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I sistemi di tassazione

8 anni fa

11 minuti

I sistemi di tassazione

Dopo alcuni scambi nei commenti sulla Lega, ecco una serie di articoli sui sistemi di tassazione. Ovviamente sono considerazioni generali per profani, non una enciclopedia, scritte da un appassionato di economia non specializzato quindi non compete il razzo e se trovate qualche errore segnalatelo.

Questo primo articolo parlerà della situazione italiana, dando qualche definizione e consiglio utile; nei prossimi si parlerà in termini più generali, esaminando anche sistemi di altri Paesi.

 

 

Tributi: come e (soprattutto) perchè

In Italia le tasse sono solo una categoria di tributi, secondo una classificazione ereditata dal diritto romano. Più precisamente:

Le imposte si pagano di solito in proporzione alla ricchezza e sono usate per pagare la spesa pubblica, ad es. l’IRPEF è l’Imposta Reddituale PErsone Fisiche.

Le tasse si pagano quando si usufruisce di un servizio, ad esempio il famigerato canone RAI. Non sono sempre proporzionali al reddito (appunto), ma in genere proporzionali al servizio fornito (nel caso del canone RAI, inversamente :D).

I contributi sono prelievi fatti per pagare un servizio,  indipendentemente dal fatto che se ne usufruisca o meno: ad es. il contributo per il SSN dell’assicurazione auto. In genere questo tipo di tributo si usa per servizi assistenziali o pensionistici comuni.

Nell’esempio l’assicurazione auto copre il danneggiato, non il danneggiante, ed entrambi potrebbero (ma non è detto) dover usufruire del SSN in caso di incidente.

I contributi in genere non sono proporzionali alla ricchezza, come nel caso dell’esempio: posso avere una Ferrari con un’assicurazione infima e pagare un contributo basso. I contributi possono essere però proporzionali al servizio offerto, come nel caso di quelli pensionistici.

 

 

Tasse e tariffe

Recentemente molte tasse sono state sostituite da tariffe.

Recentemente molte tasse sono state sostituite da tariffe. Questo perchè le società che forniscono servizi spesso non sono più (solo) pubbliche, quindi si usa un termine generico. Possiamo avere una tariffa per un servizio (fornito da ente pubblico o privato) che comprende una tassa (verso ente pubblico) ma non viceversa.

Tasse e tariffe sono in genere proporzionali al servizio, ma non è detto che sia così, nè è detto che ne coprano l’intero costo: ad esempio la tassa di iscrizione ad una università dipende in genere dal reddito, ma non dai servizi offerti dall’università stessa.

In ogni caso, il massimo che l’università chiede di pagare è di molto inferiore al prezzo che lo Stato paga per far studiare una persona all’università.

Secondo l’OECD parliamo di una cifra intorno ai 15mila euro l’anno, contro tasse che nelle università pubbliche arrivano al massimo a 2.500, e nelle private sono più alte ma sicuramente inferiori ai 15mila.

 

 

Le imposte

Le imposte invece come detto sopra sono in genere sempre proporzionali alla ricchezza, e si dividono in dirette ed indirette. Curiosità: si chiamano imposte proprio perchè si impongono al contribuente senza dare (direttamente) una prestazione in cambio, al contrario di tasse e contributi.

Le imposte dirette sono appunto applicate direttamente sulla ricchezza, ovvero sul patrimonio (es. IMU), il reddito (es. IRPEF) o le attività produttive (es. IRES). Per capirci, il patrimonio è la ricchezza disponibile in un dato momento o periodo fisso (stock), il reddito la ricchezza che si genera (o si muove) all’interno di un periodo (flusso), l’attività produttiva è qualunque cosa che genera ricchezza.

Se vi sembrano seghe mentali distinzioni poco importanti, sappiate che è un modo per cercare di distribuire i tributi in maniera equa. Ad esempio, se avete casa ereditata ma vi è fallita l’azienda pagherete un pò di IMU, ma ben poca IRPEF, e in teoria poca o nulla IRES.

Le imposte indirette sono invece applicate sui trasferimenti di ricchezza, come l’IVA. Tra le imposte indirette ci sono le accise, che si pagano sulla quantità di bene prodotto, mentre l’IVA si paga sul valore: se produrre birra mi costa 10 al litro e ho un’accisa di 2 al litro, il mio costo di fabbricazione è 12. Se decido di vendere la mia birra a 20, l’IVA si applica sul 20, quindi il prezzo finale (l’IVA in Italia in genere è al 21%) sarà 24,2.

L’insieme di quello che una persona guadagna e possiede rappresenta la base imponibile, ovvero la ricchezza che lo Stato considera tassabile.

