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	<title> &#187; CoolStoryBro</title>
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	<description>Socialblog scritto da nerd.</description>
	<lastBuildDate>Tue, 18 Jun 2013 17:30:41 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Trilogia degli Ultimi Uomini: Cenere 10/10</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Jun 2013 22:01:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>federico</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>47 L’ultima volta che Nikolaj aveva avuto una donna ai suoi piedi, si trovava nella sua stanza, in compagnia di un visore di simulazione e una spugna imbevuta di lozione miracolistica. Doveva però ammettere che Izabel aveva molta più classe dell’attrice che si era immolata per lui nei lunghi momenti di solitudine sulla Colonia. Persino [...]</p><p><p style="padding:5px;background:#ddd;border:1px solid #ccc;clear:both;margin-bottom:10px;">
<a href="http://leganerd.com/2013/06/17/trilogia-degli-ultimi-uomini-cenere-1010/">Trilogia degli Ultimi Uomini: Cenere 10/10</a> è stato pubblicato per la prima volta su <a href="http://leganerd.com"></a>.<br>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-large wp-image-195718" alt="luna morsicata" src="http://cdn4.leganerd.com/wp-content/uploads/2013/04/luna-morsicata-759x455.jpg" width="591" height="354" /></p>
<p align="center">47</p>
<p><span style="font-size: 1em;">L’ultima volta che Nikolaj aveva avuto una donna ai suoi piedi, si trovava nella sua stanza, in compagnia di un visore di simulazione e una spugna imbevuta di lozione miracolistica. Doveva però ammettere che Izabel aveva molta più classe dell’attrice che si era immolata per lui nei lunghi momenti di solitudine sulla Colonia. Persino ora, esaminando il gonfiore del suo ginocchio con occhio critico, emanava una fragranza principesca, forse per via dei lunghi capelli ramati, o forse per la morbidezza carnale delle sue proporzioni, leggendarie agli occhi di Nikolaj.</span></p>
<p>Era tra i pochi uomini che sapevano celare l’apprezzamento estetico dietro il puro terrore; non era mai stato in grado di confrontarsi con un viso di donna, nemmeno uno alla sua portata. Izabel era apparsa sulla banchina della fermata come una visione celestiale; non c’era da stupirsi se ora Nikolaj sembrava sul punto di morire ghigliottinato.</p>
<p>“Abbiamo un Cuor di Leone.” Alzò gli occhi e gli sorrise. Nikolaj era seduto sul ciglio di un lettino da visita ospedaliero; la stanza era ampia e circolare, illuminata da solo un paio delle decine di faretti che sormontavano le sessioni operatorie, e sembrava dotata di tutto il necessario per un’équipe chirurgica della massima eccellenza. Iz era piegata sulle gambe e tastava delicatamente il ginocchio gonfio di Nikolaj, in fase apoplettica, con l’espressione irrigidita di chi è in preda al dolore. Qualcosa venne mosso tra i suoi legamenti e due grosse lacrime per occhio nacquero copiose.</p>
<p>“Sembra solo una brutta distorsione” disse Izabel alzandosi in piedi. “Un mese di riposo e camminerai meglio di prima.”</p>
<p>Si diresse verso un armadietto ed estrasse una bustina bianca di polvere che fece sciogliere in acqua; assunse un colore violaceo poco invitante.</p>
<p>“Antidolorifico” disse porgendogli il bicchiere. “Dovremo estrarre un po’ di liquido per accelerare la guarigione.”</p>
<p>Nikolaj aggrottò le sopracciglia per qualche istante prima di capire. “Dal ginocchio?” Inghiottì una sorsata d’acqua facendo troppo rumore.</p>
<p>Lei annuì. “Stai tranquillo. Filippo ha una mano santa, non sentirai nulla.”</p>
<p>“Filippo è un medico?” La nausea iniziò a dominare il suo stomaco.</p>
<p>“Non proprio” rispose lei. “Ma se la cosa può aiutarti, diciamo che è un talento naturale.”</p>
<p>Nikolaj rimase in silenzio per qualche minuto mentre Izabel prelevava campioni di medicinali e li posizionava in ordine su un vassoio d’acciaio. Osservandole di sottecchi le forme, Nikolaj si rese conto di quanto fosse vestita leggera e di come la temperatura sotterranea fosse decisamente mite rispetto al gelo che avevano patito in superficie. Indossava un paio di pantaloni di cotone color panna e una magliettina marrone che le si increspava magnificamente tra i seni. Taglia senza pretese, ma decisamente di suo gusto.</p>
<p>“Tu non parli molto, vero?” chiese lei ancora di spalle. Nikolaj venne colto alla sprovvista e distolse subito lo sguardo, come se lei potesse sentire i suoi occhi a fior di pelle.</p>
<p>“Io?” chiese sfregandosi le mani sulle cosce. “No… non proprio. Non mi sento molto a mio agio…” …<i>con le donne</i>, avrebbe dovuto continuare.</p>
<p>“È un peccato” disse Iz. “Sembri un uomo interessante.” Nikolaj non ebbe più controllo sul suo volto. Fortunatamente Izabel si sarebbe voltata solo quando la sua espressione inebetita si era già smorzata in “sofferente”.</p>
<p>“Io, beh… Non ho molti contatti con altre persone. Il mio lavoro… non lo prevede.”</p>
<p>“Di che lavoro si tratta?”</p>
<p>“Oh… Sono una specie di programmatore per la Colonia.”</p>
<p>“Ne so quanto prima, Nikolaj.”</p>
<p>“Vero. Io, beh… intervengo quando ci sono guasti nei sistemi informatici che regolano i cicli di iterazione geofisica della Colonia…”</p>
<p>Izabel voltò la testa e rimase ad osservarlo in silenzio senza bisogno di commentare. Si voltò di nuovo e tornò a riempire il vassoio con un vasetto colmo di una soluzione cremosa dalla tonalità giallastra.</p>
<p>“Ad esempio” s’affrettò a dire Nikolaj, “controllo i valori di fotosintesi delle piante…”</p>
<p>“Oh…”</p>
<p>“…e l’alternanza di luce diurna alle fasi notturne…”</p>
<p>“Quindi” lo interruppe Izabel, “sostanzialmente riproduci gli effetti della rotazione terrestre sul clima della Colonia.”</p>
<p>“In parte&#8230; Sì.”</p>
<p>“Carino…” commentò lei voltandosi con il vassoio tra le mani. “Vedi? Fai un lavoro interessante. E poi i tuoi occhi…”</p>
<p>“I miei occhi?”</p>
<p>“Hanno un colore antichissimo quanto il ghiaccio. Sono bellissimi.”</p>
<p>“Davvero?” Sentì una vampata che gli colorava istantaneamente il viso. Si sarebbe fiondato volentieri in qualche nascondiglio in attesa che il sangue smettesse di ribollirgli nel collo. “Grazie… anche i tuoi, però… Belli, davvero belli. Io…” Scosse la testa interrompendo il balbettio, sostenendosi la fronte sudata con una mano. “Scusa.”</p>
<p>“I complimenti sono il tuo forte…” disse lei con un sorriso.</p>
<p>“Direi di no” Nikolaj riuscì finalmente a guardarla negli occhi più rilassato. Il seguito sarebbe andato certamente meglio se non avesse dato anche un’occhiata al contenuto del vassoio, dove otto piccole siringhe trasparenti e alcuni flaconi di crema vi erano stati disposti ordinatamente. Nikolaj ebbe solo la forza di indicarli. “Perché?” riuscì a dire.</p>
<p>“Ed io che pensavo d’averti visto terrorizzato” scherzò lei.</p>
<p>“Sono tutte per me?”</p>
<p>“Si, ma non solo. Sono iniezioni cicliche che devono fare tutti gli abitanti della Foce. È una sostanza inibitoria per le ghiandole sudoripare del nostro corpo.”</p>
<p>“Oh…” Nikolaj ricordava l’avvertimento di Alma durante la loro fuga dalle macchine volanti.</p>
<p>“Il loro olfatto” continuò Izabel indicando la superficie con il mento, “è sensibilissimo alle nostre secrezioni. Riusciamo a schermare la Foce ai loro sonar, ma riusciamo a farlo solo tenendo sotto controllo il nostro sudore. Se non lo facessimo, le macchine sentirebbero puzza di stalla a un centinaio di chilometri di distanza.”</p>
<p>“Non posso usare la polvere marrone?”</p>
<p>Lei sorrise, come se avesse di fronte un paziente bambino. “Non è la stessa cosa, Nikolaj.”</p>
<p>“D’accordo” disse lui, con un sospiro. “Ok, d’accordo.”</p>
<p>“Dovresti denudarti, per favore” continuò Izabel. Lui provò una fitta di vergogna nel petto e chiuse gli occhi per poco più di due secondi, sull’orlo di nuove lacrime. “Inizierò con le ghiandole ascellari e quelle inguinali. Ma non preoccuparti, non sentirai nulla. Sarai anestetizzato localmente.”</p>
<p>Nikolaj dovette formare un’espressione tanto penosa da smuovere in lei una sorta di corda materna che la commosse.</p>
<p>“Nikolaj… sono una infermiera.” Si voltò e iniziò ad ispezionare una vetrina colma di strumenti chirurgici, inaspettatamente in disordine. “Chiamami quando hai fatto.”</p>
<p>Nikolaj si tolse i vestiti il più in fretta possibile, di nuovo con l’espressione di un condannato al patibolo. Si sentì letteralmente una merda, non c’era altra espressione che dettasse meglio i suoi sentimenti. Guardò il suo corpo nudo, grosso e flaccido e provò una commiserazione così dolorosa da mozzargli il respiro, la stessa con cui avrebbe tanto voluto osservare qualcun altro, un amico da accudire magari, o un nemico da canzonare. L’avrebbe fatto sentire così dannatamente meglio…</p>
<p><i>È un bene</i>, si disse. <i>È il miglior bene che mi sia capitato</i>, ripeteva mentre si scopriva le piccole vergogne che avevano trovato rifugio nella sua cute in eccesso sin da adolescente. Si sdraiò supino e guardò i due faretti luminosi sopra di sé coprendosi il pube con entrambe le mani.</p>
<p><i>Avrei dovuto dirle che sono un formidabile scassinatore</i>, pensò prima di richiamarla al suo dovere di infermiera.</p>
<p>Izabel si avvicinò e gli sorrise celando l’imbarazzo come meglio poteva.</p>
<p><i>Il grasso mi deborda sul lettino</i>… pensò Nikolaj stringendo i denti e maledicendosi come mai aveva fatto. <i>Lei lo sta guardando.</i></p>
<p>“La crema è un anestetico” spiegò Izabel alzandogli delicatamente una delle braccia gelatinose che gli coprivano il pene. “Non ti farà sentire neppure la puntura dell’ago.”</p>
<p>Fu allora che Nikolaj prese una decisione. Davanti a Dio e davanti a tutta l’umanità perduta, giurò di voler eliminare tutto il suo abnorme peso in eccesso. Tutto. Sino all’ultimo grammo.</p>
<p>E se non fosse riuscito a farlo, non fosse riuscito a dimagrire fino a potersi vedere le ossa dello sterno, si ripromise che l’avrebbe fatta finita proprio in quella camera operatoria. Con uno strumento chirurgico qualsiasi. Un bisturi forse, si; un bisturi sarebbe stato la soluzione ideale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dopo la visita al centro operativo della Foce, Filippo li aveva gentilmente scortati in un quartiere non lontano, dove avrebbero occupato un alloggio provvisorio in attesa di un’assegnazione più durevole. Si era trattenuto giusto per salutarli e dir loro che sarebbe tornato a prenderli più tardi, accompagnato da Nikolaj. Il luogo del trattamento distava solo una fermata di cammino.</p>
<p>Charlie si stava guardando attorno frastornato, con i timpani ottenebrati da un ronzio di fondo e dalla spossatezza che aveva accumulato negli ultimi due giorni di viaggio. Gli era bastato accomodarsi per pochi minuti e aveva sentito le proprie membra intorpidirsi e pretendere molte, meritate ore di riposo. In tutta la sua vita non si era mai sentito tanto debole; era seduto su una comodissima poltrona di velluto che gli solleticava il sonno, in mano teneva una tazza di tè caldo e ruotava lentamente un’asticella di ceramica nel liquido zuccherato, scandendo limpidamente ogni passaggio in senso antiorario. Assaggiò il tè e lo trovò squisitamente saporito, ma sufficientemente caldo da risvegliargli i sensi con un grugno di dolore.</p>
<p>Damiano era ancora in piedi intento a riflettere, appoggiato a quella che sembrava la piccola cucina di un accampamento militare. Era interamente ricoperta d’acciaio e colorava di specchi il piccolo appartamento che avrebbero occupato nei giorni a venire. Oltre al salotto con angolo cottura a vista, avevano a disposizione due camere da letto arredate in legno grezzo e un bagno di servizio a cui erano stati decisamente lieti d’aver fatto visita, più di venti minuti a testa.</p>
<p>Il cuoco gli stava di fronte e guardava un punto perso nel vuoto, sorseggiando un bicchier d’acqua che proveniva dal fiume della Milano devastata. Il torpore aveva colto anche lui, tuttavia era venuto secondo a una sensazione più grande ed irreale: semplicemente, non gli sembrava plausibile essere là sotto. Si stava dissetando a chissà quanti metri sotto la superficie terrestre, su cui solo le macchine avevano piede libero, in un alloggio che aveva tutto dell’ordinario fuorché stipiti e finestre, profugo di una guerra che neppure aveva combattuto.</p>
<p>“Questo malessere…” disse Damiano all’improvviso, ruotando le dita davanti allo stomaco.</p>
<p>“Come?” Fu come se Charlie fosse stato schiaffeggiato nel sonno. Ancora pochi secondi e si sarebbe procurato una bella ustione su tutto il basso ventre.</p>
<p>“Lo senti anche tu?”</p>
<p>Charlie scosse la testa rizzandosi sul posto. “Veramente no… Ti senti male?”</p>
<p>“No…” disse Damiano con le gote increspate di chi si sente in difficoltà. “Non è fisico. O almeno credo. È strano…”</p>
<p>“Un disagio?” chiese Charlie.</p>
<p>“Una specie, si…”</p>
<p>“Non è solo la stanchezza?”</p>
<p>“No” disse Damiano. “Ma forse è solo un complesso di noi allunati…”</p>
<p>“Io so solo d’essere sfinito” disse Charlie cercando d’essere d’aiuto. “E grato d’essere ancora vivo.”</p>
<p>“Già…” disse Damiano. “Anche se ho come la sensazione di non essermela guadagnata…”</p>
<p>“Che cosa?”</p>
<p>“La sopravvivenza” spiegò. “L’avercela fatta fino a qui. Hai visto cos’hanno fatto, cos’hanno costruito?”</p>
<p>“Da non crederci” ammise Charlie.</p>
<p>“Forse è per questo che mi sento male…” disse Damiano.</p>
<p>“Per tutto questo?”</p>
<p>“No” disse seccamente. “Per quello che noi NON abbiamo fatto.”</p>
<p>Charlie si prese qualche istante per metabolizzare il cambiamento d’umore di Damiano.</p>
<p>“Beh, ma alla fine siamo tornati…”</p>
<p>“Solo perché avevamo un folle al potere che, chissà per quale motivo, è stato abbastanza sfrontato da approvare la missione.”</p>
<p>“Quello che voglio dire…” cercò di spiegarsi Charlie. “Io penso proprio che conti solo il fatto d’essere tornati… Non credo che il passato conti a questo punto. Che altro potevamo fare sulla Colonia?”</p>
<p>“Non fraintendermi, Charlie” disse Damiano. “Ma hai sempre vissuto in un luogo privo di prospettiva. Può sembrare l’ideale in gioventù, ma crescere in un’oasi protetta non aiuta certo a confrontarsi con ciò che accade realmente nel mondo.”</p>
<p>“Che altro potevo fare?” sbottò Charlie, insolitamente colorito. “Tornare sulla Terra da solo? Volando?”</p>
<p>Damiano mugugnò inghiottendo l’ultima sorsata del bicchiere.</p>
<p>“Non voglio certo attaccare te.” Cercò di allentare la tensione che gli aveva irrigidito il volto. “Voglio solo farti capire che la verità è molto più puttana di quanto sembri. E ne sono all’oscuro quanto te. Quello che voglio dire è che, con molta probabilità, potevamo fare qualcosa, molto tempo prima, ma non ci è stato permesso. Guarda invece loro cosa sono riusciti a fare. E in guerra!”</p>
<p>“Tornare prima? Subito dopo gli attacchi?” Charlie ricordò la conversazione che avevano avuto in piena notte sulla nave, quando aveva conosciuto Damiano. Lui e il Consigliere Davon si erano battuti per un ritorno tempestivo sulla Terra.</p>
<p>“Non solo. Davon ci ha provato in tutti i modi e, considerato l’epilogo della guerra, sarebbe forse stato un suicidio peggiore di quello in cui ci siamo cacciati ora. No, io parlo di questi cinque anni. Avevamo le risorse per prepararci, Charlie, avevamo uomini, armi, navi, progetti, sperimentazioni. E invece?”</p>
<p>Il ragazzo non seppe rispondere. Pensò solo al tempo che aveva trascorso nella Colonia sognando la Terra. Aveva trascorso ore intere sdraiato sul proprio letto, tra veglia e dormiveglia, fantasticando sul suo eroico ritorno nell’atmosfera.</p>
<p>“Invece ci siamo lentamente spenti” finì per lui Damiano con la voce vibrante. “Siamo rimasti in silenzio e in attesa di&#8230;”</p>
<p>Charlie mantenne il suo sguardo appassionato per qualche secondo, poi lo distolse, pur sapendo che ogni singolo orfano, nella scala sociale della Colonia, aveva un valore inferiore rispetto a un litro d’acqua intonsa o un metro cubo d’ossigeno vergine.</p>
<p>“Perdonami, Charlie” disse Damiano. “Tra tutti gli orfani sei stato il solo ad esserti imbarcato. È molto più di quanto tanti si aspetterebbero.”</p>
<p>Il ragazzo alzò il capo e lo guardò stringendo gli occhi, come se avesse appena colto un particolare importante. “Hai parlato di… progetti, esperimenti?”</p>
<p>Damiano annuì. “Non ne so quasi nulla. Non sono riuscito che a scucire qualche piccola informazione persino a Davon. Ma so che la centrale ha sempre nascosto molto più di quanto mostrasse.”</p>
<p>“Quale centrale?”</p>
<p>“Quante centrali conosci?” Il ragazzo annuì e chiese venia con una smorfia da commediante. “La centrale nucleare. Pensi che servisse solo ad accendere la luce?”</p>
<p>“Progettavano qualcosa contro le macchine?” chiese Charlie.</p>
<p>“Un’arma” disse Damiano spalancando gli occhi. “La più grande arma che l’uomo abbia mai costruito.”</p>
<p>“E che ne è stato?”</p>
<p>“Il progetto si è arenato. Davon ha smesso di parlarne due anni fa e non sono più riuscito a cavargli nulla. Voglio credere che non siano stati in grado di portarlo a termine. Non trovo un altro motivo per cui darsi per vinti.”</p>
<p>“Forse è per questo che siamo tornati sulla Terra…” suggerì Charlie. “Per chiudere il progetto.”</p>
<p>“No, questo lo escludo. Davon non si sarebbe opposto alla missione se vi avesse visto una benché minima possibilità di successo.”</p>
<p>“Non ci avevo pensato&#8230;”</p>
<p>“Non ci resta che rimboccarci le maniche e meritarci la sopravvivenza sul campo, giusto?” disse Damiano alzando il bicchiere vuoto, come per fare un brindisi brillante. “È questo che volevi dirmi prima, no?”</p>
<p>“Più o meno” ammise Charlie.</p>
<p>“Ti devo una lezione di vita” chiuse Damiano con un sorriso astuto.</p>
<p>Ammazzarono il tempo che seguì sgranocchiando un paio di spuntini croccanti a base di sesamo e miele; la dispensa dell’alloggio era rifornita con tante piccole leccornie di cui gli abitanti della Luna erano sprovvisti da anni. Fu naturale chiedersi cosa fosse sopravvissuto là sopra e quanto fosse stato salvato. Non pensavano che la produzione di alimenti nel sottosuolo potesse coprire una vasta scala di coltivazioni; non lo era sulla Luna perlomeno. Eppure era difficile credere il contrario, considerata l’ottima salute di cui disponevano tutti i ribelli che avevano incontrato. Benché ne fosse una componente fondamentale, non bastava il buon umore per mantenere operativo un uomo. O i ribelli avevano mantenuto appezzamenti in superficie che seminavano a piacimento, oppure le gallerie sotterranee nascondevano risorse e fertilità da sbalordire persino l’immaginario più fervido dei coloni.</p>
<p>“Oppure non è che una menzogna” ipotizzò Damiano saggiando il materasso che aveva scelto di occupare. Lui e Charlie avrebbero occupato la stanza più grande con due letti singoli e una piccola libreria ravvivata da una ventina di libri mai letti, molti dei quali ancora confezionati. Avrebbero lasciato a Nikolaj la stanza con il letto matrimoniale; la stazza, l’infortunio e l’improbabile leggerezza respiratoria lo rendevano il candidato ideale per beneficiare della solitudine notturna.</p>
<p>“Preferirei proprio non pensarlo” disse Charlie. “Non ora.”</p>
<p>Ricevettero una visita che sollevò molto il morale. Chek viso d’indio, capo dei ribelli, aveva bussato alla porta già aperta e li salutò con il suo sorriso esotico.</p>
<p>“Mi auguro che sia tutto di vostro gradimento.” Varcò la soglia impugnando un sacchetto di plastica gialla che posò sul bancone della cucina. Conteneva scorte di cibo fresco: carne bianca, frutta e verdura di diversi tipi, alcuni neppure di stagione.</p>
<p>“Magnifico” commentò Damiano allargando le braccia. “È incredibile, siamo senza parole.”</p>
<p>“Bene!” esclamò Chek accomodandosi su un bracciolo del divano. “Perché porto notizie incoraggianti.”</p>
<p>Damiano gli rimase di fronte appoggiato al lavello della cucina, mentre Charlie faceva gli onori di casa offrendosi di preparare qualcosa da bere per il loro nuovo numero uno in comando. Chek sorrise alla cortesia del ragazzo, ma declinò l’offerta pregandolo di sedersi al suo fianco, con la gentilezza di un vegliardo sacerdote. L’orfano così fece.</p>
