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Kerguelen: l’arcipelago del vento

9 anni fa

26 minuti

Non hai forse sognato come me da bambino, davanti all’atlante spalancato su quella pagina azzurra, quelle lontane eppure nostre, antartiche e francesi Kerguelen?

Jean-Paul Kauffmann – L’arco delle Kerguelen

Non c’è isola più lontana di quella che non conosci

L’esistenza delle Kerguelen è la definizione di isolamento. Pochissimi ne hanno sentito parlare; quasi nessuno, probabilmente, saprebbe indicarle sull’atlante. Eppure non dovrebbero passare inosservate, visto che la loro superficie è pari a quella di una regione italiana.

L’arcipelago, avvolto da un’atmosfera decadente di mistero, è testimonianza di una Terra primordiale non ancora intaccata dall’uomo. L’avventura dei suoi pionieri – esploratori e coloni delle terre australi – è una storia enigmatica e affascinante, che parla di tenacia e di una sfida alla fine del mondo.

Le isole della Desolazione

Spazzate senza tregua dai venti implacabili dell’ovest che soffiano tutto l’anno con la forza di una tempesta, isolate in mezzo a un mare in perenne burrasca, con le onde spietate che s’infrangono su nude rocce taglienti e scoscesi speroni in basalto, perse nella nebbia e nella gelida pioggia che cade insistente a crudeli intervalli.. Così si presentano, all’occhio di chi si avventura nell’oceano, le Kerguelen.
(Jean-Paul Kauffmann)

L'arcipelago, frammento di Francia a 12.500 Km da Parigi, si trova nell’oceano Indiano meridionale. Le distanze dai continenti fanno quasi paura: 5.300 Km dal Sudafrica, 4.800 dall’Australia, 2.000 dall’Antartide. Lungo le rotte che separano l’arcipelago dai continenti è raro incontrare altre terre emerse.

L’isola principale, Grande Terre, è la terza isola della Francia per estensione, dopo Nuova Caledonia e Corsica; l’isola Foch è paragonabile per dimensioni all’isola d’Elba; altre 10 isole hanno dimensioni rilevanti. Le coste sono frastagliate e scoscese, caratterizzate da insenature e fiordi. Sono presenti, in corrispondenza delle depressioni, zone paludose e sabbie mobili. L’altitudine media è di 500 metri, ma il cono vulcanico del monte Ross supera i 1.900. Nella parte occidentale dell’isola maggiore si trova l’enorme ghiacciaio Cook.

Il clima è sub-antartico oceanico, freddo ma senza estremi polari: la temperatura media oscilla tra i 7-10 gradi di gennaio e gli 0-2 di agosto. Le precipitazioni sono frequenti e abbondanti tutto l’anno. Ma il fenomeno meteorologico che domina le Kerguelen è il vento: un vento gelido e potente che spazza costantemente la superficie dell’arcipelago soffiando da ovest. Venti da 150 Km/h sono all’ordine del giorno, con picchi di 200: è come se sulle isole si abbattesse un uragano perpetuo. Il vento incessante ha impedito lo sviluppo di vegetazione arborea: sulle Kerguelen non esistono alberi né cespugli.
Non per niente James Cook affibbiò all’arcipelago un altro nome, piuttosto calzante: isole della Desolazione.

Video: L’iper-vulcano delle Kerguelen, vulcanismo secondario a Grande Terre.

La scoperta e le eplorazioni

Le isole Kerguelen furono avvistate per la prima volta nel 1772 dal navigatore bretone Yves Joseph de Kerguelen-Trémarec, partito alla ricerca della leggendaria Terra Australis. Lo stesso scopritore dovette rinunciare a mettere piede sulla terraferma a causa del fortissimo vento. Solo una scialuppa con alcuni volontari, tra cui il sottotenente di vascello Charles-Marc de Boisguehenneuc, fu inviata ad approdare simbolicamente sulla costa per prendere possesso delle isole in nome del re di Francia, Luigi XV.

