Anti-molotov, la “bomba” antincendiaria

Evidentemente, oltre a soffocare cani in camere a gas, i giapponesi trovano il tempo per inventare utili oggetti più o meno elettronici.
E’ la volta di questa sorta di bomba molotov al contrario, detta FIRE-117 o SAT-119, pare sia sostanzialmente una bottiglia piena di ammoniaca, non sono un chimico-puzzone, quindi non ho le competenze per poter dire che il gas prodotto dall’ammoniaca possa estinguere una fiamma, fatto sta che l’effetto è decisamente interessante.
Unico effetto collaterale pare sia che il vapore prodotto possa asfissiare un eventuale.. ehi, un momento…

La flatulenza

Come ben fatto notare da Dyo tra i commenti al post su Dead Island, quello del peto è un argomento che ancora manca sulla Lega e di certo ha la sua importanza.

Generalmente quell’azione di mettere in share col nostro naso il gas emesso rumorosamente dal culo di qualcun altro viene considerata estremamente volgare e disgustosa, ma c’è chi con le scoregge ci ha fatto carriera diventando famoso.

E’ il caso di Joseph Pujol (l’uomo ritratto nell’immagine), artista francese vissuto a cavallo del ‘900, che fece del peto la sua arte. In realtà lui era un apprendista panettiere a Marsiglia a cui non si prospettavano grandi cose per il futuro, ma aveva una particolare capacità: riusciva a controllare lo sfintere e, riducendo la pressione addominale, aspirava aria nel retto attraverso l’ano. Così facendo rallegrava gli animi dei francesi della Belle Epoque, ottenendo un discreto successo anche al Moulin Rouge.
Della vita di Pujol ne è stato fatto anche un film nell’83, Il Petomane, diretto da Pasquale Festa Campanile e interpretato da Ugo Tognazzi.
[more]

[/more]

Indimenticabili le scoregge di Giuseppe Pagliaviniti, che la sera su Blob ci svoltava la giornata con la sua ilarità anale.
[more]

[/more]

Cosa causa la flatulenza?
Normalmente siamo portati a pensare che l’origine sia dovuta ai batteri che, nutrendosi di alimenti ricchi di oligosaccaridi (come i famosi fagioli scoreggioni, i carciofi, le cipolle, il formaggio, le castagne ecc.), sintetizzano prodotti di rifiuto gassosi.
Ciò è in parte vero, ma solo per un 10% delle scoregge che tiriamo fuori ogni giorno! Il restante 90% è dovuto all’ingestione di aria da naso e bocca dovuta ai motivi più vari come un’ingestione affrettata di alimenti, fumare, bere bevande gassate ecc.

La composizione dei peti.
Come detto il peto è un gas ed è composto da: azoto e ossigeno che vengono ingeriti tramite respirazione e alimentazione, metano che viene prodotto dai batteri, il biossido di carbonio che viene sia prodotto da batteri che ingerito, l’idrogeno che viene sia prodotto da alcuni batteri, sia consumato da altri. C’è anche una piccola quantità di composti di zolfo dovuta alla decomposizione di proteine, che da al peto quel caratteristico odore che ci porta a schifare la persona colpevole dell’atto o a glorificarla per l’impegno posto nel renderla particolarmente malsana.
Attenzione: il metano e l’idrogeno sono infiammabili quindi evitate di emettere gas in vicinanza di una fiamma viva. Rischiate di finire arsi vivi a causa di una vostra scoreggia e, oltre ad essere doloroso, non credo sia bello essere ricordati per questo.

Solitamente scoreggiamo dalle 11 alle 25 volte emettendo 0,5 a 1,5 litri di gas al giorno. Sembra tanto, ma in realtà la patologia si manifesta quando superiamo le 25 volte al giorno emettendo 100ml/h.
Fortunatamente ci vengono in aiuto alcuni alimenti che neutralizzano la produzione di gas intestinale, quindi, oh voi petomani, fate pure largo uso di origano, cumino, anice o yogurt probiotici (non esagerate con questi che potreste ottenere l’effetto contrario).

Tipologie di scoregge.
Di scoregge, oltre a quella classica, ce ne sono tante e ognuno ne conosce un po’. Ovviamente i nomi possono cambiare anche in base alle regioni e ai dialetti, ma alcune sono per così dire “universali”:


– Scoreggia salonis phoetida (petaccio humilis)
Tipica in ambienti chiusi, motivata dalla assenza di desiderio di alzarsi e uscire per sganciarla da qualche altra parte: basta assumere un’ aria ingenua, alzare poco la gamba e guardare gli antestanti con malcelato disgusto in modo da deviare da sè i sospetti.

– Scoreggia cum tusse dissimulatae
Scoreggia dissimulata con colpi di tosse. Rientra tra le pericolose in quanto neccessita di appropriata spinta e buona coordinazione. Tipica negli uffici, bar, cinema, insomma ambienti affollati dove anche l’odore viene in fretta assimilato: un respiro a testa e la si fa fuori.

– Scoreggia humidis maculatae
Una delle peggiori: prende il nome dalle caratteristiche macchie che lascia sulle mutande. Complica terribilmente la vita in quanto bisogna cercare con urgenza un bidè per togliere le eccedenze e lavare i miseri resti. Rimane comunque mimetizzata sulle mutande molto scure.

– Scoreggia matutinis albae
Quale modo migliore per cominciare una giornata se non tirando una bella scoreggia al caldo delle lenzuola appena apriamo gli occhi?
Vedrete con gioia il/la vostro/a compagno/a schizzare fuori dal letto con rapidità e agilità inaspettate per uno/a appena sveglio. Chiamato anche petaccio egoistico perchè non c’è nessuno che lo voglia condividere con voi.

– Scoreggia deflagrantae vulcanica
Probabilmente la più temuta e odiata. Nel tirarla si prova una sensazione simile alla depilazione: è come se ci strappassero i peli del culo con la ceretta. Ascoltala e chiamala pure come ti pare.

Ma la più temuta, la più odiata, la più subdola di tutte è la Loffa: solitamente lenta ad uscire e totalmente silenziosa, ma estremamente letale. Sarà difficile capire chi l’ha fatta se non ha il coraggio di ammetterlo, ma vi costringerà a fuggire pena la morte per asfissia.
Qui ne potete trovare altre ancora più specifiche e dai nomi fantasiosi.

Fonti:
Wikipedia, qui, quo e qua.

Per finire un omaggio ad un’altra perla del cinema italiano.
[more]

[/more]

Ozono: nemico/amico

Tempo fa discutevo con alcune persone di Smog Fotochimico e spiegai che uno dei tanti problemi di questo tipo di inquinamento è la formazione di particelle di Ozono.

Orrore e sgomento: macosamidicimai, fin da piccoli (per quelli della mia generazione) ci hanno rotto con il buco nell’ozono, ci hanno detto che i CFC-distruttori-di-ozono-innocente erano il male, tant’è che guardavamo con orrore a mamme, nonne e zie che si imbalsamavano la chioma con le bombolette di lacca… e ora dici che l’ozono fa male?