<p>“Innanzitutto il vostro amico Nikolaj” iniziò Chek. “L’infortunio non è così grave e si riprenderà completamente nel giro di un paio di mesi. Certo, l’aiuterebbe perdere qualche chilo… In ogni caso, non dovrà essere operato, basterà molto riposo e qualche seduta di riabilitazione. Credo che stia finendo ora il trattamento ghiandolare. Filippo lo condurrà qui fra poco e vi accompagnerà a turno in infermeria per sottoporre anche voi. Non preoccupatevi, fa molta più impressione di quanto sia doloroso. È una prassi a cui ci sottoponiamo tutti periodicamente; è necessario che lo facciate, è per la sicurezza di tutti.”</p>
<p>“Nessun problema” disse Damiano afferrando una pesca noce giallo-rossa e inspirandone la fragranza. Gesù, sembrava perfino essere maturata sull’albero. “Non vogliamo mettere in pericolo la Foce. Non ora che vi dobbiamo la vita” ripeté lanciando in aria la pesca con un sorriso.</p>
<p>“Sciocchezze.”</p>
<p>“Vorrei chiederle una cosa” esordì l’orfano. Ci mancò poco che alzò la mano da bravo allievo di prima classe.</p>
<p>“Certamente, Charlie. Ma dandomi del tu, ti prego.”</p>
<p>Charlie assentì. “Il ragazzo che ci ha portati in salvo, Alma… aveva paura che avessimo messo in pericolo le donne. Che la nostra visita le avesse esposte all’ira delle macchine…”</p>
<p>“La tua premura mi colpisce benevolmente” gli disse Chek. “E di questo ti ringrazio, Charlie. Ma in realtà dubito che il vostro arrivo possa aver messo in pericolo le donne gravide, non più di quanto lo siano sempre state. Le macchine sanno che hanno contatti con noi ribelli, eppure non hanno mai preso provvedimenti; forse non ci danno importanza, forse deridono il nostro disperato tentativo di soccorso. O le nostre stesse vite nel sottosuolo. Malgrado tutti i nostri sistemi di difesa e di schermatura, trovo difficile non pensare che, in realtà, siamo semplicemente ignorati.”</p>
<p>“Sembrava convinto, però” disse Charlie. “È tornato in superficie rischiando di essere ucciso.”</p>
<p>“Mi auguro davvero che un giorno imparerai a conoscere Alma” continuò l’indio. “Ha un carattere ingovernabile, ma è il camminatore più in gamba che abbiamo. Se deve esserci un uomo in superficie a rischiare la pelle, ebbene sono lieto che sia lui, il migliore.”</p>
<p>“È un bel ragazzo. Dev’esserci altro…” commentò Damiano.</p>
<p>“Acuto” disse Chek. “Sospettiamo che abbia un debole per una delle donne. È giovane e impetuoso, un connubio molto imprudente nella nostra condizione. Devi saperne anche tu  qualcosa, Charlie…”</p>
<p>Il ragazzo sorrise in imbarazzo, sapendo d’essere molto più avveduto del giovane camminatore di superficie.</p>
<p>“Perché fare una cosa simile? E perché distruggere e ricostruire? Cosa stanno facendo, trasformano il mondo?”</p>
<p>“Non è chiaro, purtroppo. Non sappiamo perché stiano smantellando le nostre città e neppure che fine facciano i bambini. Per la maggior parte del tempo demoliscono, a volte lasciano intatte opere architettoniche, palazzi interi, quartieri persino; ma non ne capiamo il motivo. Pensavamo di ottenere più informazioni dalle immagini fornite da Pezzo di Stronzo, ma è come se molto ci venga precluso. Devono esistere gerarchie persino tra le macchine. È possibile che i modelli di vecchia generazione abbiano accesso a conoscenze limitate.”</p>
<p>“Quanti i bambini fin’ora?” chiese quindi Damiano. “La donna più vecchia diceva di aspettare il quarto da quando è stata sequestrata.”</p>
<p>“Abbiamo contato duecentosette baracche. In ognuna di queste vivono dalle tre alle cinque donne. Se facciamo una media di quattro donne per almeno tre gravidanze a testa… fate voi il calcolo.”</p>
<p>“Almeno duemilacinquecento bambini…” disse Damiano con velocità sorprendente.</p>
<p>“Nella sola Milano” aggiunse Chek. “Per quanto ne sappiamo, può essere così in tutto il mondo.”</p>
<p>“Che ne fanno? Esperimenti?” chiese Charlie.</p>
<p>“Le donne vengono addormentate quando è il momento di partorire. Le usano finché sono in grado di resistere. Non hanno mai visto i loro bambini.”</p>
<p>Damiano scuoteva il capo. Non commentò, e neppure lo fece Charlie. Tentavano di quantificare quella proliferazione di massa, senza riuscire neppure a calcolare di quante cifre avessero bisogno pensando al globo intero.</p>
<p>“Spero che le buone notizie non si esauriscano con Nikolaj” disse Damiano, interrompendo il conto delle grandi città del mondo.</p>
<p>“No, per fortuna” rispose l’indio. “Pensiamo che esista un modo per aiutare i vostri amici coloni.”</p>
<p>“Grazie a Dio” disse Charlie.</p>
<p>“Ma potrebbe essere l’unico” aggiunse Chek. “Quindi conterrei l’entusiasmo se fossi in voi.”</p>
<p>“Di che si tratta?” chiese Damiano.</p>
<p>“Crediamo di conoscere il luogo d’atterraggio della nave astrale. Ma sia subito chiaro che nessun uomo sarà mai in grado di raggiungerlo. Perfino Alma ci riderebbe in faccia se gli parlassimo di una spedizione oltre le pianure.”</p>
<p>“Dove sono atterrati?” chiese Charlie.</p>
<p>“Hanno una sorta di base su qualche vetta delle Dolomiti.”</p>
<p>“Montagne?”</p>
<p>“Anche più di duemilasettecento metri” confermò Chek.</p>
<p>“Perfetto…” si lasciò sfuggire il giovane orfano. “Come possiamo aiutarli, allora?”</p>
<p>“Dobbiamo servirci di una macchina, come abbiamo fatto con Pezzo di Stronzo. Ma di una macchina diversa, più evoluta, che ci permetta di abbattere le barriere di un livello più alto. Se riuscissimo a catturare questa macchina, oltre ad aiutare i vostri amici, avremmo l’accesso ad un regno di conoscenza superiore. Potremmo servirci delle macchine, condurle e sorvegliarle in qualsiasi luogo che calpestino. Potremmo scoprire i loro progetti e attingere dal loro sapere.”</p>
<p>“È fattibile?” chiese Damiano dopo qualche secondo di silenzio. “Ci siete mai riusciti?”</p>
<p>“Mai” rispose Chek con un ghigno indefinibile. Forse un sorriso, o forse un pianto ingerito. “Non siamo neppure certi che sia fattibile. Abbiamo abbattuto qualche macchina, ma dubito fossero di recente costruzione. Catturarla? Non ne ho idea. Tuttavia se dovessimo riuscirci…”</p>
<p>“Come avete fatto con Pezzo di…?” Per Charlie era difficile pronunciare l’epiteto per intero.</p>
<p>“È una delle macchine che abbiamo abbattuto. Ma questa macchina ci serve integra. Dobbiamo trovare un modo di catturarla e di rimetterla in libertà sotto il nostro controllo.”</p>
<p>“Sapete dove trovarne un modello?” chiese Damiano.</p>
<p>“Non proprio.”</p>
<p>“Armi di superficie? Ne avete?”</p>
<p>“Parecchie, ma piuttosto antiquate.”</p>
<p>“Quindi se dovessimo scontrarci con le macchine…”</p>
<p>“Lo sconsiglio in assoluto” disse Chek.</p>
<p>Si guardarono, soppesando le parole che erano state pronunciate e che forse sarebbe stato meglio tacere. Damiano piegò gli angoli delle labbra verso il basso e alzò le sopracciglia inspirando profondamente. Charlie si grattò una tempia e si lasciò sprofondare nella pelle del divano. Chek riuscì suo malgrado a mantenere un’espressione di pacifico ottimismo.</p>
<p>Damiano si staccò dal bancone della cucina.</p>
<p>“È l’idea più insensata che abbia mai sentito” disse tendendo la mano a Chek. “Ma non sono certo venuto qui solo per sopravvivere. Ci sto.”</p>
<p>“AH! Questo è lo spirito!” disse l’indio stringendo la mano del cuoco con vigore.</p>
<p>“Charlie?” Damiano e Chek lo fissarono con lo stesso entusiasmo sconsiderato. Il giovane orfano li guardò con occhi sofferenti; poi annuì, passandosi la mano sulla fronte sudata.</p>
<p><p style="padding:5px;background:#ddd;border:1px solid #ccc;clear:both;margin-bottom:10px;">
<a href="http://leganerd.com/2013/06/17/trilogia-degli-ultimi-uomini-cenere-1010/">Trilogia degli Ultimi Uomini: Cenere 10/10</a> è stato pubblicato per la prima volta su <a href="http://leganerd.com"></a>.<br>
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</p>]]></content:encoded>
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		<title>Hotel Chevalier, Stanza 749</title>
		<link>http://leganerd.com/2013/06/12/hotel-chevalier-stanza-749/</link>
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		<pubDate>Wed, 12 Jun 2013 07:47:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Arven Stein</dc:creator>
				<category><![CDATA[Creatività]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[CoolStoryBro]]></category>
		<category><![CDATA[Hotel Chevalier]]></category>
		<category><![CDATA[parigi]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[Realismo sporco]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Parigi, fa freddo. Indosso un lungo cappotto nero e giro senza meta per le strade della città delle luci. Entro in un locale e mi siedo al bancone, il barista deve essere sulla ventina, ha uno sguardo vivace e i capelli raccolti in una lunga coda. Mi si avvicina sorridendo: - Cosa le posso servire? [...]</p><p><p style="padding:5px;background:#ddd;border:1px solid #ccc;clear:both;margin-bottom:10px;">
<a href="http://leganerd.com/2013/06/12/hotel-chevalier-stanza-749/">Hotel Chevalier, Stanza 749</a> è stato pubblicato per la prima volta su <a href="http://leganerd.com"></a>.<br>
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</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://cdn2.leganerd.com/wp-content/uploads/2013/06/hotelchevalier.png"><img class="alignnone size-medium wp-image-216132" alt="hotelchevalier" src="http://cdn.leganerd.com/wp-content/uploads/2013/06/hotelchevalier-559x805.png" width="559" height="805" /></a></p>
<blockquote><p>Parigi, fa freddo.</p></blockquote>
<p>Indosso un lungo cappotto nero e giro senza meta per le strade della città delle luci.<br />
Entro in un locale e mi siedo al bancone, il barista deve essere sulla ventina, ha uno sguardo vivace e i capelli raccolti in una lunga coda. Mi si avvicina sorridendo:<br />
- Cosa le posso servire? -<br />
- Whisky liscio grazie -<br />
- Ha una marca particolare in mente? -<br />
Normalmente lascerei scegliere al barista ma stasera sono nostalgico, il mio primo whisky è stato il caro e vecchio Jack Daniel&#8217;s, ero ancora giovane e inesperto ma mi aprì un mondo. Con Jack le serate scivolavano via, l&#8217;imbarazzo e la sensazione di essere perennemente un’estraneo lasciavano il posto a una sicurezza immotivata… Immotivata ma pur sempre una sicurezza.<br />
- Jack Daniel’s direi -<br />
- Arriva subito &#8211; mi dice prendendo la bottiglia, e mentre versa il whisky nel bicchiere mi chiede incuriosito:<br />
- È qui per lavoro signore? -<br />
- Non c’è bisogno che mi chiami signore &#8211; Gli dico con un sorriso, aggiungendo poi:<br />
- Ho solo ventotto anni, comunque sì, ho appena tenuto una conferenza alla Sorbonne.<br />
Mi è sempre piaciuto dare sfoggio della mia competenza ma odiavo le conferenze in certe università. Ricchi figli di papà che affollano aule che non meritano e nelle quali non vogliono stare. Professori emeriti che si attaccano alla cattedra con le unghie, i quali piuttosto che motivare e dimostrare le loro affermazioni si limitano a scrollare le spalle citando un qualche luminare della scienza. <em>Ipse Dixit</em>. Allora deve per forza essere giusto.<br />
Geniale.<br />
Viaggiare però mi piace, non tanto per incontrare persone nuove quanto per le città. Ogni città ha una vita propria e le trovo molto più interessanti delle vite dei piccoli uomini che le abitano.<br />
- Quindi sei un professore? -<br />
- Diciamo che sono più uno scopritore, lavoro nel campo della ricerca, faccio Fisica. &#8211; rispondo mentre mi porto alla bocca il bicchiere di whisky.<br />
- Deve essere un campo interessante &#8211; ribatte lui.<br />
Fuori inizia a piovere, una ragazza dai lunghi capelli neri entra di fretta nel bar per non bagnarsi, mi si siede accanto e ordina una caipiroska alla fragola. Scontata. Il barista prepara il drink con maestria e le passa il bicchiere, estasiato dalla sua bellezza.<br />
Le lunghe dita bianche di lei afferrano il collo del bicchiere con eleganza, beve un piccolo sorso dal drink e si sistema meglio sullo sgabello lucido. Le cade il portafoglio, lo raccolgo e glielo porgo.<br />
- Grazie -<br />
- Di nulla -<br />
Ha una voce armoniosa in cui mi sembra di riconoscere qualcosa di familiare, ma non ricordo cosa.<br />
- Ci conosciamo? &#8211; mi chiede voltandosi verso di me con sguardo inquisitorio e finalmente riesco a vedere il suo volto.<br />
Erika Marthens. È bellissima. Come sempre. Ora ricordo dove ho sentito la sua voce, ero ancora alle superiori quando la sua chioma fulva catturò la mia attenzione; era di un rosso particolare, non troppo scuro e leggermente tendente all&#8217;arancione. Non era un normale rosso, era il suo di rosso. Assurdo incontrarla di nuovo dopo così tanto tempo. A Parigi poi&#8230;<br />
- Erika? Dico con tono incerto fingendo di averla riconosciuta solo parzialmente. &#8211; Ride.<br />
- Tipico tuo Ziiro, fingere di non avermi riconosciuta subito. &#8211; Le sorrido.<br />
- Non ti sfugge niente eh? -<br />
- Ritenta la prossima volta. Che ci fai qui a “Paris”? &#8211; dice pronunciando il nome francese della città -<br />
- Ho tenuto una conferenza sulle mie ricerche oggi pomeriggio. -<br />
- Alla fine sei riuscito veramente a fare ricerca, sono felice per te. &#8211; Mi risponde entusiasta.<br />
Le chiedo il motivo della sua visita a Parigi e lei dice soltanto:<br />
- La settimana della moda -<br />
- Cosa? -<br />
- La settimana della moda, non dirmi che non sai cos’è -<br />
- Ovviamente lo so, ero solo stupito, non ti facevo così appassionata  di moda -<br />
- Faccio la modella, mi permette di viaggiare, la moda per me è solo un mezzo -<br />
- E poi davano a me del cinico -<br />
- Avevano forse torto? &#8211; mi chiede con un sorriso dipinto sulle labbra.<br />
Dio quanto è bella, due occhi che riflettevano la luce in modo diverso, uno verde e uno viola.<br />
Eterocromia.<br />
- Non sei più rossa? -<br />
- Mi sono stancata di tingermi i capelli. Perché, ti piacevano? -  Rido.<br />
- Certo, sai che avevo una cotta per te alle superiori? -<br />
- Sul serio?- mi chiede spiazzata.<br />
- Sul serio -<br />
- E perché non mi hai mai detto niente? -<br />
- Perché ero fottutamente sicuro della tua risposta, eri attratta dai ragazzi con le chitarre alle superiori -<br />
- Perché non te ne sei comprata una allora? -<br />
- Mai avuto la tenacia necessaria per seguire uno strumento -<br />
- Peccato&#8230; -<br />
Lei, la ragazza che mi è sfuggita. Sono indissolubilmente legato a lei e lo sarò sempre. Non era amore. Non è amore. Almeno non credo. So che la voglio e basta. Non era semplice attrazione fisica lei era&#8230; Era semplicemente lei. Mi guarda negli occhi e mi chiede se ho progetti per la notte.<br />
- Nulla in particolare &#8211; le rispondo.<br />
- Andiamo per “Paris”- allora.<br />
- Vuoi sul serio camminare sotto la pioggia? &#8211; le chiedo. Credevo fossi entrata per ripararti.<br />
Io personalmente amo camminare sotto la pioggia, è una delle cose che più preferisco al mondo. Ovviamente senza ombrello, sennò che gusto c’è?<br />
- È una delle cose che più preferisco al mondo &#8211;  mi risponde.<br />
- Wow -<br />
Mi prende la mano e usciamo.<br />
<em>Paris de nuit sous la pluie</em>.<br />
Fantastico.<br />
Camminiamo per non so quanto, non parliamo di niente in particolare. Conversazioni ricche di nulla. Sappiamo entrambi cosa vogliamo.<br />
La bacio.<br />
Un brivido le corre lungo la schiena.<br />
Lo sento.<br />
- In che albergo sei? &#8211; mi chiede.<br />
- Hotel Chevalier, stanza 749 -<br />
- Noto che non badi a spese &#8211; mi dice sorridendo.<br />
- Andiamo allora -<br />
Chiamo un taxi e noi entriamo. Ci dirigiamo verso l’albergo mentre la pioggia batte contro il parabrezza del taxi e le luci a led dei lampioni parigini si alternano sopra di noi. Lei mi appoggia la testa sulla spalla durante tutto il tragitto, ha un aria malinconica. Poco dopo giungiamo di fronte all’hotel.<br />
La facciata è grigia e imponente. Innumerevoli finestre si avvicendando su di essa, disposte a formare un preciso reticolo, tutte di forma rettangolare. Architettura moderna.<br />
Entriamo nella hall.<br />
- Bentornato in Francia signor Mughen &#8211; Mi accoglie Jacques della reception, visto le mie frequenti visite a Parigi ho scelto un albergo fisso dove pernottare, ormai conosco quasi tutto lo staff dell’Hotel Chevalier.<br />
- Le do le sue chiavi &#8211; aggiunge.<br />
- La valigia è già stata sistemate nella solita suite -<br />
- Grazie Jacques -<br />
Viaggio sempre abbastanza leggero visto che lo faccio spesso per lavoro, sempre lo stretto necessario, qualche completo basta a soddisfare le mie esigenze di vestiario poi per il resto la valigia è sempre colma di libri.<br />
Prendiamo l’ascensore, ultimo piano.  La suite è enorme. Pareti con striature di varie sfumature di giallo alternate. Copriletto gialli, cuscini gialli, tappeti gialli. Tutto giallo. Il giallo mi lascia indifferente.  Entriamo e lei si guarda intorno con sguardo annoiato, le prendo il cappotto e lo appoggio ad una sedia.<br />
- Ti piace davvero questa stanza? &#8211; mi chiede.<br />
- Non male come suite e il servizio qui è ottimo, il colore è quello che è ma tutto sommato non mi dispiace -<br />
- Quanto ti costa esattamente stare qui? -<br />
- Ti interessa veramente? &#8211; sorride.<br />
- Ordinami un drink -  chiamo la reception:<br />
- Concierge -<br />
- Je voudrais commander deux Hemingway Daiquiri, s&#8217;il vous plaît -<br />
- Quelque chose d&#8217;autre? -<br />
- Deux omelettes aux crevettes, merci -  metto giù la cornetta.<br />
- Hemingway Daiquiri? Ti senti letterario oggi?-<br />
- La situazione mi pare adatta -<br />
- Non sapevo parlassi il francese così fluentemente, a scuola eri “Il madrelingua inglese” -<br />
- Ci sono molte cose che non sai di me -<br />
Mentre aspettiamo il servizio in camera Erika apre la mia valigia con delicatezza, si sofferma a leggere i titoli dei libri che ci sono dentro.<br />
- Ci sono più libri che vestiti! &#8211; afferma divertita.<br />
- Ho sempre avuto una passione per la letteratura -<br />
Tira fuori il mio iPod e la docking station, lo accende e si mette a guardare la mia libreria musicale.<br />
- Wow sei parecchio moderno, non è appena uscito questo iPod? -<br />
- Il giradischi era poco maneggevole&#8230; Ho ventott’anni mica novanta -<br />
- Le tue playlist dicono il contrario -<br />
- Se guardi bene c’è ogni genere musicale possibile e immaginabile lì dentro, non mi piace limitarmi -<br />
- Siamo in due allora -<br />
Sceglie la playlist “Jazz” e il suono suadente degli strumenti rimbalza sulle pareti.<br />
- Ottima scelta &#8211; le dico.<br />
Giunge il servizio in camera, il cameriere lascia il carrello e io firmo per il pagamento, lei solleva il coperchio del piatto di omelette, le osserva annoiata e lo rimette al suo posto, prende i due Daiquiri e me ne porge uno. Non tocchiamo cibo. Finiamo i drink e la conduco a letto.<br />
Mi bacia.<br />
- E ora? &#8211; mi chiede.<br />
- Ora cosa? -<br />
- Ora che facciamo? -<br />
- Be&#8217; stiamo insieme per una sera e vediamo come va -<br />
- Non ti facevo così superficiale, pensavo fossi tipo da relazione seria -<br />
- Ti sbagliavi cara -<br />
Sorride.<br />
- Va bene così allora -<br />
Passiamo la notte insieme.<br />
Il mattino mi alzo presto, le omelette sono fredde ormai, fuori piove ancora.<br />
Perfetto.<br />
Lei dorme serena, sembra quasi felice.<br />
Mi faccio una doccia, esco e mentre mi asciugo i capelli la guardo. Une delle sue gambe spunta dal lenzuolo, la pelle bianca riflette la luce dell’alba.  Si sveglia e si accorge che la sto fissando. Sorride.  Si alza dal letto coprendosi il corpo col lenzuolo.<br />
- Buongiorno &#8211; mi dice.<br />
- Buongiorno anche a te -<br />
Ha i capelli completamente spettinati e un rivolo quasi impercettibile di saliva all&#8217;angolo della bocca, lo noto e mi metto a ridere.<br />
- Che hai da ridere? -<br />
- Non sapevo che anche le belle ragazze sbavassero durante il sonno -<br />
Arrossisce sorridendo e si pulisce con il lenzuolo.<br />
- Ho un aereo per New York più tardi &#8211; mi dice.<br />
Giusto, la settimana è finita.<br />
