The best ball-handler of all time was Maravich. John Havlicek
Eccoci di nuovo con un altro articolo per gli amanti (e non solo) del basket Nba. Oggi, ancora con la collaborazione dei ragazzi del buzzerbeaterblog, vi propongo un personaggio che ha portato il basket ad un livello di spettacolarità che ancora oggi è fonte di ispirazione per molti giovani cestisti: Pete Maravich.
Gli inizi e il college
[...] Peter Press Maravich, nato in un posto chiamato Aliquippa, dove i più o meno tredici residenti non ne sanno neanche pronunciare il nome, ha cominciato a mangiare pane e basket fin dai 7 anni, quando suo padre, Petar Press Maravich (nome meraviglioso) gli regalò il suo primo Spalding. “Pete si allenava come se fosse posseduto dal Demonio”, raccontò Maravich Sr., “io non gli mettevo neanche un po’ di pressione addosso!”.
Si, storia sicuramente interessante, se non per il fatto che Press Maravich fosse un’allenatore alla Clemson University prima e assistente a North Carolina State University dopo. Occorre rivedere quindi il concetto “Non gli mettevo pressione addosso”, anche perché Pistol, al momento della decisione della carriera universitaria, scelse inizialmente la sua squadra dei sogni, ovvero West Virginia University, salvo poi finire “casualmente” a Lousiana State University. Altrettanto “casualmente”, l’allenatore di Louisiana State University era… Press Maravich.
All’epoca, e stiamo parlando del 1966, le regole NCAA obbligavano i Freshman del college a disputare tutto il primo anno accademico nella squadra composta esclusivamente dai Freshman, costringendo Pistol a debuttare in “prima squadra” solo nel suo anno da Sophomore.
La miseria della prima squadra di LSU era tale che il pubblico non rimaneva neanche a guardare la partita vera e propria, preferendo l’esibizione della squadra Freshman, nella quale “Pistol” dava leggermente spettacolo. Leggermente spettacolo si legge così: 43,6 punti e 10,4 rimbalzi a partita.
“Per forza, era nella squadra Freshman, le altre squadre non erano competitive”. Sì, tutto vero, però nel suo anno da sophomore a LSU, Pete Maravich segnò 43,8 punti a partita, ai quali aggiunse i non trascurabili 7,5 rimbalzi e 4 assist. Ripeto, 43,8 punti a partita.
Nella storia del basket, i grandi realizzatori sono una caterva, basti pensare a gente come Dajuan Wagner che segnò 100 punti in una partita liceale, salvo poi finire non so neanche dove, probabilmente a tagliare la legna nei boschi. [Dopo numerosi e importanti problemi di salute è finito a giocare in Polonia nel 2008, adesso non gioca più. NdR] Ma farlo con la continuità e con la “maniera” in cui lo faceva Pistol, non è cosa da tutti, anzi, la peculiarità di Maravich fu proprio nel modo in cui letteralmente dominava la partite.
Tutti sappiamo fare un passaggio dietro la schiena, giusto? Va bene, quasi tutti sappiamo fare un passaggio dietro la schiena, giusto? Nel 1967 non era una cosa così scontata, quindi vedere un bianco di un metro e novanta, gracile a dir poco, fare dei passaggi dietro la schiena a tutto campo, beh posso immaginare lo stupore che poteva scaturire una cosa del genere. Passaggi dietro la schiena, no-look, con l’effetto, passaggi baseball a tutto campo, finte ammorbanti dove il difensore passava sette secondi a capire dove fosse finita la palla, cambi di direzione fulminei, contropiedi conclusi con un passaggio sotto le gambe dell’avversario.
Tutte queste cose, che sono esaltanti ancora adesso, provate ad immaginarle fatte nel 1967.