Innanzi tutto cos’è l’ozono?
L’ozono è un gas le cui molecole sono formate da tre atomi di Ossigeno (O3), a differenza dell’ossigeno molecolare che ci piace tanto respirare che ne ha solo due (O2).
Mentre la struttura dell’ossigeno è stabile quella dell’ozono è molto instabile: non esiste un’unica formula, bensì tre diverse possibili disposizioni degli atomi nella molecola, che quindi è in risonanza tra le tre formule possibili.

[more]


[/more]

Questa configurazione instabile è altamente reattiva, tant’è che allo stato liquido l’ozono è un esplosivo che non può essere neppure messo in bombole e trasportato.

Quando l’ozono si trova nell’atmosfera a 15-35 km di altezza, nella fascia che si chiama ozonosfera, non ci da alcun fastidio, anzi è bene che stia lì perché trattiene e assorbe parte dell’energia proveniente direttamente dal Sole, ovvero la radiazione ultravioletta UV-B (280-315 nm), che è ritenuta responsabile del cancro alla pelle.
La reazione che avviene in ozonosfera comporta un delicato equilibrio tra radiazione UV-B, ossigeno atomico, ossigeno molecolare e ozono, ed è in questo equilibrio che i CFC vanno a infilarsi causando il ben noto buco dell’ozono.

È possibile che dell’ozono si produca a livello troposferico, ovvero quella parte di atmosfera dove viviamo noi. Lo smog che le automobili e altre attività umane producono contiene, tra le altre cose:
• ossidi di azoto NOx (sottoprodotti che si formano nelle combustioni che utilizzano l’aria, nelle zone di fiamma a più alta temperatura. Una delle principali fonti è il motore a combustione interna degli autoveicoli, ma in generale essi possono avere origine anche naturale);
• composti organici volatili VOC (tutti i composti che presentano, in condizioni ambiente, una pressione di vapore maggiore uguale di 1.3 hPa come benzene, toluene, metano, CCl4, metano, etano ecc.).
Questi due insiemi (detti “precursori dell’ozono”) sono in grado di produrre ozono troposferico nell’ambito di una reazione fotochimica.

[more]La reazione si suddivide in due fasi: nella prima fase, che necessita della luce solare, avviene la scissione fotochimica del biossido d’azoto (NO2) in monossido di azoto (NO) ed un atomo d’ossigeno (O) (radicale d’ossigeno); nella seconda fase il radicale d’ossigeno (O) reagisce con una molecola d’ossigeno (O2) formando una molecola d’ozono (O3).
L’abbattimento dell’ozono avviene quando l’ozono (O3) reagisce con il monossido d’azoto (NO) formando di nuovo i reattivi di partenza (NO2 e O2). Questa reazione è indipendente dalla luce e può avvenire anche al buio, garantendo un certo equilibrio tra produzione e degradazione.
I VOC, per effetto della luce e dell’ossigeno, formano i cosiddetti perossidi e radicali liberi. Anche questi composti possono ossidare l’NO a NO2 e perciò all’ozono viene a mancare il principale reattivo per la reazione di abbattimento. Risultato: l’ozono formatosi rimane intatto e l’NO2 riciclato resta a disposizione per una nuova reazione.[/more]

L’ozono è un potente ossidante e per gli esseri viventi risulta altamente velenoso.
Qui potete vedere l’effetto su una foglia:

[more]


[/more]

I principali effetti dell’O3 si evidenziano a carico delle vie respiratorie dove determina una riduzione della funzione polmonare, comparsa di iper-reattività bronchiale fino alla possibile insorgenza di edema polmonare. L’induzione di una risposta infiammatoria in seguito ad esposizione ad O3 è indicata da vari studi sperimentali.
In particolare, si ritiene che tale gas inquinante induca una risposta flogistica attraverso i tre seguenti meccanismi:
a) modificazione della permeabilità cellulare per fenomeni di perossidazione dei lipidi di membrana;
b) alterazioni della permeabilità delle vie respiratorie per azione distruttiva diretta sui componenti citoscheletrici cellulari;
c) rilascio da parte delle cellule epiteliali ed endoteliali del microcircolo alveolare di vari mediatori pro-infiammatori (citochine, fibronectina, fattore attivante le piastrine, vari metaboliti dell’acido arachidonico).
È stato ipotizzato che a basse concentrazioni l’ozono potrebbe modificare, per fenomeni di ossidazione, i componenti molecolari del sottile strato di muco che riveste le vie respiratorie con conseguenti alterazioni della sua viscosità (modificazioni qualitative delle glicoproteine del muco, fenomeni di ipersecrezione delle muco-proteine, ipertrofia ed iperplasia delle cellule e delle ghiandole mucipare) e formazione di composti tossici secondari dotati di attività pro-infiammatoria.

Insomma… meglio che resti in alta quota.

Io sono Nutmeg, ingegnere ambientale, e questo è il mio primo articolo da autrice, mi preparo al peggio… :D

Via: conoscenza personale, wikipedia, qui.

Nanomateriale per individuare e neutralizzare esplosivi

Ricercatori stanno testando un nanomateriale a base di ossidi metallici di molibdeno capace di rilevare esplosivi a base di perossidi e neutralizzarli.

Si tratta di una specie di inchiostro che in presenza di vapori o liquidi esplosivi a base di perossido cambia colore da blu a giallo-bianco, con una sensibilità fino a 50 ppm. Inoltre cambiano le sue proprietà fisiche da metallo a non-metallo, rendendo possibile l’integrazione in dispositivi elettronici.

In particolare sembra molto efficiente nell’identificare il TATP, triacetone triperossido, esplosivo di facile preparazione artigianale e quindi molto usato in azioni di terrorismo o guerriglia, e il HMTD, hexamethylene triperoxide diammina.

Applicazioni in campo di rilevamento spaziano da spray/sensori utilizzabili istantaneamente (30 secondi di tempo di risposta) in aeroporti o metropolitane per la prevenzione di atti terroristici, all’uso in ambito militare: si stanno già testando badge per soldati con una cartina indicatrice della presenza dell’esplosivo. Utilizzabile anche dagli artificieri per avere un’idea veloce del tipo di esplosivo in un ordigno. Inoltre è già stato testato come additivo a solventi o reagenti per uso di laboratorio: in alcune formulazioni chimiche può essere utile avere dentro un indicatore ben visibile che faccia subito capire se nella reazione si stanno formando specie esplosive.

Ma le proprietà del materiale non si esauriscono qui. Sembra infatti che miscelando in nanomateriale a TATP o HMTD ne neutralizzi il potenziale esplosivo.

Allen Apblett (chimico della Oklahoma State University in Stillwater) e i colleghi che hanno sviluppato il composto hanno fondato una società, Xplosafe, che si occuperà dell’ulteriore R&D e commercializzazione del prodotto.