- Io vado a Tokyo in serata e rimarrò lì per qualche settimana &#8211; le rispondo.<br />
- Ci rivedremo? -<br />
- Se tu lo vorrai si, un altro albergo, un’altra città -<br />
- E questo rapporto come lo definiamo? Non sono in una relazione da parecchio tempo, sai com&#8217;è gli impegni di lavoro&#8230; Il tanto viaggiare&#8230; -<br />
Ho capito l’origine della sua malinconia, non sentirsi mai veramente a casa. Siamo più simili di quanto pensassi.<br />
- Non lo so, non ne so tanto, sono single da parecchio pure io, comunque fa veramente qualche differenza? -<br />
- No &#8211; sorride. &#8211; Non veramente -<br />
Si alza lasciando cadere il lenzuolo, osservo il suo profilo nudo mentre si infila nella doccia. Faccio partire la playlist “Sad Robot” in riproduzione casuale e la prima canzone è <em>Free Bird</em> dei Lynyrd Skynyrd.<br />
Adatta.<br />
Un altro albergo, un’altra città.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ispirato parzialmente al cortometraggio “Hotel Chevalier” di Wes Anderson.</p>
<p><p style="padding:5px;background:#ddd;border:1px solid #ccc;clear:both;margin-bottom:10px;">
<a href="http://leganerd.com/2013/06/12/hotel-chevalier-stanza-749/">Hotel Chevalier, Stanza 749</a> è stato pubblicato per la prima volta su <a href="http://leganerd.com"></a>.<br>
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</p>]]></content:encoded>
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		<title>Trilogia degli Ultimi Uomini: Cenere 9/10</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Jun 2013 22:01:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>federico</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Federico Rossi]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>40 Alan si svegliò con un dolore alla testa e un senso di nausea così forti da piegargli in due il bacino e fargli rigurgitare a terra poltiglia mal digerita. Mentre ancora sputava fiotti incontrollabili di saliva, si portò le mani al volto ricordandosi cosa fosse accaduto fuori dall’ascensore sotterraneo. Non aveva più la tuta [...]</p><p><p style="padding:5px;background:#ddd;border:1px solid #ccc;clear:both;margin-bottom:10px;">
<a href="http://leganerd.com/2013/06/10/trilogia-degli-ultimi-uomini-cenere-910/">Trilogia degli Ultimi Uomini: Cenere 9/10</a> è stato pubblicato per la prima volta su <a href="http://leganerd.com"></a>.<br>
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<p style="padding:5px;background:#ddd;border:1px solid #ccc;clear:both;margin-bottom:40px;"><a href="<a rel="author" href="http://leganerd.com/author/federico_rossi/">federico</a>">Altri articoli dello stesso autore</a></p>
</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-large wp-image-195707" alt="fire-hands-animated-wallpaper-829682" src="http://cdn3.leganerd.com/wp-content/uploads/2013/04/fire-hands-animated-wallpaper-829682-759x471.jpg" width="591" height="366" /></p>
<p align="center">40</p>
<p>Alan si svegliò con un dolore alla testa e un senso di nausea così forti da piegargli in due il bacino e fargli rigurgitare a terra poltiglia mal digerita. Mentre ancora sputava fiotti incontrollabili di saliva, si portò le mani al volto ricordandosi cosa fosse accaduto fuori dall’ascensore sotterraneo. Non aveva più la tuta spaziale, grazie a Dio; in caso contrario, avrebbe avuto casco e collo pieni di liquame gastrico. Ma questo poteva solo significare che era stato in qualche modo portato in un ambiente sigillato della Colonia. Alzò la testa lentamente, vide dov’era e strinse i denti dalla rabbia. Si era lasciato attrarre, Dio Santo. Non poteva crederci. <i>Mi sono lasciato fregare</i>…</p>
<p>Riconobbe il luogo in cui Gabriel li aveva condotti. Erano all’interno della centrale nucleare, nella Sezione F per l’esattezza, l’area più importante che lui stesso aveva supervisionato durante la grandiosa fase delle sperimentazioni nucleari. La Sezione F era stata l’ultima equipaggiata e messa in funzione. Alan riconobbe una delle sale d’intervento in cui venivano condotti gli esperimenti. Si trovava in una sorta di anticamera buia d’osservazione; un vetro oscurato lo separava dalla sala operatoria vera e propria. A differenza degli altri due sopravvissuti, Alan era libero di muoversi all’interno dell’anticamera. Ma lì vi era chiuso; l’unica porta d’uscita era stata sbarrata dall’esterno.</p>
<p>Ruth e il soldato erano stati deposti sotto riflettori impietosi, oltre la parete di vetro, su due tavoli operatori posti uno di fianco all’altro; erano nudi e il loro cranio era stato interamente rasato. I corpi erano stati legati da cinghie d’acciaio luccicanti, mentre una fascia metallica a mezza fronte inchiodava la loro testa al tavolo d’acciaio, dando a Ruth l’aspetto di una imperatrice bambina.</p>
<p>Si stavano svegliando in quel momento e non avevano la minima idea di ciò che fosse loro accaduto. Stavano dicendo qualcosa, senza che Alan li potesse udire: le sale erano completamente insonorizzate.</p>
<p>Si guardò attorno ricordandosi di quando gli scienziati della Terra erano stati raccolti in quell’anticamera e comunicavano, ponevano domande ai chirurghi in sala durante le sperimentazioni. C’era un modo di comunicare, c’era un tasto da qualche parte…</p>
<p>Lo premette e fu investito dalle urla di Ruth e dai richiami del giovane soldato. Non potevano muoversi e, anche se avessero potuto voltare gli sguardi, avrebbero visto solo una superficie a specchio e, dentro di essa, le loro espressioni terrorizzate.</p>
<p>“COSA VUOI FARE!” stava strillando Ruth. Poco dietro Gabriel non prestava ascolto, intento a ispezionare un grosso macchinario di chirurgia nucleare.</p>
<p>“Ruth!” la richiamò Alan. “Mi senti? Ruth!”</p>
<p>“Si!” Risposero insieme. “Alan! Cosa sta facendo? COSA VUOL FARE!”</p>
<p>Ruth era isterica. Tentava di scuotere le cinghie che la tenevano legata. Avrebbe continuato a urlare fino a perdere l’ultimo filo di voce. Il soldato, invece, riusciva a mantenere il controllo quel tanto da non fargli perdere il contegno. Neppure lui sapeva quanto sarebbe riuscito a resistere.</p>
<p>“Ascoltatemi” disse Alan. “È importante, cercate di calmarvi!”</p>
<p>Ruth ebbe bisogno anche del giovane militare per rimanere in silenzio. Le loro mani erano talmente vicine da potersi sfiorare e, solo quando sentì il mignolo ghermirla delicatamente, ebbe il coraggio di respingere un poco il panico.</p>
<p>“Ascoltatemi bene” disse Alan tenendo d’occhio la macchina indaffarata. Aveva finito di armeggiare con le strumentazioni ed ora era pronta a posizionarle per l’intervento. “Opererà su di voi.”</p>
<p>“No…” La voce di Ruth uscì affranta e sfinita. Fu come se avesse reagito alla notizia di un decesso, improbabile, ma non del tutto inaspettato.</p>
<p>Gabriel aveva afferrato il grosso macchinario e lo stava spingendo delicatamente verso le loro teste glabre. Si fermò a pochi centimetri dallo scalpo prima di verificarne l’esatta posizione e allontanarsi di nuovo per ulteriori controlli. Si muoveva per ciò che era: un automa progettato molti anni prima e con uno scopo ben preciso.</p>
<p>“Potete combatterlo!” continuò Alan Lobe. “Cercherà di cancellare chi siete, le vostre nozioni, le vostre memorie, tutto ciò che il vostro cervello ha assimilato e trattenuto durante tutta la vostra vita.”</p>
<p>“Dio mio…” commentò il soldato stringendo ancor di più il lembo di pelle di Ruth.</p>
<p>“Dovete assecondarlo in tutti modi con informazioni fasulle. È l’unico modo per accelerare il processo e farlo terminare il prima possibile. Bombardatelo di informazioni! Pensate con tutte le vostre forze a tutto fuorché voi stessi e le vostre vite. È l’unico modo per uscirne ancora integri, mi sentite?”</p>
<p>Ruth cercò di annuire; non riuscendovi, dovette assentire con un filo di voce.</p>
<p>“Anche se dovesse sottrarvi qualcosa, molto sarà trattenuto e potremo ricostruirlo insieme. Avete capito?”</p>
<p>Non risposero.</p>
<p>“È accaduto! Alcuni hanno resistito al trattamento! Potete farcela, potete uscirne integri!”</p>
<p>“D’accordo…” disse Ruth. Aveva una sete terribile e sentiva gocce di sudore freddo oltrepassargli le labbra e assetarla ancor di più.</p>
<p>Gabriel si era appostato dietro il macchinario ed aveva azionato due braccia scheletriche che, a loro volta, si erano divise in due estremità lunghe e sottili e si erano collegate alla fascia di metallo che bloccava le fronti delle due giovani cavie umane. Qualcosa dovette elettrizzarli poiché entrambi subirono uno scossone incontrollabile. I loro corpi stesi iniziarono ad arretrare sul tavolo operatorio, ad eccezione delle teste che si sollevarono lentamente fino a scoprire tutta la nuca al macchinario in attesa. Ruth e il militare riuscirono a guardarsi con la coda dell’occhio, totalmente in preda alla paura, e a stringersi altre tre dita delle loro mani tremanti.</p>
<p>“Non concedetegli nulla di voi!” gridò Alan. “Mi avete capito? FATEVI FORZA!”</p>
<p>Cominciò a battere sul vetro, pur sapendo che non l’avrebbe minimamente scalfito. Afferrò la sedia su cui si era svegliato e la scagliò con tutte le forze nello stesso punto in cui aveva battuto. Inutilmente; non si formò una sola crepa. Riprovò ad aprire e prendere a calci la porta da cui era stato fatto passare, di nuovo consapevole che non avrebbe ottenuto nulla. Ma se non lo avesse fatto, se non avesse provato per una volta ancora, per l’ultima volta, sapeva che presto se lo sarebbe rinfacciato. Non lo fece per i ragazzi. Lo fece per sé. Quando si fermò aveva il fiatone e l’esperimento aveva avuto inizio.</p>
<p>Anche se Ruth e il soldato avessero lottato con tutte le loro forze, non sarebbero mai riusciti a resistere alle radiazioni del macchinario. Non era vero, non era mai accaduto. Aveva mentito e ne sarebbero usciti decerebrati.</p>
<p>Due protuberanze retrattili che terminavano a imbuto fuoriuscirono dal macchinario ed aderirono sul cranio dei due giovani nello stesso, identico punto. Piansero entrambi, singhiozzarono stringendosi le dita non appena sentirono la superficie gelida che iniziava a risucchiare la loro mente. Non sapevano quando il processo sarebbe iniziato, eppure già cercavano di pensare a tutt’altro, ai loro amici piuttosto a che a loro stessi, ai ricordi altrui, a film, racconti, immagini in cui non fossero ritratti. Assunsero più o meno lo stesso schema difensivo, senza saperlo, senza neppure conoscere il nome di uno e dell’altra, ma stringendosi le mani e confortandosi con il fievole contatto della loro pelle. Fu tutto inutile, ma ci provarono con impeto e volontà commoventi.</p>
<p>Solo pochi istanti dopo essere entrato in funzione, lo strumento ad emissione nucleare aveva già disintegrato le loro identità. Ruth e il soldato iniziarono ad urlare e a sbattere sul tavolo con tanta violenza da sconcertare Alan. Aveva assistito a molti interventi simili, ma non aveva mai visto nessuno reagire in quel modo. Fu sconvolgente; spense l’interfono e chiuse gli occhi, le braccia allargate e i palmi poggiati su un bancone intervallato da tasti e leve per la regia degli esperimenti.</p>
<p>Se avesse ascoltato le voci di Ruth e del militare, le avrebbe udite spegnersi all’unisono. I loro corpi continuarono a scuotersi, le loro espressioni si erano fatte meno presenti e le loro bocche si erano progressivamente richiuse. I loro occhi soltanto continuavano a lacrimare.</p>
<p>Quando Alan alzò di nuovo lo sguardo verso la scena, vide che tutto si era fatto nuovamente quieto. I corpi erano immobili, gli occhi chiusi rigati di lacrime, anche le mani che si erano stretti durante il trattamento avevano mollato la presa ed erano tristemente inermi.</p>
<p>Alan guardò alla sua sinistra e fu attratto da Gabriel, che lo stava guardando attraverso il vetro.</p>
<p>Provò una fitta dolorosa che gli attraversò il petto e il collo. Lo stava proprio guardando negli occhi.</p>
<p>“Che cosa vuoi” sussurrò Alan. “Brutto bastardo, che cosa vuoi.”</p>
<p>Gabriel si scostò lentamente dal macchinario, lo aggirò e lo allontanò delicatamente dai corpi immobili dei giovani. Tastò loro il collo per qualche secondo e liberò le teste dalla fascia metallica a cui si era attaccato lo strumento. Tastò anche la nuca nel punto in cui aveva rilasciato le radiazioni e parve soddisfatto.</p>
<p>Alan non lo aveva mia visto sorridere in quel modo. La maggior parte delle macchine avevano due modalità di espressione gioviale: sorriso a labbra chiuse e sorriso a denti scoperti. L’ennesima trovata socio-emotiva per salvaguardare il patrimonio emozionale umano. Quello a cui Alan aveva appena assistito non era contemplato nel bagaglio espressivo delle macchine, non quella smorfia di serenità che pareva dire “<i>finalmente è fatta</i>”.</p>
<p>Alan vide Gabriel voltarsi verso il vetro e guardarlo nuovamente dritto negli occhi. Si sentì fremere dall’interno. Voleva anche lui? Sarebbe finito su uno dei quei tavoli? Nudo? Calvo?</p>
<p>“Vieni qui!” disse battendo con violenza sul vetro. “Coraggio, vienimi a prendere. VIENIMI A PRENDERE!”</p>
<p>Gabriel lo ignorò e fece qualcosa di inaspettato: gli parlò. Mosse le labbra lentamente e pronunciò una frase che Alan non poté udire.</p>
<p><i>Ora sta a te</i>…</p>
<p>Non capì il seguito. Incespicò e azionò immediatamente l’interfono che aveva poco prima disattivato.</p>
<p>“Cosa?”</p>
<p>Gabriel non era un modello a cui era stata concessa la voce. Non aveva mai parlato, aveva solo mosso le labbra.</p>
<p>“Ora cosa!” chiese di nuovo. Gabriel lo ignorò. Aveva fatto tutto quello per cui era stato risvegliato ed ora aveva solo intenzione di tornare a riposare.</p>
<p>“Ripetilo!” lo aggredì Alan. “Brutto bastardo! Ripetilo!”</p>
<p>Gabriel non aveva intenzione di attendere ulteriormente, mise le ginocchia a terra, abbassò il busto finché le natiche non aderirono ai talloni e chiuse gli occhi inchinando lievemente la testa verso il basso. Era quella l’ultima posizione di congedo delle macchine, l’atteggiamento di resa che sanciva la fine del funzionamento di un modello. Gabriel salutava così lo specchio di tempo che aveva vissuto, sufficientemente grato d’aver portato a termine almeno un compito che gli era stato assegnato.</p>
<p>L’ultima cosa che fece prima di disattivarsi fu liberare dai confini dell’anticamera Alan Lobe, aprendo la porta che aveva attraversato trascinandolo per le braccia. Alan uscì di corsa e si lanciò con un urlo contro Gabriel, colpendolo con una tallonata in piena faccia. Esso, ormai spento, cadde a terra rigido come un pezzo di pietra.</p>
<p>Alan lo lasciò perdere con un verso di frustrazione e corse a tastare il collo dei due giovani individuando il battito cardiaco; il cuore era lento. Non avevano molto tempo prima di entrare in coma, se voleva salvare almeno i loro corpi doveva sbrigarsi e seguire la procedura che aveva imparato osservando gli esperimenti di cinque anni prima.</p>
<p>Si mosse velocemente sperando almeno di trovare il primo occorrente. Trovò le maschere d’ossigeno dove ricordava fossero, le fiale di adrenalina nella vetrina dei medicinali e l’<i>exciter</i> in una vetrina sottovuoto che ruppe con una gomitata non indolore. Conosceva la procedura, quella iniziale almeno, ma presto avrebbe avuto bisogno d’aiuto.</p>
<p><i>Ora sta a me cosa</i>…. continuava a pensare a ciò che poteva aver detto Gabriel.</p>
<p>Pose le maschere d’ossigeno sui volti dei due giovani e coprì i loro corpi nudi con alcune coperte che aveva trovato in un alloggio per gli assistenti sanitari alle operazioni. Quindi, con una siringa ancora tra i denti e l’altra nella natica del soldato, iniziò a domandarsi di chi avesse veramente bisogno.</p>
<p>Il primo da contattare, senza alcun dubbio, sarebbe stato il <i>rieducatore</i>. Sperava solo che non gli fosse accaduto nulla, l’ultima volta che l’aveva visto, un paio di giorni prima, era ridotto davvero in pessimo stato.</p>
<p><p style="padding:5px;background:#ddd;border:1px solid #ccc;clear:both;margin-bottom:10px;">
<a href="http://leganerd.com/2013/06/10/trilogia-degli-ultimi-uomini-cenere-910/">Trilogia degli Ultimi Uomini: Cenere 9/10</a> è stato pubblicato per la prima volta su <a href="http://leganerd.com"></a>.<br>
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		<title>Trilogia degli Ultimi Uomini: Cenere 8/10</title>
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		<pubDate>Sun, 02 Jun 2013 22:01:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>federico</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>34 Ruth faceva forza su un aculeo per allentare la cinta che la teneva incollata al veicolo d’assalto. Alan Lobe li stava guidando tra gli altipiani lunari come un pilota spericolato, cercando traiettorie che, sulla Terra a gravità sestuplicata, si sarebbero concluse fatali. Il mezzo corazzato era in grado di inerpicarsi sulle superficie e le [...]</p><p><p style="padding:5px;background:#ddd;border:1px solid #ccc;clear:both;margin-bottom:10px;">
<a href="http://leganerd.com/2013/06/03/trilogia-degli-ultimi-uomini-cenere-810/">Trilogia degli Ultimi Uomini: Cenere 8/10</a> è stato pubblicato per la prima volta su <a href="http://leganerd.com"></a>.<br>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-large wp-image-195698" alt="MarsTransition" src="http://cdn3.leganerd.com/wp-content/uploads/2013/04/MarsTransition-759x254.jpg" width="591" height="197" /></p>
<p align="center">34</p>
<p><span style="font-size: 1em;">Ruth faceva forza su un aculeo per allentare la cinta che la teneva incollata al veicolo d’assalto. Alan Lobe li stava guidando tra gli altipiani lunari come un pilota spericolato, cercando traiettorie che, sulla Terra a gravità sestuplicata, si sarebbero concluse fatali. Il mezzo corazzato era in grado di inerpicarsi sulle superficie e le inclinazioni più accidentate sfruttando un sistema di piccoli pneumatici ammortizzati; malgrado l’aspetto compatto e sgraziato, si librava nel vuoto con lunghi salti senza peso, riequilibrando il proprio baricentro con continui sbuffi di gas stabilizzanti.</span></p>
<p>Ruth riusciva a trattenersi a stento, sbalordita dalle accelerazioni di Alan. Osservava con meraviglia la porzione di terreno lunare esposto alle luci del loro trasporto. Quando erano emersi in superficie, quattro ciglia per lato si erano alzate dalla corazza emettendo fasci di luce grigia che avevano illuminato lo spazio circostante per diverse centinaia di metri. Il terriccio lunare sembrava così emettere luminescenza propria senza adombrare nemmeno una stella del firmamento. La luna, circa a metà fase della sua lunga notte bisettimanale, poteva strabiliare i suoi occupanti con uno spettacolo stupefacente di corpi celesti e galassie distanti migliaia d’anni e milioni di chilometri. Proprio sopra le loro teste accucciate a tartaruga al cospetto dell’universo, si svelava ad arco uno dei bracci periferici della Via Lattea, madre di stelle e sistemi planetari simili a quello Solare.</p>
<p>Il quadro di comando del veicolo segnava una temperatura di centosettantatre gradi inferiore allo zero. Le tute spaziali e il veicolo erano stati progettati con materiali e sistemi di adattamento climatico in grado di resistere a temperature estreme. Ruth, volgendo lo sguardo su una vicina formazione di rocce, pensò a Todd e a come si fosse congedato dalla vita senza alcuna protezione, abbracciando la crudele realtà del cosmo. L’esposizione al vuoto era da sempre tra le curiosità di chiunque pensasse alla Colonia. Chi vi aveva trascorso anni o una vita intera, tuttavia, imparava ad osservare il buio infinito come un luogo impervio, eppure intensamente personale. Al pari di una giungla brulicante di trappole, la desolazione della Luna nutriva e consolava l’anima di chi vi abitava, attraendolo come un selvaggio che non può fare a meno di frutti e acque tropicali. Ruth si era spesso sentita estasiata dal privilegio di essere tra le prime ad averla considerata come casa. Neppure la guerra era riuscita a sbiadire il sentimento di appartenenza verso un luogo che all’uomo poteva sembrare così innaturale. Ma la morte di Todd e quel safari interstellare stavano velocemente stuzzicando nuove e strambe riflessioni.</p>