Mi viene in mente una frase di Glen E. Friedman, storico fotografo della banda di skater scalmanati di Dogtown negli anni’70 che, parlando del mitico Tony Alva disse: “C’è chi racconta che gli aerials li facessero già da anni sulla east-coast. Non lo so, io non ero lì, ma in ogni caso nessuno li faceva come e con lo stile di Tony Alva. Lui fu un pioniere”.
Già, lo stile. Di certo non fu il primo a fare queste cose, basti pensare al giocoliere Bob Cousy, ma il modo in cui le faceva, la naturalezza, diventando un tutt’uno con la palla, spingendo i contropiedi di LSU come un pazzo disperato, quello sì che non si era mai visto. Un nuovo stile di gioco.
Uno stile che cominciò a far parlare di sé. E per i restanti 2 anni a LSU, Pistol continuò ad incantare il pubblico del LSU Assembly Center, migliorando enormemente il record dei Tigers, senza però riuscire a portarli al torneo NCAA.
Le statistiche non fanno un giocatore, ma in questo caso stiamo parlando del “Miglior Giocatore Collegiale” della storia NCAA, premio assegnatogli nel 2005, quindi sono quantomeno da elencare. Pete Maravich finì i suoi anni a LSU con la scandalosa media di 44,2 punti a partita. Ah, senza il tiro da 3 punti signori miei, perché altrimenti sarebbero stati circa 57 punti a partita. Fu eletto chiaramente All-American per i tre anni trascorsi a LSU nella prima squadra e i suoi record di media punti in carriera, media punti annuale e totale punti segnati, ancora resistono dopo trentacinque anni.
Nella NBA
Il salto nei professionisti della NBA fu quantomeno ovvio, e Pistol fu scelto alla numero 3 del primo giro dagli Atlanta Hawks, in un draft che vide scelti anche Dave Cowens, Bob Lanier, Geoff Petrie e Rudy Tomjanovich.
Le doti da realizzatore di Pistol non erano di certo un mistero per il mondo NBA, e ogni dubbio sul suo passaggio nei professionisti fu cancellato da una prima stagione incredibile, dove segnò 23,2 punti di media e infiammò il pubblico di Atlanta con le sue giocate spettacolari. Il suo modo di giocare, però, era in forte contrasto con i due veterani e star della squadra, cioè Lou Hudson e Walt Bellamy, che preferivano rallentare, ragionare ed attaccare a difesa schierata.
Pistol però aveva un carisma incredibile, era un personaggio irresistibile e, soprattutto, su un campo da basket si faceva ascoltare a furia di jumper in fadeaway. Come direbbe l’avvocato Buffa “Arrivato tardi quando distribuivano la timidezza”, infatti giocava con il modestissimo numero 44 di maglia, in onore alla propria media punti al college…
Già dal terzo anno nella lega gli Hawks gli diedero le chiavi della squadra e misero in piedi lo schema “palla-a-Pistol-noi-stiamo-vicini-magari-ce-la-passa”; schema che si dimostrò certamente spettacolare, ma altrettanto incapace di far vincere la squadra. Gli Hawks raggiunsero i playoff per tre anni di fila, con lo stesso risultato: l’eliminazione al primo turno. Il quarto anno, invece, non videro neanche la postseason.
Pistol sentiva la necessità di cambiare aria e, per combinazione, nell’estate del 1974 fece il suo esordio nella Lega una nuova franchigia, i New Orleans Jazz. L’approdo di Maravich ai Jazz era più che scontato, godendo ancora del supporto del pubblico che lo vide meravigliare a LSU. Come tutte le nuove franchigie che si affacciano nel mondo NBA, i Jazz avevano bisogno di un giocatore elettrizzante, di impatto e che, soprattutto, facesse vendere secchiate di biglietti. Non avrebbero potuto trovare di meglio in Pistol. Dopo due stagioni di assestamento, nel 1976-77 Pistol diede fondo al proprio immenso talento. Guidò la lega tra i realizzatori con 31,1 punti a partita, fu scelto per partecipare all’All Star Game, selezionato per il primo quintetto della Lega e migliorò il record di squadra raggiungendo un decoroso 35 vinte e 47 perse.
