SELECT

La mente e il linguaggio

14
8 Gennaio 2012

Dopo i recenti post impegnati, oggi volevo affrontare un argomento più leggero e semiserio: perchè la gente parla?
Non intendete la domanda nell’accezione “perchè certa gente parla e non sta invece zitta che fa più bella figura?” ma bensì come sia possibile che gli esseri umani abbiano sviluppato e riescano a utilizzare un sistema talmente complesso come il linguaggio.
Il post è lungo nonostante abbia cercato di stringere al massimo, sapevatelo prima di iniziare.

Che cosa è il linguaggio

Il linguaggio è una cosa incredibilmente complessa, ci vorrebbe una serie di post a parte solo per spiegarlo a grandi linee, riassumendo all’osso il linguaggio è un sistema che permette di codificare un pensiero, trasmetterlo a un’ascoltatore sotto forma di suoni e infine ridecodificarlo in un pensiero da parte del nostro interlocutore.

Restringendo ulteriormente il campo, con linguaggio intendiamo un sistema finito e discreto di regole e fonemi che permetta la creazione di un infinito numero di espressioni grammaticalmente corrette (questa è la definizione chomskiana di linguaggio ed è ad oggi quella comunemente accettata).

Chiariamo alcuni concetti.
Solo gli esseri umani possiedono un linguaggio, chi la mena di api, cani o delfini non sa di cosa parla, questi animali possiedono forme di comunicazione ma non un linguaggio, non hanno grammatiche in grado di creare nuovi termini ne nuove regole ne capacità di adattarlo all’ambiente che cambia.
Ah neppure le scimmie, nonostante qualcuno dica che si possa insegnare il linguaggio agli scimpanze, non si può.
Il linguaggio è una creazione mirabile mai replicata in natura (benchè ci siano altre creazioni mirabili in altri campi come ad esempio la proposcide dell’elefante) un sistema estremamente complesso, se dovessimo dire una cosa veloce che ci distingue dagli animali è che possediamo il linguaggio (Cartesio ci aveva preso).

Ogni essere umano è programmato per apprendere un linguaggio (o più d’uno) o per crearne uno nuovo entro una specifica finestra di età (tra gli uno e i tre anni circa).

Ogni essere umano, indipendentemente da qualunque altro parametro (sesso, razza, condizioni di nascita, lingua etc.) pensa nello stesso modo di ogni altro essere umano.

Non esistono linguaggi più o meno complessi.
Esistono civiltà che hanno raggiunto livelli tecnologici e culturali molto superiori ad altre ma nessuna società ha mai creato un linguaggio superiore ad un altro (benchè alcune lingue siano più o meno complesse ciò non significa che siano migliori a spiegare il pensiero di altre).

Il Mentalese e la Grammatica Universale

Come accennato ogni essere umano pensa nello stesso modo.
I processi mentali di ciascuno di noi sono identici.
Come siano questi processi mentali però è un altro paio di maniche.
Sappiamo che non pensiamo per immagini come spesso siamo portati a credere, men che meno per simboli o per parole, non sapppiamo ancora bene quale sia lo schema ma in ogni caso usiamo tutti il medesimo sistema per pensare.

La “lingua” usata dal cervello per generare i pensieri è dunque unica ed è chiamata “mentalese”, questa è la lingua dei pensieri.

Ora ecco che sorge il primo problema: il cervello è un sistema iperconnesso a doppia fibra ottica, wi-fi e 4G perennemente attivi, il che significa che la generazione dei pensieri è rapidissima, può fare affidamento su una straordinaria capacità di calcolo e su ruotine affinate in migliaia di anni di evoluzione.
La mente umana non è perfetta, anzi, ma è molto, molto veloce.

A contrario l’apparato fonico di cui disponiamo è un vecchio registratore a bobina, che gratta pure.
L’insieme della trachea, gola, lingua e labbra deve essere in grado di modulare l’aria in suoni e questi suoni devono tradurre il mentalese in qualcos’altro.
Ora l’apparato di riproduzione è di una lentezza esasperante, motivo per cui quando parliamo dobbiamo poter omettere migliaia di informazioni, sicuri che il nostro interlocutore sia in grado di estrapolare ciò che non diciamo in quanto condividiamo le stesse regole.

Mostra Approfondimento ∨

E’ quindi necessario creare un sistema che permetta di tradurre il mentalese e di passarlo agli altri.
Tale sistema deve essere basato su regole condivise, tale sistema di regole prende il nome di grammatica.