Fonti: ScienceDaily

Il futuro della plastica

Dei ricercatori dell’Università di San Paolo, in Brasile, stanno studiando l’applicazione di fibre ottenute da banane, ananas ed altre piante, per produrre materiali plastici più ecologici e resistenti dei classici derivati dal petrolio che usiamo ancora oggi. Alcune di queste fibre, chiamate anche fibre di nano-cellulosa, sono quasi rigide come Kevlar, il materiale celebre per essere super-resistente ed utilizzato nei giubbotti antiproiettile. A differenza del Kevlar e delle altre materie plastiche tradizionali, che come già detto prima sono derivati dal petrolio o gas naturale, le fibre di nano-cellulosa sono completamente rinnovabili.


“They are light, but very strong.”

Sembra che queste nuove fibre siano molto resistenti, 3 o 4 volte più del normale e il 30% più leggere. Si spera che in futuro molte parti delle auto quali cruscotto, paraurti, ecc. saranno fatti con queste fibre in modo da alleggerire l’auto e abbassare il consumo di carburante. Molte case automobilistiche stanno testando questi nuovi componenti e forse nel giro di un paio di anni si inizieranno ad usare.

In approfondimento qualche info su come ricavare la fibra:

[more]
Per preparare la nano-fibre, gli scienziati inseriscono le foglie e gli steli di ananas o di altre piante in un dispositivo simile ad una pentola a pressione, poi aggiungono alcuni prodotti chimici per le piante e fanno scaldare la miscela a più cicli, producendo un materiale molto fine che somiglia al borotalco. Questo processo è molto costoso ma gli scienziati hanno detto che basta un chilo di nano-cellulosa per la produzione di 100 chili della nuova plastica, super-forte e leggera.


“So far, we’re focusing on replacing automotive plastics, but in the future, we may be able to replace steel and aluminum automotive parts using these plant-based nanocellulose materials.”

Gli scienziati sperano che questo nuovo tipo di plastica potrà essere usato nel campo medico, per esempio per ricostruire legamenti o giunture.
[/more]

Fonti:
Link
Wired.com
Sciencenewsline.com
Dailymail.co.uk

Bazingato da: Ciccio87

Google celebra Bunsen e il suo becco

Google celebra oggi il celebre chimico Robert Bunsen.
Ovvero l’inventore del famigerato “becco Bunsen“! Ogni nerd che si rispetti ne ha sentito parlare e se ne ha avuto uno per le mani probabilmente avrà testato ogni oggetto nei dintorni per vedere quali non erano infiammabili… :D

Quote da Wikipedia:

Robert Wilhelm Bunsen (Gottinga, 31 marzo 1811 – Heidelberg, 16 agosto 1899) è stato un chimico e fisico tedesco.
Perfezionò il bruciatore che ora porta il suo nome (becco Bunsen), inventato dal chimico e fisico britannico Michael Faraday e lavorò sulla spettroscopia di emissione degli elementi.

La domanda che sorge spontanea dopo aver visto il doodle di Google è:
Ma la caffettiera???

Edit: muovendo il mouse sopra l’immagine è possibile cambiare altezza e colore della fiamma del becco Bunsen!

A proposito del becco Bunsen…

[more]Il becco di Bunsen brucia un flusso continuo di gas senza rischio che la fiamma abbia un ritorno nel tubo e giunga fino alla bombola. Tipicamente il bruciatore usa gas naturale (sostanzialmente metano con piccole quantità di propano e butano) o, in alternativa, gas di petrolio liquefatto (propano, butano o una miscela dei due).

Il becco di Bunsen è composto da uno zoccolo con il tubo da cui giunge il combustibile gassoso, che presenta all’estremità finale un beccuccio; l’apparecchio è formato anche da un tubo verticale, all’imboccatura del quale viene acceso il gas.

Il tubo verticale è forato in due punti per l’accesso dell’aria ed è ricoperto da un manicotto, anch’esso munito di due buchi: ruotando il manicotto si può regolare quanto i suoi buchi coincidano con quelli del tubo. In questo modo è possibile avere una maggiore o minore quantità di aria aspirata per effetto Venturi e quindi ottenere una fiamma di diversa natura, ossidante o riducente. La portata del gas è regolata invece da un’apposita vite.

La fiamma raggiunge la temperatura anche di 1400 °C quando è ossidante, e si divide in diverse zone a seconda della temperatura: la base della fiamma che raggiunge i 300 °C, la zona di fusione (che si ritrova a circa 2/3 dell’altezza della fiamma) che raggiunge i 1400 °C.
Oltre che come fonte di calore, il becco di Bunsen trova impiego anche nell’esecuzione dei saggi alla fiamma.

Al giorno d’oggi il becco di Bunsen è stato sostituito in molti utilizzi da riscaldatori elettrici (a piastra o manicotto) che hanno il vantaggio di essere più sicuri, facilmente controllabili e di non emettere prodotti di combustione che potrebbero interagire con le reazioni in atto.[/more]

Onde elettriche anti-incendio

Presto potremmo vedere i pompieri spegnere le fiamme usando delle attrezzature simili a quelle dei Ghostbusters. Infatti, al 241° incontro della American Chemical Society, Ludovico Cademartiri (sì, un italiano) ed i suoi colleghi hanno ripreso una ricerca di ben 200 anni fa che aveva supposto che l’elettricità potesse influenzare la forma delle fiamme, piegandole al suo “comando”, e che potesse persino arrivare a spegnerle. Nel corso degli anni questo studio fu abbandonato, finchè i suddetti ricercatori non l’hanno ripreso.

Il fenomeno è molto complesso, considerando il gran numero di effetti che accadono contemporaneamente. Secondo Cademartiri, le particelle di carbone (nell’articolo originale si parla poi di soot, cioè fuliggine, quindi ho optato per “carbone” invece di “carbonio” per tradurre carbon, sono pronto a correggere) generate dalle fiamme sono la chiave per comprendere il fenomeno. Le particelle di fuliggine possono infatti caricarsi facilmente e, in quanto tali, reagire al campo elettrico, agendo sulla stabilità delle fiamme.

Nello specifico, gli scienziati hanno connesso un potente amplificatore elettrico ad una sonda a forma di bacchetta, usando questo aggeggio per sparare raggi elettrici contro una fiamma dell’altezza di circa 30cm. Quasi istantaneamente la fiamma si è estinta, l’esperimento è stato ripetuto con successo più e più volte.

L’amplificatore era dotato di una potenza di 600 watt, ma Cademartiri pensa che una sorgente di energia con appena un decimo della sua potenza potrebbe avere lo stesso effetto sulle fiamme. Ciò andrebbe a notevole benfeficio dei pompieri, perchè permetterebbe loro di utilizzare dei congegni spegni-fiamma portatili, che potrebbero essere tenuti in mano o in uno zaino, usando la “bacchetta” per domare l’incendio o farsi strada tra le fiamme per salvare persone ed animali.

In questo modo il lavoro dei vigili del fuoco diventerebbe più rapido e meno distruttivo, considerando quanto è difficile controllare ed estinguere un incendio. Al momento vengono utilizzati acqua, schiuma, polvere ed altre sostanze, ma questa nuova tecnologia (se resa funzionale ed all’altezza delle aspettative) potrebbe permetter loro di risparmiare acqua ed evitare di danneggiare l’ambiente circostante.