In quell’anno Pistol segno più di 40 punti in 13 partite, tra cui un sessantottello ai New York Knicks. In quella partita Pistol si prese letteralmente gioco degli avversari, segnando da ogni posizione, in jumper, cadendo, penetrando la difesa, fintando anche 3 volte prima di tirare. [E lo marcava un certo Walt Frazier, un altro hall of famer. NdR]Finte che facevano saltare anche i telespettatori seduti a casa. Maravich era il miglior giocatore dell’intera NBA e nessuno giocava come lui.
Però.
Sì, c’è sempre un però, perché queste storie, quelle alle quali ci appassioniamo tanto, non hanno mai un risvolto positivo.
Iniziarono a chiamarlo “bello ma perdente”. I critici hanno un nome ed un titolo per tutti, e quelli li puoi ignorare. Ma gli infortuni, quelli no.
Le ginocchia di Pete Maravich iniziarono a scricchiolare nella stagione 1977-78, limitandolo a solamente 50 partite. Il problema di Pistol fu che il suo orgoglio gli impedì di curarsi adeguatamente: lui voleva solamente giocare. Starsene in panchina mentre i suoi compagni correvano per il campo era, parole sue “una vera e propria tortura. In alcuni momenti avrei voluto scendere in campo in borghese. Mi tremavano le mani”.
Il declino atletico di Pistol fu inesorabile. Il talento c’era, le mani pure, ma le gambe non rispondevano più.
Il suo ultimo anno fu il 1979-80, diviso tra Utah e Boston, e fu decisamente triste e senza alcuna lode. Pistol era devastato all’idea di abbandonare il suo sport, che tanto gli aveva dato ed al quale si era dedicato fino allo sfinimento, ma il lieto fine, nella vita reale, non esiste.
L’eredità
Adesso per un momento dimenticatevi delle statistiche, dei numeri, dei punti.
Pensate ai no-look di Magic. Pensate ai fadeaway di Bird. Pensate al ball-handling di Isiah Thomas. Pensate all’agonismo e alla creatività di Michael Jordan. Ora riunite tutto. Quasi ogni aspetto del gioco che conosciamo adesso è stato toccato e modificato da Pistol Pete. Aveva tutto quello che si poteva desiderare in un giocatore: astuzia, velocità, due mani da pianista, rapidità di gambe, intelligenza e visione di gioco.
Una sola cosa gli mancò. La fortuna.
La carriera di Pistol si interruppe bruscamente per gli infortuni, ma era chiaro che un futuro da allenatore gli si sarebbe spalancato davanti. Troppa intelligenza cestistica per non essere messa a servizio di una squadra, magari collegiale. Magari LSU, che nel frattempo gli aveva intitolato l’Arena dove giocavano i Tigers e che lo avrebbe accolto a braccia aperte. Idea splendida.
Ma il destino, quel bastardo beffardo, di idea, ne aveva un’altra.
Il 5 gennaio del 1988, mentre faceva una partitella con degli amici in una palestra della California, Pistol si accasciò di colpo a terra. Ogni tentativo di rianimarlo fu vano.
Pistol morì a soli quarant’anni su un campo da basket. Solo pochi secondi prima esclamò “Mi sento alla grande!”. La causa della morte fu sconcertante: a Pistol mancava un’intera arteria coronarica. I dottori definirono la carriera cestistica di Pistol un “miracolo clinico”.
Io non so quanto miracolosa fu la sua carriera, ma resta il fatto che ad oggi rimane uno dei giocatori più incredibili che abbiano mai calcato un parquet. Rivedendo i suoi filmati oggi mi stupisco ancora di come azioni di ormai quarant’anni fa mi facciano ancora esclamare “Non ci credo”.
E quando vedo Rajon Rondo fintare il passaggio dietro la schiena e concludere con un facile lay-up, penso: “Ragazzo mio, quella la faceva Pistol quando dovevi ancora nascere.”