La grammatica è l’insieme di regole che dicono cosa si può dire con linguaggio e cosa no, ossia quali combinazioni di fonemi hanno senso e quali no.
Anche le regole che sottendono il linguaggio sono un campo molto complesso (su cui magari vi tedierò un’altra volta), esistono però delle forme che sono comuni a tutti i linguaggi.
I linguisti amano ricercare la grammatica universale, ossia le regole condivise da tutte le lingue, è una teoria ancora molto discussa e incerta (non è detto che esista) esistono però di per certo delle forme riconoscibili, legate alla funzione stessa del linguaggio e pertanto riscontrabili in ogni linguaggio esistente.

Il linguaggio serve fondamentalmente a dire “chi fa cosa a chi”, ossia a identificare un soggetto, un verbo e un oggetto.
Ogni lingua possiede forme che permettono di capire chi è il soggetto, chi è il verbo e chi l’oggetto.
Grazie al cazzo Molto arguto direte voi e invece questa è una rivelazione straordnaria e nemmeno così intuitiva: provate a cercare il soggetto in un programma in C++, oppure i verbo in una suonata per arpa che pure sono entrambe linguaggi.

Gavagai!

Un bell’esempio di come aspetti del linguaggio siano universali nella mente delle persone ci viene portato da Quine, il quale afferma “Immaginate di essere presso una popolazione di indigeni di cui non conoscete la lingua ma vorreste impararla osservandoli.
All’improvviso, mentre siete a caccia, un coniglio scatta fuori da un cespuglio, un indigeno lo indica e grida: Gavagai! Cosa significherà “Gavagai” ?”.
Quine in queso caso stava cercando di dimostrare tutt’altro (una teoria sul vero e sul falso) ma i linguisti usano questo esempio per farci capire che per quanto Gavagai possa indicare qualunque cosa il nostro cervello è portato a pensare che significhi “coniglio” (e quasi certamente ci prenderemmo), magari potrebbe anche essere un nome proprio (guarda è Gavagai il coniglio di Paolo) o generalmente “preda”, anche queste ipotesi potrebbero essere prese in considerazione.
Mentre nessuno considererebbe Gavagai come, ad esempio, “parti ancora da cucinare di coniglio!” o “c’è della coniglità!” o “generatore di impronte di coniglio” o magari “coniglia” (come se dicessi “piove”), benchè siano tutte interpetazioni corrette nessuna lingua le creerebbe mai istintivamente e quindi il nostro cervello le scarta a priori, e fa bene in quanto anche i cervelli degli indigeni le avranno scartate mentre creavano il loro idioma.

Mostra Approfondimento ∨

Come si crea il linguaggio

Veniamo quindi all’ultimo punto della trattazione: come è possibile che un sistema talmente complesso venga semplicemente imparato da bambini e che ognuno di noi lo padroneggi così bene?
Ricordiamoci che il bambino deve apprendere una grammatica condivisa con tutte le sue regole ed eccezioni, imparare a tradurre il mentalese nella sua lingua e tradurre la sua lingua in mentalese nonchè, semplicemente, imparare a emettere suoni e a riconoscerli.
Il linguaggio è un istinto, nel senso che è frutto dell’evoluzione, è una caratteristica così come lo sono gli occhi e il pollice opponibile.
Riuscire a parlare e a capire un altro essere umano è molto probabilmente l’attività più complessa che i nostro cervello è chiamato a fare.
Una conversazione assorbe buona parte del software disponibile ogni volta che ne facciamo uso (buon motivo per non telefonare mentre si guida).
Oltre la finestra di apprendimento è praticamente impossibile imparare una lingua, possiamo sfruttare la memoria per parlare un altro linguaggio ma non lo padroneggeremo mai a livello di un bambino madre lingua di 8-10 anni, inoltre, con il tempo, dimenticheremo le lingue studiate, mentre non dimenticheremo mai la nostra madre-lingua.
Esperimenti fatti su ragazzini che sono stati segregati in condizioni sociali disagiate (ad esempio chiusi in cantine o in soffitte da soli durante l’infanzia) hanno dimostrato che queste persone non sono in grado di apprendere alcun linguaggio ma solo di “scimmiottarlo” come facciamo noi quando impariamo una seconda lingua, quando la finestra si chiude, la possibilità di apprendere è terminata.

Nonostante ciò non ci stupiamo più di tanto se un bimbo inizia a parlare, dovremo stupirci del perchè non guidi una macchina invece, attività incredibilmente più semplice!
Il fatto che da piccoli autonomamente impariamo o creiamo un linguaggio per comunicare con i nostri simili è quindi indipendente dall’ambiente ma è un tratto sviluppato istintivamente.
Tra gli uno e i tre anni il cervello del bambino cresce a dismisura, arriva ad avere una rete neuronale che è circa il 150% di quella di un adulto, questo è l’hardware aggiuntivo su cui far girare le routine di apprendimento del linguaggio.
Dopo questa età lentamente la massa in eccesso si riduce fino a che a 18 anni circa abbiamo lo stesso cervello che ci terremo per tutta la vita.

