Aspettando l’ultimo round – 3

7 anni fa

8 minuti

SkvGSZN

Non esiste onore senza una coscienza immacolata, bisogna essere belli, alti, svegli e sempre coraggiosi. In un certo senso, il mondo ti fotte.

Fu così che m’indirizzai, e stavolta sul serio, verso casa. Mi piaceva percorrere via San Felice a piedi. Nell’autobus trovavo sempre persone che giravano con l’ombrello e la cosa non mi piaceva neanche un po’. Mi restavano pochi mesi di libertà, ben presto mi sarei dovuto omologare, avevo 26 anni e giravo ancora con i jeans e le scarpe da tennis, mi piaceva Capossela, mi piacevano i cori russi, la musica finto rock la new wave italiana il free jazz punk inglese. E mi piaceva pure il folk. Di lì a poco avrei dovuto indossare vestiti decenti ed abbracciare i ritmi della musica tunz-tunz, non avevo scelta.

Impiegai 40 minuti per arrivare a casa. La pioggia nel frattempo si era presa una pausa caffè e le mie Reebok in similcuoio gliene furono lacrimevolmente grate. Arrivai al portone ed entrai salutando la madonnina dell’atrio. Una piccola nota di blasfemia, la Vergine Maria era l’unica figura interessante di tutta la Bibbia, non fosse altro perché era vergine.

“Bei tempi”, pensai. Facendo le scale vidi qualcosa sbucare dalla mia cassetta delle lettere ma tirai dritto ed arrivai al 3° piano; davanti a me la porta, una vecchia tavola di legno marcio, l’ultimo baluardo che mi separava dalla compagnia dei miei beffardi coinquilini.

Un acuminato e repentino
“Che ci si itu a lu mercatu?”
mi ferì all’altezza delle orecchie non appena richiusi il marcio baluardo dietro di me. Ebbi la prontezza di rispondere, con la voce rotta dalla monotonia, un perfetto
“No, ce vaco piuttardi”
in un marchigiano studiato per l’occasione e mi dileguai rifuggendo i miei doveri casalinghi e chiudendomi nel bagno. Toccava a me comprare il detersivo per i piatti, quel mese. Inserii così nella mia lista sinaptica anche “comprare det. piatti” alla posizione numero 6, scalzando di fatto l’autoipnosi; il tempo era sempre di meno, iniziavo a capire cosa significasse invecchiare mentre mi spogliavo per infilarmi sotto il caldo getto della doccia.

L’operazione n.1 era terminata con successo. Mi ero passato la spugna davanti e dietro, sopra e sotto, a destra e a sinistra. Un paio di volte in ogni direzione, e poi nel verso opposto; il Maestro Miyaghi sarebbe stato fiero di me, profumavo di lavanda ed avevo il match in pugno. Non mi chiamavo Danielsàn, ma faceva lo stesso. Di lì a poco cancellai dalla lista anche la n.2 infilandomi nell’ordine pantaloni di velluto beige a coste larghe, una camicia a righe e una giacca marrone in puro stile zingaresco. Una spruzzata di deodorante a buon mercato ed ero finalmente pronto a realizzare la mia leggenda personale, procedevo spedito per il mio cammino, di nuovo lesto, intrigante ed audace; probabilmente mi sarebbe avanzato del tempo, avrei perfino potuto autoconvincermi di essere un vero uomo, nel tardo pomeriggio.

La n.3 venne scartata a priori; il water perdeva acqua da una dozzina di giorni e il padrone di casa non si era ancora fatto vivo, malgrado numerose telefonate. In questo modo avrei potuto coglierlo sul fatto: si sarebbe di certo presentato spontaneamente col capo chino per ricevere il suo compenso mensile, 30 denari tondi tondi con qualche zero in più, proprio da Iscariota qual era.
Comunque fosse, tre obiettivi colti su sette e il pomeriggio non era ancora iniziato; roba da fumarsi una sigaretta e cantare Verdi con le finestre aperte, ma oltre a non fumare ero terribilmente stonato così ripiegai su un lecca lecca alla camomilla e su un Guccini sussurrato con le serrande abbassate per metà (“Bologna arrogante e papale, Bologna la rossa e fetale, Bologna la grassa e l’umana già un poco Romagna e in odor di Toscana…”).

Ora avrei dovuto riconsegnare il libro in Sala Borsa, comprare del vino e del detersivo per piatti stando ben attento a non confondere i due recipienti. La mia mente elaborò un ennesimo progetto di precisione maniacale che prevedeva una tabella di marcia da perfetto studente fuori sede:

[15-17] : libro – biblioteca;
[17-18] : vino, detersivo;
[18-19] : tornare a casa, lasciare detersivo, training autogeno;
[19-20:30] : cazzeggio, ancora sul tema training autogeno, onanismo, nanetti da giardino, commedia all’italiana, richiami di deorodante.