Nella sua relazione al re, l’esploratore sottolineò l’importanza dei territori appena scoperti, sovrastimandoli di molto dal punto di vista di un possibile sfruttamento, e ottenne il finanziamento per una nuova spedizione. Convinto di aver scoperto un intero continente, il capitano già sognava un glorioso futuro per la Francia australe. Il nuovo viaggio, tuttavia, servì solo a constatare quanto le isole fossero inospitali e improduttive, tant’è vero che al suo rientro in Francia il navigatore fu incarcerato dal re.

Quando James Cook raggiunse le Kerguelen pochi anni dopo, approdò nello stesso punto dove l’imbarcazione francese aveva toccato terra, in corrispondenza del grande arco di pietra di Baie de l’Oisieu.
Sulla sommità di un tumulo di pietre fu trovata una bottiglia con un foglio al suo interno. Si trattava di un messaggio in latino con il quale i marinai francesi rivendicavano la sovranità sull’arcipelago. Secondo la tradizione, Cook dichiarò semplicemente:

Queste isole della desolazione i francesi se le possono tenere.
Da quel giorno, il nuovo nomignolo dell’arcipelago divenne di uso comune, specie tra gli equipaggi inglesi e americani che faticavano a pronunciare correttamente il nome ufficiale. Oggi il luogo dell’approdo della flotta di Cook è noto come Christmas Harbour (lo sbarco era avvenuto il giorno di Natale del 1776). Il grande arco, alto 103 metri, è crollato; rimangono visibili le due massicce colonne di roccia nera che sostenevano l’architrave naturale.

Tra i visitatori più celebri degli anni successivi va ricordato James Clark Ross che nel 1840 perlustrò le isole per 68 giorni. Le sue navi gemelle, la Erebus e la Terror, proseguirono in seguito per l’Antartide.

La pianta miracolosa

Fin dai primi anni successivi alla scoperta delle isole, un numero crescente di imbarcazioni dirette verso l’Antartide iniziò a farvi scalo per rifornirsi d’acqua dolce dai numerosi torrenti che si diramano dal ghiacciaio. Altre risorse sulle quali i navigatori potevano contare erano la carne dei leoni marini, delle otarie, degli uccelli o all’occorrenza dei pinguini, che vivono tuttora in grandi colonie su tutto l’arcipelago.

Ma il prodotto più prezioso e peculiare dell’arcipelago, al di là delle aspettative dei pionieri, si rivelò una specie vegetale: il cavolo delle Kerguelen. Tuttora studiato da équipe specializzate di botanici, è una pianta strettamente endemica, particolarmente ricca di vitamina C. I marinai di passaggio, che nell’Ottocento potevano fare affidamento solo su scatolame e carne affumicata, presero l’abitudine di cibarsene per prevenire lo scorbuto.

Il botanico che scoprì le virtù della pianta fu Joseph Dalton Hooker, che sbarcò su Grande Terre con la spedizione di Ross. L’equipaggio della nave inglese fu il primo a godere di un pasto arricchito dal prezioso nutriente. Lo scienziato annotò minuziosamente i dettagli su un diario con tanto di illustrazioni. Il cavolo delle Kerguelen è anche una delle poche piante locali che producono fiori.

Nei pressi del monte Havergal (non lontano da Christmas Harbour) un altro scienziato della spedizione, Robert McCormick, rinvenne i resti di un tronco d’albero la cui circonferenza misurava più di due metri. La scoperta, sommata ai giacimenti di lignite trovati nell’interno, dimostrò che in epoche antiche gli alberi erano presenti alle Kerguelen e probabilmente le temperature erano più vicine a quelle di un clima sub-tropicale.

I fratelli Bossiére

Prima del XIX secolo, i visitatori delle isole della Desolazione furono soltanto occasionali: il navigatore britannico John Nunn e 3 membri del suo equipaggio vi naufragarono nel 1825 e sopravvissero sull’isola maggiore per quattro anni prima di essere recuperati. Nel 1870 quattro spedizioni scientifiche contribuirono all’esplorazione sempre più accurata dell’arcipelago.

