RECENSIONE

Dream Theater – A Dramatic Turn Of Events

9
24 Settembre 2011


Some of us chose to live gracefully
Some can get caught in the maze
And lose their way home
This is the life we belong to
Our gift divine

This Is The Life – Dream Theater

Introduzione


Me la rischio, si.
Mi butto in una recensione che potrebbe quasi guadagnarsi l’etichetta del flame, non perché inciti a chissà cosa, semplicemente ogni disco dei Dream Theater scatena sempre un putiferio, nel bene e nel male.
E con l’abbandono del mostruoso batterista e fondatore del gruppo, Mike Portnoy, in troppi si sono messi a pensare cosa avrebbero tirato fuori da un nuovo disco, prima ancora di sapere chi avrebbe sostituito un elemento tale, soprattutto dopo lo spazio che si era guadagnato negli ultimi anni della band facendo da produttore e tante altre mansioni.
E dopo un periodo di audizioni ( riassunto nel documentario The Spirit Carries On ), i Dream Theater accolgono nelle loro fila Mike Mangini, in precedenza batterista per Annihilator, Steve Vai, Extreme, oltre che professore del Berklee College Of Music, praticamente il luogo di nascita del gruppo stesso.
Ed ora il banco di prova: il disco si chiama A Dramatic Turn Of Events, nove tracce per 75 minuti di musica.
Il disco è uscito il 13 Settembre, ma l’intero album gira su Internet da più di una settimana e quindi ho colto l’occasione e l’ho ascoltato, traendo molti giudizi dopo diverse sessioni d’ascolto, perché c’è tanto da dire e da decifrare in questo undicesimo album del gruppo.
Inizierò con il parlare delle tracce singolarmente, perché parlarne in maniera generica mi farebbe scrivere un papiro difficilmente pubblicabile e comprensibile, per poi esprimere considerazioni personali e al resto i commenti la faranno da padrone.

Track-by-Track

1. On The Back Of Angels [8:46]
La prima traccia dell’album e primo singolo, pubblicato ormai da mesi e quindi già noto ai più: è il classico pezzo made in DT, senza infamia e senza lode.
Quando lo sentii le prime volte rimasi parecchio preoccupato, forse anche prevenuto dopo gli ultimi album che, a mio parere, risultano decisamente mediocri e solo con poche tracce rilevanti: ascoltando il pezzo quindi cominciai a pensare che tutto l’album avrebbe seguito i soliti canoni del gruppo, con annessa smerigliatura di prostata a fine ascolto.
Comprendendo l’integrità dell’opera viene leggermente rivalutato, una sorta di apripista per far sentire a chi non li conosce com’è il gruppo di base, mentre chi li conosce prenderà il brano come un memorandum da strappare man mano che il disco avanza.

2. Build Me Up, Break me Down [6:59]
Questa seconda traccia so già che dividerà completamente le fazioni: l’inizio quasi plagiato dai Linkin Park dei vecchi tempi ( come anche buona parte del pezzo ) porta ad un’apertura molto pesante con powerchord dropped, in una strofa sempre molto elettronica, finendo su un ritornello a mio parere evocativo, ben ragionato, per quanto LaBrie non sia più il ghepardo di una volta, mentre Rudess si impegna parecchio a creare un muro sonoro d’impatto, insieme alla stessa influenza elettronica quanto mai inaspettata.
Una canzone nel complesso quasi industrial, nuova deriva del gruppo che però ho apprezzato molto, forse anche a causa di un testo che mi ha colpito, semplice ma efficace nel suo messaggio.

3. Lost Not Forgotten [10:11]
Il brano si apre con un piano molto delicato che mi ricorda molto gli ultimi Muse, per poi far entrare il gruppo con stacchi epici ad effetto, per confluire poi nella ritmica del duo Mangini-Myung a fare da sfondo ai riff indiavolati di Petrucci, un intermezzo folle come marchio del gruppo, tanto per ricordarci che sono proprio i Dream Theater e non chissà cosa, finendo su una strofa sempre molto oscura, come ai tempi di Train Of Thoughts.
Il tutto per buona parte della canzone, fino ad arrivare ad uno strumentale che richiama quello sopracitato per finire sugli assoli di Petrucci e Rudess ed il ritornello finale.
Un bel pezzo, i metallari apprezzeranno la ritmica molto cadenzata, per quanto la sessione ritmica prende molte libertà in merito dando profondità, freschezza che, vista la durata della canzone, era essenziale.

4. This Is The Life [6:57]
Prima canzone lenta del disco, introdotta da un arpeggio di chitarra ed il tema portante del brano, per poi lasciare spazio ad un piano intimo, assistito da archi pieni di pathos soprattutto nel ritornello. Grande espressività da tutto il gruppo ed un bridge che mi da la pelle d’oca, forse non originalissimo, ma perfetto per l’atmosfera della canzone, un assolo di Petrucci molto accattivante come quello che si può ascoltare già su The Best Of Times e canzoni simili.
A me questo brano è piaciuto molto, non lo nascondo, è un ottimo stacco visto nell’insieme ed ha decisamente il suo perché.

