
Come chiunque non viva in una caverna sa, la settimana scorsa, prima di farsi fregare sposarsi, Mark Zuckerberg ha completato lo sbarco a Wall Street della sua creatura fabbrica-soldi, Facebook.
Ma è veramente così fabbrica-soldi?
Partiamo dal principio. Nelle scorse settimane il bambino d’oro Mark Zuckerberg era riuscito (tramite acquisizioni importanti e grazie all’appoggio di alcuni partner tecnologici e pubblicitari) a far lievitare il prezzo delle azioni della compagnia fino a circa 38$ l’una, che moltiplicato per le 421 milioni di azioni messe sul mercato hanno portato alla “più imponente quotazione mai portata avanti da una compagnia tecnologia” (Fonte: IlSole24Ore).
Ciò significa che, a tale prezzo, il valore di tutta la baracca in blu sarebbe di oltre 100 miliardi di dollari.
Già prima della IPO, alcuni analisti hanno iniziato a storcere il naso circa questa valutazione, giudicata eccessiva per un’azienda con un giro d’affari di soli 3.7 miliardi di dollari, mentre “Google, per dirne una, ha fatturato dieci volte tanto ma la sua capitalizzazione è intorno a 200 miliardi di dollari” (Fonte: ibidem). Una capitalizzazione pari a 103 volte gli utili 2011. Forse un po’ generosa.
Il prezzo era ormai fissato, e neanche l’uscita di alcuni investitori pubblicitari importanti, come General Motors, ne avevano scalfitto la quotazione.
In principio era 38.23$. Poi venne l’IPO
Il 18 maggio 2012 il titolo sbarca ufficialmente in Borsa, facendo letteralmente impazzire i sistemi di Wall Street, che hanno registrato forti lag per l’alto numero di richieste di acquisto. Il titolo in breve ha raggiunto i 42$ ad azione, con un rialzo dell’11%. Zuckerberg e soci hanno quindi iniziato a stappare bottiglie Magnum di sangue di vergine e ad aprire scatole di caviale di Dapedium.
Per le prime due ore circa.
Il titolo poi ha iniziato a declinare, novello Icaro forse troppo vicino al Sole, e ha chiuso in sostanziale pareggio con il prezzo di partenza (+0.43%).
Nei giorni successivi il titolo ha continuato a cadere, perdendo ben l’11% solo il secondo giorno e scendendo a circa 34$ per azione. Oggi Wall Street ha aperto le contrattazioni del titolo in blu a 32.61$ ed è tuttora in forte flessione.
Siamo di fronte ad una nuova bolla DotCom?
Probabilmente no, più verosimilmente siamo di fronte ad una sovravalutazione architettata ad arte per incamerare palate di soldi, causando però una rinnovata diffidenza verso i titoli tecnologici (come se ce ne fosse stato bisogno).
A mio avviso il titolo è destinato a riallinearsi con il reale valore aziendale, per poi stabilizzarsi in funzione degli introiti pubblicitari di Facebook (la cui crescita, secondo alcuni, è già in rallentamento dopo il boom iniziale).
Nel frattempo Bloomberg ha fatto i conti in tasca a Mark Zuckerberg e soci. Il calo delle azioni avrebbe comportato per il fondatore del social network una perdita di 2,1 miliardi di dollari. Il sito ha poi calcolato che la perdita sarebbe costata a Dustin Moskovitz, socio di Zuckerberg ai tempi di Harvard, ben 560 milioni di dollari, mentre Eduardo Saverin si troverebbe con un capitale decurtato di 220 milioni rispetto a venerdì scorso.
Fonte: TgCom24
Fonti e approfondimenti:
– Facebook-FB [NYSE-Live]
- Facebook debole a Wall Street [IlSole24Ore]
– Facebook crolla sotto il prezzo dell’IPO [IlSole24Ore]
– GM toglie lo spot a Facebook [IlSole24Ore]
Sicari dell’economia, il Neocolonialismo finanziario.

Il potere non spetta a nessun politico o ai signori del furto, o ai sicari dell’economia. Il potere spetta a noi. Io credo nel nostro potere e in quello che possiamo fare insieme.
Dopo anni di bozze, correzioni e semplici ripensamenti, dopo una travagliata ristesura e dopo una fatidica decisione, John Perkins riesce a dare in pasto alla stampa nel 2004 un lavoro iniziato nel 1982, riflettendo su tutte le conseguenze che potrebbero scoperchiare un nuovo vaso di pandora…o forse no.
Il libro
Il suo lavoro è un’autobiografia profondamente diversa da quella dei divi di Hollywood: lui ha vissuto un sogno americano un po’ diverso, e il titolo parla da sè: “Confessions of an Economic Hit Man”, confessioni di un sicario dell’economia.
Partendo dagli anni sessanta, descrive i fatti che sono ruotati attorno alla propria esistenza, significativi non solo per la sua persona ma per grandi oscillazioni nella politica e nell’economia mondiale: l’adolescenza, il college, l’ingresso nell’NSA, il passaggio ai Peace Corps e l’approdo finale alla Chas T. Main Inc, una società di consulenza americana.
Come ad ogni trasferimento, al nuovo arrivato vengono date spiegazioni sul tipo di lavoro che dovrà compiere, e su quello che dovrà diventare: un Sicario dell’economia.