Negli anni successivi, Inghilterra, Germania e Stati Uniti inviarono altre équipe scientifiche per l’osservazione del transito di Venere.
Nel 1877 i francesi costruirono una piccola base operativa per l’estrazione del carbone, ma la miniera e l’insediamento furono utilizzati a singhiozzo e abbandonati pochi anni dopo.
Un gran numero di navi, invece, fece sosta alle Kerguelen nel ‘900, il secolo delle esplorazioni antartiche.

La sovranità sull’arcipelago fu proclamata ufficialmente dalla Francia nel 1893. Furono organizzate nuove missioni esplorative e cartografiche. I viaggi di Raymond Rallier du Baty furono fondamentali per completare i rilevamenti topografici e idrografici (la prima mappa attendibile dell’arcipelago fu pubblicata solo nel 1922). Il navigatore diede anche il proprio nome ad una penisola che assomiglia alla versione cinematografica di Mordor.

Il governo francese decise che per giustificare le rivendicazioni territoriali era necessario anche un nuovo tentativo di colonizzazione e sfruttamento. I fratelli Henry e René Bossiére, giovani imprenditori che avevano fiutato possibilità di profitto nella regione sub-antartica, ottennero una licenza di sfruttamento cinquantennale. Il primo cercò finanziatori e riuscì a raccogliere i fondi necessari; il secondo passò sei anni tra la Patagonia e le isole Falkland per studiare sul campo l’allevamento degli ovini.

I due fratelli decisero, prudentemente, di procedere per gradi: una missione esplorativa vide Henry avventurarsi con altri 4 uomini sull’isola di Grande Terre nel 1908. Stabilirono una base sulla penisola Bouquet de la Grye, in corrispondenza di una baia riparata già utilizzata come approdo da americani e tedeschi.
Insieme agli uomini sbarcarono 20 pecore islandesi, 2 capre, 3 cavalli e qualche maiale: gli animali, ben felici di toccare terra dopo decine di giorni di navigazione, parvero ambientarsi bene e in fretta. Dimostrarono di sopportare bene le avversità climatiche e di gradire il foraggio delle praterie, dove l’erba d’estate superava l’altezza delle ginocchia.

La spedizione fu di breve durata; pecore, capre e maiali furono lasciati liberi sull’isola. Quando gli esploratori tornarono l’anno seguente, il numero degli ovini era più che raddoppiato, e gli agnelli nati poco prima dell’inverno erano in ottima salute. I maiali dimostrarono di gradire la vegetazione locale più del cibo portato appositamente via nave. Era lecito supporre che con un riparo a disposizione il bestiame avrebbe potuto sopportare un inverno più rigido senza problemi. Henry Bossiére manifestò il proprio entusiasmo con un articolo scritto per il settimanale L’Illustration dell’11 settembre 1909.

La colonia norvegese

I fratelli avevano già concesso in subappalto una parte di territorio ad una compagnia baleniera norvegese che voleva stabilire una base sulla terraferma. I norvegesi scelsero la regione già esplorata anni addietro dalle spedizioni scandinave, e in breve tempo fondarono Port Jeanne d’Arc, primo vero insediamento umano alle Kerguelen, nel 1908. Dopo pochi mesi furono in grado di iniziare una stagione di pesca basata più su una speranza che su dati certi, perché si pensava che i grandi cetacei, dopo decenni di pesca intensiva, fossero ormai scomparsi dagli oceani australi. René Bossiére riteneva invece che i mari del sud ospitassero ancora numerose balene: le sue supposizioni si rivelarono corrette.

La prima stagione fu decisamente proficua, con 232 balene catturate. I norvegesi iniziarono a cacciare anche i leoni marini sulla terraferma. All’apogeo della sua breve vita, la stazione baleniera ospitò 140 persone impiegate nella lavorazione e nella manifattura di prodotti.
Ma ben presto il mantenimento del porticciolo fu considerato antieconomico e la lavorazione fu spostata direttamente a bordo della nave-appoggio. Dopo poche stagioni di pesca, appena giunsero notizie della Grande Guerra, i norvegesi lasciarono definitivamente l’arcipelago. Il minuscolo porticciolo, oggi abbandonato ma praticamente integro, è tuttora visitabile dai pochi privilegiati che hanno occasione di mettere piede sull’arcipelago.