5. Bridges In The Sky [11:01]
Servono un monaco tibetano e un coro elettronico per introdurre il pezzo centrale dell’album, che si apre con un riff come sempre molto violento a corde aperte di Petrucci, con un andamento sempre molto scandito ed una ritmica secca che accompagna le divisioni della battuta come un treno in corsa, arrivando ad un ritornello imponente, con un bel muro sonoro di tastiera ed un intermezzo tipico di chitarra e tastiera, con della a tonnellate e pezzi di puro tecnicismo compositivo.
Forse la lunghezza eccessiva rischia di annoiare, ma la canzone è apprezzabilissima.

6. Outcry [11:24]
La quiete prima della tempesta, nei primi minuti della sesta traccia, che si apre e confluisce in un’interferenza elettronica che permane per tutta la canzone. Mi ha dato quasi l’idea di un pezzo power ( non prendetemi alla lettera però), ma la cosa migliore è il lungo intermezzo strumentale, forse il più complesso del disco, interessantissimo, per quanto pregiudica l’intera struttura del brano.

7. Far From Heaven [3.56]
Una ballata malinconica, dove gli unici protagonisti sono la voce di LaBrie, su toni medio/alti, carica di espressività, contornata dalla maestria di Rudess al pianoforte, una cosa secondo me troppo rara quanto meritevole di essere ascoltata. Potrebbe risultare fine a se stessa, ma regge benissimo l’impatto del disco, soprattutto visto il suo posizionamento, che precede la vera perla di questo lavoro.

8. Breaking All Illusions [12:25]
Niente nitro elaborati stavolta, un’entrata in scena molto decisa come nei vecchi album del gruppo (a me ha ricordato molto Learning To Live), una strofa ovattata, con il basso di Myung orgasmico, per passare a ritornello e grandiosi passaggi strumentali fatti di tempi dispari, cambi di velocità, ma soprattutto progressive, quello bello, quello che ti fa assaporare ogni minuto che scorre mentre nella tua mente la fusione di emozioni arriva a farti disprezzare anche il migliore dei tuoi orgasmi. Il vero pezzone del disco, favoloso, una roba che ce la aspettavamo da sei anni.

9. Beneath The Surface [5:26]
Una novella Through Her Eyes mi viene da dire, di sicuro un pezzo perfetto per concludere questo album. Atmosfere soft di archi e chitarra acustica, anche se a volte pare quasi un pezzo punk pop di quelli che dicono si, facciamo i caciaroni però abbiamo un cuore spugnoso e intriso d’amore.
Discutibile l’assolo di synth di Rudess, ma tutto sommato è una conclusione gradevole, peccato che quando LaBrie prova ad andare alto si avverte tutta la fatica del caso. E poi via, disco finito, tutti a casa.

Considerazioni personali

La mia opinione sui Dream Theater è di grande rispetto: sono un gruppo tecnicamente eccelso, hanno realizzato dischi di una magnificenza unica, non solo dal punto di vista compositivo ma anche a livello di emozioni, una cosa fondamentale per un musicista davvero talentuoso. Ed è indubbio che si siano persi decisamente per strada negli ultimi album, partendo da Octavarium fino a Black Clouds And silver Linings, passando per il baratro di Systematic Chaos, un titolo che da solo spiega il contenuto dell’album e lasciava al gruppo la possibilità di una risalita abbastanza semplice, quanto una discesa ancora più profonda nella nefandezza musicale.
Il punto è che il disco è molto buono per me: sarà per il fatto che Portnoy aveva in mano gran parte dell’organizzazione e quindi, una volta fuori lui, c’è voluto molto più lavoro di composizione non solo da Petrucci ma da tutto il gruppo, in particolare Rudess che più di tutti si impone nell’ensemble anche da protagonista, senza lavorare come chitarrista-ombra, per non parlare poi del ritorno alla composizione massiccia di John Myung.
Anche i testi sono molto belli, tutti incentrati su cambiamenti della vita, da qui il titolo dell’album.
E poi c’è il discorso Mangini: va detto come premessa e doverosa precisazione che quest’ultimo non ha preso parte alle registrazioni del disco in prima persona, bensì si è limitato a incidere le pelli direttamente sui pezzi già fatti e suonati, seguendo come linea guida una batteria programmata e aggiungendo giusto qualche rifinitura con pochi margini di libertà. Detto questo il lavoro di Mangini è eccellente, per quanto il cambio di batterista è lampante sin dai primi minuti d’ascolto, ma è comunque uno che sa decisamente fare il suo lavoro e si sente. Per godere di una sua prestazione al 100% purtroppo toccherà aspettare il prossimo disco, ma non è un azzardo dire che l’eredità di Portnoy sta in buonissime mani (e piedi).
In finale sono rimasto particolarmente soddisfatto da questo lavoro e, se dovessi dare un voto numerico in decimi oserei dire anche 8, sulla fiducia, sperando che questa ondata di freschezza possa rivelarsi ancora più produttiva di quanto già non lo sia stato in questo disco, che consiglio di ascoltare diverse volte, perché comprenderlo al primo ascolto è impossibile.
Questo è quanto, vi lascio commentare!

Fonti: qui, quo e qua e pure qua

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sabato 24 Settembre 2011 - 20:38
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