 

 

L’IVA

Due parole in più sull’IVA, che segue un meccanismo particolare: si applica sul Valore Aggiunto, cioè sull’incremento di valore di un bene o servizio ad ogni trasferimento. Questo perchè si presuppone che ogni trasferimento si faccia per guadagnarci, come normalmente è; però l’IVA viene mantenuta neutra rispetto ai passaggi, scaricandosi completamente sull’utente finale. Facciamo un esempio.

Se compro una merce a 100 più IVA, la pagherò 100 + (100 * 0,21) = 100 + 21 = 121. Se lavoro questa merce e produco un bene che decido di vendere a 150 più IVA, il prezzo del bene sarà di 150 + (150 * 0,21) = 150 + 31,5 = 181,5. Se chi compra è un negoziante che a sua volta vende a 190 più IVA, avremo un utente che deve sborsare 190 + (190 * 0,21) = 190 + 39,9 = 229,9 per avere il pezzo finale.

Io che ho lavorato la merce e venduto il pezzo a 181,5, non devo pagare l’IVA allo Stato su tutti i 181,5, ma solo sull’eccedenza di quella che ho già pagato comprando la merce. Quindi devo allo Stato 31,5 – 21 = 10,5 di IVA.

Analogamente il negoziante pagherà 39,9 – 31,5 = 8,4, cioè sempre la differenza tra l’IVA pagata per comprare il pezzo e quella chiesta per venderlo.

Questo spiega perchè l’IVA è una delle imposte più odiate ed evase, e perchè è così diffusa in Italia la pratica del “100 senza scontrino, 121 con scontrino”: senza scontrino l’evasore intasca 100 a nero rischiando, poco visto che la prestazione non risulta (a meno di eventuali studi di settore), mentre l’utente risparmia sull’IVA. Non occorre dire per chi è il vantaggio maggiore.

 

 

L’IRPEF

Due parole anche sull’IRPEF: in Italia questa imposta è gestita a scaglioni, cioè ad intervalli delimitati da soglie, per ciascuno dei quali si pagano aliquote.

La base imponibile viene distribuita sugli scaglioni, di cui si paga l’aliquota corrispondente.
Per fare un esempio concreto, al momento gli scaglioni sono:

  • da 0 a 15.000 euro, con aliquota del 23%
  • da 15.000,01 a 28.000 euro, con aliquota del 27%
  • da 28.000,01 a 55.000 euro, con aliquota al 38%
  • da 55.000,01 a 75.000 euro, con aliquota al 41%
  • da 75.000,01 in su, con aliquota al 43%

Se la mia base imponibile è di 30mila euro, pagherò il 23% sui primi 15mila euro, il 27% per altri 13mila euro di imponibile (quelli da 15mila a 28mila), e il 38% sui restanti 2mila euro di imponibile.

 

 

Evasione ed elusione

Riallacciandoci al discorso dell’evasione IVA: se pagate 100 euro e ne risparmiate 21, pensate che chi vi ha chiesto il favore a colpi di 100 euro non dichiarati può avere un imponibile abbastanza basso da dover pagare solo le aliquote inferori, risparmiando parecchie tasse.

Esistono degli studi di settore che indicano quanto debbano guadagnare in media alcune categorie professionali all’anno, e di cui lo Stato si serve per combattere l’evasione.
Sono comunque un meccanismo abbastanza perverso, e in generale poco efficace, che colpisce di più i professionisti onesti perchè dichiarando tutto pagano in pieno, quindi abbassando i loro guadagni.

Distinguiamo l’evasione dall’elusione: la prima è illegale, la seconda è lo sfruttamento di buchi legislativi o dei meccanismi di tassazione per pagare di meno, quindi è formalmente legale.

Molti la paragonano all’evasione, ma un elusore può essere punito solo se si dimostra che ha pagato meno del dovuto sfruttando dei meccanismi nelle leggi che c’erano per per altri motivi. Inoltre, escludendo sistemi fiscali particolarmente semplici, è praticamente impossibile eliminare l’elusione – mentre l’evasione, in teoria, sarebbe eliminabile del tutto.

 

 

Sì ma che ci faccio adesso?

OK, adesso sappiamo come si chiamano i modi per tirar fuori i soldi dalle nostre tasche e dove vanno a finire, che ci facciamo?

Innanzitutto, possiamo pensare come risparmiare. La dichiarazione dei redditi serve essenzialmente a questo: a dare allo Stato delle informazioni che non ha per farci pagare la quota corretta delle tasse.