Il grande sogno

Il vero obiettivo dei Bossiére restava quello di sfruttare la vasta superficie delle isole per l’allevamento. Mentre i norvegesi erano già al lavoro alla loro base, i Bossiére affidarono al barone Pierre Decouz e alla guida alpina Valérien Culet l’incarico di perlustrare le coste e l’interno per valutare quanta superficie utile poteva essere destinata al loro progetto. Sbarcati da una nave che proseguì per la sua rotta, i due esploratori furono i primi a passare l’inverno alle Kerguelen: persino gli esperti norvegesi, infatti, lasciavano l’arcipelago durante la stagione fredda.

Nei loro resoconti, i due esploratori parlarono di lunghi mesi di freddo e solitudine, trascorsi in completo isolamento. Durante le loro peregrinazioni stimarono che le Kerguelen avrebbero potuto ospitare fino a 200.000 ovini. I due fratelli decisero quindi di rischiare di più: totalmente assorbiti dal loro grande progetto, sognavano di trasformare le Kerguelen in una vera colonia.

La missione che avrebbe dovuto cambiare le sorti dell’arcipelago iniziò nel 1913. Una nave della compagnia dei Bossiére, con a bordo René, salpò da Swansea e fece scalo alla isole Falkland, dove 1.503 pecore erano pronte per essere caricate. Una seconda nave avrebbe trasportato alle Kerguelen 4 pastori, rifornimenti e materie prime da Città del Capo alle Kerguelen.

La prima nave fu ostacolata da condizioni meteorologiche avverse e la partenza dalle Falkland fu rimandata a luglio, in pieno inverno australe, con due mesi di ritardo rispetto alla tabella di marcia. Più di 400 capi di bestiame pagati a caro prezzo morirono durante il lungo viaggio attraverso l’oceano; l’equipaggio, stremato, sbarcò in agosto, constatando che l’altra nave, dopo una lunga attesa, aveva infine abbandonato l’arcipelago senza aspettare.
Un accampamento di poche capanne provvisorie, edificate in corrispondenza della vecchia base degli esploratori, fu battezzato Port-Couvreux. Henry e René Bossiére riuscirono a reperire una nuova imbarcazione che in soli dieci giorni di navigazione raggiunse l’arcipelago da Città del Capo con gli uomini e i rifornimenti. Seppure con qualche difficoltà, l’avventura coloniale ebbe inizio.

Il tempo, purtroppo, fu da subito inclemente: continue tempeste di neve iniziarono a spazzare la tundra. Altre pecore morirono per il gelo durante lo sbarco. Le mille sopravvissute, che avrebbero dovuto pascolare liberamente, furono stipate all’interno di baracche precarie costruite sul momento. Si scoprì addirittura che i conigli, introdotti dalla spedizione del Challenger del 1874, si erano moltiplicati ad un ritmo impressionante e avevano devastato la vegetazione delle praterie. La speranza degli uomini iniziò a vacillare quando fu chiaro che l’area scelta per l’allevamento non era tra le più adatte, in quanto troppo esposta ai venti perenni dell’arcipelago. I coloni affrontarono interminabili giorni di lavoro, freddo e smarrimento.

A settembre, René proseguì a bordo della prima nave, con la quale raggiunse l’Australia. Da Bunbury riuscì a tornare a Città del Capo, dove era atteso per discutere dei problemi della società, legati anche allo scoppio della prima Guerra Mondiale. La dirigenza decise di noleggiare un’altra nave insieme alla compagnia norvegese che aveva lasciato due guardiani a Port Jeanne d’Arc. Era necessaria una completa evacuazione delle isole. Quando l’ultimo uomo abbandonò le Kerguelen, erano rimaste in vita circa 200 pecore.

