il mio alito siamo presenze sgradevoli. Mi tengo a distanza di sicurezza con tutto me stesso, come vedi” ripiegai indietreggiando tra le lenzuola.
“Quasi tutto” rispose lei sorridendo e sbirciando sotto il mio ombelico. Ops.
“Facciamo così. Ora vado a casa, mi rimetto in sesto, mi bullo con i miei amici e pranzo. Poi nel pomeriggio torno qui con un mazzo di rose, dei cioccolatini ed una scatola formato maxi di preservativi ritardanti. Ok?”

Funzionò. Una risata genuina le dipinse il volto con la forza e la grazia di una farfalla.

“Ti bullerai davvero con i tuoi amici?” si riprese la bionda.
“No, certo che no, sono un gentiluomo. E se dovesse scapparmi qualcosa dirò loro che ti chiami Mario” le dissi baciandola sulla guancia.

Il lavoro del suo odontotecnico impressionò nuovamente la lastra dei miei ricordi, quando denti bianchi e perfetti azzannarono un cuore sanguigno ed ammalato. Il mio. Le ragazze le facevo ridere, anche prima di togliermi le mutande: quella era la mia tecnica, quello il mio pregio. Quella la mia unica strategia. Ritenevo inutili tutte le altre, erano roba da machi indecisi.
Non le dissi niente riguardo a quanto era successo nel pomeriggio, non mi avrebbe creduto, o se mi avesse creduto si sarebbe preoccupata troppo. Ingoiai mezza boccetta di collutorio solo per baciarla di nuovo, poi scappai via ululando parole senza senso.

Uscii dal portone sorridendo come un cameriere cinese che sa cosa ti sta servendo, e le 10 del mattino non erano mai state così placide e confuse. Pensandoci su non ero combinato proprio bene: rapito e poi rilasciato, anestetizzato, picchiato.
Innamorato. Il passato mi dava un’altra chance dopo avermi strizzato per bene, e stavolta non me la sarei lasciata sfuggire. Mi sentivo allo stesso tempo vinto e vincitore. Pensando al sedere di Chiara mi sentivo un po’ più vincitore e un po’ meno vinto.

Considerando poco dopo le mie prestazioni notturne, conclusi che con un pareggio eravamo tutti contenti. Bhe, pioveva. Il 19 mi scortò una volta di più fin sotto casa, brontolando nuvole di gas tossico. “Con l’attenzione di tutti non si è mai soli”, mi aveva ammonito il cartello progressista, al secondo incrocio. Scesi dal bus e imboccai il vialetto pensando in quel lungo attimo che mi avevano perquisito la casa e che non avevo notizie dei miei coinquilini da molte ore: l’angoscia fece capolino nell’atrio e salì con me fino al terzo piano.
Entrai in casa temendo il peggio.

“Lo si combratu lu detersivu?”

Mai parole mi furono più festose; abbracciai il marchigiano igienista mentre scacciavo una lacrima di commozione.

“Senti, è successo qualcosa di strano ieri? Che so, qualche tecnico del telefono, qualche disinfestazione fuori programma…” dissi attingendo al repertorio di interpretazioni sul tema perquisizioni/spionaggio.
“Ma allora non sai gnende!?” tuonò dall’alto del suo metro e novanta, con la voce di un bambino che di Big Jim ne aveva avuti 5 o 6, e non li aveva mai tolti dalla scatola.
“Che dovrei sapere?”
“Mha, ce stavamo pure a preoccupà. Non sapevamo dò stavi; ieri è venuta la polizia e c’hanno fatto uscì de casa. Dicevano che ci stava na bomba della seconda guerra mondiale nel parcheggio del palazzo. Dovevi vedè che scene, l’amministratore mò infartava! Due ore fuori de casa a pijà freddo, alla fine siamo andati a prende una birra e siamo tornati dopocena. Ma te ndò sei stato tutto sto tembo?”
“Ero uscito per andare in biblioteca, poi sai com’è, tra una cosa e un’altra s’era fatto tardi, e ho dormito a casa di…”
“A casa di?”
“…Mario…”
“Mario? E chi è Mario?”
“E’ una lunga storia. Comunque il detersivo l’ho comprato, mi devi dare un euro. E dillo anche agli altri, fa un euro a testa”

