[image]https://leganerd.com/wp-content/uploads/LEGANERD_048307.jpeg[/image]

Nel nostro Paese non esiste (ancora) un servizio meteorologico civile e centrale, come accade invece in tutto l’occidente o quasi; tuttavia, non soffriamo certo della mancanza di esperti nel campo della Meteorologia e della Fisica dell’Atmosfera, che siano poi impiegati in centri regionali o privati poco importa. Eppure molti giornalisti si ostinano a fare di testa propria, infarcendo i servizi di cronaca sugli eventi meteorologici di inesattezze, tanto per rimanere sull’eufemistico.
Un classico che fa preventivamente accapponare la pelle ad esperti e meteofili sono i titoli che contengono le parole “tromba d’aria”, “tornado”, “tifone” e simili, visto che nella quasi totalità dei casi nessuno di tali fenomeni si è effettivamente manifestato. In questo articolo vorrei fare un po’ di chiarezza in merito, sperando che dopo averlo letto sappiate perlomeno riconoscere se uno più ignorante di voi in materia sta cercando di vendervi una notizia che non c’è.

Il primo passo è fare una piccola precisazione sulle scale spazio-temporali dei fenomeni di cui parleremo. In Meteorologia si parla di scala sinottica, mesoscala o scala locale a seconda che il fenomeno abbia una dimensione tipica di circa 1000 km, 10-100 km, 0.1-1 km. A questa scale spaziali corrispondono durate tipiche dei fenomeni che sono di circa una settimana per i fenomeni alla scala sinottica, da qualche ora a un giorno per quelli alla mesoscala e di minuti o al massimo poche ore per la scala locale. A partire da questa semplice classificazione vediamo quindi i fenomeni meteorologici di interesse nel dettaglio, in modo da levarci qualche dubbio su quali possano colpire il nostro territorio e con quali manifestazioni fenomenologiche.

[title]Fenomeni alla scala sinottica[/title]
Le perturbazioni che vivono in queste scale si dividono essenzialmente in [b]cicloni extra-tropicali[/b] e [b]cicloni tropicali[/b]. Il nome di per sé è già abbastanza chiarificatore su quali siano le zone interessate dai due fenomeni: molto difficilmente vedremo un ciclone tropicale formarsi a Ovest delle Isole Britanniche.

I [b]cicloni extra-tropicali[/b] sono caratteristici, ovviamente, delle medio-alte latitudini e sono figli della così detta [i]instabilità baroclina[/i]. Per farla breve, ciò che guida la formazione di queste perturbazioni è il gradiente termico superficiale dovuto al diverso irraggiamento solare tra poli ed equatore. Sorvolando sui dettagli del meccanismo di formazione, basti sapere che le nostre classiche perturbazioni atlantiche altro non sono che cicloni di questo tipo. Intorno al centro di bassa pressione l’aria ruota in senso anti-orario nel nostro emisfero e orario in quello australe; questo fa sì che il ciclone sia preceduto da una avvezione calda da Sud sul suo bordo orientale e da una avvezione fredda da Nord su quello occidentale, creando la classica struttura con fronte caldo (precipitazioni continue), fronte freddo (precipitazioni temporalesche) e fronte occluso (precipitazioni di entrambi i tipi).
Sull’Italia la sequenza di fenomeni fronte caldo prima e freddo poi, tipica delle regioni atlantiche, non è quasi mai rispettata a causa della nostra complessa orografia, che induce la formazione di un ciclone secondario sottovento alle Alpi Marittime, ma questa è un’altra storia. Basti sapere che la parola “ciclone” non deve fare notizia, perché qualsiasi perturbazione sperimentiamo (o quasi) è figlia, appunto, di un ciclone extra-tropicale.

I [b]cicloni tropicali[/b] si formano, manco a dirlo, a latitudini tropicali, quindi tra 0° e 30° Nord o Sud. In realtà la debolezza della forza di Coriolis tra 0° e 5° gradi di latitudine ne inibisce la formazione e il sostentamento in queste regioni e la zona che più tipicamente fa da culla a queste tempeste è quella intorno ai 10° di latitudine.
La condizione necessaria perché questi sistemi si formino è che l’oceano sia molto caldo su ampie regioni, con temperature dell’acqua intorno ai 30°C. La forte convezione dovuta al riscaldamento dei bassi strati produce sistemi temporaleschi che, se abbastanza intensi, si organizzano in una struttura ciclonica; questa, a seconda dell’intensità e della persistenza di vento e precipitazioni, può essere classificata come depressione tropicale, tempesta tropicale o ciclone tropicale. Quest’ultimo stadio richiede che il vento superi i 119 km/h e le varie intensità sono date dalla scala Saffir-Simpson.
Una volta formato, il ciclone può seguire delle storm-tracks che lo portano fino a latitudini medie o anche medio-alte; oltre alla velocità del vento, perché la tempesta rimanga un ciclone “tropicale”, è necessario che sia presente il classico occhio e che la tempesta sia a cuore caldo, in contrapposizione con la presenza di aria fredda in quota tipica delle tempeste extra-tropicali. Spesso lo spostamento a latitudini elevate provoca proprio l’intrusione di aria fredda nel sistema, che si trasforma in un ciclone extra-tropicale e si inserisce nel flusso occidentale di perturbazioni delle medie latitudini. A volte, tuttavia, condizioni particolarmente favorevoli mantengono caratteristiche tropicali nella tempesta fino a latitudini più elevate (si veda ad esempio questo articolo).