Il fallimento

Dopo la prima Guerra Mondiale, nel 1920, ci fu un nuovo tentativo di insediamento. Una compagnia mista anglo-norvegese provò a ripristinare l’industria baleniera versando diritti di sfruttamento alla società dei Bossiére.
Contemporaneamente, René decise di ritentare la via dell’allevamento a Port-Couvreux. Gli edifici furono restaurati, ma la spedizione abbandonò la base dopo pochi mesi perché non si riuscì a trovare traccia di pecore sopravvissute. Si provò a ripopolare la colonia iniziando con 50 pecore sudafricane e alcuni maiali, questa volta nutriti con un mangime ricavato dalle carcasse delle foche.

René ingaggiò tre pastori che raggiunsero le Kerguelen a bordo di una baleniera. Tre famiglie di Le Havre, due delle quali con figli, si aggiunsero più tardi, nel 1927. I risultati sperati, tuttavia, non arrivarono; il clima, la solitudine e l’isolamento forzato ebbero la meglio sul morale e sulla sulla salute dei coloni. La carne dei maiali, per quanto nutriente, aveva un sapore pessimo. Alcuni uomini trovarono la morte in seguito ad incidenti. I superstiti, unici abitanti non stagionali della storia delle Kerguelen, abbandonarono definitivamente l’arcipelago nel 1931. I Bossiére, costretti ad arrendersi, si dedicarono ad una nuova impresa, che però merita un articolo a parte.

Nel 1940 l’equipaggio dell’incrociatore tedesco Atlantis trascorse qualche tempo alle Kerguelen per operazioni di manutenzione e rifornimento d’acqua. Un marinaio cadde e perse la vita mentre verniciava un fumaiolo; fu sepolto in quella che è considerata la tomba tedesca più a sud del globo.

L’ultimo tentativo di sfruttamento economico delle Kerguelen con un impianto industriale risale agli anni ’50: il giovane imprenditore Marc Péchenart fece costruire un piccolo stabilimento per la lavorazione del grasso di foca. La piccola fabbrica, all’interno della quale fu celebrato l’unico matrimonio della storia delle Kerguelen, fu abbandonata nel 1960. Alcuni macchinari furono trasportati a Réunion, altri vennero semplicemente lasciati ad arrugginire sul posto, e sono tuttora visibili.

Ecosistema impazzito

L’introduzione ad opera dell’uomo di nuove specie animali ha causato negli anni uno sconvolgimento dell’habitat dell’arcipelago, sul quale non esistevano mammiferi terrestri. A parte gli inevitabili danni alla biodiversità, si sono consolidati anche nuovi equilibri che rendono l’attuale fauna quanto di più bizzarro si possa immaginare.

Davvero peculiare è il caso delle renne della Lapponia, introdotte dai norvegesi su quella che oggi si chiama appunto Île des Rennes. Adattatesi perfettamente al nuovo habitat, grazie alla loro abilità nell’assimilare sufficiente nutrimento da muschi e licheni, si sono moltiplicate senza sosta. Poiché le renne sono eccellenti nuotatrici, non hanno tardato a diffondersi sull’isola maggiore e non solo. L’attuale popolazione è di circa 4.000 esemplari.
La mappa dell’areale delle renne ha dell’incredibile: le Kerguelen e la Georgia del Sud, due delle isole più remote e inaccessibili del pianeta, sono le uniche due macchie colorate al di sotto dell’equatore.

Circa 3.500 pecore semi-selvatiche della razza Bizet oggi vivono su Île Longue, dimostrando che una popolazione di ovini poteva prosperare quasi senza intervento umano come speravano i Bossiére. Circa 100 mufloni provenienti dalla Corsica sono invece confinati su Île Haute. Un tentativo di introdurre il visone, probabilmente in vista di successive battute di caccia, è fallito.

I conigli, come già registrato dalla spedizione dei Bossiére, sono una delle principali minacce per l’ecosistema. Negli anni ’50 si tentò la strada dell’eradicazione programmata tramite inoculazione di mixomatosi. L’espediente non ebbe successo perché in breve tempo i conigli svilupparono un’immunità al virus. Il numero dei conigli è tuttora in aumento: numerose specie vegetali, tra cui persino il cavolo delle Kerguelen, sono messe in pericolo dalla loro voracità e risultano sempre più rare.