Fece “sì” con la testa e mi lasciò solo senza darmi la somma pattuita. Proverbiale senso dell’economia; io, pescatore con le mani bucate, abruzzese per metà, non avevo un decimo della leggendaria accortezza monetaria dei marchigiani. Mangiavo tanto e male, buttavo soldi appena potevo. Non erano soldi miei. La pecora nera della famiglia.

Era l’ora di pranzo per tutti, ma non per me. Avevo da fare io; un’altra doccia, poi avrei assecondato il mio istinto di possesso e sarei tornato da Chiara colmo di attenzioni nel pieno del mio delirio sentimentale. Qualcosa aveva ripreso a battere. Col rischio di spezzarsi per sempre, certo, ma comunque aveva cominciato a muoversi un’altra volta.
Mentre mi lavavo sentivo il suo profumo sparire dal mio corpo provato, ero stato contagiato, la vita scorreva di nuovo nelle mie vene senza più scuse. Chissà, forse avrei ripreso a studiare, mi sarei laureato, avrei trovato un lavoro grazie alle conoscenze di mio padre e mi sarei alzato tutte le mattine alle 7 per comprare un tostapane nuovo a fine mese.

Bhe, d’accordo. Non mi importava, ero pronto a cedere tutta la mia aria disillusa in cambio di Chiara; davo volentieri indietro le mie notti bianche per essere riammesso tra i comuni mortali. Niente più filosofia spicciola, niente più buoni sconto motivazionali.

Ormai mi bastava fare un fischio e l’autobus 19 arrivava nitrendo fin sotto il mio balcone, anche se non pioveva; fu così che gli montai in sella una volta di più. Parlammo un po’ della mia situazione e poi lo salutai all’altezza di Via Rizzoli, percorsi qualche centinaio di metri a piedi ed arrivai a casa della mia ultima, femminile, bionda speranza.
Citofono, “Io”, scale. La mia neo-compagna mi aprì con gli occhi cisposi, la salutai con un bacetto a fil di labbro e le chiesi se aveva pranzato.

“Ho fatto colazione proprio ora…”
“Ho capito. Hai dei programmi per il pomeriggio?” si erano fatte le 3.
“Vorrei studiare un po’…ti va se ci vediamo per cena e poi andiamo al cinema?”

Certo che mi andava. Certo. Mi ero docciato ed avevo attraversato mezza città per sentirmi dire questo. “Ci vediamo stasera”. Vaffanculo Chiara. E poi cosa devi studiare? Sei già laureata. Ah, la laurea di secondo livello. Affanculo di nuovo.

“Perfetto – annunciai con un sorriso precotto – allora sai che faccio? Vado a casa e studio anche io. Poi torno stasera e decidiamo sul da farsi. Ochèi?”
“Va bene, piccolo mio” disse sorridendo mentre si sedeva sulla mia stessa sedia.

Sopra di me.

Stava giocando sporco, ero maledettamente sensibile a certe parole e a certe pressioni. L’avevo già perdonata, per fortuna non se ne accorse e prese a baciarmi. Euforia, me ne andai mimando la camminata di Azazello, un piccolo demone infernale fuori forma. Decisi in quel momento che non avrei mai più indossato dei jeans a buon mercato, c’era un prezzo troppo alto da pagare in certe situazioni.

E dire che un anno fa le cose erano finite senza neppure iniziare; cominciava proprio allora il mio periodo sconclusionato, senza una meta, senza motivazioni, senza paura. Anarchia totale dentro, ma avevo continuato a pagare tutte le bollette, a chiamare i miei e a rispettare la legge; una fedina penale pulita poteva sempre tornare comodo, in fondo.
Chiara era stata un incontro casuale ad una festa di conoscenti; forse attratta dai miei capelli rasta, dal modo in cui parlavo, dal mio non dire parolacce gratuite. Dal mio essere un bravo ragazzo che però, sotto sotto… in realtà riuscivo a bluffare anche nel bluffare. Dicevo la verità, in pratica. Ma a modo mio. Non le avevo dato molto peso, all’epoca: la salutai quella sera stessa, un quarto d’ora dopo il bacio, mentre andavo via solitario e raffreddato come sempre.

