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Robert Smith ed i The Cure

Parlare dei The Cure vuol dire parlare di Musica. Amati, odiati, a volte derisi, questo gruppo Darkwave (ma non solo) ha avuto, nel corso degli anni, una lineup varia e “movimentata” che orbitava però, intorno al leader indiscusso del gruppo: Robert Smith.

Robert nasce a Blackpool, il 21 aprile 1959, influenzato dalla letteratura decadente, scrive poesie e testi sin da adolescente, le sue aspettative di vita sono talmente tanto nichilistiche che egli stesso annunciò diverse volte l’intenzione di suicidarsi raggiunta l’età di 25 anni, se così fosse stato, oggi non avremmo la fortuna di ascoltare canzoni come:

… Il che, qualsiasi cosa ne pensiate a riguardo, sarebbe un vero peccato!

Il primo gruppo fondato da Robert Smith, porta il nome di The Obelisk, gruppetto amatoriale di pochissime pretese presto tramutatosi in Malice, gruppetto ancor più amatoriale, ma importante per la storia artistica del gruppo per due motivi: il primo è l’arrivo del batterista Laurence Lol Tolhurst e del chitarrista Porl Thompson (che rimarrà per pochissimo tempo); il secondo è l’immane figuraccia fatta sul palco dai Malice, talmente erano cani che ben decisero di cambiare nome in Easy cure, divennero definitivamente i The Cure quando Porl abbandonò il progetto (per poi rientrare nel 1983).

Il primo singolo registrato risale al 1978 e porta il titolo di Killing an Arab in omaggio al romanzo L’étranger di Albert Camus, un anno dopo vede la luce il primo vero album dei The Cure: Three Imaginary Boys, seguito dal loro secondo singolo: la fantastica Boys don’t cry:

So I try to laugh about it/ Cover it all up with lies/ I try to laugh about it/ Hiding the tears in my eyes/ Because boys don’t cry

Il ritornello triste e malinconico, fuso con una chitarrina allegra e spensierata, immolano il brano a vera e propria pietra miliare del gruppo.

L’attività live del gruppo si intensifica, suonano come gruppo spalla per i The Police, i Generation X ma sopratutto aprono sempre più live dei Siouxsie and The Banshees; il legame tra i due gruppi divenne talmente forte che Robert Smith per un buon periodo di tempo fu inserito nella lineup come chitarrista.

Le tonalità postpunk di Boys don’t cry lasciano presto il passo a quelle più cupe ed oniriche dei due album successivi: Seventeen Seconds e Faith; per poi esplodere virulentemente nel primo capitolo di quella che è stata definita dallo stesso Robert Smith “trilogia gotica”, ovvero il loro quarto album: Pornography.

Pornography è un album segnato dal nichilismo e dalla tristezza, un oscuro inno alla distruzione sin dalla prima strofa della prima canzone: “it doesn’t matter if we all die”.

Il disco doveva essere l’ultimo, Robert era deciso a sciogliere il gruppo sia per l’abuso di droghe e alcol, sia per l’abbandono si Simon Gallup al basso, fu solo grazie a Chris Parry, manager della Fiction Record (casa discografica che produsse quasi tutti gli album dei The Cure), che il gruppo riuscì ad uscire dal buio pozzo del dark con il 45 giri Japanese Whispers, una raccolta di B-sides decisamente più allegri, spensierati e pop.

Risvegliatisi dall’incubo di Pornography, i The Cure virano su lidi molto più commerciali con gli album The Head on the Door, The Top e Kiss Me Kiss Me Kiss Me.

E’ il 1989 e chiusa la parentesi commerciale (per ora), i The cure sono pronti a partorire il secondo capitolo dell’oscura trilogia: Disintegration. L’album e il tour che ne consegue sono un successo, con Disintegration la band si affaccia timidamente anche in Italia, rimanendo per qualche settimana in classifica alla settima posizione, a Londra invece, riescono a registrare il tutto esaurito per tutte e tre le serate che li vedevano protagonisti al famoso stadio di Wembley.

Dopo il successo di Disintegration, il gruppo si ferma per un paio d’anni per, poi tornare con Wish, album decisamente più leggero, ma di forte impatto emotivo, impatto emotivo andato totalmente a puttane con l’album più brutto della carriera di Robert & Co. : quel Wild Mood Swings che può essere salvato solo per “Treasure” (e “Want” ma sono gusti personali), brano ispirato alla poesia Remember di Christina Rossetti… personalmente, quando vidi i Cure al festivalbar bestemmiai, con tanti capolavori, proprio quella schifezza di Mint car?

Fortunatamente quella di W.M.S. fu solo un brutta esperienza e rinsaviti, i The Cure decidono di mettere in cantiere la terza ed ultima parte della trilogia gotica: Bloodflowers, album che riprende in modo decisamente più maturo il darkwave così caro ai fans della prima ora, un triste ritorno alle origini che lascia trapelare quel languore e quella malinconia tipica della band.