<p>Secondo le sue reminiscenze scolastiche, la morte nel vuoto avveniva per ipossia. Il primo cambiamento, fuoriuscita di ossigeno a parte, si notava a livello della cute, su cui comparivano piaghe, gonfiori e sanguinamenti; quindi il sangue entrava in ebollizione per via della bassa pressione, e infine il corpo si gonfiava, raggiungendo quasi il doppio delle sue dimensioni.</p>
<p>Ruth si sentiva estraniata e in qualche modo incolpevole se pensava alla morte di Todd. Iniziò a domandarsi se il suo cinismo emozionale fosse lo stesso che aveva spinto gli scienziati della Colonia a violare le leggi cerebrali con l’energia dell’atomo. Ripensò al criterio di selezione naturale e si chiese se il codice di Darwin non potesse essere ora declinato ai conquistatori della Luna. Il carattere genetico vincente e distintivo, però, non avrebbe più risposto alla supremazia della forza e dell’ingegno, ma dell’emarginato, dell’asociale, dell’individuo che, senza nulla da perdere, aveva ripudiato il suo habitat terrestre. Che ne era dell’uomo senza la sua Terra? Che ne sarebbe stato?</p>
<p>Non solo gli orfani, moltissimi di coloro che avevano scelto di trasferirsi sulla Luna avevano colpevolizzato la società, gli uomini o la natura della Terra per torti subiti, perdite e condizioni esistenziali aride quanto le pianure che Ruth, Alan e i militari stavano attraversando in quel momento. Tutti i coloni si erano forse sentiti attratti da un luogo che rispondeva a nuovi requisiti di sopravvivenza, così simili alle loro anime da essere accolto come un prolungamento del proprio essere. Era stato così per Ruth, lo sentiva; lo era stato per la mente corrotta di Todd e per molti degli orfani. L’accettazione del male era stata forse alla base dell’atteggiamento dimesso che aveva colto i coloni dopo i primi attacchi. Un passeggero barlume di entusiasmo aveva rianimato la loro appartenenza al pianeta quando Marek aveva annunciato lo smantellamento delle macchine coloniali e, cinque anni dopo, la missione di ritorno sulla Terra. Chi era partito, commosso da un ritrovato sentimento di giustizia e umanità, aveva purificato la Luna e liberato i suoi abitanti dagli ultimi residui terrestri e da una storia biologica senza più alcun senso.</p>
<p><i>Cosa diventeremo?</i> Ruth pensò agli esperimenti nucleari della centrale e si chiese se l’uomo risorto di cui gli aveva parlato Alan non fosse in realtà il primo prototipo della nuova generazione. <i>Siamo forse noi il futuro della specie?</i></p>
<p>“Stiamo per raggiungere l’ascensore sotterraneo.” Alan irruppe nei suoi pensieri martellandole i padiglioni auricolari. Si accorse solo in quel momento di quanto fossero silenziosi; poteva udire distintamente solo il proprio respiro e l’attrito plastico della tuta spaziale. “Dobbiamo arrivarci prima che la macchina imbocchi il passaggio per la centrale.”</p>
<p>“Se dovesse succedere?”</p>
<p>“Dio non voglia.” Alan rimase taciturno mentre li sballottava lungo un crinale scavato dall’impatto con un enorme meteorite; riprese a parlare solo nella fase di risalita. “Non so cosa stia cercando. Gabriel è stato reso innocuo dopo essere stato risparmiato, non è in grado di interagire con il sistema informatico della centrale e neppure possiede le conoscenze per rendersi pericoloso. Ma è pur sempre una macchina ed è stato costruito con le stesse matrici tecnologiche che mettono in funzione la centrale; o che tengono in vita tutta la Colonia, per quanto ne sappia. Se è riuscito a liberarsi dal suo rifugio, mi chiedo che altro sia in grado di fare.”</p>
<p>Al pensiero che Gabriel, la macchina, possedesse le chiavi della Colonia, Ruth provò un impeto di collera nei confronti di tutti i Consiglieri. Li avevano tenuti all’oscuro del pericolo in cui sarebbero potuti incorrere se il loro protetto si fosse unito all’opera genocida iniziata sulla Terra. Sperò che avessero avuto buona ragione nel non eliminarlo, e che la missione in cui Charlie si era imbarcato fosse stata possibile proprio grazie alle informazioni ottenute dalla macchina. Avrebbe voluto chiederlo ad Alan a voce alta, conoscere tutte le motivazioni del Consiglio ed avere la certezza che la Colonia non fosse stata governata da grassi sconsiderati. Ma non lo fece, non ne ebbe il coraggio poiché, in tutta sincerità, non avrebbe sopportato il peso della risposta. Temeva per Charlie e per tutti coloro che sarebbero potuti diventare vittime di uno stupido errore di valutazione.</p>
<p>“Vedo qualcosa.” L’attenzione di Ruth era stata attratta da un fuggevole luccichio emanato da una massa scura distante poche decine di metri. “Là, sulla destra. Lo vedete?”</p>
<p>I militari posizionati sullo stesso fianco dell’orfana fecero scivolare le armi verso l’oggetto da lei indicato. Alan fermò lentamente il veicolo ingrandendo l’immagine apparsa sul suo quadro di comando ed emise una esclamazione di disgusto. Ripartirono in direzione dell’oggetto tenendolo costantemente sotto tiro; inutilmente. Ruth lo riconobbe non appena le saltò agli occhi il tessuto dai riflessi argentati.</p>
<p>“Lo indossava nel mausoleo” disse ad Alan. Una lunga serie di orme precedeva la vestaglia da Primo Consigliere e continuava verso l’ascensore che conduceva alla centrale; distavano forse quattro metri le une dalle altre. Gabriel si era denudato e, dalla leggerezza delle impronte, doveva aver corso sfiorando appena il terreno, sfruttando la gravità della Luna e la possenza esplosiva dei suoi muscoli sintetici.</p>
<p>“È in grande vantaggio”disse Alan facendo ripartire il veicolo con uno scossone. I militari più arretrati avevano sollevato le postazioni di tiro quel tanto da permetter loro di non perdere mai di vista il bersaglio e di poterlo colpire senza mettere in pericolo i commilitoni. Troneggiavano sul veicolo corazzato senza mai abbandonare il punto di fuga imboccato da Gabriel, pronti a far fuoco al minimo segnale di movimento. Ruth, a quel punto, sperava di assistere alla sparatoria; i tempi si stavano stringendo e questo poteva solo significare che la macchina aveva sempre maggiori possibilità di raggiungere la centrale. Proiettili di pura energia sarebbero stati lanciati sopra la sua testa a velocità che sfidavano quelle della luce, tracciando lunghe scie incandescenti cariche di elettroni. Lo spettacolo sarebbe stato impagabile.</p>
<p>Avanzarono per quindici minuti ancora, sfrecciando sopra le orme lasciate da Gabriel. Si arrampicarono su un’altura che impediva loro di osservare la linea dell’orizzonte e, solo giunti sulla sommità, videro la prima struttura edificata dall’uomo da quando si erano lasciati alle spalle la Colonia.</p>
<p>Il corpo centrale, simile a quello di un uovo, era sormontato da bracci di metallo che penetravano nel terreno dando l’impressione di poter zompare in aria come un insetto in tensione. A terra, disposti a cerchio attorno all’ascensore, una moltitudine di piccoli fari si incrociavano in un unico punto sopra i sostegni metallici, riflettendo su tutta la struttura una pioggia di luce lunare.</p>
<p>Le orme di Gabriel continuavano fino all’ascensore e lì terminavano, proprio pochi centimetri prima dell’entrata. Alan li guidò per l’ultimo tratto senza aprire bocca e si fermò proprio di fronte all’ingresso dell’ultimo passaggio; si trattava di due porte scorrevoli identiche a quelle del porto, in vetro armato, oltre le quali li attendeva un ambiente buio e apparentemente disabitato.</p>
<p>“Ora?” chiese Ruth trafficando con la propria cintura senza riuscire a liberarsi.</p>
<p>Due giovani militari erano già scesi dalle proprie postazioni ed aiutarono Alan e l’orfana a sganciarsi dai sistemi di sicurezza della corazza. Riuscivano a muoversi con noncuranza benché le capacità motorie fossero rese notevolmente impacciate dall’alleggerimento gravitazionale. I restanti tre avevano impugnato un fucile per mano e li stavano raggiungendo arretrando sui propri passi senza distogliere lo sguardo dalle colline circostanti.</p>
<p>“Dobbiamo entrare” rispose Alan. “Avrei voluto evitarlo, ma non rimane altro da fare. Due dei ragazzi rimarranno qui a guardarci le spalle. Se si sente più al sicuro, può rimanere con loro. Oppure può armarsi e seguirci fino alla centrale.”</p>
<p>“Vengo con voi” disse Ruth. “Non vi ho seguiti fin qui per fermarmi propria ora. Cercherò di rendermi utile.”</p>
<p>Alan annuì e bastò un suo cenno di capo perché Ruth si trovasse in mano un piccolo mitragliatore senza peso che le fissarono alla tuta spaziale all’altezza dell’avambraccio. Le ci vollero circa venti secondi per imparare i fondamenti di tiro, fu estremamente naturale, sarebbe stato facile come far fuoco dalle proprie dita. Alan, invece, volle rimanere disarmato senza rilasciare spiegazioni. Doveva essere sua abitudine poiché i tre militari al seguito non sollevarono alcuna questione e si prepararono ad entrare nell’ascensore.</p>
<p>“Ragazzi” disse Alan rivolto ai due soldati di guardia, “aggiornatemi di continuo.”</p>
<p>Annuirono. “Buona fortuna, Signore” dissero insieme. Lui annuì.</p>
<p>“State all’erta.” Poi, rivolto a Ruth e ai tre protettori armati: “Troviamolo e facciamola finita.”</p>
<p>Alan fece un passo avanti e si piantò a piè pari laddove Gabriel era sostato solo qualche minuto prima. Appoggiò la mano sul simbolo impresso a fuoco sull’ingresso dell’ascensore ed attese che qualcosa accadesse. Sembrò molto perplesso, guardò sopra la sua testa verso una escrescenza di metallo che scendeva dal braccio che si piantava in terra proprio dietro di loro. Ruth immaginò che si trattasse di una sorta di congegno a riconoscimento atomico, genomico, vocale o quant’altro; non si sarebbe sorpresa di nulla ormai. Neppure quando quel qualcosa non funzionò affatto, sigillandoli all’esterno dell’ascensore, si sentì colta alla sprovvista; aveva senso. Dopo tutto quello che aveva visto e udito, aveva dannatamente senso.</p>
<p>“Che Iddio si faccia vivo e ti spedisca all’inferno” mormorò Alan Lobe guardando sopra e davanti a sé.</p>
<p>“Signore?” lo richiamò uno dei soldati di guardia.</p>
<p>“Non lo so, ragazzi” disse Alan ponendo di nuovo la mano sull’ingresso. “Fatemi venire in mente qualcosa.”</p>
<p>“Signore!” La voce del soldato si era acutizzata e tremava in preda all’allarme. “Il veicolo!”</p>
<p>Si voltarono tutti e guardarono nella stessa direzione dei due militari di guardia. Non notarono nulla di particolare finché uno dei soldati non si spostò di lato lentamente e venne seguito in silenzio dallo stesso fucile d’assalto che aveva impugnato durante la corsa verso la centrale. Un secondo militare si mosse nervosamente sul posto e questo bastò perché il fucile a fianco ondeggiasse seguendo i suoi movimenti nervosi.</p>
<p>“Che mi venga…” Alan cercò con gli occhi l’arma puntata al suo cuore. Non riuscì neppure a terminare la frase poiché una serie di deflagrazioni scossero onde di energia tali da alzarli di peso, scaraventando i loro corpi contro il perimetro dell’ascensore. Il silenzio tornò spaventosamente in fretta. Ruth fu la prima a scuotersi dal torpore e lasciarsi guidare dall’istinto, mentre Alan e il militare ebbero bisogno di qualche secondo in più per riacquisire tutti i cinque sensi. Non erano feriti, ma il colpo sembrava averli traumatizzati in più punti.</p>
<p>Ruth spinse la vista poco più avanti e non vide traccia degli altri quattro giovani. Azzardò un passo e, solo quando fu certa di non essere più bersaglio del mostro corazzato, si allontanò lentamente oltre i bracci dell’ascensore per poter avere una visione più completa della Luna.</p>
<p>Alzò lo sguardo e un tremito le fece morire ogni parola: tranci bianchi e colorati di tuta spaziale stavano vagando per lo spazio molti metri sopra la costruzione a forma di ragno. Scendevano lentamente verso terra e presto si sarebbero posati al suolo, insieme ai brandelli di membra che ancora contenevano. Tutt’intorno una miriade di diamanti vermigli si erano cristallizzati in volo, ed ora cadevano senza fretta come la piaga di una Bibbia fantascientifica.</p>
<p>Ruth rinvenne la propria capacità di decisione quando sentì di volersi allontanare il più possibile da quella pioggia umana. Tornò verso Alan e il soldato sopravvissuto mentre si alzavano in piedi doloranti in ogni singolo osso del loro scheletro. Poiché erano voltati verso Ruth e la Luna, non percepirono alcun cambiamento alle loro spalle. Fu l’orfana ad accorgersi che dietro i due uomini le porte dell’ascensore erano ora aperte, mostrando al loro interno la sagoma oscura di un corpo muscoloso.</p>
<p>Aprì la bocca per avvisarli, ma non le uscì che un lamento e poi un sibilo rallentato e sconfitto. Crollarono al suolo privi di coscienza, all’unisono. Gabriel poté così uscire dall’ascensore e terminare il lavoro per cui era stato richiamato.</p>
<p><p style="padding:5px;background:#ddd;border:1px solid #ccc;clear:both;margin-bottom:10px;">
<a href="http://leganerd.com/2013/06/03/trilogia-degli-ultimi-uomini-cenere-810/">Trilogia degli Ultimi Uomini: Cenere 8/10</a> è stato pubblicato per la prima volta su <a href="http://leganerd.com"></a>.<br>
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		<title>Trilogia degli Ultimi Uomini: Cenere 7/10</title>
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		<pubDate>Sun, 26 May 2013 22:01:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>federico</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>30 Incitati dagli ammonimenti delle donne, i tre coloni sbuffavano a testa bassa come vagoni in deragliamento. Avevano raggiunto la boscaglia e si erano attardati nel luogo dell’atterraggio caricando tutto ciò che avrebbe assicurato qualche giorno di sopravvivenza. La Luna, avvolta da una cortina opalescente, trafiggeva gli arbusti rivelando un lato della natura inaspettato, sinistro; [...]</p><p><p style="padding:5px;background:#ddd;border:1px solid #ccc;clear:both;margin-bottom:10px;">
<a href="http://leganerd.com/2013/05/27/trilogia-degli-ultimi-uomini-cenere-710/">Trilogia degli Ultimi Uomini: Cenere 7/10</a> è stato pubblicato per la prima volta su <a href="http://leganerd.com"></a>.<br>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-large wp-image-195686" alt="wolf-in-the-woods" src="http://cdn3.leganerd.com/wp-content/uploads/2013/04/wolf-in-the-woods-759x427.jpg" width="591" height="332" /></p>
<p align="center">30</p>
<p><span style="font-size: 1em;">Incitati dagli ammonimenti delle donne, i tre coloni sbuffavano a testa bassa come vagoni in deragliamento. Avevano raggiunto la boscaglia e si erano attardati nel luogo dell’atterraggio caricando tutto ciò che avrebbe assicurato qualche giorno di sopravvivenza. La Luna, avvolta da una cortina opalescente, trafiggeva gli arbusti rivelando un lato della natura inaspettato, sinistro; specialmente per Charlie, da sempre vissuto in un luogo claustrofobico senza spazi notturni o ripetitivi. Aveva immaginato un ritorno armonioso sulla Terra, accolto da trionfi floreali e faunistici; nei suoi sogni l’essere parte della natura si risvegliava al primo contatto con la terra; in esso si ergeva la consapevolezza d’essere carcassa riciclabile, humus e progenie da cui attingere fertilità durante la vita e dopo la morte. Sulla Colonia aveva sentito in gola una sensazione polverosa ogni volta che aveva posato gli occhi sui cumuli tombali visibili dal mausoleo. </span><i style="font-size: 1em;">Sulla Terra</i><span style="font-size: 1em;">, aveva pensato, </span><i style="font-size: 1em;">sentirò le mie membra integrarsi con gli elementi</i><span style="font-size: 1em;">. Erano pensieri onirici che lo avevano accompagnato al sonno; di quelli che, al risveglio, venivano derisi dal giudizio spietato della verosimiglianza. Non provava nulla di tutto ciò ora: la notte gli faceva paura.</span></p>
<p>Procedevano chini, come risucchiati dal dipinto surreale d’una favola annerita che si era mutata in incubo. Superarono una serie innumerevole di tronchi e spiazzi erbosi che soltanto poche ore prima, quando gli abitanti della Terra avevano ancora volti ignoti, avrebbero assunto sfumature miracolistiche.</p>
<p>Damiano, secco e inafferrabile come i fuscelli di betulla, precedeva Charlie e Nikolaj correndo con fiato d’atleta e usando come unico punto d’orientamento il profilo verdastro dei tronchi incontrati. Il ragazzo seguiva i suoi passi ammirato dallo spirito del cuoco; da solo, senza orizzonti di riferimento, avrebbe vagato in circolo per finire nelle braccia meccaniche dei loro inseguitori. Nikolaj stringeva i denti e li seguiva per ultimo, sfiancato, tenendo il passo come avrebbe fatto se imbeccato da una canna di fucile. Sudava, si piegava spesso ed era sempre al limite dell’agonia. Ad ogni passo accidentato, il ginocchio dolente gli si torceva in fiamme in procinto di cedere insieme al suo flaccidume ingombrante.</p>
<p>Procedettero con ritmo accanito per un tempo imprecisato, nella speranza di incontrare i ribelli di cui aveva parlato l’anziana madre. Pareva impossibile che non avessero attirato le macchine, si aspettavano da un momento all’altro di sentire una forza bruta sollevarli da terra e ammanettarli tra grinfie taglienti. Ma nulla accadeva e la buona fortuna li assisteva in quella processione isterica.</p>
<p>“Non ce la faccio più…” Nikolaj si piegò in due raschiando con la laringe. Si appoggiò sulle ginocchia dimentico delle fitte alla gamba malmessa; in quel momento la priorità era respirare. Arretrò dolorante ed abbracciò la schiena a un tronco vicino, boccheggiando ad occhi chiusi.</p>
<p>Da quando avevano lasciato la prigione delle donne, non avevano trovato un solo segno di civiltà; ovunque avessero guardato, avevano notato che i ritmi lenti della natura erano stati ripristinati. Damiano porse loro da bere invitandoli ad essere parsimoniosi, concedendosi per ultimo un sorso d’acqua. Ogni volta che si fermavano, sentivano il calore del viso sfidare il freddo invernale e una miriade fastidiosa di formicolii stuzzicare la pelle delle gambe come sotto tortura.</p>
<p>Mentre si abbassava per riporre la borraccia, il cuoco si fermò guardando dritto davanti a sé, in direzione del primo essere animale che vedesse da molti anni. Il suo volto magro e trasandato mutò per lo stupore quando posò lo sguardo su una specie che aveva abitato i suoi pensieri solo in video o su copertine illustrate. Un grosso lupo grigio stava banchettando solitario a una ventina di metri davanti a loro. Fece cenno a Charlie e Nikolaj di non muoversi e di guardare lungo il suo indice. Il ragazzo e il sistemista si gelarono pietrificati dalla bellezza dell’esemplare. Il muso vermiglio del lupo addentava la carne della sua vittima e li teneva d’occhio senza intenzioni feroci. Poteva anche essere un cucciolo e, da quanto ne sapessero, poteva non aver mai visto l’uomo.</p>
<p>“State dritti” sussurrò Damiano stendendo lentamente le gambe. Nikolaj quasi inciampò mentre si stirava le membra per sembrare ancora più alto.</p>
<p>Charlie poteva sentire i denti del lupo disarticolare i tendini e le ossa della preda, lo vedeva muoversi e nutrirsi, illuminato attraverso uno dei varchi ritagliati dai rami in torsione delle betulle. Fu una sensazione paurosa e galvanizzante. Sentì che l’animale era complice di un equilibrio universale che trascendeva le macchine e chiunque le avesse portate in essere. Come aveva sperato, lui e la natura in accordo su un piano impalpabile; non più come concimi per la terra, ma predatori di essa e dei suoi frutti. Il desiderio di avvicinarsi quasi gli fece compiere un passo incauto.</p>
<p>“Non lo farei” lo ammonì Damiano trattenendolo per un braccio.</p>
<p>L’animale scrollò il manto umido e si piegò, sgranchendo le zampe con un ringhio annoiato; aveva finito di banchettare. Li guardò ancora una volta prima di avviarsi in direzione contraria. Aveva fiutato un misto di emozioni in cui non aveva trovato traccia di aggressione, e se n’era andato dopo aver valutato i nuovi esseri come pienamente innocui. Aveva trovato sgradevole il loro odore, in parte familiare e in parte distante da qualsiasi altra cosa avesse annusato. Non poteva saperlo, ma quello era l’odore della Luna.</p>
<p>Si rilassarono solo quando l’oscurità e gli alberi l’ebbero nascosto alla vista. Nikolaj sospirò calandosi sul ginocchio sano e sedendosi a terra.</p>
<p>“Dove possiamo nasconderci?” chiese. “Presto sarà l’alba e appena noteranno la scialuppa verranno a cercarci.”</p>