Lei era troppo piccola, io mi credevo troppo grande. Erano bastati pochi mesi per fare di lei una donna e per ridurre me a un poppante nostalgico. Ora le cose forse avrebbero funzionato.

Mi allontanai sentendo il tarlo della gelosia mordermi i glutei e allora mi dissi qualcosa di confortante e ripresi a camminare senza darci peso. Avevo un intero pomeriggio davanti a me e malgrado tutto quello che era successo mi trovavo momentaneamente nella stessa situazione del venerdì mattina: solo, a Bologna, senza niente da fare.

Il giorno prima non mi sarei meravigliato, sarebbe stata routine, ma ora mi trovavo perso come un randagio addomesticato e poi abbandonato di nuovo. Frustrante; il McDonalds di Via Rizzoli mi fece l’occhiolino dalla vetrina ma io tirai dritto fino in Piazza Maggiore.
I gradini mi accolsero un po’ freddamente, forse sentendosi traditi; cercai di rassicurarli, sarei tornato a trovarli ogni settimana. Ogni mese, nel peggiore dei casi, anche se ora avevo una donna sottomano. Fecero finta di credermi, come una vecchia zia rimbecillita; mi abbandonai ancora una volta alle loro carezze mentre il tunisino al mio fianco si accendeva una canna di erba contemplativa. Bologna, nel suo essere un po’ mamma e un po’ troia era stata infestata dalla droga cattiva, dal capitalismo, dalla malavita, persino da un sindaco di destra. E da molti di sinistra. E da chissà cos’altro, mi dissi pensando al vecchio individuo di 24 ore prima.

Non volevo pensarci e così chiusi gli occhi e mi lasciai possedere dal vento, lo lasciai correre dentro i miei rastini mentre annusavo, un po’ borghese, un po’ bohèmien e un po’ a corto di spiccioli l’altrui intossicante, inebriante fumo. Non ne capivo molto, ma doveva essere roba buona. Mi allontanai di qualche decina di metri, generalmente le canne mi abbassavano la pressione fin sotto le scarpe; questo mi aveva precluso molte amicizie, molte possibilità di successo, un paio di ragazze che si vantavano d’esser state a Cuba sei o sette volte.
Ma forse qualche neurone me l’aveva salvato.

Ero lì che mi rilassavo come uno zingaro quando ben presto il dubbio suonò alla porta: Chiara aveva detto “all’ora di cena”. Approssimativo. Arrogante, stupido che non ero altro. Che significava “all’ora di cena”? Attinsi ai miei ricordi di bimbo, la famiglia Cunningham di Happy Days cenava a metà della puntata, quindi presumibilmente verso le 19:30.
Ma erano americani; posticipai di un’ora, non mi andava l’idea di una cena preventiva. Sarei andato da Chiara per le 20:30. Bene, erano le 16: avevo circa 4 ore da perdere. “Ok campione”, mi disse una vocina. La Feltrinelli sotto le due torri, le avrei dato un’altra possibilità. Anche se ormai ero un ometto perbene, sentimentalmente accoppiato, pulito, tonto, quasi un forzitaliota della prima ora.

Le porte automatiche si aprirono al mio passaggio come una folla che vede arrivare il condottiero vittorioso; mento in su, sfavillante nel giubbetto usato, portavo eroicamente in spalla il mio animo ferito dalla successione degli eventi. Evitai la zona Bukowski e mi toccai le costole con un gesto involontario; andai invece a trovare Cèline che, malgrado fosse francese, mi risultava abbastanza piacevole.