Un eventuale sviluppo di questa tecnologia permetterebbe la costruzione di sistemi futuristici che, sfruttando questo fenomeno, potrebbero essere installate sui soffitti di edifici e barche, in modo simile agli impianti anti-incendio che spruzzano acqua. Inoltre, si potrebbe utilizzare con profitto anche in luoghi più ristretti, come camion blindati, aerei e sottomarini. Invece, Cademartiri fa notare che la grande estensione degli incendi forestali non permette un adeguato utilizzo del suo dispositivo.

Infine, la scoperta di questo fenomeno, che permette di controllare il calore e la distribuzione delle fiamme con delle onde elettriche, potrebbe potenzialmente ottimizzare l’efficienza di una grande varietà di tecnologie che coinvolgono combustioni controllate, come i motori delle macchine, le centrali elettriche ed il processo di saldatura.

Il progetto è stato finanziato dal Dipartimento della Difesa e dal Dipartimento dell’Energia americani.

Articolo originale.

[more]

Non incrociate mai i flussi!
[/more]

Il nepetalattone: la droga dei gatti

Ispirato dal video sugli effetti psicotropi di questa molecola sui gatti ho approfondito.

Il nepetalattone è un terpenoide biciclico a 10 C, derivante dall’isoprene formato da un lattone e un ciclopentano fusi. Scoperta nella Nepeta cataria, queste molecole si evolvono e vengono sintetizzate dalle piante come attrattori di insetti impollinatori o come repellente per animali dannosi alla pianta (parassiti o erbivori).

Ha 3 stereocentri e il 4aα,7α,7aα-nepetalattone è la molecola che provoca eccitamento nei felini. Il 70%-90% dei gatti ne è sensibile, e ciò ha una determinante genetica (dovuto ad un gene autosomico dominante). I gattini sembrano non rispondere alla molecola almeno fino alle 6-8 settimane di vita, probabilmente fino al raggiungimento della maturità sessuale. La reazione psicosessuale dura 5-15 minuti e occorre un’ora prima di poter ripeterla (mi ricorda qualcosa…). I gatti lo assimilano via organo vomeronasale dai vapori della sostanza, quindi non per via intestinale, e agisce a livello cerebrale.

Da recenti studi sembra che il nepetalattone sia molto potente come repellente per scarafaggi e moschicida.
Inoltre può fare da feromone sessuale in Hemiptera Aphidae (un afide) e da molecola di difesa in Orthoptera Phasmatidae (l’insetto stecco).

Nell’uomo il nepetalattone è un ottimo calmante, con proprietà antibatteriche. Prima dell’avvento del the cinese, il the con l’erba gatta era molto popolare.

Fonti: conoscenze personali, il mio gatto, wiki, qua.

Sviluppata una batteria che si ricarica in un minuto

Uno dei fattori chiave per il successo di un device è rappresentato anche dalla durata della batteria.
Secondo quanto riporta il Nature Nanotechnology, un team di ricercatori dell’Università dell’Illinois ha creato un nuovo tipo di batteria, concentrandosi principalmente sulla riduzione della distanza che gli ioni devono compiere al suo interno prima di raggiungere un elettrodo. Il processo che hanno usato è definito semplice e potrebbe essere utilizzato anche nella produzione di massa.

Il team di sviluppo ha realizzato una batteria che è stata in grado di fornire il 75% della normale capacità con una ricarica di soli 2,7 secondi. Con soli 20 secondi si è ottenuta una ricarica della batteria del 90% della sua capacità.

Ipotizzando una produzione di massa, si potrebbe arrivare a ricaricare un batteria al 75% della sua capacità in un minuto ed il 90% in circa due minuti.

Sicuramente sarebbe una rivoluzione per quanto riguarda le batterie per cellulari e tablet che permetterebbe in pochi secondi di avere a disposizione ore di funzionamento con tempi di ricarica bassissimi.

Via

“Pee Power”: idrogeno dall’urina

L’elettrolisi di un grammo di idrogeno a partire dall’urea “costa” 135 kJ, mentre se si parte dall’acqua il costo sale a192 kJ; l’urea garantirebbe quindi un risparmio del 30% circa.

Nel quote trovate l’essenza di questo post, che cosa significa? Concretamente che qualcuno sta ancora lavorando sull’idrogeno come fonte d’energia alternativa e in secondo luogo che domani potremmo avere macchine o sistemi elettrici alimentati con l’urina.

Il discorso è molto semplice: attualmente l’idrogeno viene ricavato dalle classiche molecole d’acqua (H2O) che tutti, anche chi non è prettamente un chimico conosce, con un costo di dissociazione in termini di energia di circa 192 KJ.
Lo stesso processo applicato all’urina comporterebbe una spesa energetica di “soli” 135KJ.

Ogni giorno con l’urina un essere umano insieme a sostanze di scarto, sali minerali e acqua produce quantità di:
-ammoniaca [more]

[/more]
-urea [more]
[/more]

Un essere umano non riuscirebbe a fare un granché, ma immaginate di prendere un edificio adibito ad uffici con 200/300 impiegati o uno stadio o un aereoporto: è stato stimato che nel primo caso si produrrebbero circa 2 kilowatts di potenza. Se poi lo stesso principio venisse applicato nel settore primario su un ipotetico allevamento di 1000 mucche si potrebbe pensare di produrre 40/50 kilowatts di potenza ponendo così anche un freno notevole all’immissione dei nitrati e dell’ammoniaca nei terreni.

Se tutto questo discorso può sembrare l’ennesima bufala ambientalista, a dare manforte a tutta la faccenda arrivano alcuni ricercatori della Ohio University capitanati da Gerardine Botte che hanno già pubblicato i primi risultati su una Tesi di dottorato di cui trovate il testo integrale a questo indirizzo (del discorso urea/ammoniaca/acqua si parla verso pagina 86).

A tal proposito proprio con l’inizio di del 2011 è stato lanciato il nuovo sito e3cleantechnologies.com al grido di “Pee Power” (potete facilmente capire che cosa significa) con Gerardine Botte nel ruolo di Chief Technology Officer: azienda che mira ad avere un prototipo costruito e funzionante entro la fine del prossimo anno.

Per chi fosse interessato ad approfondire il discorso “elettrolisi” raccomando uno sguardo a questa pagina.

Fonte www.guardian.co.uk

Ovation guitars

Ovation Guitars, o più semplicemente Ovation, è il nome di una azienda statunitense che produce principalmente chitarre acustiche. Nata nel 1966, fa parte del gruppo Kaman Music Corporation con sede a New Hartford, una città nei pressi di Hartford in Connecticut. (…)
La Ovation deve la sua nascita a Charles Kaman, un costruttore di elicotteri appassionato di musica country. Kaman infatti voleva costruire una chitarra senza l’utilizzo del legno, con il quale è impossibile riuscire a costruire due strumenti musicali perfettamente identici.
Per questa ragione studiò e inventò, insieme con un team di ingegneri e tecnici aerospaziali, un materiale innovativo in fibra di vetro, chiamato oggi Lyrachord: alla tavola superiore in legno di abete venivano abbinati il fondo e la fascia laterale costruiti appunto in lyrachord; il fondo aveva la forma bombata a coppa caratteristica delle Ovation.
La prima chitarra Ovation, la Balladeer, fu commercializzata nel 1967. Essa era inoltre caratterizzata dall’innovativo pickup piezo, rimasto esclusiva della Ovation fino alla fine degli anni settanta. (wiki)

Non voglio scendere nel dettaglio, anche perchè non ho le conoscenze adeguate, ma voglio commentare: c’è chi dice che le Ovation hanno un suono “plasticoso”; ebbene, questo è vero per le chitarre medium-range, ma se si parla delle Ovation top class non si può far altro che godersi un suono splendido, pieno e definito (seppur differente da un “suono Martin” ad esempio, il più classico e quotato termine di paragone).
In ogni caso, è il gusto del chitarrista che fa da padrone: le Ovation, o le ami, o le odi.