I ratti, sbarcati dalle navi dei primi esploratori, sono altrettanto dannosi, perché si nutrono di semi. Le uniche isole dove sopravvive il manto uniforme di azorella selago, infatti, sono quelle dove i roditori non si sono diffusi. L’aumento della temperatura media degli anni recenti, d’altra parte, ha reso conigli e ratti un male ‘necessario’, in quanto pare che contribuiscano a limitare la diffusione di piante esotiche altrettanto dannose per l’ecosistema.

Per tenere sotto controllo le popolazioni di ratti e conigli, si pensò successivamente di introdurre anche il gatto domestico. I felini si sono adattati bene al nuovo habitat. Nello spazio di poche generazioni sono diventati particolarmente resistenti al freddo e si sono inselvatichiti. Ma poiché alcuni volatili di medie dimensioni sono più facili da catturare rispetto ai conigli, hanno messo a repentaglio la sopravvivenza di alcune specie di uccelli marini attaccando sistematicamente le nidiate.
Attualmente si nutrono anche di topi e conigli, che però hanno iniziato a cacciare solo quando la popolazione di procellaria era già notevolmente ridotta. Un tentativo di eliminazione dei gatti attraverso la caccia è fallito.

La trota, presente nell'elenco delle 100 specie invasive più dannose al mondo, è stata introdotta nei corsi d’acqua, e ha causato gravi danni all’ittiofauna autoctona.

I leoni marini e le otarie, ridotti ad un passo dall’estinzione nel Novecento, si salvarono dallo sterminio completo quando l’era della caccia alle foche volse al termine; le loro colonie oggi sono di nuovo numerose. Anche le popolazioni di cetacei, tra cui la megattera e il rarissimo cefalorinco di Commerson, si sono ristabilite.

La ricchissima avifauna marina comprende albatros, cormorani, codoni, procellarie, gabbiani, sterne e altre specie sub-antartiche, per un totale stimato di 15 milioni di uccelli. Le colonie di pinguini sono grandi e popolose: il numero totale degli esemplari supera probabilmente i quattro milioni.

Alle Kerguelen non esistono rettili né anfibi; tra gli insetti, a causa del vento persistente, non è presente alcuna specie alata.

Negli anni ’70 i tentativi di introdurre alcune specie di conifere e persino un albero tropicale, il filao, furono fallimentari. Unica altra specie non animale degna di nota e tuttora diffusa è un’alga gigante che prospera nelle acque circostanti l’arcipelago.

La base scientifica

Dopo il fallimento di Péchenart, nessuno ha più tentato di colonizzare l’arcipelago, che è tornato ad essere un santuario naturalistico. Ma anche se nessuno vi risiede permanentemente, va detto che le Kerguelen attualmante sono abitate.

Il moderno insediamento di Port-aux-Français, fondato nel 1950 sul golfo di Morbihan, è un presidio permanente che ospita scienziati e tecnici. La base è stata costruita in seguito alla riorganizzazione dei territori antartici francesi, e ospita dalle 70 alle 110 persone con turnover annuale. I precedenti centri abitati sono ormai abbandonati, anche se il personale della stazione scientifica si dedica a ispezioni dei punti di approdo una o due volte all’anno.
Agli abitanti della base sono affidate anche mansioni di manutenzione dei rifugi lontani da Port-aux-Français e di un certo numero di tombe sparse. Grazie ai controlli periodici, alcune abitazioni di Port Jeanne d’Arc costruite dai norvegesi ai tempi della colonia sono tuttora agibili.

La base di Port-aux-Français comprende alcuni laboratori (biologia e geofisica), una stazione meteorologica, installazioni per le telecomunicazioni e un piccolo ospedale. Due mareografi e un radar convogliano dati su un server che li trasmette ad intervalli di un’ora attraverso il Web, cui accede tramite il sistema Argos.