Il sicario dell’economia: Manuale d’uso
Il sicario dell’economia (termine già in uso prima dell’arrivo di Perkins) è semplicemente un arma in mano ad un governo: se gioca bene le sue carte, può portare molte soddisfazioni, sotto forma di denaro o potere.
Pare che le origini di questo ruolo siano da attribuire alla crisi con l’iran del 1951, quando il leader Mohammad Mossadeq impose la nazionalizzazione del petrolio per impedire lo sfruttamento da parte delle compagnie inglesi che di fatto saccheggiavano le risorse del Paese; la soluzione sarà un colpo di stato che farà salire al trono il dittatore filostatunitense Mohammad Reza Pahlavi, macchinato da corruzioni e da scosse fintopopolari che faranno cadere di nuovo il paese in mano all’occidente.
Con il tempo la tecnica ha iniziato a diventare più sottile e più truffaldina, con un modello ben piantato e collaudato.
La prima pedina che si muove è il nostro sicario. Percorre la scacchiera per interessi della multinazionale che rappresenta e per il proprio governo: il suo compito è quello di contattare chi detiene il potere nel determinato Paese del terzo mondo, presentandosi come consulente finanziaro mostrando delle previsioni economiche clamorosamente gonfiate, piani di investimenti per infrastrutture o qualsiasi altra diavoleria correlata da dettagliate previsioni, descrizioni, preventivi e qualsiasi cosa possa sembrare convincente.
Il Paese, ad alto interesse strategico, viene quindi pacificamente indotto a commissionare questo tipo di lavori alle multinazionali del governo a capo dell’operazione. Questi lavori secondo le previsioni economiche curate del sicario ben valgono la spesa, e senza esitazioni lo Stato coinvolto verrà indirizzato a chiedere un finanziamento alla Banca Mondiale o all’USAID.
Segue quindi tutto un corrotto gioco di appalti per la realizzazione delle grandi opere in ballo, per la gioia dei signorotti locali, e alla relativa realizzazione del progetto.
Ma il gioco non vale la candela, non si verifica nessun rientro economico e nessun modo per saldare l’ingente debito. Quindi, il colpo di grazia: non riuscite a pagare il debito verso il nostro governo? Esiste un altro modo per risolvere la questione…
Nasce un legame feudale tra i due Paesi, una sorta di ennesimo colonialismo: il forte indebitamento costringe i “malcapitati” ad assecondare le richieste dei colonizzatori, come voti a favore in questioni internazionali, appoggi per qualsiasi evenienza, tributi non monetizzati.
Quando qualcosa va storto: gli Sciacalli dell’economia
Ma se le avances del sicario non funzionano, come neppure qualsiasi piano di pace e prosperità grazie ad iperbolici investimenti, si passa alla corruzione: l’ombra del feudalesimo è presente in questi passaggi, in cui le caste al potere godono a pancia piena mentre lo stato intero si indebiterà e verrà sfruttato miseramente.
Ma se neanche la corruzione funziona, per salvaguardare l’investimento interviene la figura dello Sciacallo dell’economia, ovvero chi dovrà semplicemente sbarazzarsi del governo non collaborazionista tra attentati, pubblicando scandali, false notizie, organizzando e finanziando segretamente rivolte popolari, fino ad arrivare all’eliminazione fisica attraverso attentati e complotti; il passo seguente sarà quello di indire elezioni truccate sostenendo un personaggio facilmente manipolabile.
Atto finale: L’esercito
Ma se addirittura nel caso in cui il governo fantoccio un giorno cambiasse idea e i sicari non riuscissero a compiere il proprio lavoro, vi sarebbe un altro metodo capace di far circolare grandi somme economiche: l’aggressione armata. Le industrie belliche nazionali producono a pieno regime, si ricreano i soliti solidi giri d’affari et voilà, con un’adeguata campagna educativa la Nazione a capo dell’operazione riuscirà a convincere (o meno, è davvero rilevante?) il mondo intero della necessità di un intervento, e il piano è riuscito.
Le testimonianze di Perkins e il meccanismo all’opera
Per lavoro i viaggi del nostro lo porteranno, in veste di vero e proprio sicario, in Arabia Saudita, Indonesia, Iran e Panama, e proprio quest’ultimo episodio vorrei porre ad esempio dell’intero meccanismo.
Quella di Panama
fu descritta come la più grande offensiva aerea contro una città dall’epoca della seconda guerra mondiale. Fu un’aggressione non provocata contro una popolazione civile.
Quella di Panama è l’ennesima storia di boicottaggi, controllo sulla politica interna ed internazionale, di corruzione, di manipolazione e di tradimento. I governi fantoccio vengono facilmente smascherati, e immancabilmente sostituiti da governi fantoccio più saldi.
Troviamo tutte le fasi: il sicario convince i Panamensi dei grandi vantaggi che trarrà dall’accordo con gli Usa, quando non esiste più un’intesa concordata gli sciacalli rimuovono il problema, e se ne sorgono altri, via libera all’esercito, dopo una doverosa campagna diffamatoria.
Dai i suoi scritti, emerge la personalità di un uomo che non lo è stato per tutti questi anni, e confessandosi, urlando al mondo quello che si è tenuto dentro una vita intera, tenta di rimediare.
Non è facile dare credito alle parole di un individuo, soprattutto se sono così pesanti e sature di quei contenuti che popolano blog sensazionalistici dalla notte dei tempi.