In spoiler alcuni video di chitarristi famosi alle prese con le loro Ovation:
[more]
Yngwie Malmsteen

Kaki King

Richie Sambora (Bon Jovi)


[/more]

Ovation guitars – sito ufficiale
Wikipedia su Ovation guitars

Giant Microbes, chi non desidera il virus della peste in peluche?

No vabbeh, devo ringraziare la mia adorata nerdosissima coinquilina per l’elucubrazione che l’ha portata stasera a riesumare questa chicca eccezionale dagli angoli riposti della sua mente malata!!
Ti lovvo abbestia Giusy, grazie per l’ispirazione! :-D

Virus, bacilli, microbi e quant’altro, tutti in carino e coccoloso peluche, per fare un regalo “diverso”, diciamo.
Sono divisi in categorie esilaranti, come “esotiche”, “tropicali”, “acquatiche”, “veneree” e chi più ne ha più ne metta.
Ce ne sono anche in versione natalizia per decorare l’albero e in vinile per i veri estimatori e per quelli che hanno orrore degli acari.

E come disse Mercuzio: “La peste alle vostre famiglie!”

Per l’enjoymento e per l’incauto, clicca qui.

Le nove più straordinarie abilità umane

La mutazione è la chiave della nostra evoluzione, ci ha consentito di evolverci da organismi monocellulari a specie dominante sul pianeta. Questo processo è lento e normalmente richiede migliaia e migliaia di anni, ma ogni qualche centinaio di millenni l’evoluzione fa un balzo in avanti.

La cit. sopra è l’incipit d’apertura del primo film degli X-men che viene pronunciato dalla voce fuori campo di Xavier, nonché discorso finale, sempre con voce fuori campo, di Jean Grey nel sequel X-men 2. Mi sembrava calzante per questo articolo.

Pensiamo un attimo a come certe persone riescono a ricordare una scena nei minimi dettagli come se stessero guardando una fotografia o come altre siano in grado di ricreare una musica a memoria (Mozart riuscì a riprodurre dopo un solo ascolto l’opera Miserere di Gregorio Allegri).
Quali altre abilità straordinarie possono avere gli esseri umani?

Di seguito vengono elencate nove delle abilità riconosciute (non abilità paranormali o facenti parte della così detta “scienza di confine”) e più interessanti ordinate dalla più comune alla più rara.

Bisogna precisare che la maggior parte di queste insolite abilità sono di natura genetica e non possono essere controllate dalla persona interessata.

Supertasters
I super-gustatori sono persone che hanno un numero extra di papille fungiformi sulla lingua e che quindi hanno una maggiore risposta alla sensazione del gusto. Tra i cinque tipi di gusto (dolce, salato, amaro, acido e umami) un super-gustatore è generalmente più sensibile al sapore amaro.
[more]

Gli scienziati hanno notato per la prima volta l’abilità diversa nelle persone di gustare un composto noto quando un chimico della DuPont, Arthur Fox, fece assaggiare alla gente la feniltiocarbamide (PTC).

La fenilitiocarbamide è un composto organico che taluni possono percepire al gusto come amaro, mentre altri non lo percepiscono affatto. La percezione o meno del sapore amaro dipende dal patrimonio genetico dell’individuo (una variante di questo test è ora uno dei più comuni test genetici sugli esseri umani). Circa il 70% delle persone sono in grado di gustare la PTC: due terzi di esse sono classificate come medie e solo un terzo (circa il 25% della popolazione) sono supertasters.

I supertasters spesso non amano certi cibi, in particolare quelli amari come i cavoletti di Bruxelles, il cavolo, il caffè e il succo di pompelmo. Le donne, gli asiatici e gli africani hanno più probabilità di essere dei supertasters.
[/more]

Orecchio assoluto
Le persone che posseggono l’orecchio assoluto sono in grado di identificare e riprodurre una tonalità senza bisogno di un riferimento. Non si tratta semplicemente di una migliore capacità di sentire, ma proprio di classificare mentalmente i suoni in categorie. Degli esempi possono essere l’identificazione dei rumori di ogni giorno (clacson, sirene, motori), essere in grado di cantare una nota senza alcun tipo di riferimento, nominare la nota di un accordo o la determinazione della tonalità di una canzone.
Fare una qualunque di queste cose è un atto cognitivo e richiede la memorizzazione della frequenza di ogni nota e la capacità di individuarle (Do# , La ,Si♭).
[more]
Le opinioni su questo super-potere variano dal fattore genetico all’abilità appresa (in relazione all’esposizione alla musica durante il processo di sviluppo dell’individuo).

Le stime della porzione della popolazione che hanno l’orecchio assoluto variano dal 3% della popolazione statunitense e europea all’8% (provenienti dalle stesse zone) di quelli che sono musicisti semi-professionali o professionali. Nei conservatori di musica in Giappone, tuttavia, circa il 70% dei musicisti hanno l’orecchio assoluto. Parte della ragione di questa percentuale significativamente più grande può essere data dal fatto che l’orecchio assoluto è più comune tra le persone con una lingua accentata (mandarino, cantonese e vietnamita, giapponese). L’orecchio assoluto è anche comune in coloro che sono ciechi dalla nascita (come Valentina Locchi se qualcuno si ricorda di Sarabanda), che hanno la sindrome di Williams, o che soffrono di un disturbo dello spettro autistico.
[/more]

Tetracromia
E’ la capacità di vedere la luce da quattro fonti distinte. Un esempio di tetracromia nel regno animale lo troviamo nel pesce zebra (Danio rerio), che ha quattro tipi di recettori (cellule cono) di luce ad alta intensità con spettri di assorbimento diversi. Questo significa che l’animale può vedere al di là di quelle lunghezze d’onda della vista di un essere umano tipico, e può essere in grado di distinguere i colori che per un essere umano sembrano identici. La vera tetracromia negli esseri umani è molto rara, tuttavia secondo Wikipedia sono stati identificati due individui con questa abilità.
[more]
Gli esseri umani generalmente sono tricromatici, con tre tipi di recettori che ricevono la luce dalla parte rossa, verde o blu dello spettro luminoso. Ogni recettore può cogliere circa 100 gradazioni di colore e il cervello le combina in modo che ci siano circa un milione di sfumature distinguibili che colorano il nostro mondo.
Un vero tetracromatico, con un cono supplementare tra il rosso e il verde (nel campo arancione), dovrebbe, teoricamente, essere in grado di percepire 100 milioni di colori.

