Peter “Pistol Pete” Maravich

9 anni fa

10 minuti

The best ball-handler of all time was Maravich.

John Havlicek

Eccoci di nuovo con un altro articolo per gli amanti (e non solo) del basket Nba. Oggi, ancora con la collaborazione dei ragazzi del buzzerbeaterblog, vi propongo un personaggio che ha portato il basket ad un livello di spettacolarità che ancora oggi è fonte di ispirazione per molti giovani cestisti: Pete Maravich.

Gli inizi e il college

[…]
Peter Press Maravich, nato in un posto chiamato Aliquippa, dove i più o meno tredici residenti non ne sanno neanche pronunciare il nome, ha cominciato a mangiare pane e basket fin dai 7 anni, quando suo padre, Petar Press Maravich (nome meraviglioso) gli regalò il suo primo Spalding. “Pete si allenava come se fosse posseduto dal Demonio”, raccontò Maravich Sr., “io non gli mettevo neanche un po’ di pressione addosso!”.
Si, storia sicuramente interessante, se non per il fatto che Press Maravich fosse un’allenatore alla Clemson University prima e assistente a North Carolina State University dopo. Occorre rivedere quindi il concetto “Non gli mettevo pressione addosso”, anche perché Pistol, al momento della decisione della carriera universitaria, scelse inizialmente la sua squadra dei sogni, ovvero West Virginia University, salvo poi finire “casualmente” a Lousiana State University. Altrettanto “casualmente”, l’allenatore di Louisiana State University era… Press Maravich.

[more]All’epoca, e stiamo parlando del 1966, le regole NCAA obbligavano i Freshman del college a disputare tutto il primo anno accademico nella squadra composta esclusivamente dai Freshman, costringendo Pistol a debuttare in “prima squadra” solo nel suo anno da Sophomore.
La miseria della prima squadra di LSU era tale che il pubblico non rimaneva neanche a guardare la partita vera e propria, preferendo l’esibizione della squadra Freshman, nella quale “Pistol” dava leggermente spettacolo. Leggermente spettacolo si legge così: 43,6 punti e 10,4 rimbalzi a partita.
“Per forza, era nella squadra Freshman, le altre squadre non erano competitive”. Sì, tutto vero, però nel suo anno da sophomore a LSU, Pete Maravich segnò 43,8 punti a partita, ai quali aggiunse i non trascurabili 7,5 rimbalzi e 4 assist. Ripeto, 43,8 punti a partita.
Nella storia del basket, i grandi realizzatori sono una caterva, basti pensare a gente come Dajuan Wagner che segnò 100 punti in una partita liceale, salvo poi finire non so neanche dove, probabilmente a tagliare la legna nei boschi. [Dopo numerosi e importanti problemi di salute è finito a giocare in Polonia nel 2008, adesso non gioca più. NdR] Ma farlo con la continuità e con la “maniera” in cui lo faceva Pistol, non è cosa da tutti, anzi, la peculiarità di Maravich fu proprio nel modo in cui letteralmente dominava la partite.
Tutti sappiamo fare un passaggio dietro la schiena, giusto? Va bene, quasi tutti sappiamo fare un passaggio dietro la schiena, giusto? Nel 1967 non era una cosa così scontata, quindi vedere un bianco di un metro e novanta, gracile a dir poco, fare dei passaggi dietro la schiena a tutto campo, beh posso immaginare lo stupore che poteva scaturire una cosa del genere. Passaggi dietro la schiena, no-look, con l’effetto, passaggi baseball a tutto campo, finte ammorbanti dove il difensore passava sette secondi a capire dove fosse finita la palla, cambi di direzione fulminei, contropiedi conclusi con un passaggio sotto le gambe dell’avversario.
Tutte queste cose, che sono esaltanti ancora adesso, provate ad immaginarle fatte nel 1967.
Mi viene in mente una frase di Glen E. Friedman, storico fotografo della banda di skater scalmanati di Dogtown negli anni’70 che, parlando del mitico Tony Alva disse: “C’è chi racconta che gli aerials li facessero già da anni sulla east-coast. Non lo so, io non ero lì, ma in ogni caso nessuno li faceva come e con lo stile di Tony Alva. Lui fu un pioniere”.
Già, lo stile. Di certo non fu il primo a fare queste cose, basti pensare al giocoliere Bob Cousy, ma il modo in cui le faceva, la naturalezza, diventando un tutt’uno con la palla, spingendo i contropiedi di LSU come un pazzo disperato, quello sì che non si era mai visto. Un nuovo stile di gioco.
Uno stile che cominciò a far parlare di sé. E per i restanti 2 anni a LSU, Pistol continuò ad incantare il pubblico del LSU Assembly Center, migliorando enormemente il record dei Tigers, senza però riuscire a portarli al torneo NCAA.
Le statistiche non fanno un giocatore, ma in questo caso stiamo parlando del “Miglior Giocatore Collegiale” della storia NCAA, premio assegnatogli nel 2005, quindi sono quantomeno da elencare. Pete Maravich finì i suoi anni a LSU con la scandalosa media di 44,2 punti a partita. Ah, senza il tiro da 3 punti signori miei, perché altrimenti sarebbero stati circa 57 punti a partita. Fu eletto chiaramente All-American per i tre anni trascorsi a LSU nella prima squadra e i suoi record di media punti in carriera, media punti annuale e totale punti segnati, ancora resistono dopo trentacinque anni.[/more]