Insomma, le uniche fonti provengono da John Perkins: è solo una trovata editoriale oppure è un meccanismo che ancora oggi è in uso?
Se non altro, da da pensare.
Fonti:
Wiki
Qualsiasi libro di John Perkins
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SELECT The Winter is Coming: La Fine della Groenlandia

Ciao a tutti Nerds!!!!!
(cit.)
Ho riscontrato un alto buono discreto po’ di interesse nel precedente post sulla fine della civiltà Moai.
Oggi quindi ve ne propongo un altro.
Premetto che su questo sono meno preparato, spero comunque sia di vostro gradimento.
Visto che i miei articoli sono noiosi e sono lunghi, no, non c’è altro, è un’affermazione.
Sapevatelo.
Oggi parliamo degli insediamenti scomparsi in Groenlandia, per rendere il tutto un po’ più divertente lo faremo alla maniera di G. R. R. Martin.
Sarà una saga di ghiaccio (molto) e fuoco (molto poco), ci saranno i regni del sud, The Wall, i Wildlings e, of course, the winter that is coming… [E ci saranno i Vichinghi, chiamati qui Vikinghi per capriccio e velleità] [Sopratutto loro NdA]
Un po’ di Storia (e di Geografia)
La Groenlandia come la conosciamo oggi è una terra brulla, spazzata dal vento gelido dell’artico e povera di vegetazione.
Il 99% della sua superficie è coperto da ghiacciai e il territorio è un susseguirsi di fiordi scoscesi.
Sembrerebbe una terra inabitabile eppure ci sono popolazioni adattatesi a vivere qui fin dalla preistoria dell’uomo.
La nostra storia prende il via quando, nel 980 circa, una testa calda norvegese, Erik il Rosso, fu accusato di omicidio e costretto a partire per l’Islanda (ai tempi colonia Vikinga).
Una volta sbarcato passò poco tempo prima che si mettesse di nuovo nei guai ammazzando un altro paio di persone e fosse costretto a fuggire in un altro punto dell’isola.
Qui venne coinvolto in una rissa in cui ammazzò un avversario e venne esiliato persino dall’Islanda.
Era probabilmente il 982 e Red Erik fece rotta a ovest ricordando di alcuni racconti di terre avvistate al di là del mare da capitani finiti fuori rotta.
Ebbe fortuna e scoprì un fiordo ricco di terra fertile in cui fondò un avamposto.
Tornato in Islanda per raccontare delle sue gesta finì nuovamente a fare rissa, non sia mai che Erik facesse a botte senza ammazzare qualcuno, così dopo l’ennesimo cadavere venne bandito e se ne andò con una flotta di 25 navi e coloni per la nuova terra che aveva scoperto: la Groenlandia, ovvero la “Terra Verde”.
La Colonizzazione (I Regni del Sud e L’Estate)
Intanto, al di là del nome, non crediate che Erik avesse scoperto una specie di Irlanda, fu solo molto fortunato.
Tra l’800 e il 1300 la Groenlandia stava attraversando un periodo climatico decisamente mite (per modo di dire) che la rendeva un luogo adatto all’insediamento soprattutto per popoli abituati a cavarsela al freddo.
Possiamo dire che le colonie Vikinghe prosperarono in una specie di “lunga estate”, benché il freddo fosse intenso, era decisamente un clima più temperato, adatto alla pastorizia, arte in cui i Norvegesi erano maestri.
I Vikinghi fondarono due insediamenti (distanti circa 500 km) rispettivamente sul 64° e sul 61° parallelo, entrambi sulla cosa ovest.
Ora, se mollate per un attimo la frusta da Indiana Jones e prendete google maps e guardate la latitudine vedrete chiaramente che i due insediamenti erano ben più a sud dell’Islanda, circa all’altezza di Trondheim.
Quindi, benché fosse un inferno di ghiaccio, i Vikinghi colonizzarono i punti più miti.
Cosa trovarono i Vikinghi?
Intanto un territorio non molto dissimile dall’Islanda che già conoscevano, il clima si rivelò troppo freddo per le mucche ma permise a capre e pecore di prosperare.
Il terreno coltivabile non era molto, ma in compenso si potevano cacciare le foche (venivano a terra a riprodursi il che le rendeva facili prede per i cacciatori che le intrappolavano con le reti o le ammazzavano a bastonate sulla spiaggia), la selvaggina (caribù ma anche renne, alci, conigli etc.) il pesce (che però i Vikinghi non pescavano) e le balene (nemmeno queste ma per altri motivi).
Inoltre c’erano a nord i trichechi e gli orsi bianchi ottime fonti di avorio e pellicce pregiate per l’Europa.
Trovarono anche i resti una civiltà precedente ma non vi diedero molto peso, convinti che fossero rimasugli di una qualche altra colonia di loro simili…
Ma non era così.
L’Espansione
Gli avamposti Vikinghi crebbero, quello più a sud raggiunse le 4000 persone, quello a nord le 1000 circa.
Abbiamo prove che i drakkar raggiunsero il Canada dove trovarono ottimi alberi da costruzione e uva selvatica (da qui il nome Vinland o terra del vino) e da cui furono ricacciati da popolazioni ostili (come tutti sappiamo avendo visto Pathfinder).