Come il supergusto, si pensa che la tetracromia sia molto più comune nelle donne rispetto che negli uomini. Le stime vanno dal 2-3% al 50% delle donne. È interessante notare che il daltonismo negli uomini (molto più comune che nelle donne) può essere ereditato da donne tetracromatiche.
[/more]

Ecolocalizzazione
L'ecolocalizzazione, chiamata anche biosonar, è un sonar biologico usato da alcuni mammiferi quali pipistrelli (sebbene non da tutti), delfini ed altri Odontoceti.
Gli animali in questione emettono un suono, aspettano l’eco di ritorno ed insieme al tempo che il suono impiega a tornare lo usano per calcolare a che distanza si trova da un oggetto.
Sorprendentemente anche gli umani sono in grado di utilizzare l’ecolocalizzazione, generalmente limitato alle persone non vendenti.
Daredevil è un esempio fumettistico di ecolocalizzazione.
[more]

Per muoversi tramite ecolocalizzazione una persona crea un rumore (ad esempio, con un bastone o schioccando la lingua) e determina dagli echi la posizione in cui si trovano gli oggetti che li circondano. Poiché l’umano (almeno per ora :D ) non arriva a creare o percepire suoni a frequenze alte come i pipistrelli e i delfini può solo percepire l’immagine di oggetti che sono relativamente più grandi di quelli “visti” dagli animali.

Le persone conosciute con questa capacità sono James Holman, Daniel Kish, e Ben Underwood (apparso anche sul programma televisivo Mistero). Ben perse entrambi gli occhi a causa del cancro alla retina all’età di tre anni e forse la sua è la storia più notevole e ben documentata.
Il video qui sopra riguarda proprio lui.

Maggiori info: http://en.wikipedia.org/wiki/Human_echolocation#Ben_Underwood
[/more]

Chimerismo tetragametico
In zoologia, una chimera è un animale che ha due o più popolazioni differenti di cellule geneticamente distinte che sono originate da diversi zigoti; se le cellule differenti emergono dallo stesso zigote viene chiamato mosaico genetico.
Il chimerismo si verifica con la fecondazione di due cellule uovo da parte di due spermatozoi, seguita dalla fusione degli zigoti e dallo sviluppo di un organismo con linee cellulari mescolate. Ogni zigote porta una copia del DNA dei genitori e quindi un distinto profilo genetico. Quando questi si fondono, ogni popolazione di cellule conserva il suo carattere genetico e l’embrione risultante diventa una miscela di entrambi.
[more]
Il chimerismo negli esseri umani è estremamente raro; wikipedia afferma che ci sono solo circa 40 casi segnalati. Il test del DNA è spesso utilizzato per stabilire se una persona è biologicamente legata ai propri genitori o figli e si possono scoprire casi di chimerismo quando i risultati del DNA mostrano che i bambini non sono biologicamente relativi alle madri.

Le persone nate con chimerismo, in genere, hanno un sistema immunitario che le rendono tolleranti ad entrambe le diverse popolazioni genetiche di cellule presenti nel loro corpo. Ciò significa che una chimera ha una più ampia scelta di persone per un eventuale trapianto di organo.
[/more]

Sinestesia
Sulla Lega ne aveva già parlato Deedlit qui.

Calcolatori mentali
Le persone più abili nello svolgere complessi calcoli mentali sono anche autistic savant (in francese significa appunto sapiente), ovvero gli “idioti sapienti”.
Della sindrome dell’idiota sapiente ne avevamo già parlato qui.
Nonostante ci siano molte persone allenate a lavorare a mente su moltiplicazioni con grandi numeri (tra gli altri calcoli), perlopiù matematici, scrittori e linguisti, la capacità innata degli idioti sapienti è affascinante. La maggior parte di queste persone nasce con la sindrome di Savant (solo il 50% delle persone con savantismo sono anche autistici) mentre pochi la sviluppano in età adulta a causa di ferite alla testa.
[more]
Esistono meno di 100 savants prodigiosi riconosciuti nel mondo che sono in grado di fare calcoli mentali e quelli che sono affetti da autismo sono ancora meno.
Recenti ricerche hanno suggerito che un flusso di sangue alla parte del cervello responsabile dei calcoli matematici di sei/sette volte superiore alla velocità normale è uno dei fattori che permette a questi individui di capire la matematica in modo superiore alla media.
[/more]

Memoria fotografica
E’ la capacita di ricordare suoni, immagini o oggetti con estrema accuratezza. Esempi di memoria fotografica sono l’impresa di Akira Haraguchi che ha recitato a memoria i primi 100.000 decimali di pi greco o i disegni di Stephen Wiltshire (che è anche un’idiota sapiente), in approfondimento trovate un video della sua ricreazione a matita di Roma. Come scordarsi di Kim Peek, che ha ispirato il personaggio di Raymond Babbit nel film Rain man. Tra le altre cose è capace di richiamare circa 12.000 libri a memoria.
Questa capacità è distribuita equamente tra uomini e donne. Non è possibile sviluppare questa capacità con l’allenamento.
[more]


[/more]

Cellule immortali
Vi è un solo caso noto di persona con cellule immortali (cellule
che possono dividersi all’infinito al di fuori del corpo umano, sfidando il  limite di Hayflick) ed è di una donna di nome Henrietta Lacks.
Nel 1951, a 31 anni, le fu diagnosticato un tumore all’utero, che la portò alla morte lo stesso anno. A sua insaputa (senza consenso informato), il chirurgo addetto all’autopsia prese un campione di tessuto tumorale che venne passato allo scienziato Dr. George Gey.
[more]

Gey moltiplicò tali cellule tumorali in vitro e creò così le HeLa molto utilizzate nella ricerca scientifica (vedere la foto sopra). Il giorno della morte di Henrietta, Gey annunciò al mondo che una nuova era nella ricerca medica era iniziata, una ricerca che avrebbe potuto fornire una cura per il cancro.
Le cellule HeLa sono state utilizzate nel 1954 da Jonas Salk per sviluppare la cura della polio. Da allora, sono state usate nelle ricerca contro il cancro, AIDS, nell’effetto delle radiazioni e delle sostanze tossiche e per la mappatura dei geni, tra altre cose.

Oggi le colture di cellule HeLa sono molto comuni nei laboratori di tutto il mondo.
La famiglia Lacks non è mai stata a conoscenza dell’immenso e prezioso contributo che le cellule di Henrietta hanno avuto per la scienza, se non dopo molti anni.
Qui se volete è raccontata la storia di Henrietta.
[/more]

Fonte primaria.
Altre fonti: Wikipedia it | eng.