Oggi gli abitanti di Port-aux-Français hanno a disposizione veicoli a motore e qualche imbarcazione. L’utilità delle auto è limitata dalla quasi totale assenza di strade (è presente solo qualche via sterrata che collega la base con le antenne radio). Anche gli spostamenti a piedi per lunghe distanze, d’altronde, sono sconsigliati, perché gli acquitrini possono rivelarsi trappole pericolose.
Barche, chiatte e gommoni, perciò, rivestono un ruolo fondamentale. Sono essenziali anche per raggiungere il bestiame su Île Longue tramite l’approdo di Port Bizet, microscopica stazione sismografica che un paio di volte all’anno ospita i volontari per la tosatura.

Un approdo è presente anche a Port-aux-Français: consente l’attracco alle imbarcazioni che periodicamente fanno scalo alle Kerguelen con i rifornimenti. L’unica nave che visita regolarmente l’arcipelago per il mantenimento della base scientifica è la Marion Dufresne II.

In pieno stile transalpino, ogni stradina, spiazzo, cortile o approdo ha il proprio nome francofono con tanto di cartello.

Nostra signora dei venti

L’edificio più incredibile di Port-aux-Français è sicuramente la cappella di Notre-Dame des Vents (Nostra signora dei venti), realizzata negli anni Cinquanta: il luogo di culto francese più a sud del pianeta. Costruita in cemento con uno stile razionalista, le sue linee essenziali rispettano le proporzioni della sezione aurea. A poche decine di metri, a metà strada tra la cappella e il mare, si trova una famosa statua della Madonna col bambino.
Durante l’anno la cappella ospita talvolta un officiante che celebra la messa con rito cattolico. Un piacevole barlume di spiritualità in un luogo così remoto, quasi un altro pianeta, da sempre visto solo come pezzo di terra da sfruttare.

Nota personale

Pochi esseri umani hanno visto coi loro occhi le Isole della Desolazione. Ma chiunque abbia avuto la fortuna di esplorarle, senza eccezioni, descrive il loro paesaggio senza tempo come malinconico, immobile, sospeso. L’inquietudine crepuscolare dei resoconti di viaggio e la bellezza crudele di quelle foto scattate alla fine del mondo mi riportano alla memoria il famoso quadro di Arnold Böcklin, L’isola dei morti. E pensare che, per quanto sia ostile la nuda roccia di quello scoglio dipinto, l’artista non ha potuto fare a meno di raffigurare alberi e piante. Persino l’isola dei morti dell’immaginario romantico è meno spietata dell’arcipelago del vento..
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Fonti:
Wikipedia (le voci in italiano contengono alcune inesattezze)
Encyclopedia of Earth
Knowledgr (pessimo italiano ma le informazioni sono precise)
Jean-Paul Kauffmann: L’arco delle Kerguelen – Le isole della desolazione
Istituto polare francese
Foto di un utente Flickr
Hughes en terre australe
Le blog de Miss Lexie
Kerguelen-Island.org
Île Kerguelen
Il mistero delle isole Kerguelen
Discover France
Kerguelen Voyages
Sound of Jura – Story of an Auxiliary Powered Windjammer
Henry-E. Bossière – Coupure de presse
Caboose – Diario di viaggio
Exploring Polar Frontiers: A Historical Encyclopedia
L’arco delle Kerguelen. Le isole della desolazione
Greater France: A History of British Overseas Expansion
Mon expérience aux iles Kerguelen
Qualche foto da Panoramio
Bulletin of the American Geographical Society
Guy Penazzi
60e mission aux iles Kerguelen
Sailmithril Voyages
The Kerguelen Hypervolcano
South Antartic & Subantartic Islands
Earth Observatory
Arctic Surf
Kerguelen 2011 by Jerome
Survivalist Boards
Kerguelen – une année sur le seuil du bout du monde
Rivag.es
6 mois au bout du monde
Penguins.cl
Big Think
Genetic Jungle
Austral Ornithology
Institut Polaire Français
The Phora – Kerguelen resources page
Ker45
Kévin aux Îles Kerguelen
In alcuni casi ho trovato discordanze; ovviamente ho preso per buoni i fatti riportati da più fonti.

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