In Groenlandia tagliarono tutti gli alberi disponibili: un po’ per far posto ai campi e soprattutto per scaldarsi e costruire navi e strutture.
Intorno al 1000 tutta la terra disponibile era occupata, la popolazione aveva raggiunto quindi il limite di espansione.
I Vikinghi edificarono vaste fattorie e stalle in cui riparare gli animali in inverno e nutrirli con il fieno raccolto in estate.
Coltivavano probabilmente rape, cavoli e altri ortaggi resistenti al freddo.
Sappiamo che avevano due stagioni di caccia, una per le foche e una per i trichechi e che producevano formaggi e latticini per sfamarsi in inverno.
Addestrati ai climi rigidi i Vikinghi avevano vaste conoscenze pregresse per l’allevamento, che infatti si rivelò abbastanza fruttuoso da sostenerli.
Non abbiamo idea del perchè non consumassero pesce.
Mentre sappiamo che non avevano né i mezzi né le competenze per catturare le balene.
Intorno al 1000 Groenlandia si convertì al cristianesimo.
L’insediamento sud diventaò sede vescovile e il “regno” paga la decima e diede la sua parte per finanziare le crociate.
Nel 1261 passò ufficialmente sotto il regno di Norvegia.
Questi eventi portarono la società Vikinga, già estremamente conservatrice, a fossilizzarsi ancora di più e, cosa più importante, a indirizzare le scarse risorse dell’isola verso progetti inutili e anti-economici: la costruzione di chiese e di una cattedrale, l’importazione di beni di lusso (vetrate, vino, paramenti e campane) a scapito di beni più utili (ferro, derrate alimentari), la produzione di beni di lusso (zanne di tricheco e pelli d’orso) piuttosto che risorse necessarie agli insediamenti (legna).
Il Declino
La Groenlandia dipendeva fortemente dagli scambi con la madrepatria, questi scambi (già di per se difficoltosi) volsero sempre più verso beni di lusso o pregiati piuttosto che utili alla sopravvivenza.
Inoltre l’imposizione di una cultura volta ad uno stile di vita europeo e cristiano limitò fortemente ogni possibile evoluzione verso modelli che sarebbero stati migliori per affrontare il rigido ambiente.
I Vikinghi commisero errori comuni a molte altre società: distrussero il loro ambiente.
Tagliarono tutti gli alberi al punto che per la legna erano dipendenti da quella che arrivava a riva o che andavano a tagliare sulle coste del Canada, la carenza di navi e il desiderio di cacciare orsi e trichechi però limitava anche questa possibilità spingendo le poche navi disponibili verso nord.
In assenza di legno usavano la torba sia per scaldarsi che per costruire, la costruzione di immensi edifici di culto accelerò questo processo.
Il problema è che la torba è la base su cui cresce l’erba, raccogliere la torba in norvegese ha un significato molto evocativo “scuoiare la terra”, i Vikinghi stavano bruciando la terra stessa che sfamava i loro animali.
E, inoltre, l’inverno stava arrivando.
Gli Inuit (I Wildlings e The Wall)
Prima di arrivare alla caduta introduciamo gli ultimi protagonisti.
Quello che i Vikinghi ignoravano al loro primo sbarco era che altri popoli avevano già abitato la Groenlandia.
Abbiamo poche notizie delle popolazioni precedenti (i cosiddetti gruppi di Dorset) che avevano colonizzato la Groenlandia e poi erano scomparsi, ma abbiamo buone conoscenze della popolazione che invece uscì vincitrice: gli Inuit.
Gli Inuit si erano ritirati dalla Groenlandia poco prima dell’arrivo dei Vikinghi, per cause non note, l’aumento delle temperature li confinò in Canada per un lungo periodo (il braccio di mare fungeva da Barriera).
Abituati a climi molto rigidi la loro società si era evoluta attraverso i secoli raggiungendo un altissimo grado di adattamento, al punto che gli Inuit sopravvivono ancora oggi.
Rispetto ai Vikinghi costruivano le case con ghiaccio (i Vikinghi sprecavano la torba), sapevano cacciare le balene usando il loro grasso per scaldarsi, sapevano catturare le foche dagli anelli (una specie che si mantiene costante anche nel caso di abbassamento delle temperature, essendo in grado di scavare il ghiaccio per respirare), ed erano in grado di costruire imbarcazioni veloci e resistenti.
Se i Vikinghi avessero appreso parte di queste conoscenze o avessero anche solo intessuto buone relazioni con gli Inuit è probabile che se la sarebbero cavata.
Purtroppo la loro mentalità conservatrice e il loro considerarsi europei cristiani e non barbari pagani (nonchè la loro innata violenza) precluse questa strada.
Gli indigeni erano chiamati skræling che significa “miserabili”.
Gli Inuit appaiono solo un paio di volte nelle cronache in oltre 400 anni di scritti, il primo riporta:
«Più al nord, di là degli insediamenti norvegesi, i cacciatori si sono
imbattuti in individui di corporatura minuta, che essi chiamano
“skræling”. Se vengono colpiti superficialmente, le loro ferite diventano
bianche e non sanguinano, ma quando sono colpiti a morte, sanguinano
senza posa. Non hanno ferro, ma usano per proiettili le zanne di tricheco e
pietre affilate come strumenti di lavoro».