A dire il vero l’ultimo punto mi lasciò un po’ interdetto, ma ripeto che non avevo dormito bene quella notte, ed inoltre aveva ricominciato a piovere. Presi in mano il mitico, storico Invicta e lo riempii con il libro da restituire più alcuni altri tomi scelti a caso tra quelli che campeggiavano sul pavimento e su ciò che era stato una scrivania, un paio di penne, una matita, una gomma ed un righello ed ero a posto.

Avevo fretta e accettai il primo di tanti compromessi. Il bus 19 mi portò a destinazione in un lampo, eliminando i tempi morti meglio del regista di una telenovela messicana; alle 15:30 ero davanti all’ingresso della biblioteca, in anticipo sul mondo.
Inforcai gli occhiali e spinsi la porta. Mani in alto, eccomi di nuovo lo studente di Antropologia, non era mica un gioco. Armi vere, pallottole vere. Riconsegnai in quattro e quattrotto il libro incriminato e presi posto ad un tavolo della sala, l’unico deserto. Pochi minuti dopo avevo accanto il solito compagno nerd e due studentesse dall’aria impettita: Guerre Stellari, Economia Aziendale e Lettere e Filosofia, questa fu la mia diagnosi.

Tirai fuori il mio armamentario di libri e cancelleria e così facendo urtai il tavolo con il righello. Nel silenzio disperato ed universale della cattedrale umanistica quel “tonc!” risuonò come una puzzetta rumorosa ad un party del Rotary. La mia vicina, una delle due studentesse, mi fissò scioccata per qualche attimo spostando subito dopo la sua attenzione su tutti e 30 i cm del righello.

“Eggià..” commentai mentre controllavo che la mia zip fosse chiusa mentre tenevo ancora in mano la bacchetta, in modo che lei potesse capire l’allusione. La tipa abbassò gli occhi sul suo libro come se le avessi detto “Quest’anno il PIL è calato ancora, dovremmo piantare dell’altro rabarbaro accanto alle ortensie se non vogliamo finire come i Barbagallo”.

Doveva essere quella di Lettere e Filosofia.

Mi accomodai meglio sulla sedia e lessi qualche riga de “L’idiota” di Dostoevskij; seguì un’ora di coma vigile durante il quale contemplai le venature del soffitto con estrema attenzione. Alle 4 e mezza mi alzai dalla sedia pensando che in fondo Dostoevskij non aveva mai dovuto comprare del detersivo per piatti, e una volta fuori presi l’autobus in direzione della Coop Adriatica più vicina. Sì, ecco, insomma. Presi l’autobus. Un’altra volta. Io e il bus numero 19 stavamo diventando ottimi amici.

Il vecchio arabo che forse era stato uno dei 40 ladroni e che ora vendeva le sue cianfrusaglie fuori dal supermercato mi sorrise placido, e io lo ricambiai con un tacito cenno d’intesa. Così, senza che dicessi nulla sul sesamo e sui semi vari, le porte si aprirono come per magia ed entrai nella mitica caverna cooperativa, ovvero la Coop Adriatica.
Non ero mai stato un intenditore di vini ma in compenso la sapevo lunga sui detersivi; quelli verdi erano molto, molto meglio di quelli arancioni. D’un tratto l’operazione n.5 (comprare del vino decente) ebbe un sussulto e si interruppe in un fiato: non sapevo cosa avesse in mente Chiara. Non avevo capito se sarebbe stato un tete a tete a 2 o se invece una cena comunitaria; non aveva detto cosa avrebbe cucinato, e se avrebbe cucinato qualcosa (l’ipotesi pizza era sempre la più probabile avendo a che fare con giovani donne rampanti, e per di più bionde. Tinte.), e come se non bastasse le scorte del market erano a livelli di guardia.

Sugli scaffali semivuoti campeggiavano solo del rosato e del Tavernello; portare del vino in scatola sarebbe stato come mangiare con le mani ad una cena dei Lions. I membri, compreso il mio, non me l’avrebbero di certo perdonato.

Ci riflettei su. Chiara in un certo senso rappresentava il fallimento del passato; “fottendo” lei avrei potuto ricominciare daccapo, avrei cancellato le mie scelte deviate, il mio lento ed inutile indugiare, il mondo, l’università, i bambini che mi sceglievano per ultimo quando si doveva mettere insieme la squadra di calcetto. Rimanevamo sempre io e la sorella di uno di loro, per ultimi; era maledettamente seccante, specie quando prendevano lei prima di me. E capitava abbastanza regolarmente.
Chiara. Avrei dovuto fare di tutto per corrompere il suo successo; non m’interessava tanto riscattare me stesso quanto vederla sprofondare nel mio baratro. Lei, il suo seno e la sua tinta dorata avrebbero passato le mie stesse atroci nottate, passeggiando avanti e indietro per la stanza, urlando parole al vento e ai muri. Romantico ed egoista come al solito.

Così presi del rosato. Romantico ed egoista come me. Fruttato dal sapore leggero, si sposava bene col pesce e con la carne, coi palati più fini e con le feste dell’Unità; si sarebbe sposato anche con una bionda tinta quella sera. Pagai in contanti e mi diressi vero casa con un insignificante anticipo di 5 minuti.

 

 

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