Dalla vetrina entrava una penombra coriacea, testarda e bugiardamente eterna, come lo è di solito nei primi giorni di novembre. Veniva comunque facilmente sconfitta dal neon della libreria, con un occhio bendato ed una mano dietro la schiena. Bulgakov mi chiamò dall’altra parte della sala, ma feci finta di non conoscerlo, perchè era troppo vicino alla B di quel vecchio burbero, pazzo, contemporaneo americano, Henry Charles Bukowski, detto Hank. Alla fine decisi di affrontare la questione e mi voltai e partii diretto verso di lui, con il cipiglio fiero ed irato dell’uomo che sa quanto vale.

Per questo motivo deviai all’ultimo momento sulla destra fissando il pavimento, e finii con l’intavolare una conversazione con Aldo Busi, che era nel penultimo ripiano; parlammo per un po’ del numero 11 e della sua lunatica, bifallica essenza.

Dopo mezzora di rimpalli da un settore all’altro ero pronto per andarmene, ma una figura colossale ed indefinita mi aspettava fuori dalla porta, fissandomi. Ci risiamo, mi dissi: di nuovo quel gorilla. Stavolta mi sarei difeso, avrei urlato, picchiato, scalciato duro. Li avrebbero presi, gliel’avrebbero fatta pagare, qualunque cosa avessero fatto. Mi avvicinai alla porta d’uscita ripassando le due lezioni gratuite di Kung fu che avevo preso un paio d’anni prima, poi una volta arrivato alla soglia alzai lentamente gli occhi, preparando uno sguardo cattivo e sicuro, e detto tra noi difficilmente credibile.

Sorrisi. Era Muhammed. Il venditore di fiabe africane aspettava me, come ogni altro cliente, fuori dalla porta, piazzato lì con l’aria di chi ha freddo e deve autoconvincersi del contrario. Possedevo già due copie di “Fiabe Africane vol.I” e di “Fiabe Africane vol.2” per non parlare di “Altre fiabe Africane”, “Poeti africani anti-apartheid” e variazioni sul tema; da un po’ non mi tampinava più e quel giorno si limitò soltanto a salutarmi con il suo unico ed universale

“Ciau amigo!”

Ricambiai con una pacca sulla possente spalla ed imboccai lesto Via Zamboni. La Feltrinelli aveva riguadagnato un po’ di fiducia, ma erano quasi le cinque del pomeriggio ed avevo già giocato la mia carta migliore. Stavo diventando paranoico e decisi di stare in mezzo alla gente per non correre altri rischi. La cosa mi costava, odiavo camminare in mezzo alle persone ma era sempre meglio di un nuovo match contro il famigerato Paoletto il chiacchierone. Camminavo a zig zag dandoci dentro in velocità, ma non avevo nessuna idea di dove andare, ero solo, perso per le vie bolognesi pur sapendo perfettamente dove mi trovavo. Ci pensarono gli spacciatori a farmi compagnia, ogni venti passi qualcuno mi chiedeva “Fumo?” o “Coca? Vuoi coca?”.

Erano i soliti del giro medio, i pesci più piccoli nel finale cercavano di rifilarti persino caschi e biciclette, molto poco professionale. Dicevo “No, grazie” qualsiasi cosa mi proponessero; credo di averlo detto anche ad un paio di passanti ignari, ormai avevo preso un certo ritmo e beccavo chi capitava. Arrivato a pochi passi da Porta San Donato mi ero del tutto rilassato, velocità e cervello spento mi davano sicurezza, una sorta di metadone omeopatico del tutto personale.
Lampioni rotti, strada buia, ma mi sentivo un duro. Appena passato un angolo più scuro degli altri mi accasciai a terra, colpito da qualcosa che somigliava molto ad una pala da neve. Nessun dolore, non ce ne fu il tempo.

Di nuovo nel solarium. Di nuovo quel divano bianco e sconfinato, di nuovo i due anziani tipi. Avevo un conto in sospeso con uno dei due.

 

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lunedì 22 settembre 2014 - 14:31
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