Capite bene che i Vikinghi non iniziarono con il piede giusto: ferire qualcuno solo per vedere come sanguina e poi trafiggerlo per vederlo morire non è proprio un modo amichevole di presentarsi.
Nel 1362 la cronaca riporta (parlando dell’insediamento più piccolo a Nord):
«Sul territorio dell’insediamento occidentale si erge una grande chiesa, chiamata Stensnes [Sandnes]. Per qualche tempo, questa chiesa è stata la cattedrale e la sede del vescovo. Ora gli “skræling” si sono impossessati dell’intero insediamento [...]
Tutto questo ci è stato riferito da Ivar Bardarson, che è stato per molti anni il sovrintendente dei possedimenti del vescovo di Gardar, in Groenlandia, e che ha visto con i propri occhi quanto racconta. E’ stato uno degli uomini nominati dal magistrato per recarsi nell’insediamento occidentale a combattere gli “skræling” e per cacciarli da quel territorio.
Al loro arrivo non hanno trovato nessuno, né cristiano né pagano».
L’ultimo riferimento scritto è del 1379 che si riferisce probabilmente alla colonia Sud (la più grande):
«Gli “skræling” hanno assalito i norvegesi, uccidendo 18 uomini e catturando 2 ragazzi e una serva, che hanno fatto loro schiavi».
Il che ci fa capire fino a che punto i rapporti tra i due popoli fossero ormai deteriorati.
La Caduta
Verso il 1300 il clima divenne più freddo: l’inverno era arrivato, la piccola glaciazione era alle ormai alle porte.
Contemporaneamente in Europa si consumava un “game of thrones” la Norvegia passava lo scettro alla Svezia che si disinteressò completamente della Groenlandia e le crociate riaprirono il Mediterraneo facendo crollare la domanda di avorio del nord.
Nel 1349 la peste nera raggiunse la Scandinavia sterminando metà della popolazione.
Il freddo fece avanzare i ghiacciai e moltiplicare gli iceberg, la navigazione divenne troppo pericolosa e troppo poco remunerativa: l’ultimo viaggio per la Groenlandia data 1410.
Da lì in avanti nessuna nave fece più rotta verso la Terra Verde.
Il braccio di mare che la separava dal Canada si ridusse permettendo agli Inuit di attraversarlo con più facilità e di riversarsi nei territori Vikinghi.
Le colonie erano ormai al collasso, incapaci di sostenere la loro popolazione, tagliate fuori dal mondo e avverse ai contatti con le altre tribù.
Può essere che in un primo momento la superiorità guerriera e le armi di ferro abbiano avuto la meglio ma sul lungo periodo i Vikinghi non erano in grado di opporsi: troppo pochi, senza rifornimenti, non in grado di mantenere un esercito e, soprattutto, incapaci di adattarsi al mondo che scivolava verso un inverno senza primavera.
Il gelo ridusse i raccolti e uccise gli animali, le foche scomparvero e le uniche che rimasero non potevano essere catturate dai Vikinghi per mancanza di tecnica.
Non sappiamo cosa successe esattamente, la prima nave che raggiunse nuovamente gli insediamenti lo fece nel 1723 e trovò solo rovine.
Possiamo però provare a specularlo tramite il lavoro degli archeologi e dei palinologi.
Il primo insediamento a cadere deve essere stato quello a Nord, più piccolo e più marginale: sono stati ritrovati i resti di uno scheletro appartenente a un giovane di circa 25 anni, il fatto che non sia sepolto ci dice che era uno degli ultimi rimasti.
Sono stati trovati resti di suppellettili e masserizie in legno, il legno era preziosissimo, in caso di evacuazione pianificata (come ad esempio quella dell’avamposto in Canada) non sarebbe stato abbandonato: gli abitanti fuggirono in fretta e furia o morirono sul posto.
Resti di uccelli e piccola selvaggina, uniti a quelli di vitelli e agnelli appena nati nonchè zoccoli di animali in numero pari alle capienze delle stalle fanno supporre che tutti gli animali fossero stati macellati e mangiati fino agli zoccoli, l’obiettivo era diventato sopravvivere.
Altre prove (larve di mosca conservate) dimostrano che faceva sempre più freddo anche dentro le case, il combustibile era orma esaurito.
Da ultimo scheletri di cani con segni di coltello sugli ossi indicano che anche questi animali, indispensabili per la caccia, vennero infine consumati: ormai non ci si preoccupava più del futuro.
Forse la spedizione di Ivar Bardarson, raggiunto l’insediamento, non ebbe altro da fare che seppellire i morti rimasti.
Molto meno sappiamo della fine della colonia Sud.
L’ultima prova che ci rimane è un vestito di donna che data 1435 (considerate però che il carbonio ha un margine di errore anche di parecchi anni) il che significa che per qualche anno è ancora riuscita a resistere.
Dopotutto era più grande, meglio organizzata (ci sono resti di stalle con capacità di 160 bovini) eppure è probabile che sia collassata sotto il peso di una società ormai non più in grado di provvedere a se stessa: man mano che il freddo svuotava le fattorie e uccideva gli animali i contadini disperati si riversavano negli insediamenti prendendo con la forza il cibo che li poteva sostentare, probabilmente fu un periodo di lotta civile, di disperazione e, soprattutto, di fame.
Incapace di sostenere la massa di nuovi arrivati l’intero, fragile sistema si spezzò con le poche guardie insufficienti a trattenere la popolazione che macellava tutto ciò che riusciva a trovare.