Nella NBA

Il salto nei professionisti della NBA fu quantomeno ovvio, e Pistol fu scelto alla numero 3 del primo giro dagli Atlanta Hawks, in un draft che vide scelti anche Dave Cowens, Bob Lanier, Geoff Petrie e Rudy Tomjanovich.
Le doti da realizzatore di Pistol non erano di certo un mistero per il mondo NBA, e ogni dubbio sul suo passaggio nei professionisti fu cancellato da una prima stagione incredibile, dove segnò 23,2 punti di media e infiammò il pubblico di Atlanta con le sue giocate spettacolari. Il suo modo di giocare, però, era in forte contrasto con i due veterani e star della squadra, cioè Lou Hudson e Walt Bellamy, che preferivano rallentare, ragionare ed attaccare a difesa schierata.
Pistol però aveva un carisma incredibile, era un personaggio irresistibile e, soprattutto, su un campo da basket si faceva ascoltare a furia di jumper in fadeaway. Come direbbe l’avvocato Buffa “Arrivato tardi quando distribuivano la timidezza”, infatti giocava con il modestissimo numero 44 di maglia, in onore alla propria media punti al college…

[more]Già dal terzo anno nella lega gli Hawks gli diedero le chiavi della squadra e misero in piedi lo schema “palla-a-Pistol-noi-stiamo-vicini-magari-ce-la-passa”; schema che si dimostrò certamente spettacolare, ma altrettanto incapace di far vincere la squadra. Gli Hawks raggiunsero i playoff per tre anni di fila, con lo stesso risultato: l’eliminazione al primo turno. Il quarto anno, invece, non videro neanche la postseason.
Pistol sentiva la necessità di cambiare aria e, per combinazione, nell’estate del 1974 fece il suo esordio nella Lega una nuova franchigia, i New Orleans Jazz. L’approdo di Maravich ai Jazz era più che scontato, godendo ancora del supporto del pubblico che lo vide meravigliare a LSU. Come tutte le nuove franchigie che si affacciano nel mondo NBA, i Jazz avevano bisogno di un giocatore elettrizzante, di impatto e che, soprattutto, facesse vendere secchiate di biglietti. Non avrebbero potuto trovare di meglio in Pistol. Dopo due stagioni di assestamento, nel 1976-77 Pistol diede fondo al proprio immenso talento. Guidò la lega tra i realizzatori con 31,1 punti a partita, fu scelto per partecipare all’All Star Game, selezionato per il primo quintetto della Lega e migliorò il record di squadra raggiungendo un decoroso 35 vinte e 47 perse.

