Peter “Pistol Pete” Maravich

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21 Maggio 2012

The best ball-handler of all time was Maravich.

John Havlicek

Eccoci di nuovo con un altro articolo per gli amanti (e non solo) del basket Nba. Oggi, ancora con la collaborazione dei ragazzi del buzzerbeaterblog, vi propongo un personaggio che ha portato il basket ad un livello di spettacolarità che ancora oggi è fonte di ispirazione per molti giovani cestisti: Pete Maravich.

Gli inizi e il college

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Peter Press Maravich, nato in un posto chiamato Aliquippa, dove i più o meno tredici residenti non ne sanno neanche pronunciare il nome, ha cominciato a mangiare pane e basket fin dai 7 anni, quando suo padre, Petar Press Maravich (nome meraviglioso) gli regalò il suo primo Spalding. “Pete si allenava come se fosse posseduto dal Demonio”, raccontò Maravich Sr., “io non gli mettevo neanche un po’ di pressione addosso!”.
Si, storia sicuramente interessante, se non per il fatto che Press Maravich fosse un’allenatore alla Clemson University prima e assistente a North Carolina State University dopo. Occorre rivedere quindi il concetto “Non gli mettevo pressione addosso”, anche perché Pistol, al momento della decisione della carriera universitaria, scelse inizialmente la sua squadra dei sogni, ovvero West Virginia University, salvo poi finire “casualmente” a Lousiana State University. Altrettanto “casualmente”, l’allenatore di Louisiana State University era… Press Maravich.

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Nella NBA

Il salto nei professionisti della NBA fu quantomeno ovvio, e Pistol fu scelto alla numero 3 del primo giro dagli Atlanta Hawks, in un draft che vide scelti anche Dave Cowens, Bob Lanier, Geoff Petrie e Rudy Tomjanovich.
Le doti da realizzatore di Pistol non erano di certo un mistero per il mondo NBA, e ogni dubbio sul suo passaggio nei professionisti fu cancellato da una prima stagione incredibile, dove segnò 23,2 punti di media e infiammò il pubblico di Atlanta con le sue giocate spettacolari. Il suo modo di giocare, però, era in forte contrasto con i due veterani e star della squadra, cioè Lou Hudson e Walt Bellamy, che preferivano rallentare, ragionare ed attaccare a difesa schierata.
Pistol però aveva un carisma incredibile, era un personaggio irresistibile e, soprattutto, su un campo da basket si faceva ascoltare a furia di jumper in fadeaway. Come direbbe l’avvocato Buffa “Arrivato tardi quando distribuivano la timidezza”, infatti giocava con il modestissimo numero 44 di maglia, in onore alla propria media punti al college…

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L’eredità

Adesso per un momento dimenticatevi delle statistiche, dei numeri, dei punti.
Pensate ai no-look di Magic. Pensate ai fadeaway di Bird. Pensate al ball-handling di Isiah Thomas. Pensate all’agonismo e alla creatività di Michael Jordan. Ora riunite tutto. Quasi ogni aspetto del gioco che conosciamo adesso è stato toccato e modificato da Pistol Pete. Aveva tutto quello che si poteva desiderare in un giocatore: astuzia, velocità, due mani da pianista, rapidità di gambe, intelligenza e visione di gioco.
Una sola cosa gli mancò. La fortuna.
La carriera di Pistol si interruppe bruscamente per gli infortuni, ma era chiaro che un futuro da allenatore gli si sarebbe spalancato davanti. Troppa intelligenza cestistica per non essere messa a servizio di una squadra, magari collegiale. Magari LSU, che nel frattempo gli aveva intitolato l’Arena dove giocavano i Tigers e che lo avrebbe accolto a braccia aperte. Idea splendida.
Ma il destino, quel bastardo beffardo, di idea, ne aveva un’altra.
Il 5 gennaio del 1988, mentre faceva una partitella con degli amici in una palestra della California, Pistol si accasciò di colpo a terra. Ogni tentativo di rianimarlo fu vano.
Pistol morì a soli quarant’anni su un campo da basket. Solo pochi secondi prima esclamò “Mi sento alla grande!”. La causa della morte fu sconcertante: a Pistol mancava un’intera arteria coronarica. I dottori definirono la carriera cestistica di Pistol un “miracolo clinico”.
Io non so quanto miracolosa fu la sua carriera, ma resta il fatto che ad oggi rimane uno dei giocatori più incredibili che abbiano mai calcato un parquet. Rivedendo i suoi filmati oggi mi stupisco ancora di come azioni di ormai quarant’anni fa mi facciano ancora esclamare “Non ci credo”.
E quando vedo Rajon Rondo fintare il passaggio dietro la schiena e concludere con un facile lay-up, penso: “Ragazzo mio, quella la faceva Pistol quando dovevi ancora nascere.”

Mi piace sapere che l’ultimo anno di attività di Maravich sia stato anche l’anno in cui due leggende del basket sono sbarcate in Nba, forse proprio a raccogliere l’eredità di Pistol Pete: Earvin “Magic” Johnson e Larry “The Legend” Bird.

Pete Maravich nella Hall of Fame.
Pete Maravich su nba.com.
Post originale su BBB.

[MBLP]: rubrica a cura di @saril e @parano1dz che vi porta nel fantastico mondo del basket!

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lunedì 21 maggio 2012 - 13:01
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