Le risorse accantonate nelle ultime fattorie e necessarie a sfamare i loro abitanti per l’inverno vennero consumate in poche settimane, in cui tutti cercavano di saltare a bordo di quell’ultima, sovraccarica scialuppa di salvataggio, mangiando cani, animali appena nati e gli zoccoli delle mucche, come era successo nell’insediamento settentrionale.
L’ultimo diritto che si arrogarono i capi Vikinghi fu, molto probabilmente, il privilegio di essere gli ultimi a morire di fame.
Conclusione
Così si spense l’avamposto più occidentale d’Europa.
Bisognerà aspettare il 1500 perchè i Caboto scoprano nuovamente il Canada e il 1700 perchè i resti delle colonie vikinghe vengano infine ritrovati.
I Vikinghi furono in grado di resistere per 400 anni su una terra inospitale come la Groenlandia, è un periodo molto lungo.
Alla fine la loro società si estinse per una serie di fattori, i principali furono la distruzione delle loro risorse e l’incapacità di adattarsi e di abbandonare uno stile di vita controproducente.
Il clima ebbe la sua parte certo, così come la ebbero le popolazioni ostili e l’isolamento, ma ricordiamoci che gli Inuit sopravvissero tranquillamente alla glaciazione, dimostrando che era possibile farlo.
Nonostante possediamo documentazione scritta e decisamente più prove di quante ne abbiamo sulla fine della civiltà Moai, quella dei Vikinghi in Groenlandia rimane tutt’ora molto più oscura, in quanto tutta la loro popolazione scomparve.
Benché possiamo provare a supporlo non sappiamo nè quando avvenne con certezza, nè come nello specifico.
Sappiamo che successe, che si affievolì nel freddo di un inverno che non finiva mai, probabilmente tra i gemiti degli affamati e i muggiti degli animali macellati.
Forse gli ultimi resistettero ancora qualche anno, in una città spettrale, ingombra di cadaveri congelati e edifici vuoti, fino alla fine, fino a che la neve, non ebbe ricoperto tutto quanto.
Ma queste, sono solo supposizioni, al contrario dell’Isola di Pasqua, nessuno è rimasto per raccontarlo.
Game of societies, you win or you die.
Fonti
Inuit
Vikinghi
Groenlandia
Insediamenti vikinghi
G. R. R. Martin – Cronache del Ghiaccio e del Fuoco
E sopratutto i saggi di Diamond: “Collasso” e in misura minore “Armi, acciaio e malattie”
SELECT L’Isola di Pasqua

Riusciremo a essere migliori dei batteri in una piastra di Petri? Che si moltiplicano fino a quando hanno cibo e poi muoiono soffocati nei loro stessi escrementi.
Come qualcuno di voi sa mastico un po’ di economia, la storia delle civiltà è un altro campo che mi affascina peraltro, in letteratura preferisco il filone degli sconfitti e come tutte le persone normali sono attratto dagli scenari post-apocalittici.
So che di questa premessa non ve ne frega un tubero, ma è un intro doverosa.
C’è qualcosa che metta insieme tutti questi interessi?
Ebbene sì, esiste, è una bella storia, una delle mie storie preferite e, visto che a mio avviso è molto bella e quindi è così, ne ho fatto un articolo sperando piaccia anche a voi.
Va da sè che, essendo uno dei miei articoli, è lungherrimo.
Oggi parleremo dell’Isola di Pasqua (sì, quella con i capoccioni) e della triste fine di una civiltà socialmente avanzata.
Preludio
Nella Pasqua del 1722 Jacob Roggeveen scopre l’isola di Rapa Nui ribattezzandola (è il caso di dirlo) Isola di Pasqua.
Roggeveen non si fece una grande impressione dell’isola, anzi in prima battuta pensò che fosse desertica in quanto scambiò la vegetazione bassa e secca per sabbia, in ogni caso la descrisse come una landa arida e sterile.
Cook, approdato sull’isola qualche tempo dopo (1774) rincara la dose criticando apertamente gli abitanti, dicendo che le loro canoe sono squallide (nonostante i polinesiani avessero fama di ottimi naviganti anche presso gli europei), descrivendole come corte, rabberciate, costruite con pochi pezzi di legno tenuti insieme alla bell’e meglio e che i rematori passavano metà del tempo a sgottare.
Inoltre scrive di aver visto non più di 3-4 canoe in tutta l’isola.
Visitatori successivi stimarono la popolazione in circa 2.000 abitanti, non trovarono specie di animali che non fossero insetti e gli unici animali domestici erano dei polli.
Successivamente però, soprattutto in seguito alla scoperta dei Moai (i capoccioni) ci si iniziò a chiedere da dove arrivassero quegli indigeni, visto che con le scarsissime barche a disposizione sarebbe stato impossibile raggiungere l’isola da un qualunque altro punto abitato.
Da dove giungevano quindi quegli uomini smunti e affamati che si nascondevano nella grotte di questo deserto?
E chi aveva eretto i capoccioni?
L’Isola di Pasqua e i Moai
L’Isola di Pasqua si stende per circa 166 kmq e gode del titolo di più isolato pezzo di terra abitabile, dista 3200 km dal continente più vicino (Sud America) e 2250 km dalla più vicina isola abitata.