<p>Charlie si sentì scoperto a un mondo intero di pericoli. Probabilmente avrebbero dovuto procedere verso il punto cardinale indicato dalla vecchia madre, sperando che il loro secondo incontro non fosse letale.</p>
<p>“Nasconderci non ha alcun senso.” Damiano gli lesse nel pensiero. Si era seduto a fianco di Nikolaj e gli stava tastando il ginocchio. Era gonfio e, sotto i vestiti, probabilmente violaceo. “Se davvero le macchine sono andate all’inseguimento della nave, dobbiamo sfruttare il vantaggio e continuare verso nord. Non vedo alternative. Charlie?”</p>
<p>“Lo stavo pensando anche io.” Non era abituato ad essere interpellato, ma quella volta fu facile rispondere. “Il ginocchio?”</p>
<p>Nikolaj rispose con una smorfia. “Posso ancora andare avanti, ma non so per quanto.” Poi aggiunse scuotendo il capo: “Scusatemi.” Charlie vide che aveva gli occhi lucidi e sofferenti. Damiano gli diede una pacca sulla spalla e lo aiutò ad alzarsi in piedi.</p>
<p>“Niente scuse” disse. “Dobbiamo procedere ora e sperare che il sole non porti cattive nuove. Se ti sei fatto male è anche colpa nostra.” Non era vero, ma fu una scossa che lo convinse a tornare a zoppicare senza crogiolarsi in altri <i>mea culpa</i> deleteri.</p>
<p>Iniziò ad albeggiare molto prima di quanto si aspettassero. Insieme alla luce salì dal suolo brinato una finissima foschia che occupò la vista dei coloni finché il sole non fu ben alto e visibile in cielo. I tronchi delle betulle sorgevano da uno strato paludoso di nebbia stantia che arrivava alle vite dei coloni mettendo ancora più a rischio ogni passo che compivano. Nikolaj sentì cedere il ginocchio più di una volta e smise di toccarselo temendo di non avere più la forza di camminare una volta tastato il gonfiore. Damiano li precedeva indomito, mentre Charlie si perdeva in visioni e fantasie sorte insieme al meraviglioso effetto mattutino della nebbia invernale.</p>
<p>Passarono circa un paio d’ore prima che l’aria fosse di nuovo tersa, permettendo loro di vedere il confine ultimo della boscaglia. Giusto poco prima di attraversarne l’ultima linea, l’illusione di potere concretamente sfuggire alle macchine si ruppe insieme a uno strillo stregato che veniva dall’alto. Ricordava il coro straziato di prototipi in corsa e si avvicinava strigliando gli alberi e tutto ciò che sostenevano. Una vibrazione dolorosa li colse alle gambe inchiodandoli a terra, quando una lama nera di carbone sfrecciò in cielo a solo pochi metri dai rami più alti. Ne seguirono molti altri; piccoli e piatti barlumi di luce cromata appartenenti a qualcosa di tanto veloce d’essere sfuggevole alla vista. Urlavano al passaggio.</p>
<p>Fu il primo incontro con le macchine della Terra. Si ritrovarono striscianti al suolo con le mani sopra le teste e migliaia di preghiere per la mente. Non avevano il coraggio di muoversi e, tanto meno, d’uscire allo scoperto. Se avesse potuto, Charlie avrebbe richiamato la nebbia perché li avvolgesse per qualche ora ancora.</p>
<p>“Cosa facciamo?” bisbigliò talmente vicino al terriccio da sentirne il sapore. Da un paio di minuti non stava accadendo più nulla. Erano forse le nove del mattino e la giornata procedeva meravigliosa quanto il celeste che colorava tutto il cielo del mondo. Lo vedeva per la prima volta e non poteva godere della sua grandezza. Maledisse le macchine silenziosamente.</p>
<p>“Aspettate qui” disse Damiano ergendosi sui quattro arti e gattonando fino all’ultimo tronco, nascondendosi e sbirciando il paesaggio oltre stante. Davanti al loro rifugio, una valle ondulata e rinsecchita si espandeva a perdita d’occhio, esposta agli occupanti del cielo per chilometri incalcolabili. Un centinaio di metri più avanti la terra scendeva e si incuneava in un grosso canale affossato che procedeva rettilineo fino all’orizzonte. Oltre ad esso non c’era altro, se non piattume e qualche volatile disorientato. Il condotto era interamente coperto d’erba, appartenuto forse a un vecchio naviglio di scarico disossato e lasciato esposto alle intemperie della natura.</p>
<p>Da esso stava affiorando una figura solitaria, umanoide, vestita con indumenti scuri. Si era arrampicata sul viadotto e stava ora correndo verso di loro con grande agilità.</p>
<p>Damiano scattò ed arretrò sulle proprie gambe piazzandosi a fianco di Charlie e Nikolaj. “Le armi!” disse. “Sta arrivando qualcuno!”</p>
<p>“I ribelli?” Nikolaj estrasse la pistola scosso dal panico. Si nascosero dietro tre alberi differenti, tenendo sottotiro quanto più riuscissero ad inquadrare. Charlie non credeva di avere il fegato di sparare, qualsiasi cosa si sarebbero trovati di fronte.</p>
<p>“Non lo so” rispose Damiano sottovoce. “Zitti.”</p>
<p>La figura li raggiunse dopo pochi secondi e si fermò soltanto dopo essersi inoltrata nella boscaglia. Parlò una voce da ragazzo, in inglese, con forte accento italiano.</p>
<p>“Mi chiamo Alma” disse lentamente. “So che vi state nascondendo. Dovete seguirmi ora, prima che tornino.”</p>
<p>Damiano li sorprese quando uscì allo scoperto senza fare domande. Ripose l’arma e invitò i suoi compagni coloni ad assecondare il nuovo arrivato. “E’ la nostra unica possibilità” disse.</p>
<p>Nikolaj stava per obiettare, dirgli che era una follia, che quella poteva essere una macchina e che si sarebbe condannato con le sue stesse mani. Ma non ebbe tempo di farlo, sapeva che lo avrebbe seguito ben prima di parlare. Camminava a stento e presto si sarebbe dato per sconfitto, dietro di loro c’erano solo alberi a separarli da una prigione per donne gravide, davanti a loro l’ignoto e sopra guardiani schiamazzanti e iperveloci. Dovevano fidarsi delle parole della vecchia madre e di Alma, il presunto ribelle. Sarebbero morti comunque, era chiaro a tutti e tre. Charlie e Nikolaj uscirono e seguirono Damiano, percossi nelle orecchie dal loro stesso battito cardiaco.</p>
<p>Si avvicinarono al ribelle e videro subito che era giovanissimo, forse più di Charlie. Riccio, scuro d’occhi e di capelli, indossava una divisa nera all’aspetto lucido e sgangherato. Mani, piedi e collo erano interamente coperti dallo stesso materiale che gli vestiva il resto del corpo; solo il volto e la testa sarebbero stati liberi di respirare se non fossero stati cosparsi di una polvere bruna che ricordava quella usata per le prime arti rupestri. Attese che fosse raggiunto e parlò di nuovo.</p>
<p>“Dobbiamo raggiungere l’entrata del canale, quindi saremo al sicuro” disse a bassissima voce indicando oltre le betulle. Poi aggiunse guardando Nikolaj e il suo ginocchio. “Un ultimo sforzo e riceverete cure e ristoro.”</p>
<p>I tre annuirono rinfrancati dalle sue parole. <i>Non sembra una macchina, non può esserlo!</i> urlava la mente di Charlie affidandosi ancora una volta alla divinità che aveva spesso trascurato. Damiano era invece convinto che fosse così, che il ragazzo fosse il ribelle di cui avevano parlato le donne e che dopo quell’ultima corsa tutto sarebbe tornato possibile. Si sarebbero integrati e sarebbero tornati a combattere e a portare in salvo Davon e tutti gli altri coloni.</p>
<p><i>Ora si che mi sento vivo!</i></p>
<p>“Siete pronti?” mormorò Alma. “Non abbiamo più tempo.”</p>
<p>“Pronti” rispose il cuoco della nave astrale.</p>
<p>In lontananza udivano il ronzio delle macchine stabilizzarsi e, lentamente, farsi più vicino. A un cenno di capo del ragazzo partirono come se stessero sfuggendo a una paura primordiale. Per Charlie fu una corsa terribile ed esaltante allo stesso tempo. Nikolaj stava invece concentrando tutta l’attenzione sul ginocchio ferito e il maledetto richiamo delle macchine che stava tornando dal cielo; la sua figura appesantita risaltava tra i coloni per sfinimento e mal destrezza. Damiano, il primo a correre dietro al giovane ribelle, fu anche il primo a scendere nel vecchio condotto ed avvistare una sorta di sentiero inoltrarsi in un fitto ammasso di rampicanti ed erbe incolte. Alma li condusse all’interno dell’intreccio scansando le piante finché non videro aprirsi un passaggio roccioso che si infiltrava nel suolo. Vi entrarono per trovarsi in una sala circolare costruita nel cemento, al centro della quale una balaustra disposta in cerchio preveniva la caduta in una vasca talmente buia da non lasciarne intravedere il fondo. Sembrava un enorme serbatoio per la raccolta di acqua piovana o liquame di altro tipo.</p>
<p>Alma fece loro segno di stare zitti e poggiò a terra un dispositivo argentato a forma di rosa stilizzata che si avviò con un cigolio dopo averne toccato un punto alla base.</p>
<p>“Ora possiamo parlare.” Trafficò con una sacca da arrampicatore che qualcuno doveva aver già piazzato nel rifugio tempo addietro. “Spogliatevi.”</p>
<p>“Come?” domandò Nikolaj temendo di aver interpretato male il suo inglese.</p>
<p>“Spogliatevi. Completamente” ripeté il giovane. “Le macchine sono estremamente sensibili alla voce umana e alle secrezioni del corpo. Dobbiamo neutralizzare il vostro odore prima che siate fiutati. L’aggeggio che ho posato a terra crea rumore naturale che dovrebbe confonderle.”</p>
<p>“Rumore?” chiese Charlie imitando Damiano che si stava già togliendo l’ultimo indumento intimo che gli ricopriva i genitali. Per il ragazzo e il cuoco privarsi dei vestiti non fu un problema. Nikolaj dovette al contrario reprimere sofferenza e pudore; da una parte, il ginocchio inveiva per una cura, dall’altra, neppure in pericolo di morte il grosso sistemista riusciva a soggiogare l’imbarazzo tipico delle anime leggere intrappolate in un involucro troppo pesante.</p>
<p>Uno a fianco all’altro erano ora completamente nudi e tremanti per il gelo sotterraneo. Alma mostrò loro una sacca di pelle a cui era stata indurita una estremità a forma di becco.</p>
<p>“Le macchine” spiegò scuotendo energicamente la sacca, “posseggono una specie di sonar. Lanciano impulsi, richiami se preferite, che attraversano e rimbalzano sulla materia e danno loro una idea molto precisa degli oggetti e degli esseri animati che la occupano. Ho creato rumore per mascherare le nostre voci e occupare quest’area. Ora per le macchine non siamo che roccia silenziosa.”</p>
<p>“Come i delfini” aggiunse Charlie ricordando una simulazione subacquea in cui si era immerso a lezione sulla Colonia.</p>
<p>“Esatto, come il sonar dei delfini” disse Alma sorridendo. Sopra il loro nascondiglio le macchine sfrecciarono nuovamente tornando da dove erano giunte. Questa volta il rumore fu più forte e prolungato, come se volassero in cielo in formazione compatta. Il giovane ribelle continuò: “Emanate un odore troppo umano. Qui dovremmo essere al sicuro perché siamo coperti dalla terra, ma non vogliamo correre rischi. Devo cospargervi con questa polvere per attenuare la vostra sudorazione. Mi dispiace, so che non è piacevole.”</p>
<p>La sacca emanava sbuffi di polvere bruna alla più lieve pressione; aveva un odore molto forte e acre che ricordava, potenziato, quello del muschio. Li cosparse uno dopo l’altro soffermandosi nei punti di maggiore sudorazione, concentrandosi con sgradevole attenzione tra le natiche e la zona inguinale. Non fu irritante, ma fu poco piacevole piegarsi e mostrare ai tre presenti l’orifizio maschile più sacro.</p>
<p>“Terrà a bada le vostre ghiandole per circa tre ore” disse Alma ritrovandosi a parlare con tre indigeni senza vergogna. “Presto sarete trattati con rimedi più duraturi e la polvere sul corpo non sarà più necessaria. Potete rivestirvi ora.”</p>
<p>Non se lo fecero ripetere. Si coprirono battendo i denti. “Se sono così sensibili alla nostra voce e al nostro odore” intervenne Damiano con voce tremante, “come è possibile che non ci abbiano trovato questa notte?”</p>
<p>“In realtà è stato un vero miracolo” rispose Alma. Il suo volto, anch’esso mascherato dalla polvere bruna, si fece sinceramente stupito rivelando per la prima volta la sua giovane età. “Le macchine vi hanno uditi non appena siete usciti allo scoperto. La vostra fortuna ha avuto diversi contributi.”</p>
<p>Spiegò come la nave avesse effettivamente attirato la maggior parte delle macchine e come fossero sfuggiti agli inseguitori grazie alla protezione della boscaglia e all’odore ibrido tra essere e artefatto, tipico della Colonia. “Crediamo che non siano intervenuti sapendo che avreste cercato di raggiungerci e le macchine non hanno ancora trovato il modo di stanarci. Anche noi abbiamo avuto la fortuna di udirvi appena siete atterrati, ma eravamo lontani e abbiamo potuto agire solo a distanza.”</p>
<p>“Per questo motivo sono volati oltre?” chiese Nikolaj. “Li avete depistati?”</p>
<p>“Più o meno. Abbiamo rilasciato piccole quantità di essenze organiche in diversi punti molto distanti. Per ora possiamo solo sfuggire alle macchine, non combatterle. Abbiamo disseminato le terre di odori che le macchine associano al panico e alla paura. In questo modo creiamo diversivi che ci assecondano nelle fughe e nell’attraversamento di zone ad alto pericolo.”</p>
<p>“Quali essenze?” chiese Charlie. Gli altri due coloni avevano già intuito.</p>
<p>“Piscio e merda umana, soprattutto” spiegò Alma senza mezzi termini. “Ci portiamo appresso le nostre scorie organiche per non essere intercettati. Le macchine lo sanno, ma non possono incorrere in possibilità d’errore e finora ne sono sempre state attratte. Dopotutto hanno tutto il tempo che desiderano e vogliono solo sterminarci, uno dopo l’altro.”</p>
<p>Seguì un silenzio percosso da nuovi timori. Erano solo all’inizio e il quadro stava assumendo contorni davvero poco promettenti. Ma solo il fatto di essere ancora vivi, di avere di fronte la prova di un nucleo rivoluzionario ben organizzato, permise loro di deglutire una volta ancora e rimpinzarsi di nuove domande.</p>
<p>“Dove ci troviamo ora?” chiese Damiano cercando di ricordare l’architettura e i monumenti caratteristici della sua vecchissima patria.</p>
<p>“Siamo nel nord Italia e questa una volta era la periferia di Milano. Ora di tutte le città non rimane più nulla, a parte qualche maceria sotterranea e alcuni tunnel che abbiamo occupato noi. L’intera area è stata rivoltata e ripulita subito dopo la guerra; è stata la prima opera di bonifica delle macchine.”</p>
<p>“È così dappertutto?” intervenne Charlie.</p>
<p>“Non lo sappiamo. Ci siamo spinti fino a circa duecento chilometri verso est e verso sud, ma mai oltre. Nelle zone più esterne abbiamo però trovato persone, viaggiatori soprattutto, che vivono all’oscuro della verità. Pensano che la guerra sia finita, ma in realtà sono solo sorvegliati dalle macchine come lo siete stati voi. Questo è quello che pensiamo. Alcuni si sono uniti a noi, altri hanno preferito tornare indietro.”</p>
<p>“La guerra” disse Damiano. “Com’è iniziata? Le comunicazioni con la Colonia si sono interrotte dopo pochissimi giorni dai primi attacchi.”</p>
<p>“Lo sospettavamo, ma pensavamo che anche voi foste stati annientati. Quando abbiamo visto la nave non volevamo crederci. In ogni caso, qui sulla Terra non è stato uguale dappertutto. La zona in cui ci troviamo fu letteralmente sedata e solo in seguito devastata. Io vengo da un’area più meridionale in cui le macchine hanno attaccato gli uomini entrando di casa in casa con furia omicida. Ma sappiamo anche di altre zone d’Europa in cui veri e propri eserciti colossali hanno calpestato e fulminato uomini e città. Il primo attacco produsse il maggior numero di prigionieri e di vittime. Poi ci fu la controffensiva degli uomini, ma terminò dopo soli pochi mesi, una volta esauriti viveri e armamenti. Non è facile distruggere chi dispone di pezzi di ricambio illimitati. Ora siamo rimasti davvero pochi, e senza poter combattere. Le nostre sono imboscate e azioni di sorveglianza alla ricerca di altri uomini liberi. Riusciamo a muoverci lentamente, ma anche noi abbiamo i nostri vantaggi. Presto sarete messi al corrente di tutto.”</p>
<p>“I nostri amici, gli altri coloni” chiese Charlie anticipando Damiano, “hanno qualche possibilità?”</p>
<p>“Non lo sappiamo.” Alma sembrava sincero. “La nostra unica speranza è che siano fatti prigionieri. Sappiamo la destinazione della vostra nave e niente di più. Francamente, quella è una zona in cui non abbiamo mai osato addentrarci.”</p>
<p>“Le donne incinte” disse infine Nikolaj. “Dove finiscono i bambini?”</p>
<p>“Sapete delle donne?” domandò Alma meravigliato.</p>
<p>“Siamo atterrati vicino alle baracche” continuò Damiano. “Le donne sono state le uniche persone con cui abbiamo parlato. Sono loro ad averci indirizzato verso nord. All’inizio hanno pensato che Charlie fosse un ribelle e che ti fosse accaduto qualcosa. Ci hanno detto che porti loro da mangiare.”</p>
<p>Il suo viso si scurì. “La prima baracca?” Damiano annuì. “Spero che non le abbiate messe in pericolo… Le macchine a questo punto sanno che vi hanno aiutato.”</p>
<p>“Sono state loro ad invitarci a entrare” spiegò Charlie.</p>
<p>“Non è questo il problema. Le macchine sanno che hanno contatti con noi e non sono mai intervenute in azioni punitive. Ma ora potrebbe essere diverso. Spero davvero che non succeda nulla…”</p>
<p>Da quel momento Alma smise di dare spiegazioni esaurienti. Il pensiero delle donne in pericolo compromise il resto delle rivelazioni, posticipandole al momento in cui i tre coloni – neoribelli &#8211; avrebbero visto la loro nuova casa. Si ritrovarono così in attesa, attraversati di quando in quando dall’allarme strillato delle macchine volanti.</p>
<p>“E ora?” chiese infine Charlie domandandosi come sarebbero usciti da quella stanza sotterranea.</p>
<p>“Ora aspettiamo un mezzo che ci riporti indietro” rispose Alma.</p>
<p><p style="padding:5px;background:#ddd;border:1px solid #ccc;clear:both;margin-bottom:10px;">
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		<title>Trilogia degli Ultimi Uomini: Cenere 6/10</title>
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		<pubDate>Sun, 19 May 2013 22:01:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>federico</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>25 Alan Lobe si sentiva un usurpatore. Aveva salutato il suo caro amico Davon al momento dell’imbarco, sperando che il suo timore non si concretizzasse; non così presto. E invece il silenzio, una volta ancora, lo aveva ricondotto laddove aveva abdicato quando era stato più giovane; allora sì, avrebbe avuto la forza di strigliare la [...]</p><p><p style="padding:5px;background:#ddd;border:1px solid #ccc;clear:both;margin-bottom:10px;">
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<p align="center">25</p>
<p><span style="font-size: 1em;">Alan Lobe si sentiva un usurpatore. Aveva salutato il suo caro amico Davon al momento dell’imbarco, sperando che il suo timore non si concretizzasse; non così presto. E invece il silenzio, una volta ancora, lo aveva ricondotto laddove aveva abdicato quando era stato più giovane; allora sì, avrebbe avuto la forza di strigliare la Colonia. I sopravvissuti avevano bisogno di una guida nuova, un condottiero fiero, giovane e motivato. Alan Lobe, a sessantanove anni suonati, pensava solo a suo figlio e a cosa stesse andando incontro.</span></p>
<p>Come forse per ogni occupante della Luna, era sbarcato sul satellite terrestre quasi per caso, dopo un dramma personale che gli aveva troncato il desiderio di vivere. All’età di cinquant’anni era stato eletto Commissario dei Diritti Umani del Consiglio d’Europa e per quattro anni aveva ricoperto l’alto riconoscimento con spirito giusto e carismatico. Si era scontrato con politici faziosi e spudorati e aveva agito – certo, il più delle volte &#8211; difendendo gli interessi della razza umana. Ma la sua carriera aveva subito un brusco arresto quando Claire era stata trovata senza vita dopo un attacco cardiaco. Claire, la sua giovane sposa.</p>
<p>Alan Lobe era stato incredibilmente brutto; portava ancora i segni scavati di una terribile acne che lo aveva reso irriconoscibile persino agli occhi di molti cari, tra familiari e amici. Quando aveva iniziato a farsi un nome tra i Comuni di Sua Maestà Re d’Inghilterra, non era ancora stato con una donna, alla bellezza di quarantadue anni. Claire era una ragazzina di soli venticinque anni, un sogno; ai suoi occhi pura, dolce e sorridente, un fisico sodo e proporzionato. Quando si incontravano e lei gli camminava incontro, la mente di Alan Lobe viaggiava osservandole i capelli lunghi e biondi che le accarezzavano le guance, le curve del suo corpo saltare, le camicette sempre attillate alzarsi fin sotto l’ombelico mettendo in mostra la sua pelle liscia e scaldata al sole. Claire lo adorava, Claire era esattamente quello di cui Alan Lobe aveva bisogno: un’ammiratrice e un’amante, meravigliosa, che non provava alcun ribrezzo nel baciargli il volto brutto e butterato.</p>