Mi piace sapere che l’ultimo anno di attività di Maravich sia stato anche l’anno in cui due leggende del basket sono sbarcate in Nba, forse proprio a raccogliere l’eredità di Pistol Pete: Earvin “Magic” Johnson e Larry “The Legend” Bird.
Production : Switch Riders – facebook.com/switchriders
Riders : Jérémy Mérirès, Thomas Sagnier, Kevin Parussini
Camera : Renaud Margry, Samuel Gibella, Cyril Scharff, Arnaud Daucher
Montage / Edit : Jérémy Mérirès, Cyril Scharff
Musique / Music : Daft Punk – Solar Sailer / Arion – Internet Rebellion
Arion, Arnaud Daucher, Cyril Scharff, daft punk (28), drifting (12), Internet Rebellion, Jérémy Mérirès, Kevin Parussini, Moto (39), moto drifting, Renaud Margry, Restricted Area, Samuel Gibella, Solar Sailer, Thomas Sagnier
La notizia è di un paio di giorni fà. Speravo qualcuno si sbattesse a scrivere un articolo in onore di uno degli uomini più cazzuti che hanno camminato su questa terra, ma, se sono qui che vi scrivo evidentemente così non è stato.
E così, 3 giorni fa, il 10 maggio all’onorevole età di 89 anni si è spento.
Shelby, prima di diventare un costruttore e preparatore faceva il pilota.
Vinse la 24 ore di Le Mans, fece un botto di record di velocità americani e internazionali e, come ciliegina sulla torta, nel 58′ e nel 59′ arrivò a correre anche in formula uno.
Purtroppo Carroll aveva un problema al cuore che lo tormentava già dall’infanzia e, a seguito di un peggioramento si vide costretto a ritirarsi dal mondo delle corse.
Giunto a questo punto, un uomo normale avrebbe arraffato tutti i soldi e si sarebbe ritirato a vita più tranquilla. Non lui.
Shelby aprì una scuola per piloti ed iniziò a costruire auto.
Iniziò così la collaborazione con Ford, che lo vide costruire la leggendaria Ford GT40 soprannominata “l’ammazza Ferrari” in quanto dopo vari screzi col reparto corse di maranello annunciò
Non mi interessa che la mia auto vinca, l’importante è che riesca a tenersi dietro le Ferrari
Ci riuscì. Tra l’altro vinse anche la gara, ma non è importante.
Un paio di anni dopo comprò la licenza per per importare l’AC Ace della AC Motors, buttò via il motore 2.0 litri della bristol e schiaffò sotto il cofano un motore V8 ford da 2.6 cc, una bestia da 430 cv. Roba mica da riderci sopra neanche al giorno d’oggi, figurarsi nel 1966 quando venne commercializzata.
Nel 2004 dopo un periodo un po’ buio con Dodge, e dopo il fallimento del suo progetto totalmente indipendente causato dalla vendita di sole 240 unità della Shelby Series 1, Carroll torna alla ribalta.
Mentre tutti perdono tempo con le auto elettriche cercando di ridurre le emissioni, lui torna a collaborare con la Ford, il suo grande amore. Prende una Mustang e ci mette sotto il cofano un massiccio V8 5.4 con le testate della Ford Gt. Nasce così la Shelby Mustang GT500 che ho avuto anche la fortuna di guidare in un paio di occasioni.
Che vi piacciano o meno le muscle car americane non è importante… queste auto, hanno reso questo mondo un posto migliore. E se non migliore, lo hanno reso senz’altro un mondo più divertente.
Grazie Carroll.
Ora vai in cielo ed insegna agli angeli come si monta un volumetrico sulle ali
Avevo detto che avrei riproposto la rubrica fra un mese in occasione della mitica 24h di Le Mans, oggi però era doveroso un articolo su una leggenda della F1: Joseph Gilles Henri Villeneuve, nato il 18 gennaio 1950 a Saint-Jean-sur-Richelieu, morto a Leuven in seguito alle ferite riportate in un incidente alle qualifiche del GP Belgio, in data 8 maggio 1982.