Roggeveen era in realtà in errore, l’isola ha un suolo estremamente fertile.
I Moai sono la caratteristica più impressionante, ce ne sono circa 200 completi (alti circa 10 m per 80 tonnellate di peso) e altri 700 in diversi stadi di completamento (alcuni alti fino a 20 m per 270 tonnellate).
Roggeveen stesso si interrogò su questi capoccioni: com’è possibile che una tribù che non dispone di legna per fare macchinari, corde, ruote, animali da tiro e nessuna altra forza se non quella dei loro muscoli sia riuscita a erigere tali opere?
Ad aumentare il mistero interviene questo fatto: nel 1774 i capoccioni erano al loro posto ma, nella successiva visita (1864) essi erano stati tutti abbattuti.
Una Società Diversa
La costruzione dei Moai implica l’esistenza di una società molto diversa da quella che incontrò Roggeveen nel 1722.
Intanto ben più numerosa ma soprattutto molto più organizzata.
Le ricche risorse dell’isola sono estremamente sparpagliate: la miglior pietra per le statue si trova all’estremità nord-orientale dell’isola, la pietra rossa usata per le grandi corone che adornano alcuni dei Moai, fu estratta all’interno verso sud-ovest, gli attrezzi necessari venivano per la maggior parte dal nord-ovest.
Inoltre il miglior terreno agricolo si trova a sud e ad est, e le aree di pesca sono sulle coste a nord e a ovest.
Estrarre e ridistribuire tutti quei beni richiede un’organizzazione politica e sociale complessa. Cosa ne fu di quell’organizzazione? E come si è potuta sviluppare in un territorio così povero?
Mappa dell’Isola

Alla Ricerca di una Società Perduta
Lasciamo da parte tutte le stronzate speculazioni misteriche del cazzo estremamente dubbie e affidiamoci agli studi archeologici seri.
Avete il cappello di Indiana Jones?
Bene mettetelo via e prendete il camice da genetista.
Gli abitanti dell’Isola di Pasqua sono polinesiani, i loro tratti (successivamente confermati da analisi genetiche) confermano la loro provenienza, inoltre la loro lingua è molto simile al Polinesiano, così come lo sono le loro asce e i loro ami da pesca.
Il loro animale domestico (il pollo) è tipico della cultura del sud-est asiatico e anche i topi (che non erano autoctoni ma sono arrivati da clandestini insieme ai colonizzatori) provengono da quella zona.
Scoperto da dove arrivano, cerchiamo di capire dove sono finiti.
Avete già in mano il cappello di Indiana Jones?
E basta con sto cazzo di cappello! Mettetelo via!
Ci servono invece il microscopio per l’analisi dei pollini, l’attrezzatura da paleontologo e i vocabolari comparativi dei linguisti.
L’analisi degli isotopi di carbonio stima il primo insediamento umano tra il 800 e il 900 dc, ipotesi confermata dai linguisti in base alle differenze di linguaggio.
La popolazione si mantenne stabile fin circa al 1200, tra il 1200 e il 1500 invece abbiamo il periodo di produzione dei Moai.
Le stime qui divergono, di solito si ipotizza che la popolazione abbia raggiunto i 7 – 10.000 abitanti ma, alcune prospezioni, portano questa cifra fino a 20.000 persone, cifra comunque non implausibile viste l’estensione e le risorse dell’isola.
Gli archeologi oggi conoscono abbastanza nel dettaglio quale si suppone essere lo schema produttivo dei Moai, 20 persone potevano essere sufficienti a intagliare il capoccione (con un lavoro di circa un anno) quindi un centinaio di uomini poteva trainare la statua facendola rotolare su dei tronchi di legno e quindi sollevandola in posizione mediante l’uso di corde.
Per questo lavoro erano necessari centinaia di metri di corda, ricavata da un albero locale (imparentato con il tiglio) oggi scomparso dall’isola, ma un tempo decisamente abbondante, detto Hauhau (Triumfetta semitriloba).
L’analisi dei pollini inoltre ci dà un quadro molto diverso dell’isola, oltre alle piante utili per fare corde, vi erano diversi alberi da legna e palme, un ricchissimo sottobosco di felci e altre specie arboree, in pratica era un isola lussureggiante e ricca di vita.
La Perduta Civiltà di Rapa Nui
Appurato che l’isola era estremamente fertile (è di formazione vulcanica dopotutto), cerchiamo di capire come si possa essere sviluppata una società avanzata.
La ricchezza di alberi, soprattutto di palme, dava possibilità ai primi colonizzatori di avere sempre una fonte di cibo disponibile, nonchè materiale per produrre grandi canoe e un buon combustibile per scaldarsi e per cucinare e conservare il cibo.
L’isola è troppo fredda per le barriere coralline ricche di pesce (che rappresenta il 90% della dieta polinesiana), l’analisi dei cumuli di immondizia rivela che le focene erano invece un piatto diffuso tra gli abitanti, questi cetacei vivono lontani dalla costa e potevano venir arpionati grazie alle canoe costruite con l’ottimo legno di palma.
Il sottobosco dava riparo a diversi uccelli e mammiferi commestibili (ora estinti) e gli isolani allevavano cani e maiali.
Inoltre, finchè era coperta di alberi, l’isola era abitata da molte specie di uccelli marini durante le loro migrazioni, garantendo un ulteriore apporto di cibo e uova.