Questo album (ma non solo questo) doveva chiudere per sempre l’esperienza di Robert Smith ed i suoi The Cure, in realtà chiuse solo la lunga avventura con la Fiction Records. Fortunatamente (o sfortunatamente) il 2004 vide l’uscita di The Cure per l’etichetta Geffen. I fan sfegatati (io) non credono che questo album possa essere definito “100% The Cure”, infatti per la prima volta Robert Smith non produce interamente l’album (eh già! Tutti gli album dei The Cure, compreso W.M.S., forono interamente prodotti da Robert in persona), ma affida parte di esso a Ross Robinson, il quale ne capisce un sacco di Nu Metal ed affini (Slipknot, KoЯn, Muse per fare alcuni nomi) ma non molto di darkwave/postpunk. In definitiva l’album non è malaccio, (malaccio è stato W.M.S.) anzi, in Italia raggiunse addirittura la seconda posizione! Alcuni brani sono veramente lodevoli, ma diciamo addio una volta per tutte ai riffettini tipici della band.

4:13 Dream è il loro tredicesimo album uscito nel 2008. L’album è stato preceduto da 4 singoli usciti ogni 13 del mese da maggio ad agosto (l’album doveva uscire il 13 settembre… alla faccia della triscaidecafobia ) peccato che l’album uscì il 27 ottobre (potevano aspettare il 31, sarebbe stato molto più d’impatto).

La lineup dei The Cure è decisamente martoriata, i vari componenti sono entrati ed usciti dalla band decine di volte e sarebbe per me impossibile scrivere tutti i vari allontanamenti e ritorni, per questo rubo paroparo la formazione da Wikipedia e la posto qui in basso:

In 33 anni di successi (eccetto W.M.S.) ce ne sono di curiosità da raccontare, la principale e più evidente è che fondamentalmente Robert Smith è un cazzaro (o un furbone), durante la carriera ha detto che “questo è l’ultimo album dei The Cure” almeno sei volte. Per quanto riguarda la trilogia gotica invece, alcuni escludono Bloodflowers ed aggiungono Faith, fu lo stesso Robert a dissipare ogni dubbio con Trilogy un live contenente tutti i brani di tutti e tre i dischi.
I The Cure sono una grande famiglia! Janet Smith è sposata con Porl Thompson che ha una sorella di nome Carol che è (o meglio era) sposata con Simon Gallup, tutti i disegni dell’album The Cure sono stati realizzati dai 25 nipoti di Robert Smith.

Nel 1991, dopo l’ennesimo litigio, Lol fece causa a Robert per controversie legate all’usufrutto del nome della band, la causa venne vinta da Robert e solo 9 anni dopo i due fecero pace.

Per quanto riguarda le curiosità musicali invece, quattro sono li curiosità più importanti: il brano So What? è stato scritto da un Robert Smith completamente andato che altro non fa che leggere un volantino su un set per preparare dolci. Se avete assistito ad una performance live del gruppo, sappiate che i brani A Forest e Faith contengono una coda quasi sempre improvvisata, lo stesso brano ascoltato a Roma o a Londra, si conclude in modo diverso. In più, esiste anche una ghostsong mai uscita su album ma facilmente reperibile in bootleg dal titolo Forever; la canzone ha una durata variabile e l’intero testo è improvvisato, è possibile riconoscere questa canzone dalla strofa “All I have to do is kill her”, la versione più lunga è di 12 minuti ed è possibile ascoltarla comprando il bootleg “Ultra rare sound trax”. Per festeggiare halloween di qualche anno fa, la Lush (produttrice di saponi ed affini) mise in commercio il “Goth Juice” un gel che, recitava la confezione, era creato con le lacrime di Robert Smith. Sempre per rimanere in tema di capelli, credo che sia evidente a tutti come la capigliatura del cantante abbia da sempre ispirato e contaminato il cinema e i fumetti, da Edward Mani di Forbice ad Eric Draven, fino al più recente Cheyenne, protagonista di This must be the place. Inutile è ricordare la puntata di South Park dove un Mecharobert salva i protagonisti dalla ben più spaventosa Mechabarbra streisand.

Spero che il post non sia troppo lungo, riassumere 33 anni di musica in poche righe è un compito ingrato, chiedo scusa anche se ho dimenticato qualche importante passaggio per la comprensione della band… sarò lieto di editarlo se porterete a galla qualche lacuna o incongruenza.

Per chiudere veramente in bellezza, aggiungo il link di Play Out, tributo della Fiction Records ai The Cure e nell’apprifondimento e la seconda parte di Trilogy, quella dedicata interamente a Disintegration.

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domenica 23 ottobre 2011 - 5:48
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