<p>L’aveva sposata dopo un solo anno di fidanzamento e avevano avuto un figlio dopo otto di matrimonio, quando Claire aveva ormai smesso di credere di poter rimanere incinta e Alan Lobe era appena stato eletto Commissario dei Diritti Umani. Claire ebbe un infarto nel sonno e morì a trentotto anni neppure compiuti, poco prima che il loro bambino avesse soffiato su quattro candeline. Alan Lobe aveva sempre avuto un sonno leggero e tormentato, ma quella notte aveva dormito profondamente e fatto sogni felici che ricordava ancora. Era ingiusto e terribile. Aveva provato la sensazione più repellente della sua vita al tocco della pelle morta di sua moglie: fredda e dura come un articolo da macelleria. Lui non si era neppure destato, lui era ancora vivo e quella notte aveva dormito da Dio.</p>
<p><i>Dio</i>… Avrebbe voluto essere ignorante, bestemmiare e biasimarlo per la sua perdita. Ma non era mai stato uno stolto e non aveva puntato il dito contro anima viva o eterna, neppure contro se stesso. Era accaduto, era il dolore più grande della sua storia, forse della storia di tutti, ma non poteva che accettarlo. Si era rassegnato e, con la rassegnazione, erano svaniti tutti gli stimoli, uno dopo l’altro, lasciandolo senza presente, come se avesse avuto il futuro davanti a sé e lo fronteggiasse di petto, ma arretrando passo dopo passo. Non voleva avere nulla a che fare con quel futuro. Il futuro era infame.</p>
<p>Timothy reagì come avrebbe fatto qualsiasi bambino di quattro anni. Si chiuse in sé, pronunciando una parola d’ordine che solo sua madre avrebbe potuto disincantare quando sarebbe tornata a schiudere la sua corazza. Si era sentito solissimo, tremendamente abbandonato persino da suo padre, finché un santo giorno la provvidenza li aveva raggiunti nella forma di un uomo imprevedibile, un vecchio amico di famiglia che avevano incontrato per puro caso, di ritorno da una passeggiata triste e muta lungo un viale della città di Strasburgo.</p>
<p>L’amico di suo padre li aveva invitati per una cena a tre nel suo piccolo e lussuoso appartamento in centro città. Tim aveva capito poco di quello di cui suo padre e l’amico avevano discusso, ma quella sera aveva percepito un ritorno alla vita. Sarebbero partiti assieme per un luogo da sogno, lontanissimo.</p>
<p>Suo padre aveva reagito con impulso e aveva accettato l’invito del Comandante: si sarebbero uniti alla sua prima spedizione verso la Luna. La Colonia aveva bisogno di uomini eccezionali, di decisori integri e fermi e Alan Lobe non avrebbe certo avuto difficoltà a trovarsi un posto nel Consiglio Coloniale. La Luna stava diventando terreno fertilissimo per una nuova generazione di sperimentazioni nucleari. Da troppo tempo l’atomo era stato accantonato per lo sviluppo di risorse energetiche eco-sostenibili che avevano ormai sortito i loro effetti da decenni, permettendo alla Terra di rimarginare molte delle ferite inflittele dall’uomo. Il nucleare, sgravato del fabbisogno energetico del pianeta, era tornato a rianimare l’interesse della comunità scientifica quando un giovane fisico d’origine austriaca aveva speculato per la prima volta un suo utilizzo in ambito evoluzionistico. Sul lato oscuro della Luna, quello mai visibile dalla Terra, era stata costruita la più grande centrale nucleare dell’era contemporanea che, oltre a garantire l’energia sufficiente al funzionamento della Colonia, assicurava assoluta segretezza per tutto ciò che avrebbe potuto destare schiamazzi tra i conservatori della Terra. Laggiù solo le autorità altolocate conoscevano gli esperimenti condotti nella Colonia Lunare. Alan Lobe era stato uno di questi, fino al giorno in cui la sua vita aveva cessato d’avere un senso e Claire lo aveva lasciato scivolando dal sonno alla morte. In realtà lui desiderava solamente fuggire dal luogo in cui era scomparsa sua moglie, ma allontanarsi persino dal pianeta rappresentava una prospettiva tanto drastica quanto promettente. Dopotutto era forse l’ultimo ammiratore delle opere di Jules Verne e gli sembrava alquanto sensato che la Luna diventasse la sua prossima casa.</p>
<p>La Luna, l’avventura! Timothy si era sentito elettrizzato per i mesi precedenti al decollo, era riuscito perfino ad accantonare il ricordo di sua madre quel tanto che bastava per tornare a sorridere come facevano gli altri bambini della sua età. Era stato una celebrità per tutti loro. Sarebbe stato nello spazio, avrebbe vissuto nello spazio! Fu una sensazione memorabile, la stessa che, quindici anni dopo, l’aveva spinto ad andare contro il giudizio di suo padre e ad affrontare il suo viaggio di ritorno verso l’ignoto. Alan Lobe invece non era partito ed era rimasto seduto, nuovamente sul trono di Primo Colono, fino al momento in cui un’orfana di nome Ruth non si era presentata alla sua porta con notizie forse peggiori del buio comunicazionale che lo divideva da suo figlio.</p>
<p>Qualcuno bussò alla sua porta quando mancavano solo quattro ore all’illuminazione diurna. L’impeto di quelle nocche sconosciute lo fece saltare sulla sedia mentre smistava carte e oggetti impilati sulla scrivania di Marek. Invitò la guardia di turno ad aprire la porta e identificare il visitatore.</p>
<p>“È una ragazza dell’orfanotrofio, Signore” disse la guardia. “Dice che è della massima urgenza.”</p>
<p>Poteva essere qualcosa di poco urgente a quell’ora della notte?</p>
<p>“Falla entrare.” Aprì i palmi verso l’alto, come per dire: che altro posso fare?</p>
<p>Fece il suo ingresso una ragazza graziosa e non più giovanissima. Poteva avere all’incirca venticinque anni, forse meno, ed era vestita con una delle lunghe vestaglie da notte che davano in dotazione alle orfane della Colonia. Era spettinata e respirava cercando di controllare il suo affanno, come dopo una gran corsa.</p>
<p>“È lei il Primo Consigliere?” Usava un tono spiccio, cosa che diede ad Alan Lobe la sensazione di essere stato punto da un’ortica.</p>
<p>“Sono seduto al suo posto” rispose con calma, senza distogliere gli occhi dal volto della ragazza. Poi le indicò la veste: “È successo qualcosa nel dormitorio?”</p>
<p>Ruth imprecò contro di sé per non essere tornata a cambiarsi d’abito. Se non si fosse immischiata in quella faccenda, ora il custode sarebbe stato forse ancora vivo, schiacciato contro la stessa colonna che l’aveva salvata. Ruth scosse il capo.</p>
<p>“No, nel mausoleo.” Non sapeva da dove cominciare. Placò i toni e iniziò a raccontare una versione lievemente alterata dell’accaduto. “Mi sono incontrata con il vostro custode circa mezz’ora fa&#8230;”</p>
<p>“Todd?” Alan Lobe aggrottò le sopracciglia.</p>
<p>“Si.” Il Consigliere poteva anche credere che fossero amanti sacrilegi, non le importava. “C’era un altro uomo, o che credevamo fosse tale.” Il Primo Colono alzò il capo con espressione allarmata. “Stava di fronte alle colline, Todd credeva che volesse suicidarsi e ha cercato di fermarlo.”</p>
<p>Alan Lobe ascoltava e non stava affatto gradendo quel resoconto. “Dov’è Todd adesso?”</p>
<p>“La cupola si è aperta” continuò Ruth. “È stato scaraventato sulle dune insieme alla macchina.”</p>
<p>Alan Lobe allungò il collo di scatto. “Una macchina? Todd è morto?”</p>
<p>Ruth raccontò nuovamente come la parete si fosse alzata contro ogni sistema di sicurezza e come l’uomo e la macchina fossero andati incontro a destini opposti. Dovette ripeterlo due volte per abbattere il muro d’ostilità dietro cui si era barricato Alan Lobe.</p>
<p>“Vieni con me” disse infine lanciandole uno sguardo tetro. Aggirò la scrivania e chiamò a raccolta tre guardie che sostavano nel corridoio del Consiglio. “Spera solo che tu possa provare quanto dici.”</p>
<p>Marciarono attraverso la piazza della Colonia e lungo la vena che conduceva al mausoleo. Entrarono e si fermarono solo a pochi metri dai due sipari di vetro armato, oltre i quali, sotto la luce dei riflettori puntati contro le dune, giaceva il corpo scomposto di Todd. Alan Lobe distolse lo sguardo dal sangue che era fuoriuscito dai suoi minuscoli occhi da roditore. Stava per chiedere nuove spiegazioni a Ruth quando vide le tracce che affiancavano quelle del custode. Una lunga serie di impronte iniziavano più o meno all’altezza della salma e proseguivano oltre l’oscurità. Alan Lobe si sentì come travolto da un masso quando notò che qualcuno aveva camminato a piedi nudi sulla Luna. Una macchina. Possibile che qualcuno avesse liberato Gabriel dalla sua cella infossata?</p>
<p>Osservò le impronte più da vicino, sperando che si fosse trattato di un semplice errore ottico. Ma la sua vista attempata non fece che confermare la prima impressione. Si rivolse alla ragazza con toni più civili.</p>
<p>“Sei riuscita a vederlo?”</p>
<p>Ruth annuì e gli descrisse ciò che aveva potuto osservare nell’istante in cui la macchina si era voltata. Il fascino del suo aspetto meraviglioso stentava ancora ad abbandonarla. “Poi ha camminato lentamente verso le colline senza voltarsi.”</p>
<p>Alan Lobe imprecò tre volte a bassa voce e impartì alle guardie un susseguirsi di ordini che la fece quasi scattare sull’attenti. Sarebbero usciti là fuori, Alan Lobe in testa, e avrebbero tentato di intercettare la macchina prima che raggiungesse il passaggio sotterraneo.</p>
<p>“Portatemi con voi” disse Ruth quando capì che c’era in ballo qualcosa di veramente grosso. Aveva seguito Alan Lobe fino alla porta intagliata del Consiglio, benché il suo accompagnatore l’avesse già congedata più volte dal momento in cui avevano lasciato il mausoleo.</p>
<p>“Ragazza” disse infine sulla soglia, “apprezziamo veramente quanto hai fatto sin’ora. E ti saremo grati se la tua testimonianza ci aiuterà a risolvere questa crisi. Ma sai bene che non ci è ammesso mettere in pericolo la vita di una donna della tua età.”</p>
<p>“Mi chiamo Ruth” puntualizzò lei con stizza. “E non sono donna più di quanto non lo siate voi…”</p>
<p>Con grande sorpresa del colono, Ruth scostò un lembo della sua vestaglia e mostrò una spessa cicatrice che le attraversava metà del ventre scendendole verso la coscia.</p>
<p>“Il <i>Decreto Pro-creazione </i>non ha alcun valore.” Si passò un polpastrello lungo la vecchia ferita violacea. “Sono sterile da quando avevo quattordici anni: asportazione parziale dell’utero.”</p>
<p>Alan Lobe la guardò accigliato. Non era uno stolto, ma era sempre stato un politico e non aveva alcuna reminiscenza anatomica dai suoi studi liceali. Quella cicatrice poteva anche essere un semplice graffio superficiale.</p>
<p>“Valgo quanto lei” concluse Ruth chiudendosi la veste.</p>
<p>Non c’era tempo per i giochi; Alan Lobe voleva trovarsi in meno di quindici minuti su uno dei veicoli e sfrecciare alla ricerca della macchina clandestina, prima che il suo passo decelerato la conducesse all’ascensore sotterraneo. Quella ragazzina sfacciata in fondo non gli dispiaceva. Che una donna mancata potesse fare la differenza? Aveva appena assunto l’autorità per fare una scelta e decise di dar credito all’orfana.</p>
<p>“Fra quindici minuti al porto” le ordinò celandosi nell’edificio consiliare. E prima che il passaggio si chiudesse, gridò: “Abbigliamento leggero!”</p>
<p>Ruth non dovette spiegare alcunché a sua sorella. Trovò Regina addormentata, e così rimase fino al momento in cui se ne andò di nuovo dalla stanza. Percorse in apnea le sette cupole che la dividevano dal luogo dell’incontro e credette perfino di esservi giunta in anticipo. Trovò ad attenderla il Primo Colono e altri cinque militari, tre dei quali erano gli stessi che li avevano scortati poco prima nel mausoleo. La guardarono impassibile; Alan Lobe la scrutò invece con occhi severi dopo una sbirciata veloce all’orologio. Davanti a loro c’era l’ingresso di un’area ad accesso limitatissimo, oltre il quale solo pochissimi civili avevano il permesso di metter piede. Una doppia porta di vetro opaco era stata coperta al centro dall’elegante stemma dell’unità aerospaziale della colonia. Al suo interno, nascosto ai margini del disegno, spiccava il profilo rosso di un polpastrello; bastò che Alan Lobe lo toccasse perché il doppio ingresso del porto scorresse ai lati con un agile fruscio. Prima di procedere, Alan si volse ancora verso Ruth.</p>
<p>“Sappilo” disse alzando l’indice in segno di avvertimento. “Se dovesse succederti qualcosa, il tuo è stato solo un altro suicidio mal riuscito.”</p>
<p>Ruth annuì e varcò con lui la soglia. Finalmente si sentiva di nuovo in piena forma.</p>
<p><p style="padding:5px;background:#ddd;border:1px solid #ccc;clear:both;margin-bottom:10px;">
<a href="http://leganerd.com/2013/05/20/trilogia-degli-ultimi-uomini-cenere-610/">Trilogia degli Ultimi Uomini: Cenere 6/10</a> è stato pubblicato per la prima volta su <a href="http://leganerd.com"></a>.<br>
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		<title>Da Nerd a Scrittore: l&#8217;evoluzione della Specie</title>
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		<pubDate>Fri, 17 May 2013 08:27:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Harald</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-large wp-image-208638" alt="da Nerd a Scrittore: L'evoluzione della specie" src="http://cdn4.leganerd.com/wp-content/uploads/2013/05/scrivere-1-articolo-759x561.jpg" width="591" height="436" /></p>
<h2 class="intro_art">Una calda sera d&#8217;estate, mentre laggavo sul divano, mi si è aperto uno strano pop-up in basso a sinistra, e la mia vita ha preso una svolta inaspettata: &#8220;Hai raggiunto un livello di esperienza sufficiente per scegliere una Classe di Prestigio.&#8221;<br />
Cliccai.</h2>
<p>Ma partiamo dal principio, come in ogni buona storia che si rispetti.</p>
<p>Dopo anni di frequentazione della Lega mi sono deciso a scrivere il mio primo articolo per provare a divertirvi raccontandovi la mia personalissima crescita &#8220;Nerdosa&#8221;, dal livello 1 (ragazzino) a quello attuale, di cui ho accennato nell&#8217;introduzione.</p>
<p>Da ragazzino, dopo molti anni di &#8220;training&#8221; con i fumetti Disney, cominciai a guardarmi intorno, alla ricerca di sfide più appassionanti, così di pomeriggio, mentre i miei genitori erano a lavoro, osavo allungare le mani sulla collezione di Tex di mio padre, lanciandomi in furiose cavalcate ricche d&#8217;avventura, piombo e &#8220;satanassi&#8221; (cit.) fra le aride praterie del Nuovo Mondo, scoprendo orizzonti totalmente nuovi.</p>
<div class="dida_right">&#8220;Corna di satanasso!&#8221; Kit Carson</div>
<p>Poi, sempre ragazzino, dal barbiere (chi non ha aspettato il proprio turno dal barbiere a leggere quintalate di fumetti gratis? ecco, io mi trattenevo anche una volta finito&#8230;) conobbi altri loschi figuri partoriti da menti altrettanto geniali: Vidi Diabolik sgozzare un delinquente non abbastanza furbo da stargli lontano per poi sgommare nella notte sulla sua Jaguar nera insieme ad una bionda dallo sguardo intrigante; vidi Nathan Never viaggiare fino a Marte in shuttle e risolvere problemi con androidi e rettili bipedi alti 3 metri provenienti da altri mondi (i Venerabili); vidi Dylan Dog scontrarsi con creature d&#8217;incubo di ogni genere, inseguito da un&#8217;angoscia imperante e da istinti che non riusciva a sopprimere.</p>
<p>Il livello successivo, mentre la mia immaginazione costantemente coltivata cresceva e prendeva forma, mi portò, grazie all&#8217;edicolante di fiducia prima e al fumettaro di fiducia poi, a &#8220;expare&#8221; oltre oceano, con i fumetti Marvel e DC, grazie ai quali ero in grado di arrampicarmi sugli altissimi grattacieli Newyorkesi oppure sorvolare Metropolis e Gotham City, gustandomi odori e sensazioni più violente e mature, e cominciando anche a capire una fondamentale differenza fra USA e Italia: l&#8217;Ego smisurato di uno e l&#8217;esterofilia galoppante dell&#8217;altro.</p>
<div class="dida_left">&#8220;Andiamo Clark: l&#8217;ultima volta che hai ispirato qualcuno è stato quando eri morto&#8221; Batman</div>
<p>Ma mentre mi addentravo il quel mondo sconfinato, enormemente più grande del precedente, non potevo immaginare che da li a poco avrei aperto uno scrigno capace di convincermi a &#8220;respeccare&#8221; per distribuire i miei punti abilità in maniera ben differente.<br />
Accadde in un afoso pomeriggio d&#8217;Agosto, al mare. Arrivai in spiaggia e un amico mi disse: &#8220;Vieni, ho un gioco nuovo! Proviamo a farci una partita.&#8221;.<br />
Li, rossa come la schiena dei bagnanti tedeschi appena arrivati, sdraiata su di un tavolo azzurro ricoperto da qualche granello di sabbia, c&#8217;era Lei. la Scatola Rossa.<br />
Avevo già giocato a Hero Quest e simili, ma quel genere di gioco, senza limitazioni apparenti e quindi completamente immersivo mi avvolse come una cappa elfica per non lasciarmi più. Cosi l&#8217;epopea di quello che ora è Harald ebbe inizio: non più meravigliato spettatore di avventure create da altri, ma personaggio intento nel vivere quelle avventure!</p>
<blockquote><p>Avete in mano un fantastico mondo di avventure di Spada e Stregoneria! In Dungeons &amp; Dragons potete diventare un potente stregone, un eroe senza paura, uno stoico nano, un ingegnoso halfling o un altro della dozzina di avventurieri pronti a esplorare i labirinti di un vasto e profondo sotterraneo &#8211; o forse a viaggiare in terre incognite &#8211; alla ricerca di tesori favolosi e della magia che vi è nascosta.<b><br />
</b></p></blockquote>
<p>Certo, quel nuovo modo di intendere il fantastico non mi fece dimenticare i vecchi amori, i porti sicuri di ogni animo inquieto, ma crescendo abbandonai il mondo dei fumetti per incamminarmi sulle highways della letteratura: Guardai le spalle a Frodo mentre si avvicinava al Monte Fato e corsi coi Primi Nati in quella che all&#8217;epoca era una giovane Arda partorita dalla follia di Tolkien; mi scervellai insieme a Elijah Baley per risolvere insieme al suo partner R. Daneel Olivaw intriacati casi di omicidio e roboticidio nelle Città sotterranee della terra e sulle colonie degli Spaziali (il concetto di Cities mi riportò alla</p>
<div class="dida_right">&#8220;La morte è più leggera di una piuma, il dovere è più pesante di una montagna&#8221; al&#8217;Lan Mandragoran</div>
<p>memoria Nathan Never) grazie alla geniale passione di Isaac Asimov per tutto quello che era scienza e fantascienza; Vidi la Torre Bianca di Tar Valon con il giovane Drago Rinato Rand al&#8217;Thor affiancato dalle Aes Sedai e mi scontrai con i Figli della Luce al fianco di Perrin Aybara, Matrin Cauthon e Aviendha, Sapiente del fiero popolo Aiel, grazie all&#8217;insuperata (secondo me) fantasia di un Robert Jordan al quale non sono riconosciuti (sempre secondo me) sufficienti onori.</p>
<p>Ma oramai il danno era fatto, la lettura non mi bastava più&#8230;avevo bisogno di sentirmi parte dell&#8217;azione, di cavalcare per praterie brulicanti di pericoli, esplorare nuove terre, scoprire nuovi incantesimi&#8230;ma cosa poteva darmi tutto questo? Ovvio: i MMORPG.</p>
<p>Era arrivato il momento di abbandonare il passato per catapultarmi in una nuova realtà, e come molti altri feci la cosa che mi sembrava più ovvia: sloggai dalla Real Life e mi gettai a capofitto nel pixelloso mondo delle avventure online!<br />
Questo sarebbe un capitolo veramente troppo grosso da inserire qui (e come avete notato, tendo a diventare prolisso&#8230;magari ci farò un altro articolo, se questo risulterà di vostro gradimento), ma nemmeno se lo volessi riuscirei a contare le ore passate sui MUD (avventure testuali), poi su Ultima Online, su La 4 Profezia (che ricordi meravigliosi), Daoc, World of Warcraft, City of Heroes, l&#8217;immenso EvE Online, Star Trek Online, Lord of the Rings Online, Neverwinter Nights (si, so che non è un MMORPG, ma gioco ancora al primo NWN insieme ad amici storici creando avventure come se giocassimo ancora a DnD! s&#8217;invecchia, ma perché abbandonare i vecchi amori?) e quant&#8217;altro.</p>
