Lo Hobbit, la desolazione di Smaug riprende le gesta della compagine di eroi già vista nel predecessore esattamente dove un anno fa si era interrotta.

Sotto la guida di Thorin scudodiquercia Gandalf, Bilbo e i nani sono in viaggio verso la Montagna Solitaria. Per raggiungere la meta occorre attraversare il Bosco Atro, territorio degli Elfi.

Le profonde avversità tra la razza dei nani e quella elfica causano un forzato rallentamento dei protagonisti che, salvati da Bilbo, riprendono il proprio cammino verso Esgaroth sino al raggiungimento del covo di Samug.

Lo Hobbit Scenografie
Jackson affina ancora di più le tecniche di ripresa regalando scenografie e battaglie incredibili.

La desolazione di Smaug si distingue immediatamente dal film che lo precede.  Jackson affina ancora di più le tecniche di ripresa regalando scenografie e battaglie incredibili.

I paesaggi pur mantenendo la cupezza già evidenziata nel precedente capitolo risultano credibili vista la numerosa mole di dettagli a cui il cinasta non rinuncia mai.

Anche i costumi e il corredo delle armi sono assolutamente perfetti e riguardo ai combattimenti credo che sia stato fatto un vero passo in avanti perchè l’epicità di alcune scene è assolutamente galvanizzante (ricordate queste parole: “botti nel fiume”).

Osservando gli scontri, lunghi e numerosi, disseminati lungo la pellicola si ci si rende conto del lavoro di ricercatezza che è stato fatto in sede di studi preliminari per creare dei distinti stili di combattimaneto per ciascuna razza.

La brutalità degli orchi è estrema, violenta e ad essa si contrappone la forza cieca dei nani sopra la quale si erge il nobile ed algido stile di combattimento elfico.

Ciò non toglie che, a prescindere dallo stile, ogni scontro si chiuda sempre con un massacro fatto di decapitazioni e violenza che sembra presa in prestito da “I mercenari” piuttosto che da un racconto fantasy.

Lo Hobbit potrebbe sembrare un gran bel film, ma la realtà è ben diversa.

Il tutto si traduce in una delizia per gli occhi che nonostante la spettacolarità e la perfezione a lungo andare stufa.
Lo Hobbit Botti
la nota dolente del secondo capitolo è la durata

In mezzo alla magnificenza dei fondali, e alla maniacale cura riversata nel rappresentare i personaggi la nota dolente del secondo capitolo della nuova trilogia di Jackson è la durata: 2 ore e 40 minuti che in taluni momenti non passano mai. Sembra quasi che rispetto al precedente capitolo si sia compiuta un’involuzione dei contenuti un po’ come era già successo ne “Le due Torri” (flame on!).

Passino le licenze d’artista, l’inserimento di personaggi estranei al racconto (Legolas e Tauriel) e l’incastro forzato di parti di trama non pertinenti alla cornistoria del racconto, ma la sceneggiatura poteva decisamente essere stesa meglio (magari evitando la realizzazione di una trilogia).

Dalla generale visione fiabesca del precedente capitolo, si passa a pesantissimi duelli di cappa e spada alternati ad una storia d’amore che gioca sul più classico degli stereotipi (Sidney Poitier ha fatto scuola!) senza però mai trovare il giusto sviluppo al’interno della trama.

THE HOBBIT: THE DESOLATION OF SMAUG (2013)EVANGELINE LILLY

Il personaggio di Beorn il mutaforma è puramente scenografico e, considerato l’apporto generale della sua presenza all’interno del film, se ne poteva davvero fare a meno così come è stato fatto a suo tempo con Tom Bombadill.

Vero punto di forza della pellicola è il drago Smaug

Vero punto di forza della pellicola è il drago Smaug che, al pari del Gollum visto nel 2002, stupisce per l’impeccabile CGI impiegata, ma desta qualche dubbio per lo stile, non proprio tradizionale, con cui ne è stata interpretata l’estetica (una scelta da me apprezzata che probabilmente potrebbe far storcere il naso ad alcuni puristi).

Bisogna attendere quasi due ore prima di vedere apparire sullo schermo la tanto attesa creatura, peccato però che dopo il suo ingresso trionfale ci si trovi nuovamente immersi in una noia e ripetitività di situazioni ormai portata all’esasperazione.

La magnificenza e regalità da sempre descritta da Tolkien riguardo queste creature non sembra poi appartenere al rettile messo sullo schermo da Jackson che, schernito come da copione dal prode Bilbo, finisce inevitabilmente con l’apparire goffo e ottuso.

Lo Hobbit Smaug

Ottimo il doppiaggio della creatura, che in italia vede impegnato il sempre bravo Luca Ward, qui oltretutto in grado di dare una caratterizzazione unica al suo personaggio. Pessima invece l’idea di aver ridoppiato i dialoghi in elfico perchè all’orecchio suonano privi di naturalezza nell’intonazione.

A conti fatti anche questo capitolo presenta numerose pecche per lo più dovute all’avidità dei produttori, bramosi di allungare inutilmente ciò che poteva essere raccontato benissimo in un unico film, e alla solita difficile problematica del dover adattare al grande schermo un romanzo tutto sommato semplice ma ricco di dettagli e personaggi.

Rispetto al predecessore torvo che i difetti si accentuino all’inverosimile e nel complesso la pellicola risulti davvero poco godibile.

Probabilmente è solo una mia personale impressione, anche se sono consapevole che è impossibile trasporre alla lettera ciò che promana dall’immaginario di uno scrittore così puntiglioso come Tolkien così come è altrettanto impossibile accontentatare tutti.

Ciascuno di noi, avendo letto Lo Hobbit, ha i propri ricordi dettati dall’immaginazione e dal gusto personale.
Lo Hobbit Bilbo
si sente il rimaneggiamento di un racconto dai contenuti più semplici

Anche tenendo ben presente questa considerazione, guardando il secondo capitolo di questa trilogia c’è qualcosa che proprio non va

Si sente troppo il rimaneggiamento (per non dire l’inutile allungamento) di un racconto dai contenuti più semplici e forse anche più diretti rispetto all’interpretazione  in chiave action che si è voluto dare all’insieme. L’eccesso di spettacolarità, stupisce per i primi minuti, ma a lungo andare affossa ulteriormente lo scorrere della poca trama presente e la CGI, seppur ottimamente realizzata ha un che di eccessivo e predominante al pari della crudezza di certi scontri, talmente violenti, tanto da far dimenticare allo spettaotre che si dovrebbe essere dinanzi ad una fiaba.

Il risultato è un’opera a tratti lenta e a tratti travolgente che soddisfa solo a metà!

Magari esagero, magari non comprendo il fatto che si tratta dell’interpretazione data ad un racconto fatta da un regista e da un produttore secondo il loro personale gusto e visione.

Vale quindi la pena andare al cinema?

La desolazione di Smaug è un film da vedere al cinema solo ed esclusivamente per un discorso estetico, e posso immaginare come la meraviglia di una visione della pellicola in 4K con tutti i colori, i dettagli e i rimandi che, grazie al certosino lavori di Jackson e Del Toro, solo il grande schermo, è in grado di regalare al pubblico.

Come sempre film di questo calibro piaceranno prevalentemente a chi non ha letto il libro e si è posto dinanzi al film senza il proprio personale bagaglio di immaginario creato nel corso degli anni, sempre che non sopraggiunga ugualmente la noia o la saturazione per la troppa violenza e CGI. Per i fan del romanzo invece non è altro che l’ennesima dimostrazione che Lo Hobbit è un mero arricchimento e niente più, il problema è che dilure troppo va sempre a discapito dell sapore!