[b]Tropical-like cyclones o TLC.[/b] Un’eccezione alle due categorie precedenti può essere trovata nei nostri mari, le cui acque sono capaci di raggiungere temperature paragonabili a quelle richieste per la formazione di tempeste tropicali; in rari casi, cicloni a cuore caldo possono essere osservati anche nel Mediterraneo e sono noti col nome di TLC o anche “Medicanes”, che è la crasi di “Mediterranean hurricanes”. Difficilmente la velocità del vento è quella richiesta per classificarli come cicloni tropicali, ma i fenomeni associati sono comunque di forte intensità. Una buona review degli episodi registrati negli ultimi anni può essere trovata qui.

E adesso un po’ di nomenclatura: i cicloni tropicali vengono chiamati “uragani” in Atlantico e nel Pacifico Orientale, “tifoni” nel Pacifico Occidentale, “willy-willies” in Australia. Per cui, nessun uragano e nessun tifone, checché ne dica il giornale di turno, colpirà mai il nostro Paese.

[title]Fenomeni alla mesoscala e alla scala locale[/title]
Queste due scale sono fortemente collegate (in realtà lo sono anche con quella sinottica, ma sorvoliamo), visto che i fenomeni più intensi alla scala locale sono generalmente figli di fenomeni alla mesoscala. Le manifestazioni meteorologiche che ci interessano in questa piccola discussione sono collegate a temporali, che sono quindi il primo fenomeno che indaghiamo.

Un osservatore meteorologico segnala temporale se c’è attività elettrica nelle nubi, che saranno cumuliformi, in particolare dei cumulonembi. La fenomenologia comune alla maggior parte dei temporali è nota a tutti, ma i fenomeni più intensi spesso creano confusione e sono l’oggetto di questo articoletto.

[b]Downburst.[/b] In genere un temporale, anche il più semplice, è alimentato da un corrente calda ascendente (updraft) che si contrappone a una corrente fredda e discendente (downdraft) tipicamente collocata nella zona delle precipitazioni. Se le precipitazioni sono intense, magari grandinigene, e trascinano aria molto fredda dall’alto di un cumulonembo verticalmente assai sviluppato, il downdraft può essere particolarmente poderoso e riversarsi al suolo con velocità elevata; a questo punto, il flusso d’aria si apre radialmente creando un fronte di intense raffiche di vento lineari, il downburst. I venti associati a questo fenomeno possono raggiungere e superare i 150 km/h, creando quindi danni anche consistenti; [i]questo è quello che succede nella stragrande maggioranza dei casi in cui i giornalisti parlano di tromba d’aria[/i]. Teniamo a mente che si tratta di raffiche lineari derivanti da una corrente discendente, che creano quindi danni che localmente appaiono tutti orientati nella stessa direzione in concomitanza al picco di precipitazioni; questo ci aiuterà a capire le differenze con quelli provocati da una tromba d’aria vera.

[b]Fenomeni vorticosi.[/b] Alla scala locale essi comprendono trombe d’aria terrestri, trombe marine e dust devils.
“Tromba d’aria” e “tornado” [b]sono sinonimi[/b]. Una tromba d’aria non è un “piccolo tornado”, è solo il nome italiano per lo stesso fenomeno. Si manifesta come un vortice d’aria ascendente e rotante in senso ciclonico che discende da una nube cumuliforme; spesso è evidenziato da una nube ad imbuto, ma se l’umidità relativa è molto bassa può anche essere invisibile o tradito dalla presenza della nube di detriti (debris cloud) al suolo. All’interno di una tromba d’aria, come già detto, le correnti sono cicloniche e ascensionali; i danni sono quindi circoscritti al corridoio descritto dal vortice, che spesso compie un percorso a cuspidi, e sono orientati in tutte le direzioni, vista la natura rotatoria del fenomeno.
Dalla gravità dei danni si stima l’intensità del tornado secondo la enhanced Fujita-Pearson scale.

I dust devils sono simili alle trombe d’aria, ma sono generalmente più deboli e si formano con cielo sereno e calma di vento a causa del riscaldamento locale del suolo. Se ne era già parlato su LN, ma con un titolo sbagliato, proprio a causa della confusione che spesso domina in questo campo anche tra i più curiosi.

Il mito che il nostro Paese non possa essere colpito da tornado è un’altra convinzione da sfatare, alcune nostre regioni sono colpite relativamente di frequente da trombe d’aria rispetto alla media europea (senza contare le trombe marine, che nel Mediterraneo sono comunissime ma fanno un po’ storia a sé); un breve elenco dei tornado storici di cui si ha notizia può essere trovato qui, ma anche negli ultimi anni abbiamo avuto fenomeni molto intensi, tra cui il tornado di Arcore del luglio 2001, ritratto nell’immagine all’inizio dell’articolo.

Per approfondire, riassumo qui la lista dei link citati nel testo:
scala Saffir-Simpson
Uragani giunti fino all’Europa
Tropical Like Cyclones
scala Fujita
tornado storici in Italia

Un paio di libri, il primo divulgativo per chi ha qualche base, il secondo a livello di Fisica avanzata:
Temporali e Tornado
An introduction to Dynamic Meteorology