Mostra Approfondimento ∨

Esiste quindi un gene della grammatica?
In realtà no, o meglio, non si sa per certo, di sicuro esistono geni che si attivano per creare particolari reti neuronali adatte allo scopo e tali geni iniziano a funzionare in un periodo ben delimitato, abbastanza tardi perchè il sistema di ricezione (orecchie) e produzione dei suoni sia completato e presto abbastanza per godere di tale vantaggio il più a lungo possibile.
Creano parti di cervello che “si aspettano” un linguaggio, sono pronte a impararne le regole.
L’evoluzione, come sappiamo, procede a piccoli passi, il linguaggio stesso si deve essere sviluppato poco alla volta, da forme più rozze a forme meno rozze.
Una domanda spesso posta è “ma allora il primo ominide con il linguaggio, con chi parlava?” è un obiezione sensata, in quanto il linguaggio è un attività sociale.
La risposta più ovvia è: con il 50% dei fratelli che condividevano quel gene, ma la verità è che “parlava” (nell’accezione che “si faceva capire”) anche dagli altri membri della sua razza che magari non avevano l’hardware di ultima uscita ma una versione precedente, magari costoro dovevano usare tutte le loro risorse mentali per afferrare il senso di cosa stava dicendo il loro compagno ma riuscivano comunque a estrapolarlo (un po’ come noi se prendiamo un giornale francese con una bella figura e riconosciamo qualche parola simile all’italiano nel testo possiamo capire a grandi linee di cosa si parla).

Le forme intermedie sono andate perse durante la storia eppure si ipotizza che esse fossero una serie di proto-linguaggi via via più complessi (questa è l’ipotesi di Bickerton oggi comunemente accettata).
I proto-linguaggi sono linguaggi più semplici, con meno regole e minor capacità espressiva, Bickerton e altri linguisti ne individuano diversi anche ai giorni nostri: il pidgin, il creolo, il linguaggio dei segni insegnato agli scimpanzè, il balbettio dei bambini a 2 anni o la parlata dei turisti in paesi stranieri per fare alcuni esempi.
Sopratutto i vari pidgin hanno attirato le attenzioni dei linguisti evolutivi, il pidgin è un linguaggio che si forma quando esseri umani di lingue diverse sono costretti a vivere assieme e a collaborare.
Un ottimo esempio di pidgin è quello sviluppato dagli schiavi negri durante le traversate atlantiche, ma ce ne sono di molti altri tipi.
I pidgin usano strutture poco complesse e regole grammaticali molto labili, una scelta di parole limitata e hanno una scarsa capacità di trasmettere pensieri sopratutto se complessi.
La vera scoperta è avvenuta osservando i figli di genitori che parlavano pidgin, dopo una generazione il proto-linguaggio viene affinato dai bambini che impongono, autonomamente, regole grammaticali più rigide, una scelta più ricca di vocaboli e la capacità di trasmettere concetti complessi creando di fatto dei linguaggi veri.
Questo è più o meno quello che deve essere successo durante l’evoluzione, considerando che insieme si sviluppavano anche reti neuronali capaci di supportare l’incremento di complessità del linguaggio e quindi necessitando di tempi evolutivi molto lunghi.

Infine, perchè parliamo?
Perchè è un vantaggio evolutivo enorme, ha permesso di indicare fonti di cibo, di avvisare di eventuali pericoli, di cercare partner adatti ma sopratutto di scambiare informazioni e di organizzarsi.
In un bell’esempio Pinker ci dice “a due bambini viene detto di non andare al fiume, ma loro ci vanno, si bagnano nell’acqua fredda e vengono puniti dai genitori, il giorno dopo gli viene detto di non camminare tra i rovi, ma loro ci vanno e vengono puniti, il terzo giorno viene detto loro di non infastidire la tigre, uno dei due capisce che se lo farà sarà punito, l’altro no.
I geni di chi ha compreso l’informazione “divieto uguale non fare”, passeranno alle generazioni successive”.

Spero di aver dato una panoramica su questo mondo, almeno per me affascinante.
E ora alcune chicche per bullarvi con gli amici e se l’articolo vi è piaciuto fatemelo sapere!

Mostra Approfondimento ∨

Fonti:
Pinker – L’istinto del linguaggio
Appunti di linguistica (ovviamente non miei, quella roba la lascio agli hippie)
Wikipedia

Aree Tematiche
Natura Select Storia
Tag
domenica 8 Gennaio 2012 - 11:58
Edit
LN Panic Mode - Premi "P" per tornare a Lega Nerd