Lo Stato in teoria sa esattamente quanto ciascuno deve pagare, anzi può usare il datore di lavoro (o l’ente che fornisce la pensione) come sostituto d’imposta, ovvero digli “ok, conta quanto dai a Tizio, calcola quanto mi deve di tasse e pagami”. Il risultato di questo calcolo è nel CUD (Certificato Unico Dipendente) che vi danno ogni anno.

È possibile però che ci siano state variazioni alla vostra base imponibile, ad es. se avete venduto o acquistato casa, o fatto spese (sanitarie, pensionistiche, donazioni, ecc.) che lo Stato promette di tenere in considerazione nel calcolo delle tasse.

In linea generale si chiamano agevolazioni, suddivisibili in deduzioni o detrazioni. Giocando (anche) sulle agevolazioni si implementano gli incentivi ed i sussidi, che verranno trattati in futuro.

Le detrazioni si effettuano sulla tassa già calcolata: un pò come se lo Stato dicesse “ok, guadagni 1.000 e quindi mi devi 300, ma siccome sei deboluccio e hai speso molto in medicine ti permetto di detrarre un massimo di 50 da quello che mi devi.”

Le deduzioni invece sono soldi che si tolgono dalla base imponibile. Come dire: “ok guadagni 1.000 ma conto come ne prendessi 900, perchè ne hai spesi 100 per $motivo_che_mi_sta_bene”.

 

 

Il 730

Cosa e quanto al massimo si può detrarre o dedurre è descritto nelle famigerate istruzioni del 730. In realtà spesso sono più chiare di quello che sembra, sono solo molto lunghe perchè tentano di spiegare tutto a prova di idiota.

Il guaio è che gli idioti hanno troppe risorse (cit.) e che quello per un contribuente qualsiasi è chiaro può non esserlo per chi compila le istruzioni e viceversa.

Per esempio una frase come “le indennità per la perdita dell’avviamento corrisposte per disposizioni di legge al conduttore in caso di cessazione della locazione di immobili urbani non adibiti ad abitazione” si traduce in “i soldi che ti hanno ridato perchè hanno interrotto in anticipo l’affitto di quel capannone in periferia che hai ereditato dal nonno”, ma non è sempre detto che ci si arrivi, dopo aver scorso avanti e indietro tutti i documenti.

In generale, la prima cosa che andrebbe fatta è vedere la sezione “cosa c’è di nuovo” in modo da vedere cosa si deve cambiare rispetto alla dichiarazione dell’anno precedente.

Per un 730 tipico i dati che interessano sono nei quadri (in ordine di importanza relativa):

  • C redditi da lavoro ecc., dove le singole voci da inserire sono indicate con riferimento al CUD, proprio della serie “qui va il valore che c’è nella casella X del CUD”: ovviamente sanno che è la parte più importante ;)
  • B redditi da fabbricati, in genere se avete casa di proprietà dovrete indicare il valore catastale e (new entry) l’IMU pagata
  • E sezione I, dove si indicano soprattutto le spese sanitarie ed eventuali versamenti a favore di ONLUS ecc. (ad es.  la quota annuale che versate al pub che fa finta di essere una associazioneil versamento a favore di Emergency per cui vi hanno rilasciato ricevuta)
  • E sezione II, dove si indicano oneri assistenziali come il contributo SSN dell’assicurazione auto
  • F, dove si indica se si vuole pagare l’IRPEF a rate e altre amenità. In generale, la rateizzazione / pagamento di anticipi conviene solo se non avete sicurezza di risparmio durante l’anno, per fare esborsi minori e distribuiti nel tempo.

Una cosa importante che molti dimenticano è che quando andate in farmacia a comprare l’aspirina, se date la vostra tessera sanitaria, il prezzo del farmaco può essere detratto dalle tasse.

Non tutto ovviamente: se avete pagato 100, potete detrarne 19, e solo se superate una certa franchigia (ovvero un importo minimo).

Tutti si ricordano della fattura del dentista, nessuno della povera aspirina :( L’importante è che conserviate tutti gli scontrini dell’anno a cui si riferiscono i redditi, tendenzialmente nell’anno X dovreste dichiarare i redditi dell’anno X – 1. Basta prepararsi qualche cartellina e prendere delle buone abitudini per stare tranquilli :)

OK, abbiamo visto un pò di teoria e un pò di pratica. Nei prossimi articoli vedremo ancora altra teoria, e come questa venga messa in pratica altrove.

Nel frattempo vi consiglio di non trattenere il respiro: i prossimi articoli dipenderanno dal tempo a mia disposizione e dal gradimento dimostrato ;)

 

 

Riferimenti

 

 

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