La Ferrari usci dal box, velocemente. il commissario, seduto sul muretto, non ebbe quasi il tempo di azionare il semaforo per dare il verde, segnale di via libera. Gilles aveva fretta, doveva recuperare qualche decimo di secondo. Non aveva più gomme, le aveva consumate nella prima mezz’ora del turno finale di qualificazione. Ma era uscito egualmente fidando in se stesso e in un briciolo di fortuna.
“Un giro buono ci può uscire, anche senza i pneumatici morbidi, quelli da qualificazione – pensava Gilles mentre la pista di Zolder gli volava via dai lati. – Forse riesco a superare Didier, ci vorrebbe la pista libera e la possibilità di imbroccare tutte le traiettorie giuste”.
Il turbo dette tutta la spinta, la potenza salì sulla schiena di Gilles e gli dette un brivido, di piacere. Si concentrò, dopo il rettilineo dei box dov’erano i cronometristi che prendevano i tempi. La staccata gli riusci alla perfezione, fece la curva a sinistra, poi a destra, percorse il tratto misto con soddisfazione. Sentiva le gomme abbastanza bene, forse lo avrebbero aiutato. Aveva un conto da regolare con Pironi dopo la faccenda di Imola. Voleva dimostrargli che il Nuvolari della Ferrari era sempre lui, Gilles Villeneuve, volto di bambino ma cuore di Leone. “Nuvolaneuve”, come lo avevano ribattezzato. Avrebbe affrontato il lungo curvone in quinta piena. Lì avrebbe fatto il tempo, lì avrebbe tentato di superare il limite delle gomme, e quindi della macchina. Impresa per altri piloti forse impossibile, forse neppure immaginabile. Si lanciò.
A 260 all’ora arrivo al curvone. Trecento metri avanti vide un’auto. Viaggiava lenta, a sinistra, proprio sulla traiettoria che avrebbe dovuto percorrere. “Accidenti —si disse Gilles —, sono fregato. Proprio sulla mia strada me lo dovevo trovare… ma chi è?… Se passo all’esterno addio tempo, sono fregato… porca miseria, sono fregato… Ma guarda un po’… “.
II piede di Gilles rimase incollato all’acceleratore. Davanti, Jochen Mass viaggiava a circa cento chilometri all’ora in meno. Vide la macchina arrivare, duecento metri forse meno, sullo specchietto. “Sta cercando di fare il tempo —si disse Jochen, che rientrava al box dopo un’inutile Battaglia contro la modestia della propria March —, se resto sulla sinistra, all’interno della curva lo danneggio. Mi sposto a destra, cosi gli lascio via libera”.