Da ultimo in pentola finivano anche i ratti, che si erano insediati sull’isola nascosti sulle canoe dei primi colonizzatori nonchè alcune foche, che si ipotizza venissero allevate dagli isolani.
L’Isola di Pasqua era quindi un paradiso in terra, capace di fornire beni ben al di sopra delle abitudini alimentari medie dei polinesiani.
Lo Sfruttamento
Che ne fu di questo paradiso?
L’analisi dei pollini ci dà una triste risposta.
Man mano che la popolazione cresceva la foresta veniva disboscata, verso il 1400 le palme erano estinte, abbattute dagli isolani e incapaci di riprodursi a causa dei topi che ne mangiavano i semi.
La fame di legna della popolazione distrusse ogni altro albero, la scomparsa del sottobosco allontanò gli uccelli (utili alla dispersione dei semi) e i topi finirono i pochi semi rimasti.
Gli isolani tagliarono la foresta per fare spazio ai loro giardini, per produrre canoe e per erigere le statue Moai.
Fu una delle diboscazioni più estreme della storia, l’intera foresta fu abbattuta e tutte le specie arboree scomparvero.
Verso il 1500 le ossa di focena spariscono dai cumuli di rifiuti, non c’era più nemmeno un albero, non si potevano più costruire canoe per cacciarle.
Poco dopo anche gli uccelli e i mammiferi selvatici sparirono, con l’habitat distrutto la loro popolazione si ridusse fino a scomparire del tutto.
Il terreno ora privo di protezione fu vittima dell’erosione e alla mercé del clima che ne ridusse la produzione agricola, il suolo stesso perse le sostanze nutritive necessarie dilavate dalla pioggia.
La perdita delle loro principali fonti di cibo spinse la popolazione a uno sfruttamento disperato dei grandi molluschi costieri portando anch’essi all’estinzione, al punto che gli indigeni dovettero accontentarsi delle piccole lumache che ancora trovavano.
Le colonie di uccelli marittimi furono spazzate via e anche gli uccelli migratori scomparvero dall’isola.
Gli isolani si ridussero allora al consumo di pollame, che però era una risorsa insufficiente e saltuaria, e si rivolsero verso l’ultima fonte di carne disponibile: i loro simili.
La Caduta
La corsa disperata a costruire Moai sempre più grandi e sempre più complessi (probabilmente in una competizione tra clan), unita a una crescita e uno sfruttamento dissennato delle pur ricche risorse portò l’ecosistema al collasso, impedendo alla foresta di rigenerarsi a un ritmo superiore a quanto venisse tagliata.
Le ossa umane rosicchiate e spezzate per succhiarne il midollo diventano tristemente comuni nei residui degli anni successivi.
Gli isolani privi di legna iniziarono a bruciare i pochi arbusti che trovavano e l’erba secca, assolutamente insufficiente a cucinare o anche solo a scaldarli.
Senza legna per riparare le case anch’esse iniziarono a cadere a pezzi e a venire abbandonate.
Non appena la foresta scomparve la vita divenne disagevole, l’intensificato allevamento di polli e il consumo di carne umana rimpiazzarono in minima parte le necessità della popolazione.
Le poche statuette di quel periodo hanno le guance incavate e le costole visibili: la gente moriva di fame.
Senza la possibilità di produrre surplus non era più possibile mantenere una classe politica e religiosa improduttiva, di conseguenza il sistema organizzato si sfaldò velocemente.
Le gente, ormai prigioniera di un isola che non poteva più abbandonare si rivoltò verso i capi e i sacerdoti, depredò le case di quelli che un tempo erano i ricchi, devastò i Moai che non li avevano protetti.
E’ probabile che nel caos civile una classe guerriera abbia preso per breve tempo il potere, i resti di punte di frecce, lance e pugnali di pietra si moltiplicano lungo il 1600.
La violenza attraversò l’isola forse frenata a stento da qualche gruppo militare organizzato.
Ma anche questo durò poco.
In assenza di un valido potere centrale all’inizio del 1700 la popolazione declinò rapidamente, i clan si divisero combattendo tra di loro per le scarse risorse ancora disponibili, le persone iniziarono a vivere nelle grotte per avere maggior protezione dai gruppi armati che si contendevano l’isola devastata e ormai ridotta a un deserto.
In pochi anni il numero di abitanti si ridusse a una quantità compresa tra un quarto e un decimo di quello iniziale.
Verso il 1770 i clan iniziarono a distruggersi le statue a vicenda fino a che, nel 1864, l’ultimo Moai venne profanato.
Conclusioni
Dopo il suo declino l’isola subì tutta una serie di altri eventi negativi (epidemie, raid di schiavisti, occupazione e sfruttamento della popolazione e da ultimo, il turismo), ma ormai la distruzione irreparabile della sua società si era già conclusa da tempo.
Rimane un importante caso di studio per diverse discipline: economia, sociologia, psicologia, matematica sociale etc.
Ci lascia in ricordo delle bellissime creazioni di pietra e, per alcuni, anche un monito di come la crescita economica e sociale non controllata della popolazione porta presto o tardi a un collasso dell’ecosistema che la ospita, qualunque sia l’ecosistema e qualunque sia la popolazione.
Spero la storia vi sia piaciuta, sotto approfondimento il motivo per cui piace a me, ma è un imho, quindi si può scrollare.
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