Via :bazinga: di salvatrane che mi sarei sentito di proporre come autore se l’articolo fosse stato scritto da lui :P

Artemisia (Artemisia absinthium)

Disclaimer: l’articolo trattato è stato creato SOLO per scopo informativo. L’uso o l’acquisto di semi o sostanze trattate e/o il loro uso non rendono l’autore dell’articolo responsabile di eventuali conseguenze fisiche.
Normativa sull’assenzio: In Italia, la vecchia monarchia vietò l’assenzio dopo un referendum nel 1931; ma, già nel 1998, gli importatori avevano constatato che il Diritto dell’Unione Europea avrebbe consentito la vendita dell’assenzio nel Regno Unito. Continuarono le loro ricerche, che li portò all’emissione del decreto legislativo dell’Unione Europea DL 25.01.92 N. 107, che consente ora la vendita dell’assenzio in Italia.

Sono un genere di piante appartenenti alla famiglia delle Asteraceae. L’origine di questo nome non è molto sicura, si pensa infatti che derivi da Artemisia, consorte di Mausolo, Re di Caria, ex Anatolia, l’odierna Turchia. Oppure dal nome della Dea Artemide, la quale venivano consumate foglie di assenzio selvatico come rituale per la sua celebrazione, o dalla parola greca artemes=sano, alludendo alle sue portentose proprietà di guarigione. In genere crescono in zone temperate, in habitat asciutti.
In Italia è conosciuta come una delle erbe di San Giovanni: Artemisia, una strega della Valconca in Emilia-Romagna, abile erborista, suggeriva alla popolazione locale di raccogliere, durante il solstizio d’estate, (la notte di San Giovanni), determinate piante come aglio, mandragore, rosmarino e lavanda, che erano considerate le erbe delle streghe o di San Giovanni. Una volta raccolte se si bagnavano nella rugiada queste piante potevano moltiplicare il loro potere terapeutico e magico.

In Oriente, in particolare in Cina, l’Artemisia absinthium viene utilizzata per una pratica chiamata Moxa o Moxibustione, tradotta letteralmente significa erba che brucia=moe kusa.
La Moxa è una tecnica che può essere usata in sostituzione all’ago puntura: le foglie della pianta vengono raccolti sempre al solstizio d’estate, poi triturati finemente fino a ottenere un filamento lanoso. Con questo composto si possono formare delle palline o dei coni o ancora, con l’aggiunta di carta di gelso, dei bastoncini di 20cm. Vengono posti in corrispondenza di un punto preciso indicato dall’agopuntura, sulla cute per intenderci, poi la parte più alta del cono viene fatta bruciare fino al suo spegnimento. Sotto spoiler una piccola immagine d’esempio.
[more]

[/more]
E’ una pratica abbastanza dolorosa tanto che può lasciare delle bruciature sul punto di contatto con la polvere.
La tecnica più usata è quella col bastoncino: viene acceso a un’estremità fino a che non diventa incandescente, ma non deve prendere fuoco. Poi viene fatta avvicinare sul punto indicato dall’agopuntura e tenuto a una distanza di 2-3 cm, rilasciando una piacevole sensazione di calore. Questa pratica dura fino a che l’area cutanea interessata non si arrossisce.

Oggi parleremo della Artemisia absinthium, anche detto assenzio maggiore, una specie del genere dell’Artemisia. La particolarità di questa pianta, e la sua notorietà è data dal fatto che viene usata per distillare l’assenzio, una bevanda ad alta gradazione.

La nascita: nel corso della storia dell’uomo si sono riscontrati riferimenti a questa bevanda sia in antichi papiri dell’antico Egitto, a Ebers nel 1600 a.C. , sia nella civiltà Greca, Araba e Indiana, usata tradizionalmente come stimolante, tonico, antielmintico e antimalarico. Ippocrate consigliava la consumazione della bevanda per curare dolori mestruali o per curare i reumatismi. Plinio il Vecchio gli diede il nome di apsinthium, che veniva donato al campione di corse di bighe insieme a del vino, per ricordargli che la gloria ha il suo sapore amaro.
Il suo uso come bevanda risale pressapoco alla fine del settecento, quando nella Belle Epoque francese l‘assenzio, (absinthe), aveva assunto il soprannome di Feè Verte, Fata Verde, per via del suo colore verde brillante e con riferimento al nome Fata per via “dell’incantesimo” che avvolgeva le persone che lo bevevano. Come immagine di apertura divenne un personaggio noto nelle illustrazioni di poster promozionali. La sua nascita vera e propria risale al lontano 1792 quando un medico francese Pierre Ordinaire, esiliato in Svizzera, preparò una bevanda ad alta gradazione, si parla di 68 gradi, con varie erbe in soluzione, tra cui l’assenzio. Si diceva che questa bevanda potesse curare, se non alleviare, la maggior parte dei mali. Questa soluzione conteneva, oltre l’assenzio, anice verde, issopo, dittamo, melissa e varie erbe comuni. Questa bevanda divenne subito famosa e prese il nome enunciato precedentemente di Feè verte.
Alla sua morte Ordinaire lasciò la ricetta dell’assenzio alla figlia, che insieme al marito, aprì una distilleria, trasferita poi in Francia, a Pontarlier, dove ebbe un enorme successo.

Gli assenzi autentici sono due: quello verde(verte) e quello bianco(blanche).
Quello verde è assenzio puro con aggiunta di erbe comuni che sono: radici di angelica (Angelica archangelica), anice (Pimpinella anisum), rizomi di calamo aromatico (Acorus calamus), cinnamomo (Cinnamomum sp.), elenio (Inula helenium), semi di finocchio (Foeniculum vulgate) e maggiorana (Origanum majorana), mentre quello bianco è assenzio puro senza l’aggiunta di erbe comuni. L’alta gradazione è estremamente elevato per permettere alla clorofilla, che ne dà il colore verde, di restare stabile il più a lungo possibile.

Come si ottiene: Le sommità fiorite contengono un olio essenziale ricco di chetoni (tujone) tossici per il sistema nervoso. La bevanda vera e propria si ottiene per distillazione della pianta, previa macerazione in alcool. In questo modo abbiamo l’assenzio puro (blanche). Se si vuole ottenere l’assenzio verde (verte) si tratta il distillato ottenuto con erbe scelte per darli un aroma e colorazione desiderata.

Principi attivi: la tossicità dell’assenzio è da attribuire al Tujone, un terpene presente nelle Artmisie con un profumo simile a quello del mentolo, e ai suoi metaboliti. Questa sostanza è stata studiata a lungo, e si è notato che ha una struttura molecolare simile alla canapa indiana. Secondo gli scienziati non è una coincidenza benché entrambe le sostanze sono terepenoidi.
Il tujone oltre ad avere questa somiglianza strutturale con la cannabis, possiede una lieve affinità per i recettori cannabinoidi senza indurre effetti cannabis-mimetici (con mimetici si indica simile, quindi che non induce effetti simili alla cannabis), anche se questa teoria non è stata supportata sperimentalmente.
Il tujone al suo interno presenta l’alfa-tujone, noto anche come absintolo, il più importante principio attivo, (estratto dall’olio essenziale), della pianta e della bevanda derivata, che secondo documentazioni etnobotaniche questo principio attivo più la pianta hanno proprietà psicoattive. E’ presente in alte dosi nell’assenzio e gli effetti riportati sono dopo l’assunzione della bevanda sono: benessere, agitazione, euforia, ebrezza, stimolazione cerebrale e dei sensi, ma anche vomito, vertigini e convulsioni. Effetti gravi da parte possono portare alla morte.
Ha proprietà antielmintiche e insetticide ed è neurotossico nei topi, ma non è ancora chiaro se sia presente in concentrazioni tali per essere tossico anche per l’uomo. In passato i consumatori accaniti di assenzio potevano contrarre la sindrome di absintismo,
E’ presente in piccole tracce anche nella salvia, più precisamente la Salvia Officinalis.