Gilles, concentrato, aveva ormai deciso. “Ecco stai lì, che ti passo a destra, all’esterno… Porca miseria, possibile che proprio in questo momento quello lì… Mamma mia, cosa fa?… No… no… non spostarti, non posso più correggere… no, buon dio… adesso volo… diranno che sono un aviatore… accidenti… se distruggo la macchina con che cosa corro domani?…
Un tocco, quasi leggero, fra le gomme. La Ferrari si alzò, velocissima, come se dovesse compiere l’acrobazia richiesta dal suo pilota. Ricadde di punta, si rialzò, ricadde, si rialzò, ricadde per sempre. Una frustata sul collo di Gilles, tremenda. « Non è colpa mia… non ho sba..glia..to. No, io ero lì, lui doveva capire che non doveva spostarsi… Cosa mi sta succedendo? Joanne, perche hai il viso cosi triste? Ho freddo Joanne, alza il termostato sennò Jacques e Melanie prendono un raffreddore… Quanto freddo… Mamma, mamma! Ma quando sei arrivata? Che ci fai su una pista, mamma? Joanne, ti ricordi quando ti conobbi, in discoteca? Io in discoteca non ci venivo quasi mai, preferivo gli amici, le macchine, le motoslitte. Eri cosi carina, Joanne! Hai visto quante volte sono venuto in discoteca, per te? Joanne, ho freddo… mamma, dammi la mano. Fra poco in Canada comincia la bella stagione, è bello il Canada, mamma… ma è freddo… Jacques, Melanie… state buoni, un momento. Si, si… Jacques ti comprerò un motovelò, ma adesso sei troppo piccolo, pensa prima a sciare come si deve… Si, ti insegneranno Podborski e Read, i miei amici canadesi della discesa libera… No, mamma… è buio… che paese il Belgio, fa buio di primo pomeriggio… Ma perche piangi, mamma? Non ricordi i begli anni di quand’ero bambino?… Mamma, dov’e la motoslitta? L’hai regalata a qualche ragazzo? E mio fratello Jacques, dov’e? Ha trovato un ingaggio? Papà e rimasto in Quebec? Perche non lo vedo… Papà, c’è il camion… devo imparare a guidarlo… Quanta luce… non è piu buio, strano paese il Belgio… Mamma, chi è quel bambino che tieni per mano? Che strano, mi assomiglia… ma quello sono io tanti anni fa… si, sono io… Cosa mi succede? Statemi vicino… Joanne, prendimi la mano… Mi fa male il collo, tanto male… E’ come se qualcuno mi strangolasse… si, commendatore… mi dispiace di aver rovinato la macchina… ma quello era sulla traiettoria e s’è spostato… vorrei chiudere gli occhi, mamma. Che bello ritrovarsi bambini… come Jacques… ho messo a mio figlio il nome di mio fratello… siamo una famiglia unita… si, tutti insieme… dove?… non lo so… che male al collo, mamma… portami via… ecco cosi… Bello, bello… bello… Joanne… ciao… resta ancora un po’ con me… in discoteca… la luce… una doccia di luce… l’elettronica… Joanne… mamma… ».
Il medico usci dalla camera del pronto soccorso, l’infermiera spense la grande lampada bianca. Si guardarono… scossero la testa…
“Trasportiamolo in ospedale — disse il dottore — con l’elicottero… subito… un tentativo estremo… Ma è difficile che possa sopravvivere a lesioni come queste…”.
L’elicottero, grande e verdastro, s’alzo turbinando, farfalla del destino di Gilles Villeneuve.
Io ho solo 26 anni e quando Gilles correva non ero neanche nei lontani pensieri dei miei genitori. Ma vederlo correre, vedere quanta passione ci metteva, leggere infine queste righe, mi ha fatto venire un groppo in gola che stenta ad andare via. Insieme ad esso temo che di certi “eroi” (passatemi il termine) non ne vedremo mai più.
30 anni fa moriva il pilota, 30 anni fa nasceva la leggenda.
Il Manual de Llaves (letteralmente “Manuale delle Leve”) è una piccola rubrica all’interno di una serie di video registrati da una web-tv messicana chiamata RècordTV, facente parte del ben più vasto gruppo giornalistico RÈCORD, specializzato in ambito di informazione sportiva.
I protagonisti di questi video sono dei luchadores, che mostrano alcune delle loro prese di sottomissione più particolari.
Oltre al gesto tecnico, la cosa davvero interessante sono le grafiche, in perfetto stile videogame, nelle quali vengono mostrati i punti di forza di queste manovre. Tra l’altro i font, i colori, i fondali e gli effetti grafici sono personalizzati per ogni luchador!
Il video a inizio articolo mostra le prese di sottomissione di Solar, mentre qui trovate quelle di Último Guerrero e qui quelle di Rocky Santana!
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Infatti, ma il comportamento che ha qui nel doodle non è quello che ci si aspetta! In particolare ho appena ...MistWalker su Google celebra Moog e il sintetizzatore