In quell’anno Pistol segno più di 40 punti in 13 partite, tra cui un sessantottello ai New York Knicks. In quella partita Pistol si prese letteralmente gioco degli avversari, segnando da ogni posizione, in jumper, cadendo, penetrando la difesa, fintando anche 3 volte prima di tirare. [E lo marcava un certo Walt Frazier, un altro hall of famer. NdR]Finte che facevano saltare anche i telespettatori seduti a casa. Maravich era il miglior giocatore dell’intera NBA e nessuno giocava come lui.
Però.
Sì, c’è sempre un però, perché queste storie, quelle alle quali ci appassioniamo tanto, non hanno mai un risvolto positivo.
Iniziarono a chiamarlo “bello ma perdente”. I critici hanno un nome ed un titolo per tutti, e quelli li puoi ignorare. Ma gli infortuni, quelli no.
Le ginocchia di Pete Maravich iniziarono a scricchiolare nella stagione 1977-78, limitandolo a solamente 50 partite. Il problema di Pistol fu che il suo orgoglio gli impedì di curarsi adeguatamente: lui voleva solamente giocare. Starsene in panchina mentre i suoi compagni correvano per il campo era, parole sue “una vera e propria tortura. In alcuni momenti avrei voluto scendere in campo in borghese. Mi tremavano le mani”.
Il declino atletico di Pistol fu inesorabile. Il talento c’era, le mani pure, ma le gambe non rispondevano più.
Il suo ultimo anno fu il 1979-80, diviso tra Utah e Boston, e fu decisamente triste e senza alcuna lode. Pistol era devastato all’idea di abbandonare il suo sport, che tanto gli aveva dato ed al quale si era dedicato fino allo sfinimento, ma il lieto fine, nella vita reale, non esiste.[/more]

L’eredità

Adesso per un momento dimenticatevi delle statistiche, dei numeri, dei punti.
Pensate ai no-look di Magic. Pensate ai fadeaway di Bird. Pensate al ball-handling di Isiah Thomas. Pensate all’agonismo e alla creatività di Michael Jordan. Ora riunite tutto. Quasi ogni aspetto del gioco che conosciamo adesso è stato toccato e modificato da Pistol Pete. Aveva tutto quello che si poteva desiderare in un giocatore: astuzia, velocità, due mani da pianista, rapidità di gambe, intelligenza e visione di gioco.
Una sola cosa gli mancò. La fortuna.
La carriera di Pistol si interruppe bruscamente per gli infortuni, ma era chiaro che un futuro da allenatore gli si sarebbe spalancato davanti. Troppa intelligenza cestistica per non essere messa a servizio di una squadra, magari collegiale. Magari LSU, che nel frattempo gli aveva intitolato l’Arena dove giocavano i Tigers e che lo avrebbe accolto a braccia aperte. Idea splendida.
Ma il destino, quel bastardo beffardo, di idea, ne aveva un’altra.
Il 5 gennaio del 1988, mentre faceva una partitella con degli amici in una palestra della California, Pistol si accasciò di colpo a terra. Ogni tentativo di rianimarlo fu vano.
Pistol morì a soli quarant’anni su un campo da basket. Solo pochi secondi prima esclamò “Mi sento alla grande!”. La causa della morte fu sconcertante: a Pistol mancava un’intera arteria coronarica. I dottori definirono la carriera cestistica di Pistol un “miracolo clinico”.
Io non so quanto miracolosa fu la sua carriera, ma resta il fatto che ad oggi rimane uno dei giocatori più incredibili che abbiano mai calcato un parquet. Rivedendo i suoi filmati oggi mi stupisco ancora di come azioni di ormai quarant’anni fa mi facciano ancora esclamare “Non ci credo”.
E quando vedo Rajon Rondo fintare il passaggio dietro la schiena e concludere con un facile lay-up, penso: “Ragazzo mio, quella la faceva Pistol quando dovevi ancora nascere.”

Mi piace sapere che l’ultimo anno di attività di Maravich sia stato anche l’anno in cui due leggende del basket sono sbarcate in Nba, forse proprio a raccogliere l’eredità di Pistol Pete: Earvin “Magic” Johnson e Larry “The Legend” Bird.

Pete Maravich nella Hall of Fame.
Pete Maravich su nba.com.
Post originale su BBB.

[MBLP]: rubrica a cura di @saril e @parano1dz che vi porta nel fantastico mondo del basket!

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