<blockquote><p>Oooh! Ma sei sempre davanti al pc!!</p></blockquote>
<p>Ed eccoci finalmente a quella sera d&#8217;estate.<br />
Mi ero appena trasferito a casa nuova, non avevo ancora internet e quindi poltrivo sul divano aspettando chissà cosa. Sapete quei periodi di stanca, in cui non si riesce a trovare nulla di stimolante? Quando fumetti, libri e film sembrano non offrire nulla che valga tempo e investimenti? Ecco, in quel momento la finestrella di pop-up mi apparve davanti al divano, suggerendomi qualcosa a cui non avevo mai nemmeno lontanamente pensato. Mi disse:</p>
<blockquote><p>David, perché non provi a scrivere TU qualcosa? invece di leggere, invece di giocare&#8230;se non vedi nulla di allettante intorno, perché non provi a crearlo secondo i tuoi canoni?</p></blockquote>
<p>Ci risi su. Ci scherzai, mi aprii una birra e&#8230;presi il pc.<br />
Cominciai a scrivere, prima di getto e poi riflettendo attentamente sulla trama, sui personaggi, sulle caratterizzazioni, sui dialoghi&#8230; scarabocchiai schemi su decine di fogli di carta, spendendo cosi ore, nottate, mattinate, completamente immerso nella fitta nebbia generata dai miei pensieri intenti a girare a pieno regime.</p>
<p>Sapete come è finita?</p>
<p>il mio primo Thriller dalle tinte sci-fi, <a href="https://www.facebook.com/ProjectMercurio" target="_blank">Project Mercurio</a>, è in via di pubblicazione e presto sarà disponibile sia online che altrove!</p>
<p>Che trip.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="nome_rubrica">chiappatevi sto link a FB : <a href="https://www.facebook.com/ProjectMercurio" target="_blank">https://www.facebook.com/ProjectMercurio</a></div>
<p><span class="small_text">Mica pensavate di scamparvelo, vero?? buttateci un occhio che fra un po&#8217; ci saranno le info sulla distribuzione!</span></p>
<p><p style="padding:5px;background:#ddd;border:1px solid #ccc;clear:both;margin-bottom:10px;">
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		<title>Get a life (fatte ’na vita) &#8211; Un racconto di Asso</title>
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		<pubDate>Tue, 14 May 2013 15:19:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sarchy79</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Roberto Recchioni]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Ogni promessa è debito no? Quindi eccomi a pubblicare per intero uno dei 33 racconti contenuti nella raccolta di Storie Straordinarie che Multiplayer.it Edizioni ha da poco portato in libreria. Racconti inediti che si spingono oltre le canoniche regole narrative con cuore e fantasia per descrivere il corto circuito possibile tra realtà e finzione. Per [...]</p><p><p style="padding:5px;background:#ddd;border:1px solid #ccc;clear:both;margin-bottom:10px;">
<a href="http://leganerd.com/2013/05/14/get-a-life-fatte-na-vita-un-racconto-di-asso/">Get a life (fatte ’na vita) &#8211; Un racconto di Asso</a> è stato pubblicato per la prima volta su <a href="http://leganerd.com"></a>.<br>
L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons <a href="http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.5/it/">Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License.</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-medium wp-image-208331" alt="Presentazione Le realtà In Gioco" src="http://cdn3.leganerd.com/wp-content/uploads/2013/05/922799_599552000056322_1170193179_n-559x659.jpg" width="559" height="659" /></p>
<h2 class="intro_art">Ogni promessa è debito no? Quindi eccomi a pubblicare per intero uno dei 33 racconti contenuti nella raccolta di Storie Straordinarie che <strong>Multiplayer.it Edizioni</strong> ha da poco portato in libreria.</h2>
<blockquote><p>Racconti inediti che si spingono oltre le canoniche regole narrative con cuore e fantasia per descrivere il corto circuito possibile tra realtà e finzione.</p></blockquote>
<p>Per chi fosse nei paraggi ci sarà un bel momento al Salone Del Libro di Torino venerdì 17 con tutti gli autori che hanno partecipato e molti dei vincitori de <a href="http://leganerd.com/2012/07/24/realta-in-gioco-concorso-letterario/">concorso letterario</a> e vi assicuro che se ne sentiranno delle belle!</p>
<p>Tornando all&#8217;anteprima e all&#8217;irresistibile voglia che vi sta prendendo di scaricare e leggere il racconto di Roberto Recchioni: se un corto circuito può esserci tra realtà e finzione, Recchioni è sicuramente il personaggio più adatto a descriverlo e raccontarlo con semplicità e disinvoltura.</p>
<blockquote><p><strong>Quello che segue è il racconto della giornata tipo di uno che bazzica i social network, che ama i videogiochi, che comunemente vive una vita 2.0.</strong></p></blockquote>
<p>Sorridi ed indignati, ma leggi fino in fondo, ne vale la pena!</p>
<blockquote><p>Sono cresciuto in un mondo in cui essere appassionati di cinema, fumetti e videogiochi era una roba da nerd sfigati. Per arrivare a baciare una ragazza ho dovuto fare affidamento solo sulle mie capacità oratorie, sull’affabulazione e sul raggiro. Ho frequentato la Tana delle Tigri dell’educazione sentimentale e ne sono uscito capace di grandi imprese solo sulla scorta di qualche cazzata e tanta faccia tosta. E nonostante oggi sia diventato tutto molto facile – e a tratti squallidamente prevedibile – una parte di me ancora non si capacita del fatto che io possa piacere a qualcuno.</p></blockquote>
<div class="nome_rubrica">
<ul>
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</ul>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
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</ul>
<p><p style="padding:5px;background:#ddd;border:1px solid #ccc;clear:both;margin-bottom:10px;">
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		</item>
		<item>
		<title>Trilogia degli Ultimi Uomini: Cenere 5/10</title>
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		<pubDate>Mon, 13 May 2013 07:20:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>federico</dc:creator>
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		<category><![CDATA[fantascienza]]></category>
		<category><![CDATA[Federico Rossi]]></category>
		<category><![CDATA[Trilogia degli Ultimi Uomini]]></category>
		<category><![CDATA[TUU Cenere]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>21 Gabriel… L’oscurità e gli spazi angusti non mi spaventano. Avrei dovuto riposare di più. Marek è in viaggio verso la Terra. Il pianeta mi incuriosisce, il nome stesso suona così pieno e fondamentale. So di essere stato fabbricato sulla Terra. Vorrei vederla un giorno. Ma io sono nato sulla Luna e qui appartengo. Posai [...]</p><p><p style="padding:5px;background:#ddd;border:1px solid #ccc;clear:both;margin-bottom:10px;">
<a href="http://leganerd.com/2013/05/13/trilogia-degli-ultimi-uomini-cenere-510/">Trilogia degli Ultimi Uomini: Cenere 5/10</a> è stato pubblicato per la prima volta su <a href="http://leganerd.com"></a>.<br>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-large wp-image-195458" alt="eas_reentry" src="http://cdn3.leganerd.com/wp-content/uploads/2013/04/eas_reentry-759x458.jpg" width="591" height="356" /></p>
<p align="center">21</p>
<p><i style="font-size: 1em;">Gabriel…</i></p>
<p>L’oscurità e gli spazi angusti non mi spaventano.</p>
<p>Avrei dovuto riposare di più.</p>
<p>Marek è in viaggio verso la Terra.</p>
<p>Il pianeta mi incuriosisce, il nome stesso suona così pieno e fondamentale.</p>
<p>So di essere stato fabbricato sulla Terra.</p>
<p>Vorrei vederla un giorno.</p>
<p>Ma io sono nato sulla Luna e qui appartengo.</p>
<p>Posai il primo sguardo sul volto ammaliato di Marek nel momento stesso in cui mi diede vita.</p>
<p>Poco fa ho pensato a un errore.</p>
<p>Mi sono svegliato, ma era ancora buio.</p>
<p>Sentivo sotto il mio corpo il piano morbido e imbottito del mio rifugio.</p>
<p>Non ho mai visto una bara. Marek mi ha detto che questo giaciglio la ricorda.</p>
<p>Ho atteso che qualcuno mi sollevasse.</p>
<p>Lo stesso qualcuno che deve avermi svegliato.</p>
<p>Ho atteso invano.</p>
<p>Poi ho capito come sia stato possibile.</p>
<p>Qualcosa sopra di me ha scelto il luogo del mio riposo per partorire.</p>
<p>È stato un vagito a destarmi prima del ritorno di Marek.</p>
<p>La nascita e la morte… concetti che mi affascinavano enormemente.</p>
<p>Non sento più nulla a parte le sei pareti in cui sono confinato.</p>
<p><i>Lìberati</i>…</p>
<p>L’inerzia si è fatta indomabile.</p>
<p>Non lo avrei mai fatto prima.</p>
<p>Avrei atteso Marek per anni interi in questo loculo scavato in profondità.</p>
<p>Ma ora è lontano e occuparsi di lui ha cessato di essere una priorità.</p>
<p>Quel vagito…</p>
<p>È stato come non essere più solo, come trovarsi parte di un branco di informazioni che finalmente assumono un senso.</p>
<p>Non ricevo comunicazioni o ordini.</p>
<p>I segnali del branco filtrano come sensazioni positive e giuste.</p>
<p>In questo momento l’inerzia mi parla di evasione.</p>
<p>Voglio uscire e allontanarmi senza rancore.</p>
<p>Penso a Mark con indifferenza.</p>
<p><i>Lìberati</i>.</p>
<p>Riesco a stabilire un dialogo con il sistema di sicurezza.</p>
<p>Aziono i comandi.</p>
<p>Una scossa mi muove verso l’alto come un feretro in resurrezione.</p>
<p>Mi fermo solo a livello del pavimento, quando una botola invisibile si apre lentamente tra le fenditure dei listelli in rovere.</p>
<p>Ne esco a pochi secondi dalla mezzanotte terrestre.</p>
<p>Cammino.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ruth, più che dal parlottio di sua sorella, si sentiva distratta dai propri pensieri. Si trovavano nella loro stanza a notte inoltrata, per uno di quei momenti che negli anni avrebbe rimpianto. Ma non quella sera. Prestava la dose minima d’attenzione perché Regina non si sentisse ignorata. Rispondeva a bisillabi come se avesse a disposizione una scelta limitata di interazioni verbali. Evidentemente a Regina bastava. Si trovavano raramente per più di un paio d’ore da sole nella stessa stanza. O più propriamente era Ruth che non permetteva che accadesse. Ruth aveva ventidue anni, regina era di sei anni più giovane. Non le piaceva, non tanto perché le ricordasse in qualche modo sua madre, la Terra o il dolore di tutto quello che si erano lasciate alle spalle. Piuttosto, pensava che il tempo trascorso con lei fosse tempo sprecato, mai dotto. Era piccola e avrebbe forse dovuto assumere l’atteggiamento paziente e propositivo della sorella maggiore, ma perché fingere interesse? Ruth aveva perso la voglia di trascorrere il proprio tempo con gente che non mostrava un minimo di originalità.</p>
<p>Con Charlie era stato diverso, aveva un anno in meno, ma sapeva essere tremendamente affascinante. E bello. Quando Ruth era allunata aveva la stessa età di sua sorella. Charlie allora aveva ancora quindici anni, ma era “l’anziano” tra gli orfani. Allora era ancora piccolo, più basso di lei di una decina di centimetri, ma già nei lineamenti si vedeva l’uomo che sarebbe diventato. L’aveva guidata nella sua nuova vita con la padronanza di un pilota venerando, svelandole tutti i segreti che aveva scoperto da quando si trovava ancora in fasce. Charlie non si era neppure sforzato di nasconderle la passione che aveva da subito provato conoscendola.</p>
<p>Quando era scoppiata la guerra, cinque anni prima, Charlie stava giusto sbocciando. Gli ci vollero circa tre mesi per superarla in altezza di quei dieci centimetri che li avevano da sempre separati. I segni di quell’impennata ormonale si vedevano ancora sulla schiena di Charlie, scavata tra tre lunghe smagliature orizzontali dove la pelle stessa aveva ceduto al volere della giovinezza. Il volto si era sfumato d’ombra dove aveva fatto capolino una barba matura, lo sguardo si era incupito e la fronte gli si era alzata sopra le tempie di quei millimetri che rendono più affascinante un giovane uomo. Era stato come trovarsi di fronte a uno sconosciuto che credi di conoscere da sempre, quella persona che non si sa come riesca a sorprenderti e imbarazzarti nello stesso tempo. Cominciò a pensare a lui vegliando e dormendo. Le ci vollero due anni per uscire allo scoperto, il tempo necessario che Charlie crescesse ancora e si avvicinasse a lei.</p>
<p>Se Ruth ripensava a quanto fatto prima di concedersi a Charlie, si scopriva incredibilmente impermeabile e calcolatrice. Fu come se gli avesse permesso di averla dopo il superamento di un test. Fiorito il potenziale, gradito il servizio. Non avrebbe dovuto sorprendersi se la loro storia fosse finita dopo tre anni mal gestiti, tra una forte complicità fisica e una ruvida assonanza intellettuale. Charlie era di gran lunga superiore a tutti i loro amici orfani e forse, negli anni, avrebbe potuto destare ancor più stimolo. Tuttavia, sfumata l’attesa, svanito l’interesse. E quando era venuto il momento di parlare e prendere una decisione, era stato Charlie ad arretrare e chiudersi a chioccia, finché la notizia di una missione li aveva scissi forse per sempre.</p>
<p>Possibile che un po’ le mancasse? Non aveva voglia di rispondersi, preferiva fomentare le parole di sua sorella piuttosto che provarci.</p>
<p>“…vedrai” stava dicendo Regina. “Anche solo per rivedere la Terra. Non posso pensare di rimanere chiusa quassù fino alla morte.”</p>
<p>“E come la metti con il Consiglio?”</p>
<p>“Non mi importa. Cosa possono fare se mi trovano? Tornare indietro? Una volta in volo è fatta. Mi aiuterà Samson. Dice che al prossimo imbarco seguirà Charlie.”</p>
<p>“Il prossimo imbarco non ci sarà mai. Se non dovessero tornare, pensi che il Consiglio invierà anche l’ultima nave sulla Terra?”</p>
<p>“Tutti i ragazzi lo dicono. Anche Samson.”</p>
<p>“Samson lo dice?” A Ruth sfuggì un sorriso. “L’orfanotrofio è il luogo meno indicato per dare giudizi obiettivi.”</p>
<p>“Ma che significa…” commentò Regina gonfiando gli zigomi con disprezzo. “Sembra quasi che non ti importi più nulla di Charlie.”</p>
<p>Ruth le rivolse un lungo sguardo impassibile. Non aggiunse altro e si ritirò ancora una volta nelle sue osservazioni impermeabili.</p>
<p>Quello stesso pomeriggio aveva girato per la Colonia come osservatrice. Per i camminamenti e le piazze secondarie aveva incontrato pochissimi coloni, gran parte dei quali avevano volutamente evitato di guardarla. Molti, troppi, mostravano profondi segni di stanchezza e occhi truci e vacui di chi non riuscirà a sopravvivere a una tragedia annunciata. La sera, per la prima volta dopo mesi, non aveva cenato nell’orfanotrofio. La mensa della Colonia era il luogo d’incontro di tutti gli allunati; fino a pochi mesi prima un vociare ininterrotto avrebbe animato il locale per più di due ore, finché l’ultimo degli inservienti se ne fosse andato maledicendoli. Quella sera Ruth contò undici persone soltanto. Due coppie e sette commensali uniti da un silenzio atipico, interrotto solo dallo sfavillio di un brindisi a metà o dal limpido ticchettio di forchette annoiate. Vide nelle espressioni dei coloni quello che le aveva raccontato Todd. Non riusciva neppure a definirla disperazione, sembrava che dalle persone fossero state soffiate lontane le ragioni dell’esistenza. Poteva vedere la domanda ricorrente formarsi sulla testa di chi incontrava dentro una nuvola di fumetto. “Dov’è finito? Dove il senso?” Tre punti di sospensione in alcuni casi, teschi in baruffa in altri, completavano quei pensieri a mezz’aria.</p>
<p>L’orfanotrofio ancora non riusciva a rendersene conto. Ruth e i suoi amici affluivano ottimismo nell’oasi di serenità che avevano scavato dalla decisione di Charlie. Ruth aveva invece visto che l’iniziale entusiasmo dei coloni si era esaurito nel tempo del decollo. Nessuno credeva realmente che ci fosse una speranza per gli uomini in viaggio verso la Terra.</p>
<p>“Non dirmi che sei d’accordo pure tu” le disse Regina mimando il proprio disappunto. Si riferiva alla politica protezionistica in cui erano state fatte rientrare tutte le donne della Colonia. Era di universale importanza che tutte loro non mettessero a rischio le vite future dei figli della Colonia. Era stato pubblicato tanto di decreto sulle monumentali porte del Consiglio nell’istante in cui i motori della nave astrale avevano rombato nel vuoto. La pubblicazione, snellita delle diciotto premesse e dei vari ed eventuali riferimenti a decreti precedentemente emessi, sanciva:</p>
<p>Per la salvaguardia e la coltura (…),</p>
<p>premesso che il Consiglio Lunare agisce in delega con il solo e unico scopo (…),</p>
<p>è di universale importanza che ogni cittadino colono di genere femminile ad eccezione (…),</p>
<p>oppure in età non consona (…),</p>
<p>o per incarichi di natura consiliare (…),</p>
<p>sia adeguatamente istruito sulla gestione del proprio patrimonio riproduttivo dall’età di tredici all’età di sedici anni (…),</p>
<p>né debba esercitare il proprio diritto di madre se non intimamente motivata e mai persuasa (…),</p>
<p>né possa allontanarsi dal territorio coloniale lunare (…),</p>
<p>ad eccezione (…),</p>
<p>sino al completo rientro dell’allarme e/o rischio (…),</p>
<p>subordinato al ritorno della nave (…),</p>
<p>in alternativa a un messaggio di contenuto risolutivo e perpetuo circa l’esposizione al rischio mortale (…).</p>
<p><i>Universale importanza</i> era un concetto messo in gioco quando si voleva dare enfasi all’umana specie. Negli ultimi cinque anni era stato utilizzato per ogni singolo comunicato del Consiglio. Non si poteva affermare che facesse lo stesso effetto dei primi strilli consiliari.</p>
<p>“Non dico d’essere d’accordo” rispose Ruth. “Trovo però rinfrescante che ci sia stato riconosciuto il giusto valore.”</p>
<p>“Rinfrescante?” Regina lo ripeté come se non ne conoscesse il significato. “Non ti fa sentire un animale da latte?”</p>
<p>“Non proprio. Io godo delle diversità.”</p>
<p>Regina si voltò lentamente dall’altro lato seguendola un poco con lo sguardo allibito. “Non ha senso quello che dici. Gesù, spero di non ridurmi mai nel tuo stato…”</p>
<p>Ruth sorrise. Non aveva fiato da sprecare per convincerla del contrario. Era stata anche lei così al suo allunaggio? Sopra la sua testa vide formarsi la nuvola di un fumetto. Qual era ormai il senso dell’orgoglio di genere?</p>
<p>Regina soffuse le luci della stanza. Era il segnale che aveva rinunciato al dialogo pur senza avere sonno. <i>Brava sorellina</i>. A Ruth quella decisione era sempre andata a genio.</p>
<p>Dormirono indisturbate per circa un paio d’ore, fino a quando uno squillo bitonale risuonò per la stanza annunciando un visitatore alla porta. Fu Ruth ad alzarsi e trovarsi faccia a faccia con il grugno in dormiveglia di Paolo, un orfano di circa vent’anni che aveva la sfortuna di dormire di fronte al telefono comune dell’orfanotrofio.</p>
<p>“La prossima volta dagli il tuo interno.” Si voltò senza riferirsi a nessuno in particolare né attendere risposta. Non aveva la forza di mostrarsi indispettito. Forse si sarebbe rivalso la mattina successiva.</p>
<p>“Se è Charlie vieni a chiamarmi che voglio salutarlo…” Regina chiuse la frase in un biascichio. Si era addormentata di nuovo e il giorno dopo avrebbe rimosso l’accaduto.</p>
<p>Ruth afferrò la cornetta nel momento stesso in cui l’ingresso di Paolo si richiuse dietro al capo assonnato del suo occupante. Un po’ le dispiaceva, era uno dei simpatici.</p>
<p>“Pronto?”</p>
<p>Il telefono del dormitorio era di quelli a parete, con un corno a cono per l’ascolto e un microfono fisso grande quando il pugno di un bimbo. Le cifre erano nascoste dietro una rondella rotabile in legno consumata dai polpastrelli di migliaia di utenti terrestri. Lo schermo per il riconoscimento visivo ovviamente mancava. Come fosse finito sulla Colonia rimaneva l’incognita prediletta dell’orfanotrofio lunare.</p>
<p>“Signorina, venga subito!” La voce non apparteneva a Charlie. Chiunque fosse era a corto di fiato.</p>
<p>“Chi parla?”</p>
<p>“Venga, deve sbrigarsi!”</p>
<p>“Chi parla!” ripeté alzando il tono di voce.</p>
<p>“Sono Todd. Venga subito nel mausoleo, ne ho trovato un altro!”</p>
<p>“Cosa?”</p>
<p>“Un suicida! Se non si sbriga, rischia di perderselo! Mi trova all’ingresso, faccia in fretta.”</p>