Ecco come agisce: l’alfa-tujone è riconosciuto come componente tossico ed è possibile che si accumuli nell’organismo, esercitando un effetto psicoattivo e tossico nei consumatori cronici della bevanda. Ma non è l’unico che agisce nell’organismo: si è visto che oltre all’alfa-tujone agisce anche un suo metabolita il 7-idrossi-alfa-tujone che è presente in quantità maggiori nel cervello rispetto al primo ma meno persistente, ipotizzando una metabolizzazione in loco dell’alfa-tujone. Possono essere sommati anche sostanze di aggiunta alla preparazione dell’assenzio quali anice o il rizoma del Calamo Aromatico (Acorus calamus), o anche additivi come il solfato di rame e il cloruro di antimonio.

A causa di questa sua tossicità il tujone oggi è una sostanza controllata nell’ambito dell’Unione Europea.

Oggi l’assenzio, così come l’Artemisia genepì, rimane esclusivamente impiegata per la produzione di aperitivi e digestivi, ma non a scopo medicinale: il Vermouth prende origine dal nome tedesco dell’assenzio (Wermuth).

Normativa sull’assenzio in Italia(documento senza modifiche):
Con le direttive 88/388/CEE e 91/71/CEE relative agli aromi destinati ad essere impiegati nei prodotti alimentari ed ai materiali di base per la loro preparazione, il Consiglio dell’Unione Europea e la Commissione europea hanno, tra le altre cose, tolto all’assenzio la condizione d’illegalità, permettendo così ai vari Stati membri di adottare normative che riportassero tale liquore nel libero commercio.
In attuazione di tali direttive, il Governo Andreotti VII ha emanato il decreto legislativo 25 gennaio 1992, n. 107 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana – Serie Generale n. 39 del 17 febbraio 1992 (Supplemento Ordinario n. 31) ed entrato in vigore il 3 marzo 1992.
Le sue successive modificazioni e integrazioni non hanno sostanzialmente cambiato, nei riguardi dell’assenzio, tale quadro normativo permissivo.
In Italia, in precedenza, vigeva invece un suo pesante divieto di distribuzione e di consumo, stabilito nel 1931 dall’allora regime fascista.

Se volete approfondire l’argomento vi rimando ai siti utilizzati per questo articolo: qui, qui, qui, qui, qui, quo, per la moxa qui e quo.

Un ringraziamento alla Lega Alchimisti per la creazione dell’articolo, in particolar modo a Laido per la gallery e link su info generali sull’assenzio e eagle1 per i link di approfondimento sugli effetti dell’assenzio. Grazie a tutti gli alchimisti che credono a questa nuova rubrica!

Il Cinabro


Il cinabro è un minerale dall’aspetto rossiccio noto già ai romani. Ancora oggi è la fonte principale da cui si ricava il mercurio (Hg) per arrostimento. I più importanti giacimenti si trovano ad Almadén in Spagna, a Idria in Slovenia e in Italia nella zona del Monte Amiata.

Il cinabro era noto anticamente anche come Sangue di drago, ed era largamente apprezzato dagli alchimisti sia per le sue proprietà chimiche (il mercurio o hydrargyrum era un elemento primordiale nella pratica alchemica), sia per le sue peculiarità più prettamente “scenografiche”.

Il cinabro si presenta in forma di cristalli rosso vermiglio, e se bagnato emana un forte odore ferroso (tipico del sangue); questi due aspetti, uniti alla possibilità di estrarre il mercurio, hanno in breve tempo creato il mito del Sangue di drago.

Oltre che per l’estrazione del mercurio (elemento fondamentale in tutte le correnti alchemiche, comprese quella taoista e quella indù del rasavātam), il cinabro era utilizzato come colorante e per preparare diverse misture medicamentose:


Polvere di fra Cosmo
Miscelare arsenico biano, cinabro, sangue di drago e cenere di soda. Utilizzare sulle piaghe.

Pomata di Cinabro
Si ottiene da solfuro rosso di mercurio, cloruro di ammonio, sugna di maiale e acqua di rose. Ungere la parte infetta per la cura di scabbia sifilitica, erpete e verruche.

NOTA questo testo si fa distinzione tra cinabro e sangue di drago, in quanto questo secondo termine indica anche la resina rossa dell’albero del drago (Dracaena draco) , di cui magari parlerò in un altro post.

L’utilizzo medicamentoso non era ben visto dagli alchimisti filosofi e soteriologi, ovvero coloro che tramite l’alchimia volevano trasmutare gli stati dell’essere e non solo i materiali.

Fonti/ispirazioni/approfondimenti:
– “Rex Tremendae Maiestatis” – Valerio Evangelisti
– “Dizionario di alchimia e di chimica farmaceutica antiquaria” – Marcello Fumagalli
Cinabro [Wikipedia]
– “Le corps taoist” – K. Schipper

[more]
Con questo post chiedo ufficialmente di poter essere ammesso alla loggia LN Alchemist. :-)[/more]

Una guida alle droghe per ragazze senza esperienza da VICE

Penso di essere l’ultima persona sulla faccia della terra a poter parlare di droghe.
Non bevo alcolici, o superalcolici (a spalare tipo una volta ogni 8 o 9 anni, in concomitanza con allineamenti di pianeti su galassie lontane), mai fumato una mezza canna in vita mia (e ho ampiamente superato i 30 anni), paglie neanche con un palo di 20 metri, funghi o acidi visti a malapena su internet.
Però conosco svariate persone che si drogano e, nel corso degli anni, hanno cercato invano di introdurmi all’arte della sostanza stupefacente mentre li vedevo calare in quello stato di semidemenza (in base al tipo di droga) e totale scoordinazione che trovavo e continuo a trovare molto fastidioso.

Bene, tutto questo preambolo per cosa?
Per introdurre questa guida pubblicata da tale Gina Delacy per Vice.it che mi ha fato rotolollare veramente forte e chiaro.
Una perla su tutte?

NON PRENDERE DROGHE QUANDO HAI LE TUE COSE
Pensi veramente che dopo aver ingoiato tre pasticche (se sei una ragazza non prenderne mai più di 3) ti ricorderai di cambiare l’assorbente? No, non lo farai. Abbina a questo il 95% di probabilità che vorrai andare a letto con qualcuno dopo esserti drogata ed eccoti la ricetta perfetta per una torta di merda fatta in casa.”

Bravissima Gina, mi piace moltissimo come scrivi e vorrei tanto sposarti, ho anche un’idea per la nostra torta nuziale.
enjoy.
http://www.viceland.com/blogs/it/2011/02/09/una-guida-alle-droghe-per-ragazze-senza-esperienza/