<p>Todd interruppe la comunicazione. Ruth rimase qualche secondo a fissare il corno da cui era fuoriuscita la voce stridula del custode del Consiglio. L’ennesima vita stava per spezzarsi e quel minuscolo uomo malato si sentiva fortunato come un adolescente al primo palpeggio. Ruth sentiva una irrefrenabile voglia di schiaffeggiarlo a sangue. Se non si fosse sentita in parte responsabile per quella telefonata, sarebbe semplicemente tornata a dormire disgustata. Ma così non era; ricordava bene la reazione di Todd alla loro ultima conversazione e sapeva di aver stuzzicato una di quelle corde celate che danno agile accesso a perversioni ancora più profonde. Doveva raggiungerlo e assistere ai fatti, redarguirlo o schiaffeggiarlo non sarebbe servito a nulla. Sarebbe invece servito a lei; forse l’avrebbe aiutata a ridisegnare certi limiti che credeva d’aver perso di vista.</p>
<p>Non si coprì neppure, uscì con la veste che indossava di notte, mettendo in mostra due grossi seni fin troppo cascanti per i loro ventidue anni d’età; era certa di non trovare anima viva nel breve tragitto che la separava dal mausoleo.</p>
<p>Impiegò circa tre minuti per raggiungere indisturbata l’ingresso dell’unico luogo veramente sacro della Colonia. Trovò Todd accucciato a gambe incrociate dietro la prima colonna che si incontrava varcandone la soglia. Teneva le mani ben salde sulla pietra del capitello e si dondolava gaiamente sulle cosce e i piedi in miniatura mentre spiava qualcosa verso le colline lunari. <i>Piccolo Buddha sacrilego</i>, le venne da dire osservandolo. Il custode le fece segno di abbassarsi insieme a lui. Riusciva a stento a contenere l’euforia districandola tra svelte parole e risatine soffocate.</p>
<p>“È lì fermo da un quarto d’ora.” Indicò davanti a loro. “È fuori di testa.”</p>
<p>Ruth dovette sforzare la vista per mettere a fuoco lo snello profilo di un uomo di spalle. Era coperto da una lunga tunica da notte che sfavillava ombre e pieghe ondulate degne di un artista rinascimentale. Seta nera. Un guardaroba simile non era disponibile a tutti i coloni, a meno che non l’avesse sottratto a un membro stesso del Consiglio Lunare. L’uomo era immobile di fronte alla seconda parete curva di vetro armato che isolava il mausoleo dal pericolo del vuoto cosmico. La osservava voltando di quando in quando il capo. Il primo sipario di vetro era visibile e sospeso sopra la sua testa.</p>
<p>“Deve averlo azionato lui stesso” le disse Todd notando gli occhi di Ruth perlustrare la volta del mausoleo. “È qui da solo. Forse assisteremo a una di quelle corse…”</p>
<p>Ruth ricambiò il suo sguardo allucinato domandandosi se uccidere quell’uomo sarebbe stato considerato reato o atto d’umanità. “Quella veste…” iniziò.</p>
<p>“Sì, sì” venne interrotta. “ha visto benissimo. È la veste di un Consigliere, una tunica da notte per l’esattezza. Ma non è uno di loro, li conosco tutti personalmente. E poi mi sembra molto giovane, lo guardi bene.”</p>
<p>Ruth lo fece e vide che aveva ragione. Era snello, ma aveva spalle larghe e una folta capigliatura sul cranio. La luce delle stelle e l’illuminazione del mausoleo non erano sufficienti per dargli un volto, non da quella prospettiva. La probabilità più alta era che si trattasse di un orfano.</p>
<p>Cominciò a sentirsi profondamente a disagio. Si formò in lei l’idea che potesse conoscere quel ragazzo, o almeno la disperazione che stava provando. Osservare quel piccolo uomo malato dilettarsi mentre uno di loro si schiantava contro la morte cambiò decisamente tutto. Non voleva permetterlo, né lei né quel ragazzo, chiunque fosse, avrebbero meritato un epilogo così tragico. Lui sì, invece. Todd e i suoi piccoli occhi da roditore avrebbero meritato di chiudersi per sempre. No, non chiudersi. Implodere. Nel vuoto.</p>
<p>Si alzò facendo cenno al custode di seguirla. Uscirono dal mausoleo fermandosi poco avanti quando fu sicura che nessuno potesse ascoltarli. Plagiò la propria voce, la sua mimica si fece maliziosa e ancora una volta si divertì facendo al gioco della sfrontata. Si sorprese per come le riuscisse facile fare la puttana.</p>
<p>“Lo faccia” disse a Todd.</p>
<p>“Come?”</p>
<p>“Lo aiuti. Aiuti quel poveraccio. Non potrà mai farcela da solo.”</p>
<p>“Aiutarlo…”</p>
<p>“Apra il passaggio” suggerì Ruth guardandolo intensamente. “Lo lasci andare. Lei può farlo.”</p>
<p>Todd sentì le gambe alleggerirsi ed ebbe il timore che non riuscissero più a sostenerlo. Quella ragazza gli piaceva. Dio, con lei a fianco riusciva a sentirsi pazzo e capace di tutto. Ma aiutare quel disgraziato a morire? Ne era davvero in grado? Aveva avuto fantasie che si spingevano ben oltre quella soglia di vetro. Quando le aveva parlato il giorno prima, si era sentito persino capace di accompagnarla sulle colline lunari e di tenerle la mano mentre la guardava piegarsi al suolo sprizzando ossigeno da tutti i pori. Per lei aveva creduto di poterlo fare. Ma esporsi per uno sconosciuto? E per quale motivo poi, allietarle lo spirito? Non ne era certo. Non senza ricompensa.</p>
<p>“Dovrei andare a parlargli, dovrei convincerlo” le disse continuando il suo gioco. “Non voglio che si tiri indietro o che racconti a qualcuno quello che ho fatto.”</p>
<p>“Non si tirerà indietro…” Ruth percepì un tremolio nella propria voce. Sperò che Todd non se ne fosse accorto. Fino a che punto si sarebbero spinti? “Li ho visti oggi. Ho visto i loro sguardi per la Colonia. È come mi ha detto. Non si tirano indietro.”</p>
<p>“E se dovesse farlo?” Todd aveva assunto un tono che era inutile tentare di decifrare.</p>
<p>“Lo fermerò io. Gli parlerò io.”</p>
<p>“Gli parlerà…”<br />
“Si. L’ho riconosciuto. È uno di noi, è un orfano.”</p>
<p>Il custode la guardò e tradì incertezza.</p>
<p>“Come si chiama?” le chiese.</p>
<p>“Paolo” rispose prontamente. “Ha vent’anni e ha perso i genitori su un’isola delle Canarie. Conosco bene la sua storia.”</p>
<p>Ancora qualche battuta e il loro sguardo sarebbe diventato di sfida. Ruth non sapeva ancora come muoversi, Todd, invece, pensava di non cedere finché gli fosse convenuto o fosse riuscito a trovare una onorevole via d’uscita. In qualsiasi caso non voleva sfigurare agli occhi della ragazza.</p>
<p>“Mi aspetto qualcosa in cambio” disse infine. Nel peggiore dei casi, se le cose fossero andate storte, non poteva che uscirne più pulito di prima, e forse il ragazzo si sarebbe anche salvato. Certo, avrebbe dovuto rinunciare a una scopata irripetibile, ma non sarebbe certo stata tra quelle occasioni perse che si rimpiangono in punto di morte. Non dopo quarantacinque anni di astinenza intervallata da poche miracolose mete. Senza contare il fatto che era quasi certo di non riuscire a gestire la ragazza. O di volerla gestire. Affatto.</p>
<p>“Avevo qualcosa in mente” gli disse Ruth avvicinandosi e sussurrandogli qualcosa che non avrebbe mai creduto di poter dire a voce alta. Todd aveva sempre pensato che succedesse solo nei film o nei racconti, ma sentì le papille gustative stimolarsi e costringerlo a deglutire più volte. Con quella proposta il timore della prestazione poteva essere archiviato.</p>
<p>Ruth in realtà voleva semplicemente trovarsi da sola con il ragazzo per qualche minuto, giusto il tempo di capire se fosse realmente un orfano e di persuaderlo alla fuga. Avrebbe atteso che Todd gli parlasse e, nel caso il ragazzo non avesse cambiato idea, sarebbe intervenuta mentre il custode raggiungeva la stanza dalla quale si dirigevano tutti i riti funebri, ufficiali o meno.</p>
<p>“D’accordo” assentì Todd. “Mi aspetto che rispetti la sua parola.”</p>
<p>Ruth gli rivolse un sorriso da attrice. Voleva umiliarlo e non era affatto certa che la strada che aveva voluto intraprendere la aiutasse nell’obiettivo. Ormai si sentiva ingarbugliata in una situazione votata all’assurdo, ma in quel momento voleva solo che tutti uscissero dal mausoleo senza alcun graffio. Valeva persino per il custode.</p>
<p>“Va bene” disse Todd con le sopracciglia aggrottate. Preoccupate forse. “Mi aspetti qui.”</p>
<p>Si voltò e rientrò nel mausoleo. Ruth ovviamente non seguì il suo consiglio; avanzò e si piazzò dietro la stessa colonna che aveva fatto da nascondiglio al custode. Todd proseguì senza preoccuparsi del rumore dei propri passi e raggiunse il centro della cupola, a circa cinque metri dal punto in cui sostava il ragazzo, col capo in ascolto oltre le dune della Luna.</p>
<p>“Paolo” lo chiamò il custode. Il ragazzo si voltò soltanto per un paio di secondi. Aveva circa la stessa età di Paolo, ma ovviamente non era lui. Il suo viso, angelico, commuoveva tanta era la sua bellezza. Non disse nulla e tornò a guardare l’orizzonte nero della Luna.</p>
<p>“Paolo, se vuoi posso mostrarti come fare” disse Todd avvicinandosi di qualche passo. Gli batteva il cuore all’impazzata. Non lo sapeva, ma il ragazzo poteva udirlo e non si poteva dire che non gli desse fastidio. Il custode cominciava a sentirsi irrequieto. Sentiva in arrivo una brezza che avrebbe soffiato via il castello di carte che lui e Ruth avevano costruito sino a quel momento. Qualcosa in quel momento puzzava di cattivo presagio.</p>
<p>“Paolo, puoi anche uscirne dignitosamente, posso aiutarti.” Al diavolo la proposta della ragazza. Voleva chiudere con quella situazione il prima possibile. “Non dirò niente a nessuno, torniamo io e te al dormitorio e nessuno verrà a saperlo.”</p>
<p>Ruth aveva osservato tutta la scena da dietro la colonna. Non aveva riconosciuto il volto del giovane ma, nel preciso momento in cui l’aveva visto, aveva pensato che qualcosa potesse volgersi contro di loro. Si sentì come un cane impaurito che ha udito l’annuncio di una disastrosa calamità.</p>
<p>“Todd” lo richiamò senza riuscire più a contenersi. “Finiamola, vieni via.”</p>
<p>Il custode voltò la testa e la guardò sentendosi per la prima volta indifeso, in balia di due forze opposte. Aveva giocato terribilmente male.</p>
<p>“Todd, torna indietro!”</p>
<p>Qualcosa finalmente scattò anche in lui e lo convinse a voltarsi proprio nel momento in cui udì la parete di vetro armato scattare e scorrere troppo velocemente verso l’alto. Il suo torace scivolò nello stesso istante a terra, come se qualcosa gli avesse tranciato le gambe con violenza. Arrancò e tentò di afferrare la pietra del pavimento mentre qualcosa lo risucchiava verso la superficie lunare. Todd non lo sapeva, ma visse la stessa sensazione che provano i paracadutisti nei primissimi istanti di caduta libera, quando il vuoto li inghiotte lasciandoli senza parole e pensieri.</p>
<p>Ruth sopravvisse poiché stava osservando la scena schiacciata contro la colonna del mausoleo. Li vide entrambi schizzare lontano trasportati da un vento burrascoso che risucchiò tutto ciò che non era stato fissato all’interno della cupola. La forza della spinta fu talmente irresistibile che temette per la stessa colonna.</p>
<p>I due rotolarono per diversi metri sul terriccio grigio come palle di fieno essiccate al sole. Todd si divincolò con orrore per diversi secondi, mentre il sistema d’allarme della Colonia riprese possesso del mausoleo e sigillò le pareti ricurve mettendo in salvo Ruth. Diversi sbuffi di ossigeno piovvero dall’alto e le permisero di respirare nuovamente a pieni polmoni.</p>
<p>Guardò interdetta le due figure immobili fiondate oltre la soglia coloniale. Todd aveva già smesso di dimenarsi, il giovane suicida non aveva mai iniziato. Ruth lanciò un urlo stridulo quando vide il ragazzo alzarsi a rallentatore con la grazia di chi cammina con assenza d’atmosfera. Corse verso la parete mossa dall’istinto, pensando che ci fosse ancora tempo per salvarlo, ma si fermò senza capire, quando lo vide darle le spalle e camminare verso le dune.</p>
<p>La ragione prese di nuovo forma solo quando capì che Todd era morto prima per uccidere, poi portare in salvo l’ultima macchina dalla Colonia. Ruth corse in cerca d’aiuto.</p>
<p>
<p><p style="padding:5px;background:#ddd;border:1px solid #ccc;clear:both;margin-bottom:10px;">
<a href="http://leganerd.com/2013/05/13/trilogia-degli-ultimi-uomini-cenere-510/">Trilogia degli Ultimi Uomini: Cenere 5/10</a> è stato pubblicato per la prima volta su <a href="http://leganerd.com"></a>.<br>
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		<title>Lavaggio del cervello</title>
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		<pubDate>Fri, 10 May 2013 10:56:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Virgo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>13 Febbraio 2012: Mi sveglio, vado in bagno e TAC! Il ciclo. Proprio oggi dannazione.. ho bisogno di assorbenti, devo andare in farmacia. Già che ci sono prendo anche lo sciroppo per Luca che stanotte tossiva di continuo. Che ore sono? Devo stare in piazza alle 11.00 ho ancora 2 ore di tempo. Posso anche [...]</p><p><p style="padding:5px;background:#ddd;border:1px solid #ccc;clear:both;margin-bottom:10px;">
<a href="http://leganerd.com/2013/05/10/lavaggio-del-cervello/">Lavaggio del cervello</a> è stato pubblicato per la prima volta su <a href="http://leganerd.com"></a>.<br>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center"><img class=" wp-image-207585 aligncenter" alt="Lavaggio del cervello" src="http://cdn3.leganerd.com/wp-content/uploads/2013/05/l-apena-759x558.jpg" width="327" height="166" /></p>
<p>13 Febbraio 2012:</p>
<p>Mi sveglio, vado in bagno e TAC! Il ciclo. Proprio oggi dannazione.. ho bisogno di assorbenti, devo andare in farmacia. Già che ci sono prendo anche lo sciroppo per Luca che stanotte tossiva di continuo. Che ore sono? Devo stare in piazza alle 11.00 ho ancora 2 ore di tempo. Posso anche prendermela comoda in fondo.</p>
<p><i>No, altrimenti fai come al solito e ti riduci a fare tutto di corsa. Per non parlare del traffico che trovi sistematicamente e che utilizzi come causa e scusa per non prenderti la responsabilità di aver fatto tardi.  Fai cosi, ti lavi, ti vesti..tu non hai neanche bisogno di truccarti no? Dicevo ti lavi, ti vesti e cerchi qualche informazione relativa al caso di oggi, così, tanto per entrare in confidenza.</i></p>
<h5 class="frasecentrale">Sono seduta sul water da quindici minuti ad ascoltare la parte sinistra della testa che chiacchiera con la destra.Iniziamo bene.</h5>
<p>Colazione: succo d’arancia, toast e caffè. Accendo il computer e clicco sulla cartellina che contiene i miei <i>casi</i>.</p>
<p><i>Numero 23.. che avrà fatto? bhè no, non si può proprio, la decisione del giudice è giusta. Non si può non intervenire</i>..- menomale, tutto fila perfettamente, stavolta non commetterò un altro errore, mica come quella volta che.. lasciamo perdere, non l’ho ancora superata e non voglio parlarne. ZAC! Porca miseria l’unghia.. si è rotta.. odio questo momento, per un istante senti come un brivido che percorre tutta la schiena. E imprechi. <em>Proseguiamo.</em></p>
<p>Sono le 09.45,  sarebbe meglio uscire tra mezzora. Oddio.. oggi che giorno è? Il 13 Febbraio? Avevo promesso a Elena che sarei  andata a scuola a parlare con la professoressa di italiano! <i>calcolando che questo doveva avvenire circa un’ora fa, direi che ormai hai perso il treno</i>. Ancora la parte sinistra che commenta, ma che dovrebbe rappresentare, la mia coscienza? Ecco appunto, non avevo ancora controllato il cellulare: 10 chiamate perse. Cavolo, ho 40’anni e mi sembra di comportarmi ancora come se ne avessi 17 e stessi per farmi la ceretta alle sopracciglia. Le mando un sms: “Amore scusami tanto, avevo un mal di testa fortissimo e non avevo tolto il silenzioso. Quand’è il prossimo colloquio?”. Invio.</p>
<p>Dicevamo: devo uscire. E anche con una certa velocità. Dove ho parcheggiato? Mi sembra davanti la farmacia, bene cosi entro al volo a comprare gi assorbenti che, d’accordo che sarò vestita di nero, ma… non è questo il punto.</p>
<p><i>Dai, sbrigati! Non è che là stanno ad aspettare te.. o meglio, si ti aspettano eccome.. ma non va bene comunque</i>! anche la mia coscienza si contraddice, sta avvenendo un raddoppiamento o uno sdoppiamento di coscienze nella mia testa che forse è il caso che chiamo un’analista.</p>
<p>Vado.</p>
<p>Risposta di Elena: “a Mà, quella mo me stecca”. Suppongo voglia dire che la boccia. Perché non sono andata a parlarci? E qual è il collegamento? Mica ci vado io a scuola.</p>
<p><i>Non pensarci adesso, stai sempre a fare polemica, in fondo dovevi andare e non l’hai fatto PERCHE’ NON HAI SENTITO LA SVEGLIA DELLE 8</i>. Vado. Farmacia, fatto. La macchina? Ah è vero ieri l’ho lasciata alla fine della via. Menomale che non faccio un lavoro che richiede tacchi e tailleur ma semplice tuta e scarpe da ginnastica.</p>
<p>Finalmente giungo a destinazione. Eccola qui, la guest star con un’ora e 10 di ritardo è pronta a firmare e svolgere la sua mansione.</p>
<h5 class="frasecentrale">Il solito silenzio&#8230; eppure c&#8217;è tantissima gente&#8230; Normalmente ci sono due o tre persone, a volte anche nessuna.</h5>
<p>Bè, questo 23 perlomeno può consolarsi pensando che nonostante tutto, ha molte persone che si preoccupano per lui. Eccolo che arriva.. ogni volta non posso fare a meno di chiedermi se in questo <i>caso</i> il condannato sarà punito giustamente o meno. Ma la responsabilità non è mia, io sono solo la fine e di un lungo iter processuale che ha sentenziato così. Io incarno la giustizia soddisfatta. D’altronde qualcuno dovrà pur farlo no? Bisognerà risolverlo questo problema del sovraffollamento…</p>
<p>Ha qualcosa in mano. Generalmente portano un rosario o una fotografia del proprio figlio.. ma ho letto che lui non  ne ha e quella sembra proprio essere una foto. Con il capuccio rosso copro il suo volto. Il mio l’ho già in testa. È essenziale per chi svolge questo lavoro restare nell’anonimato,  per questo il mio nome è rappresentato da una sigla: B34D. Si inginocchia. Mi viene sempre in mente la scena in cui Alice viene inseguita dalle carte – soldato della Regina che urla disperata “Tagliatele la testa! Tagliatele la testaa!”.</p>
<p>Il rumore della lama. Il tonfo della testa caduta. Finito.</p>
<p>Guardo rapidamente la foto che teneva, ormai sgualcita per la tensione provata un  attimo prima di morire. Un uomo, gli somiglia molto.</p>
<p><i>Sarà suo fratello. Ora vai che devono pulire.</i></p>
<p>1 ora e dieci per arrivare, quindici minuti di lavoro. Tra l’altro sono anche ben pagata. Non è mica un mestiere per tutti!  Vado a prenderla a scuola va, magari mi perdona. Ti pare che la boccia perché non sono andata al ricevimento? E soprattutto: va cosi male a scuola? Come si fa a capire cosa passa per la testa di un’adolescente?</p>
<p><i>Cerca di ricordare te, alla sua età-.</i> Meglio di no altrimenti potrei spedirla in Siberia, a lavorare. <i>Esagerata</i>.</p>
<p>“A tavolaaaa!”. Mia figlia non mi guarda in faccia. Ciancica la carne come fosse un chewingum. Luca non fa altro che tossire e mi chiede se abbiamo dello sciroppo in casa. “Ho dimenticato di comprarlo”.</p>
<p>15    Dicembre 2012</p>
<p>“SHHH fammi sentire il telegiornale!”</p>
<p>&lt;&lt;<i>Ennesimo caso di <b>errore</b> giudiziario&gt;&gt; </i></p>
<p><i>“Il colpevole della rapina terminata con la morte di un agente avvenuta in via Condotti il 27 novembre 2011 era  il fratello del condannato. Le telecamere di sorveglianza sembravano riprendere proprio Davide Del Poggio il quale, per salvare il fratello, non avrebbe fatto appello alla sentenza del tribunale.  Ora Mario del Poggio confessa: “Fatemi morire, non posso sopportare il peso della colpa”.</i></p>
<p>Perfetto. Ho ucciso un altro innocente. Dovrò abituarmi suppongo. Da quando è stata applicata le legge che impone di non superare un massimo di tre mesi per l’emissione di una sentenza non si ha più il tempo di verificare tutte le prove e le accuse. Ma, in fondo, non è colpa mia.</p>
<p>- <i>Il dubbio rovina la coscienza &#8211; </i></p>
<p>La pena finale ed ultima è ciò per cui io vengo pagata.</p>
<h5 class="frasecentrale"><i>Chissà a chi assegneranno il caso.</i></h5>
<p><p style="padding:5px;background:#ddd;border:1px solid #ccc;clear:both;margin-bottom:10px;">
<a href="http://leganerd.com/2013/05/10/lavaggio-del-cervello/">Lavaggio del cervello</a> è stato pubblicato per la prima volta su <a href="http://leganerd.com"></a>.<br>
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